mi piace sto raffreddore

Mi piace sto raffreddore che devo tirare su con il naso, e questa sensazione di stordimento che ne deriva, ovatta incollata ai pensieri a rendermeli insignificanti e spugnosi, e questo dondolarmi nei corridoi con pile di fogli sotto al braccio, tirando su con il naso nella frazione di tempo che intercorre tra l’incrociarsi con una persona e quella seguente, per non farsi sentire da quella che c’è prima e neanche da quella che c’è dopo. Non mi piace non aver tempo per scrivere, non mi piace il concetto del tempo che fa pugni con il concetto di scrivere, chè per scrivere devi far passare il tempo senza fare niente, e non si può.  

Siamo andati a vedere la mostra di M.C. Escher, chè se non fosse stato per la Signorina, nella mia immensa ignoranza io non avrei mai collegato il suo nome alle sue opere. Andare alle mostre non lo so, non so cosa dire. Non so se mi piace. Andare alle mostre, la cosa che mi interessa di più sono le altre persone che vengono alle mostre mentre ci sono anche io. Osservare che faccia hanno, e capire se sembrano più intelligenti e acculturati e più o meno in salute di me. Della mostra di Escher, la cosa più interessante è stata una fotografia della moglie di Escher datata 1926. La moglie di Escher, devo dire che in primo piano non veniva tanto bene, in particolare nell’epoca intorno al 1926.   

Posseggo uno spazzolino da denti in tre città diverse del Paese Basso, notevolmente distanti fra di loro. Ci pensavo oggi mentre arricciavo i piedi scalzi sul tappeto.

Adesso invece sto leggendo questo. A proposito di biografie che mi rendono i libri interessanti, questo personaggio è diventato per due volte autore rivelazione del Paese Basso, ogni volta con un nome diverso.

Sto abusando di cornetti gelato in pacchi da otto, che in origine erano sei poi ne hanno aggiunti ulteriori due in regalo.

a lasciare la porta aperta

Poi succede che ti viene a trovare qualcosa come questa, e te ne accorgi quando la vedi saltellare fra la valigia lasciata aperta e il calzino spaiato.

Foto via webcam fatta da lei. Mia invece l’idea di catturarla con quella cosa che ci metti i fogli dentro dotata di buchi per gli anelli (che avrà sicuramente un nome più corto e pratico di questo).

il mio padrone di casa

Il mio padrone di casa, che vive qui sopra insieme alla moglie – viviamo nella stessa casa, praticamente, ma facciamo tutti finta di No, con la differenza che solo io ho il frigorifero incastrato fra le biciclette del garage – per quattro soldi di affitto accetta di trovarsi in casa un estraneo (ovvero io) che nel silenzio dello studiare fitto fitto fitto è costretto ad ascoltare per intero il gracchiare di una litigata crescente fra i due coniugi, una litigata che cresce cresce cresce fino ad un punto di paroline veloci e acute – pronunciate da lei – veloci veloci e asfissianti e irritanti, e poi una serie di grugniti pesanti – di lui – fino al punto a che tutto questo crescendo di gridolini e e grugniti viene a concludersi con uno schiaffo – Spaf! da parte di lui, sulla faccia di lei – che provoca dopo qualche istante di tensione il pianto strozzato di lei e il silenzio cupo di lui, che uno a questo punto potrebbe dire Che Schifo La Violenza, ma oggi – un giorno esatto dopo lo schiaffo conclusivo di ieri – ha prodotto un Pucci Pucci generale e ributtante che io, dal piano di sotto, separato solo da muri sottilissimi, già sento la mancanza della litigata crescente, anche se poi (e qui sarebbe ora di mettere un punto ma non ci riesco) oggi lei era così Pucci Pucci e servizievole che la mia busta di biancheria sporca l’ha accettata con una serie di Yess, e poi mi ha restituito tutta la mia roba piegata pulita e forse – sospetto poco fondato data la mia scarsa conoscenza dell’argomento – perfino impregnata di ammorbidente.

