proprio come fa un piccione

Un piccione che di solito svolazza e scacazza nei cieli vicino la mia finestra, ha deciso che ormai di svolazzare e di scacazzare ne ha piene le palle, ed ora trova anche il coraggio di entrare in casa mia quando lascio la finestra della cucina aperta.

I piccioni – pensavo –  vanno di moda. La canzone di Sanremo e tutto il resto. Ne ha parlato pure la dietologa del webbe, qualche giorno fa.

Dicevo, il piccione in cucina.La prima reazione, quando mi imbatto nel piccione impertinente che zampetta sul pavimento, è di dire Sciò, piccione che non sei altro. Poi però ci ho pensato su, e adesso al piccione non dico più Sciò. Il piccione viene sul balcone per cibarsi delle molliche di pane che trova, perché io, una volta ogni tanto, sbatacchio la tovaglia sul balcone. E le molliche si accumulano. E il piccione ingrassa.

Pensavo che se smetto di dire Sciò per un tempo sufficientemente lungo, magari il piccione trova il coraggio di entrare in cucina e di salire anche sul tavolo, così che non ci sarà più bisogno di sbatacchiare la tovaglia, perché avrò il mio grasso piccione addomesticato che farà il lavoro sporco per me. Poi, continuando di questo passo, se riesco a trovare un elefante disposto ad aspirarmi la polvere dal corridoio con la proboscide, e una mucca dalla lingua ruvida che vuole leccarmi le piastrelle del bagno, sono a posto

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situazzioni

Siamo andati alla festa di Teresa la portoghese, che io non è che lo sapevo chi era questa Teresa.

Mi hanno detto: Erasmus, portoghese, fa una festa.

Io ho detto: andiamo, che così mi reinserisco a gamba tesa nella nightlife bolognese.

Andiamo.

Con una bottiglia di vino da tre euri in mano abbiamo premuto il tasto del citofono, e dopo qualche secondo il citofono ha gracchiato:"Chi è?" e la risposta è stata: "Siamo Tizio, Caio e Sempronio, siamo venuti per la festa di Teresa, la portoghese". Il citofono ha gracchiato di nuovo: "Ah, ma certo! Salite, ma comunque Teresa non c’è".

Siamo saliti.

Ci hanno detto: "Teresa non c’è , ma forse arriva, è andata al mare." Poi un tizio si è rivolto a me e mi ha detto: "Lo sai com’è Teresa, che arriva sempre in ritardo!". Io avrei voluto dire: ma che cazzo ne so io, che l’ho saputo mezz’ora fa, che esiste sta Teresa. So che è portoghese, e basta. Ci hanno detto: bevete, bevete, nel frattempo. Qui c’è questo vino, qui c’è questo vino, qui c’è questo rum. Bevete.

Beviamo.

Poi vabbè, Teresa è arrivata e sono arrivati anche tutti gli altri. Tutti gli altri che erano Molti Altri, ma davvero Molti, che la casa scoppiava ed emanava fumo dalle finestre. In tutto sto casino c’era sto tizio appoggiato di schiena al muro, con la testa piegata a quarantacinque gradi, con una bottiglia quasi vuota di Sangiovese in mano, e la maglietta con la scritta: Pace in The Middle East. Ho pensato, Eh! poi dicono che i giovani non c’hanno gli Ideali, guardalo lì come si tormenta per la pace nel Middle East. Col Sangiovese.

E volevo andare a pisciare, ma sulla strada per il cesso sentivo sempre suonare il citofono, e allora rispondevo. Chi è? Sono Fernando l’amico di Luisa. Ah, ciao Fernando- dicevo- sali, sali! Poi di nuovo suonava e io rispondevo: Chi è? Sono Carmen, con Luca y Mario y Pilar! Ma certo, salite, salite!

Che se non ci avessi pensato io, al citofono.