qui si scappa tutto il giorno

Qua si scappa tutto il giorno in preda alla frenesia. Questa cosa del lavorare e studiare significa che mi trovo a scappare tutto il giorno in preda alla frenesia. Mi porto addosso certe occhiaie che mi ricordano i tempi andati, e in tutto questo le mani non sono piú sufficienti a trattenere con me le cose che mi servono. Il me stesso di questi tempi – infatti – scappa sotto la pioggia con uno zaino appeso ad una spalla che gli rende la corsa sbilenca verso un lato, mentre una mano trattiene una busta e con l’altra una banana (dice che la banana fa bene all’umore) e poi siccome non ha piú mani, quell’importante articolo da leggere prima di sera se lo tengo in bocca, epperò siccome non ha mani per un ombrello l’articolo si bagna, eppoi mentre scappa cerca di prendere l’ombrello dallo zaino spostando la banana nella tasca del giubbotto (dice che la banana contiene serotonina, ecco perchè può aiutare l’umore) però infilando le mani nello zaino invece dell’ombrello tira fuori un paio di mutande, perchè stando tutto il giorno fuori casa ormai si porta dietro qualsiasi cosa.  

Ieri un benzinaio romeno parlava italiano e mi raccontava che lui è stato a Bormio, ecco perchè parlava italiano. Io masticavo chewing-um e pensavo ad altro, a tutt’altre cose che non c’entravano niente, mentre cercavo in tasca i soldi per pagare.

poi dopo ti mordi la lingua ma tanto ormai è fatta

Il problema che si pone nell’andare a cena in compagnia di un ricercatore italiano cattolicissimo, ma così cattolico che ti dice subito che lui è cattolico, che sua moglie l’ha incontrata in Chiesa, e che lì dietro l’angolo c’è una bellissima Chiesa, e che secondo lui alla fine l’importante è sposarsi in Chiesa (e tu intanto della Chiesa non gli hai chiesto niente) il problema dicevo in questi casi è che ad ogni cosa che ti racconta per ravvivare la conversazione, o per stupirti, o per richiamare l’attenzione, tutte cose alle quali potresti rispondere con un «Ma davvero » o con un «Pensa te»,  tu non ti puoi permettere assolutamente – ma poi invece ci caschi – di esclamare dopo l’ennesimo aneddoto che ti ha raccontato, un blasfemissimo: «Madonna!»

dice che il mondo potrebbe finire

Dice che il mondo potrebbe finire la settimana prossima a causa del buco nero. Il punto è: si muore tutti assieme o poco alla volta? Perchè se si muore tutti assieme, tutti molto velocemente, allora fa niente, pazienza. Solo se si muore tutti assieme, altrimenti non vale. Che se invece qualcuno comincia a scappare e per questo motivo muore dopo – e mentre scappa piange i morti che sono stati risucchiati prima di lui – non mi va bene. Facciamo che se esce fuori il buco nero, e se il buco nero non si sbriga a risucchiarci tutti, io mi ci butto dentro in costume da bagno, così mi tolgo il pensiero.

Lo scrivevo qualche anno fa

Lo scrivevo qualche anno fa sulla colonnina del blogghe: «Quando diventerò dolce e disponibile con tutti, allora andrò a fare il missionario in Burundi.». Poi ieri ho scoperto che il mio compagno di corso, quello che ci devo anche lavorare assieme, è proprio del Burundi. Come tutti gli africani in occidente che non siano rapper esagitati, veste abiti formali e rassicuranti. Io quando avevo scritto Burundi manco lo sapevo dov’era sto Burundi, e nemmeno adesso lo so, però la differenza è che adesso c’ho una faccia nera a due metri da me con cui devo discutere di problemi epidemiologici, senza farmi distrarre dall’interno roseo delle sue labbra.   