Poi però andare a pisciare, non era facile per niente. La coda per il cesso è la stessa che trovo alla Conad reparto macelleria, solo che non ci sono i bigliettini col numero, e se non stai attento ti fottono, e ti passano avanti facendo finta di niente. Sorridono coi denti rosa per il vino appena bevuto e dicono: bella la festa, no? E poi passano avanti saltando la fila. Ma Dove Vai, dico io, torna indietro che c’ho la vescica che invoca pietà, torna indietro che altrimenti la faccio nel vaso dei fiori.

Si sente il rumore di qualcuno che sta bussando alla porta, e con violenza anche. Una tipa apre la porta ed entra un signore con gli occhi iniettati di sangue e il braccio roteante, che inizia a dire: " Ma ragazzi, eccheddiamine, fate piano che Non Si Riesce a Dormire, perbacco!" ed è in quell’ istante che dalla fila del bagno si stacca una processione di individui di cui quello in testa ha la chitarra in mano e suona e canta La Locomotiva di Guccini, mentre quelli dietro cantano pure loro, ma col tempo sfalsato di un mezzo secondo in avanti o indietro. Il signore che Eccheddiamine Non Riesce a Dormire capisce tutto, non dice niente e se ne va. La processione di cantanti sfalsati continua a cantare, e sono evidentemente degli integralisti gucciniani, perché finiscono una canzone di Guccini e quella che cantano dopo è ancora di Guccini, e poi ancora e poi ancora. E succede che quando torno a fare la fila per il cesso loro sono ancora lì che cantano Auschwitz ( son mortooo, con altri centooo) e cantano gonfiando il petto e dandosi pacche sulle spalle. Che uno li guarda e pensa: che bello che ci credono così tanto. Che uno pensa: Eh! hai visto i giovani che c’hanno gli Ideali e cantano Auschwitz e Dio è Morto? Davanti alla fila per il cesso?

In cucina cercavo una birra, e una birra non la trovavo. Trovo invece questa brasiliana, che aveva una lattina di birra da mezzo litro incastrata fra le tette e le chiedo dove l’ha trovata. E lei mi dice: non te lo posso dire, e comunque è l’ultima. Se vuoi te ne do un sorso. Dammene un sorso. Grazie, è pure bella fresca. Quindi rimette la birra tra le tette e se ne va. Io sorseggio e ripeto: Ah, bella fresca, bella fresca. Sulla porta, un tizio evidentemente autoctono che aveva seguito la scena, sghignazza e dice:

– Zèrto che è fresca, ma aspetta che pasciano zìncque minuti e vedi tè come sci fa calda!-

detersivi.

Volevo dare un senso al mio essere al mondo, in questa domenica col sole, e per andare sul sicuro ho dato una pulita al bagno di casa.

Metto la crocetta sul calendario.

Volevo dare un senso al mio essere al mondo, in questa domenica-che-non-mi-sembra-domenica, e il bagno l’ho pulito per bene, tanto che adesso aspetto che qualcuno venga a trovarmi. La prima cosa che chiederei al mio visitatore  sarebbe:  Non è che per caso Vuoi Farti una Bella Pisciata? E lo porterei nel bagno unto di Mastro Lindo d’annata.

Perché ho capito che la storia dell’ invecchiamento che conferisce qualità può essere valida per il vino, ma per il Mastro Lindo non vale per niente, che quel liquido blu perde una qualche sua caratteristica pulente, se lo lasci ad invecchiare nella sua confezione per anni e anni.

Ho capito pure che la storia del Leggere Bene Le Istruzioni per l’uso mica è una cazzata, bisogna farlo davvero, non bisogna fare come me che sono riuscito ad infrangere contemporaneamente quasi tutte le Avvertenze riportate sulla confezione del mio Mastro Lindo d’annata.

Istruzioni per l’uso:

Non usare su Marmo. (L’ho fatto, ho il pavimento di marmo: adesso cosa succede? Si buca il pavimento per la corrosione? Domani mattina vado al cesso e saluto la signora del piano di sotto attraverso il cratere?) Non usare su vasche smaltate più vecchie di dieci anni. (Dieci anni? Sul fondo della mia vasca, dopo trenta o più anni di onorata carriera, c’è disegnata la sagoma di un uomo, e ricorda vagamente il sudario di Gesù) Non lasciare mai il prodotto sulle superfici per più di dieci minuti. ( Ehm…. e cosa dovevo fare, non dovevo rispondere al telefono? Dovevo dire: devo chiudere, scusami, ho il Mastro Lindo che mi sta bucando il bagno?)

Adesso il signor Mastro Lindo mi guarda severo dalla confezione con le braccia incrociate, sa che ho cannato tutto in pieno. Con la sua crapa pelata e le braccia muscolose. Con il suo orecchino sul lobo sinistro. Pensavo: il signor Mastro Lindo sarà mica gay?

esami ad aprile – meglio dormire

Una di quelle mattine che il desiderio numero uno della lista era di andare a buttarmi a culo nudo su di un prato di margheritine e soffici steli d’erba.

Una di quelle mattine dove il desiderio numero due era di strofinare il mio culo in senso rotatorio (orario a antiorario) sul suddetto prato.

Una di quelle mattine che invece mi sveglio e mi ricordo che cazzo è vero, c’ho l’esame, e anzi devo sbrigarmi a bere sto caffè e a leggere i titoli principali del televideo di Mediaset ( che per la cronaca sono pagina centoenove : spettacoli, pagina centodieci: televisione, pagina centoundici: gossip.)

Già, l’esame. Clinica Chirurgica. Vado a togliermi sto pensiero dalle palle. ( Tradotto in termini chirurgici: eseguo una problemectomia del corpo estraneo dalla regione scrotale).

Il Prof è seduto sulla sua sediolina in una stanza tutta vetri che probabilmente funzionerebbe meglio come serra per cactus, e guarda gli studenti che si danno il cambio sulla sediolina di fronte, cagandosi nelle mutande anche di fronte a domande del tipo: com’è che hai detto che ti chiami?

Il Prof, con questo faccione che mi ricorda Pannella nelle pause tra uno sciopero della fame e l’altro, e molto più pacioccone di Pannella, ha una pazienza nell’accettare con serenità le stronzate pronunciate dagli studenti sulla sua materia, che avrei voglia di abbracciarlo e offrirgli un caffè, e chiedergli come si fa, come diavolo si fa, ad essere così ben disposti verso il mondo. ( E lì mi viene da pensare, basta non fare scioperi della fame, e mentre lo penso mi dico, maccheccazzo c’entra?)

Studentessa numero Uno.

Professore: Dimmi una possibile terapia nella frattura della mandibola. Studentessa: Cerchiaggio metallico? Professore: Bene, brava. Dove lo attacchi? Studentessa: ……..mmm….. Professore: allora? Studentessa: ….mmmm…… Professore: signorina, non vorrei essere scurrile, ma da qualche parte si dovrà pure attaccare, no? Lei dove pensa di attaccarsi? Signorina, dove si attacca?

Studente numero Due.

Professore: Mi parli dell’Atrofia Progressiva della Retina.  Studente: Onestamente, Prof, non la conosco. Professore: Ma come? Non l’ha fatta la parte di Oculistica? Studente: mmm…No. Professore: Ma non lo sa che l’occhio vuole la sua parte? 

Studente numero Tre:

Professore: Signorina, lo sa cos’è un Ifema, detto anche Ipoema? Studentessa: Si, lo so. Professore: benissimo, può andare. Arrivederci.

Studentessa numero Quattro ( dovrebbe rispondere alla domanda dicendo “Esplorazione Rettale”, ma non le viene in mente).

Professore: Ma allora Signorina, me lo dice o no? Guardi che è davvero facile. Guardi che se io adesso faccio finta di distrarmi, e lei si gira verso i suoi compagni, e i suoi compagni le mimano la risposta, lei davvero non può non capire!

Al termine di ognuno di questi sketch spiritosissimi, dalla regia veniva premuto il tasto per far partire le risate registrate rubate al telefilm Otto Sotto un Tetto.

 

….