Oggi nell’ordine mi sono imbattuto con: il traffico criminale, la paura di non fare in tempo, la consapevolezza di non aver fatto in tempo, la consapevolezza di non sapere perchè dovevi fare in tempo, una sedia calda, una cosa giusta pronunciata al momento giusto, una canzone che la volevo cantare per forza anche non avendo alcuna voglia di cantare, la sorprendente capacità di rispondere a domande ovvie impostando la voce, la frenesia del lavoro al computer, la frenesia del lavoro al computer, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, una corsa sotto la pioggia con due panini caldi appena usciti dal forno in mano, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, l’indecisione al reparto ortofrutta, una birra in lattina fredda ma non come la volevo io, poco pochissimo tempo per scrivere come invece vorrei scrivere.

da circa due giorni

Da circa due giorni me ne vado in giro per la nazione con uno scolapasta verde fosforescente sul sedile del passeggero. Ancora non posseggo una pentola adatta per cuocere la pasta, dunque per adesso non me ne faccio nulla – dello scolapasta, intendo.    

Succedono cose strane, succedono cose che negli ultimi tempi ho voluto tenere nascoste su queste pagine. Cose che cambiano l’ordine degli addendi e forse anche addirittura il risultato.             

Per esempio che da lunedì comincerò a lavorare part time, mentre per il resto del tempo sarò uno studente di Master di una Università del Paese Basso. Di una prestigiosa Università del Paese Basso. Lo faccio perchè mi piace complicarmi la vita, perchè mi piace studiare, perchè sta benedetta nazione mi offre possibilità che mai avrei immaginato. Lo faccio perchè mi piace complicarmi la vita. E perchè «non mi basta». Da circa trenta ore mi pare tutto più bello e più facile, ma negli ultimi mesi la possibilità di questo cambiamento mi ha dilaniato. Farlo o non farlo? Lo faccio? Non lo faccio. Anzi, lo faccio. Mai stato bravo a prendere decisioni. Alla fine sono sempre le decisioni che prendono me.       

Quando esce fuori il sole in Paese Basso, è come una benedizione sulle teste della gente.         

L’altra mattina alla presentazione del corso, una ragazza minuscola siedeva accanto a me, il velo da islamica attorno alla testa, gli occhi orientali e la pelle caffellatte. Ecco, ho pensato, dimmi te se questo non è un ambiente internazionale, se non ho la più pallida idea da dove tu possa venire. Da dove vieni? Com’è che capisci l’inglese? Come ti chiami? Non le ho chiesto nulla, ma sono rimasto a guardare il suo accompagnatore (anche lui minuscolo, occhio orientale e pelle caffellate).            

Sto leggendo questo. Ultimamente scelgo gli autori in base alla loro biografia. Questo scrittore per esempio non era nemmeno una scrittore – perchè non aveva pubblicato nulla – il giorno che decise di suicidarsi a trentadue anni. Sua madre trovò il manoscritto (il manoscritto!) e riuscì a farlo pubblicare postumo. Vinse un Pulitzer.         

Non c’entra quasi nulla, ma a proposito di biografie, non sapevo che Bud Spencer è stato primatista italiano dei 100m stile libero.

ci ho pensato tante volte

Ci ho pensato tante volte e ci ho pensato anche ieri pomeriggio, mentre sgambettavo in pantaloncini corti nel boschetto che lambisce la mia nuova casa. Ci ho pensato mentre correvo lungo questo sentiero fangoso sotto una cupola di foglie fitte e verdissime, fiancheggiando la linea della ferrovia e spaventando i pesciolini nei canali. Ho pensato: mi prendesse un colpo in questo momento e cadessi per terra, chi lo saprebbe? Cadessi nel canale e affogassi in questo momento, chi saprebbe dove venirmi a cercare? Qualcuno sa che sono in Paese Basso, e qualcuno sa in quale paesino mi trovo, ma nessuno conosce l’indirizzo esatto, o come arrivarci. Nessuno. Passerebbero giorni, come i pensionati che si decompongono ad agosto negli appartamenti delle cittá e poi li scoprono dopo tre mesi. Che poi i pensionati, almeno, sono registrati al Comune. Io nemmeno quello. Il mio padrone di casa, il biondo facinoroso, non mi ha nemmeno chiesto i documenti. Ho detto come mi chiamo ma potrei benissimo chiamarmi Matthew, o Ludmillo, o SegreteriaTelefonica. In teoria non esisto. Lascio impronte di scarpe sul sentiero fangoso, ma sono piedi che in teoria non esistono.

Ancora ricordo la prima volta che mi successe di pensare sta cosa – e la ripeto sempre, e sono un po’ ripetitivo – quando sei-sette anni fa stavo trascinando la mia valigia con le rotelle scassate sotto ad un ponte, nella periferia di Londra. Nemmeno io sapevo dove mi trovavo esattamente. C’erano i cartelli del Comune che dicevano: non avere paura delle pistole nel tuo quartiere! Avevo appena lasciato una casa e cercavo l’indirizzo di quella che sarebbe stata la mia nuova dimora per i prossimi dieci giorni. Ricordo che c’era una pozzanghera ovale sull’asfalto. Avevo una camicia verde infeltrita e scarpe scomode. Poi in seguito fui contento di raccontare del ponte, della valigia scassata e della pozzanghera. Anche adesso, potrei parlare di altro, e invece vai a capire perchè, parlo di questo.

bene, eccomi di nuovo

Bene, eccomi di nuovo qua.     
Non c’è solo un’estate moribonda a instillarmi gocce di tristezza, c’è pure un Paese Basso nuvoloso e grigio che mi accoglie – sono tornato l’altroieri – mentre le mie braccia sono ancora bruciate dal sole del Salento. La scuola ricominciava sempre a settembre, ogni anno sempre a settembre, e così quando arriva settembre c’è questa sensazione forgiata negli anni che qualcosa è finito e qualcosa sta per cominciare. Quando qualcosa finisce mi prende la tristezza. Quando qualcosa comincia, mi prende la tristezza. Se ci metti pure le mie braccia bruciate dal sole sotto un cielo grigio nuvoloso, allora è ancora più tristezza. Ho scritto troppe volte tristezza, lo faccio apposta per esagerare nel lamento. Ad esagerare nel lamento, poi succede improvvisamente di sentirsi bene.   

Prima di andare oltre: il Salento. Non so cosa dire di questa estate in Salento. So che non sarò mai olandese e mai tedesco e mai dell’Azerbaijan. Questo è anche scontato. Forse – e qui viene il bello – non sarò mai nemmeno completamente salentino. È troppo lungo da spiegare. Domanda: sono stato bene? Sono stato molto bene. Molto molto.    

Cerchiamo di capirci, qualche sera fa ho dormito nella mia camera giù al paesello, con il solito geco estivo che passeggia sul soffitto. Poi sono partito e ho trascorso la notte per metà nei treni olandesi e per metà a casa della Signorina. Poi il giorno dopo io e la Signorina – grazie per avermi accompagnato – si è dormito nella mia casa di Utrecht. Poi stamattina ci siamo svegliati, abbiamo impacchettato tutta la mia vita, e sono venuto nella camera dove vivrò per i prossimi due mesi, in una zona residenziale di un piccolo paesino infilato nel verde. Cerchiamo di capirci, in quattro giorni ho trascorso la notte in quattro letti diversi, e tutte e quattro i letti rientrano – più o meno alla lontana – nel concetto di «casa».       

Adesso vivo qui, in una grande camera che si apre su di un giardino di mattoni. Ho anche un barbecue all’angolo che quando l’ho notato la prima volta ho esclamato: «toh, il barbecue!» anche se poi so bene che non lo userò mai. Al piano di sopra vive una coppia di indigeni tranquilli in compagnia di un gatto affetto da insufficienza renale cronica. Il posto è bello e pulito, però non ho una cucina vera e propria, ma un microonde e un fornelletto elettrico posati in un angolo. Il frigorifero invece è in garage. Fuori, nel giardino di mattoni, un ombrellone chiuso nella sua custodia di plastica mi fa capire che anche da queste parti, magari non troppo spesso, può capitare di vedere uscire il sole. Queste frasi e questi dettagli sono messi a caso, perchè come ho già detto, ad esagerare nel lamento, poi succede improvvisamente di sentirsi bene.