Certe volte – come adesso – la voglia di non fare niente è tale che se pure la vescica ti dice di andare al cesso per svuotarla, non ci vai.

E non ci vado.

Il paesello lì fuori è sempre lo stesso, e descriverlo come faccio, non ne sono capace. Sono uno che ticchi ticchi sulla tastiera del pc lo fa con piacere, ma certe cose non le riesco a descrivere. Dovrei prendervi per mano e portarvi in giro a vedere. E forse non basterebbe neanche.

Noi abbiamo il mare, da queste parti.La gente si scioglie e dice: ma che fortunato che sei, che sei cresciuto vicino al mare. Io rivedo il me stesso bambino con il naso spellato dal sole d’agosto e con la pelle salata, che se c’avevo voglia di sale bastava tirare su la lingua e leccarmi da solo, mi rivedo a passare le giornate sul mare fino al tramonto e penso: certo, sono fortunato.

La gente però non pensa una cosa: dove c’è il mare finisce la terra. Dove c’è il mare poi dopo non c’è più nessuno. Non c’è comunicazione. Non c’è un posto "altro" dove andare e col quale dialogare. Non c’è. Solo acqua. Puoi andare verso la terra, se vuoi "altro". Ma dalle mie parti il mare è tutto attorno, siamo una penisola, e non si va da nessuna parte, che come ti muovi cadi in mare.

Plof.

Il mare è dove finisce qualcosa. Io non so cosa voglio dire con questo, ma chi vive qui crede davvero che il mondo finisca dove finisce il mare. Il mondo lo si vede dalla tivvù, perché è troppo lontano per andarlo a vedere di persona. Il mare sta tutto attorno e ti fotte.  

stranammore

Siamo un Paese mica facile da capire, pensavo l’altro giorno mentre passeggiavo in cucina con la tivvù accesa.

C’è questo programma alla tivvù nel quale, se il tuo Tipo / la tua Tipa ti ha mandato affanculo, se ad un certo punto il tuo amore ha deciso che non ti vuole più vedere, allora arrivano loro e sistemano tutto il casino.

La procedura è  più o meno questa:

posizionano una telecamera davanti allo straziato di turno, pallido e tremante per la fine della sua storia d’ammore ( quando si parla di amore in Tv per me non è più amore ma Ammore da pronunciarsi con la O aperta)  e lo straziato in questione, da’ sfogo al suo dolore pronunciando frasi sconnesse con le lacrime che scendono dagli occhi. Lo straziato inizia a dire: amorino, piccolino, torna da me ti prego, non posso stare senza di te, la mia vita senza di te – e tira su col naso- non ha più senso, ti amo,  anche tu mi ami, ricominciamo– e tira su col naso- vedrai che se torni potremo di nuovo essere felici insieme.

Poi succede che la troupe spegne le telecamere e probabilmente inizia a picchiare pesantemente con bastoni e catene il disgraziato, ridotto ormai ad una larva piangente, vagamente rassomigliante ad un essere umano.

Quindi prendono questo filmato e vanno a cercare l’Altro, quello che ha lasciato la Larva, quello che non ne vuole più sapere. Piombano in casa o all’ufficio dove l’Altro sta comodamente facendo i cazzi suoi, e lo prelevano di forza. Arrivano con i loro microfoni, le telecamere e le luci. Rapiscono l’individuo che fa finta di non capire cosa stia succedendo. Da questo momento in poi ha inizio l’umiliazione più grossa: la persona viene trascinata per strada dove intanto si è radunata una folla enorme che si accalca per vedere meglio, per capire cosa cavolo sta succedendo. Ragazzini eccitati ma anche signore di una certa età che scattano foto col cellulare e che urlano. Il deportato viene caricato di peso su di un camper decorato con dubbio gusto, e viene posizionato di fronte ad un monitor. Sul monitor vengono fatte andare le immagini della Larva che piagnucola e che tira su col naso. Amorino, piccolino, trottolino e bla bla bla. Il pubblico rivede la Larva per la seconda volta, perché evidentemente una volta non era sufficiente. Il deportato ha un microfono piazzato davanti alla bocca, così che se per caso gli viene da sussurrare, o da dire “ ma che figura di merda” non lo può dire, o se lo dice, tutto viene registrato. Poi gli viene chiesto: cosa ne pensi? Lo perdoni? Lo ami? Tornate insieme?