avendo ritrovato una connessione internet

Ho trascorso un paio di giorni in uffici postali e demografici del mio paesello, facendo la fila fra i pensionati panciuti e sudati e abbronzati e solcati in faccia che si trovano solo da queste parti. Il pensionato da queste parti è quasi sempre panciuto. Moltissima gente da queste parti è panciuta. La percentuale di obesi qui è davvero elevata, essendo il cibo praticamente l’unico piacere che si può alternare alle fatiche del lavoro. I pensionati in fila all’ufficio postale si sfanculano in allegria, grugnendo minacce sterili e solenni. Sti pensionati in cannottiera e ciabatte sono tutti incazzati, e si fanno accompagnare da nipoti di dieci anni a ritirare la pensione, mentre il nipote – così giovane già con la faccia incazzata – gioca tutto il tempo con i pollici sul telefono cellulare.  

Io continuo a pensare che non si può trascorrere una vacanza in un posto che conosci così bene. Passo il tempo a salutare personaggi che per me sono assolutamente sconosciuti, non so niente di loro, della loro vita e dei loro luoghi: so solo che li devo salutare ogni estate ed ogni natale. Cosa fate, come vi chiamate?      

Io e il Cuggino Rasta siamo seduti al tavolino di una trattoria sul mare, bruciati dal sole aspettiamo le nostre linguine alle cozze, quando dietro di noi una famiglia al completo decide di posizionare il loro bambino più piccolo – avrà avuto dieci mesi – sul tavolo,  a un metro da noi, giusto di fianco al pane, e poi di aprire il pannolino pregno di cacca lì davanti a tutti, e poi di spruzzarlo di borotalco, che l’odore del borotalco misto a cacca di bambino dovete sapere è proprio quello che ci vuole prima di un piatto di linguine alle cozze.     

I pensionati sono incazzati, ma più in generale sono tutti incazzati, c’è questo sole assassino che ti costringe ad aggrottare la fronte e a creare una espressione di perplessità e arrabbiatura che poi col tempo ti rimane stampata in faccia. Osservo le persone che fanno la fila con me negli uffici postali e penso che se li incontrassi in Paese Basso, anche senza ascoltare l’accento capirei immediatamente che vengono dal mio paesello, o almeno da un posto qui vicino. E certe volte quando trovo la mia immagine riflessa in un vetro noto la stessa espressione anche sulla mia faccia. Il Salento è così, è aspro, poi possono dire quello che vogliono per ragioni turistiche, ma aspro è il clima e aspra è la gente, ed è anche per questo che poi ci adattiamo a vivere ovunque.         

Il Cuggino Rasta è al meglio di sè in questi giorni, il solito distributore seriale di saliva. Tutte le ragazze sono innamorate di lui e lui si concede poco e poi subito sparisce, alla ricerca spasmodica di una nuova esperienza, che di solito arriva verso le cinque della mattina, quando ha finito le parole e le Heineken, e allora non sapendo cosa fare per continuare la serata si getta sulla prima che passa, che puntualmente si dimostra disponibile nei suoi confronti.           

Il Cuggino Rasta sta scrutando il mare seduto sulla spiaggia, ci sono onde increspate e un cielo pulito. Il Cuggino si porta una mano sugli occhi per farsi ombra. Scruta l’orizzonte, poi indica con il mento un punto in mezzo al mare e dice:        

« La vedi quella con il costume bianco? »           
« Sì » dico io.            
« Quella lì, anni fa, devi sapere che… »            

Eccetera eccetera.

E poi gli spiego che la cosa si fa preoccupante, se di vittime ce ne sono così tante in giro che comincia a vederle dappertutto, anche fra le onde del mare. Lui scuote la testa e poi ride, anche se poi la sera stessa cadrà nuovamente nel paradigma di cui sopra: cinque della mattina, Heineken, un modo per continuare la serata.                  

Una mia vecchia amica mi dice che ha mandato un sms al suo ragazzo “per farlo incazzare” ma dopo aver visto che lui non si è incazzato, ci è rimasta male. Questa cosa è molto molto italiana. Molto femmina e molto italiana.             

Nel frattempo io mi proclamo vecchio, la gente ride ma io mica scherzo. Torno a casa alle due di notte e mi dicono vecchio, poi vengo a sapere che hanno fatto le sei e se la differenza di queste quattro ore è davvero tanta, allora vuol dire che sono proprio vecchio. Però ancora non ho capito se per gli altri essere in vacanza significa anche stare soli. Per me è fondamentale stare da solo. Certe volte me lo chiedo, siete in giro a parlare e parlare per tutto il giorno e per tutta la notte, non siete mai da soli. Come fate? E il silenzio? E un libro? Come fate senza un libro? Come fate senza il silenzio? Sono proprio vecchio, sono.

anche quest'anno

Anche quest’ anno si torna nel Salento per le vacanze. Parto fra qualche ora da Amsterdam. Intanto qui è una calda giornata piovosa, il sole si intrufola fra le nuvole e fa brillare i goccioloni di pioggia. Le lepri del giardino intorno a questo edificio hanno figliato, e piccoli leprotti stendono la pancia sull’erba. Stamattina lungo la strada che mi porta al lavoro, ho dovuto fermare l’auto per fare passare un esercito di oche selvatiche (come queste) che credevo di aver visto in una copertina del piú bel libro libro di Konrad Lorenz, e invece non erano proprio quelle, erano altre.  

Io vagabondo che son io, manco dal Salento da dicembre, e se vogliamo dirla tutta tutta tutta, ma proprio tutta, il Salento non mi è mancato. Allora questo significa che non vuoi tornare? No, questo significa solo che non mi è mancato. Poi sarò contento di esserci, se la sera girerá quel vento di Agosto che conosco bene, e se mi troverò ad ascoltare le stesse parole dalle stesse (poche) persone che mi interessano, e che poi alla fine ti fanno sentire a casa. La vacanza dovrebbe essere un posto nuovo e sconosciuto, dove non c’hai da salutare nessuno e dove ti puoi fare la passeggiata senza sapere cosa c’è dietro l’angolo. Mi prometto di andare in quei pochi posti dove non so – o dove non me lo ricordo bene – cosa c’è dietro l’angolo.   

Ci si sente da un paio di migliaia di chilometri piú in giú.

le mucche nei campi quando piove

Le mucche nei campi quando piove si mettono a brucare l’erba tutte nella stessa direzione. Le ho viste nei campi due sere fa mentre calava il sole e la pioggia forte offuscava il bordo della strada. Forse lo fanno per non dare il fianco alla direzione della pioggia? Probabile. Non lo so.

Qui piove forte solo d’estate, per il resto sputacchia timidamente. Guardavo le mucche e pensavo: fosse vera questa cosa delle mucche laterali nei giorni di pioggia, se fosse vera ed io fossi nato qui, allora questa cosa la conoscerei sin da bambino. Mi sarebbe stata spiegata dal papá durante un viaggio in auto, oppure ci sarei arrivato da solo inginocchiato fra l’erba, calpestando le girelle di merda bovina. Siccome sono arrivato sette mesi fa, se questa cosa è vera, la sto scoprendo solo adesso. Che poi sarebbe come dire che sto imparando di nuovo, in zone nuove del cervello che altrimenti sarebbero rimaste vuote. E poi sto imparando – va bene, non proprio come un bambino – ma quasi.

Non solo le mucche, ma anche con tante altre cose che non sto a spiegare. La mucca è l’esempio che m’ è venuto fuori stamattina. Perciò non importa se le mucche si dispongono laterali sotto la pioggia forte oppure No. Quello che importa è che se ti chiedono a cosa serve mai viaggiare, a cosa può servire davvero questa cosa di essere cresciuto in un posto che poi all’improvviso decidi di andare a vivere in un altro, e poi cambiare ancora, allora l’idea della mucca laterale può servire, in quanto riassunto stiminzito di un discorso troppo lungo e complesso, che se dovessi mettermi a farlo dall’inizio, servirebbe troppo tempo. Dovessi mai avere qualche tipo di dubbio, devo ricordarmi della Mucca Laterale. E se dovessi dimenticarmi e in un momento di sconforto non trovare il motivo, lasciatemelo scritto qui sotto “mucca laterale” e io me ne ricorderò. Promesso.