A questo punto una persona normale dovrebbe vomitare sul microfono e sul monitor. Una persona normale scapperebbe via bestemmiando e facendosi largo a pugni tra le signore che scattano foto col cellulare. Una persona normale andrebbe dalla Larva e gli direbbe: se pure prima c’era una piccola possibilità di sistemare le cose, anche piccolissima,  adesso puoi stare sicuro/a che non c’è più storia, che è tutto finito. La Larva si renderebbe conto- se fosse una persona normale- che magari un giorno la disperazione per la storia appena finita passerà, ma quello che non passerà sarà la figura di merda registrata e mandata in onda davanti a milioni di telespettatori.

Questo, se stessimo parlando di persone normali.

Ma non stiamo parlando di persone normali. Queste sono persone che se c’è di mezzo la tivvù, allora tutto va bene. Che se vedono una telecamera si sciolgono e dicono sempre di si, sempre di si. Che se il presentatore abbronzantissimo chiedesse: signora, vuole infilarsi questa bottiglia di Coca Cola su per il culo cantando Una Rotonda Sul Mare, quelle direbbero di si, basta che si vada in prima serata.

E allora la storia finisce con la Larva che viene portata nello studio televisivo, dove quello lì è capace di rimettersi a piangere, davanti al presentatore che si intenerisce e cambia registro di voce come un prete nel confessionale. Nello studio televisivo poi tutti si chiedono : ma quell’Altro arriva o non arriva? Segue momento di suspence in cui io penso: ma figurati se viene, quello sarà a casa a bruciare tutte le foto dell’ex, a fare psicoterapia per dimenticare ogni cosa della Larva. E invece poi arriva, si baciano, si abbracciano, piangono e piangono. La telecamera fa uno zoom sul trucco di lei che cala sul vestito stropicciato dall’abbraccio, il pubblico applaude e parte un pezzo dei Beatles che io per colpa di questo programma della tivvù, non posso più ascoltare. Che quando ero bambino credevo fosse stato composto apposta per il programma. Adesso, quando dalla raccolta dei Beatles che va a random nello stereo, parte questo pezzo dalle casse, io corro nel bagno perché avverto pericolosi conati di vomito.

Guardo il cesso e non vomito. Intanto lo stereo non ho fatto in tempo a spegnerlo, e continua ad urlare dalla mia stanza: Tutto Quello di cui ho bisogno è Ammore.

In quel momento, tutto quello di cui ho bisogno, è un Plasil.

Vita da Bloggherre

Quei bravi ragazzi di VitadaBlogger, col beneplacito del Dottor Splinder, hanno deciso finalmente di pubblicare il mio post.Glielo avevo spedito tanto e tanto tempo fa, quando ancora Berlusconi era al governo e Provenzano un latitante imprendibile.

Loro, quei bravi ragazzi, hanno prima pubblicato i posts delle blogstarsss. Poi dopo hanno pubblicato i posts delle mezze blogstarsss. Poi quelli delle blogstarss presunte tali.Rimasti senza molto altro da pubblicare, erano indecisi se trascrivere sul loro sito gli ingredienti dei Tarallucci del Mulino Bianco copiati pari pari dalla confezione, se chiudere baracca e andare a casa, o se pubblicare il post di Rafeli (spedito tanto e tanto tempo fa).

Il Dottor Splinder, ubriaco perso, ha iniziato inspiegabilmente ad urlare: Rafeli, Rafeliii!!! Gli assistenti dell’esimio Dottore si sono guardati tra loro preoccupati, e nonostante le perplessità, nonostante il pacco di Tarallucci già pronto davanti al monitor del Pc, hanno deciso che comunque è lui, il Dottore, che comanda l’azienda.

E dunque, pippatevi il post da VitadaBloggher