mi era successo di vederlo tante volte

Mi era successo di vederlo tante volte alla tivvù e perciò era come esserci stato, ma invece non c’ero mai stato. Così ieri per la prima volta quasi per caso mi sono trovato nel mezzo del gaypride di Amsterdam. Le ballerine con i tutù fucsia si agitavano a bordo delle barche,  e la musica era quella che ti aspetti da un gaypride. Le ballerine e i travestiti muscolosi sfilavano sfoggiando i colori dell’arcobaleno, mentre tra la folla – mano nella mano – si aggiravano tante discrete coppie gay, molto meno colorate e molto più silenziose. Ho visto passare una coppia di lesbiche tabagiste coi capelli ingelatinati, e poco dietro una madre e un padre fricchetoni che ballavano sguaiati di fronte alla carrozzina della loro figlioletta.

Mi è sembrato di capire – ma non ne sono sicuro – che i coloratissimi ballerini e le ballerine della parata non sono tutti gay, o almeno una buona parte non lo sono affatto. Soprattutto le ballerine. Il gaypride dovrebbe essere – ma non ne sono sicuro – una festa che lambisce soltanto il tema dell’omosessualità, per essere piuttosto una celebrazione dell’estremo, che però si annulla immediatamente in quanto di estremo c’è davvero poco – se non qualche culo e qualche mammella – perchè la manifestazione è circoscritta sia per spazio (da qui a qui passando da lì e lì) e tempo (il tale giorno alla tale ora) e condizione (tutti assieme vestiti tutti uguali). Se ci togli la trasgressione, se minimizzi quello dell’omosessualità, resta qualcosa che ieri pomeriggio, sotto una pioggerellina di agosto, inciampando fra le bottiglie di spumante lasciate sull’asfalto, non sono sicuro di aver capito.

secondo me

Secondo me sto filmato – conosciutissimo in rete – segna la linea di demarcazione fra chi fa finta di essere un cuore di pietra e chi lo è per davvero. Se fai finta, e poi ti fanno vedere sto filmato (anzi meglio: se ti raccontano tutta la storia e poi ti fanno vedere il filmato) allora ti commuovi per forza. Se invece sei fatto di pietra lavica, non succede niente. Ma è difficile.

mi fa male un po' tutto

Mi fa male un po’ tutto, e la novità degli ultimi due giorni è che mi fa male pure una gamba. Una soltanto, senza bisogno che io la muova. Mi sveglio presto la mattina per andare dal dottore o per farmi tirare un quattro cinque bottigliette di sangue. L’infermiera è una ragazza giovane che ha deciso di diventare vecchia molto presto. Si è costruita un culo enorme e culo ha fasciato con una gonna grigia di tela, e una zazzera di capelli tenuti come ne “La casa nella Prateria”. Chiudo gli occhi e mi chiedo se abbia già capelli bianchi e mi rispondo di Sì, poi apro gli occhi e invece è No. L’infermiera non parla inglese ma io mi lancio con le mie quattro parole di olandese, e le condisco con rotazioni del braccio a mulinello. Poi mi succhia via il sangue e sono costretto a tener fermo il batuffolo di cotone, per cui niente braccio a mulinello e di conseguenza calo drastico della comprensione reciproca.      

Due settimane fa ho visto un gabbiano spiaccicato al centro della strada. Come un gatto, però era un gabbiano.      

I castelli di sabbia artistici dicono che li fanno con la sabbia, ma non è niente vero. Ci mettono pure la colla. Mischiano colla e sabbia. Non è che in questo modo siamo bravi tutti, però insomma diciamo le cose come stanno veramente.      

Mi annoio a non sentirmi bene. Mi annoio. Quando non sto bene mi invento tutta una serie di cose che potrei fare se invece stessi bene, che poi tanto non farò comunque. Questa è la fase di progettazione della mia malattia. È più o meno così da dieci anni. Intendo la progettazione inconcludente.         

Dodici anni fa mi sono ammalato per tre mesi di fila. Che uno se ci pensa tre mesi sono tanti.
Questa però la racconto la prossima volta.

uscendo dal parcheggio

Uscendo dal parcheggio del lavoro ho incrociato un tizio in sedia a rotelle che con la testa piegata di lato guidava la sedia mediante un sensore infilato in bocca. Tipo con la lingua, credo, ma non mi sono fermato a chiedere spiegazioni. Qui intorno si vedono tante carrozzine spinte da infermieri che traportano vecchissimi a fare un giro sotto gli alberi. I vecchissimi, molto spesso, dormono per tutto il tragitto del viaggio. Stamattina ho ucciso un centinaio di moscerini che mi hanno assalito sulla scrivania. Minuscoli e fastidiosissimi, ho provato prima con le dita, poi ho trovato un sistema comodissimo con un pezzo di scotch usato come carta moschicida mobile. Da un paio di settimane –saranno tutte ste carrozzine, saranno particolari malori che mi affliggono da qualche tempo – penso che potrei morire all’improvviso. E se dovesse succedere, se non fosse che sono morto, non me ne meraviglierei affatto (questa è complessa). Però oggi c’è il sole e nonsotante i moscerini non mi sembra un giorno accettabile per morire. Ma la morte è comunque un punto di vista, tu puoi parlare di tutto ma se poi ci includi la possibilitá della morte hai un nuovo punto di vista. Per esempio ho detto alla Signorina, non aspirare i ragni che ti infestano la casa con l’aspirapolvere, piuttosto schiacciali con i piedi, che con l’aspirapolvere non è detto che muoiano subito e poi gli fai fare la fine dei fratellini di Gravina. Lei ride ma io mica dico per scherzare.

Per chi fosse interessata, una fugace apparizione del Cuggino Rasta pronto per la firma degli autografi.

insomma stavo riflettendo

Insomma stavo riflettendo sul discorso di Bossi che al Nord non vuole gli insegnanti del Sud, e riflettendo riflettendo alla fine mi sono trovato inaspettatamente d’accordo con questo principio.

Ho pensato, almeno fino alla scuola media, un ragazzino è giusto che si trovi davanti un professore che parla come lui, che conosce le stesse strade, che si ricorda quando lì una volta era tutta campagna. Con tutta sta globalizzazione che tanto non si scappa, almeno qualche anno di radicamento nel territorio non è poi cosa malvagia. Ma questo vale per tutti, non solo al Nord. Se ci metti che i ragazzini si sbroccano davanti a MySpace e ai giochini online con gli skaters del Wisconsin e imparano a memoria le parole delle canzoni di qualche rapper temporaneo, capisci che almeno qualche anno di tranquillità è importante. Eppoi, i professori della scuola pubblica sono mediamente svogliati e frustrati, e se non lo sono all’inizio poi dopo lo diventano con gli anni: allora perchè costringere i ragazzini del Nord ad associare così presto gli accenti e le cadenze meridionali con la frustrazione e l’inefficienza? Anni dopo, ai test di ingresso delle Università, si troveranno tanti freschi mediterronici ad occupare tutti i primi posti delle graduatorie (ricordo un inviperita figlia di dentista bolognese che adduceva la colpa della sua incapacità di entrare ad Odontoiatria alla Calabria) così come nella mia Bologna siamo stati tutti salentini e siciliani nelle prime posizioni.  Ecco Sì, sono d’accordo.

Detto questo, Bossi è uno che si inventò una laurea che non aveva preso per fare bella figura con la moglie, bisogna sempre fare i conti con lui nonostante il suo diploma della Scuola Radio Elettra: storie come questa ti costringono a rivalutare il concetto stesso di genio. E se si pensa ai tanti brillanti laureati che ammuffiscono nei dottorati, sperando in chissá cosa, si capisce che non sto mica scherzando.