Let's approfondiamo the concetto of parcheggio

Il concetto di parcheggio, mi sa che non mi sono spiegato bene.

Facciamola breve.

Il bisogno di un parcheggio è un bisogno elementare e aspecifico. Spieghiamo il concetto di bisogno elementare e aspecifico. Se c’hai bisogno di un parcheggio, c’hai bisogno di un posto dove infilare la macchina e basta. C’hai bisogno di un posto e basta, non è che c’hai bisogno di un parcheggio così o colà. C’hai bisogno di tre metri liberi di asfalto, punto e basta. Altri bisogni elementari e aspecifici sono – chennesò – il bisogno di respirare ( con aria al 20% di ossigeno lo risolvi), il bisogno di fare la cacca (fai la cacca e lo risolvi) il bisogno di insulina per un diabetico (ti fai l’iniezione di insulina e hai risolto). Già la fame e la sete sono bisogni più complicati, perché si può decidere infilarsi in bocca un cocomero piuttosto che un calippo, un pollo arrosto piuttosto che un uovo di struzzo. Chennesò. Una birra ghiacciata piuttosto che una tisana bollente.

Perché esistono pure i bisogni complessi.

Se uno necessita di pittura, per esempio, sceglierà un Renoir piuttosto che un Matisse, se vuole la musica sceglierà fra quello che li pare; se si droga di letteratura come me, sceglierà fra Pennac e la Tamaro (per dire) oppure fra Hesse e Bevilacqua (per dire) oppure oppure oppure.

Poi c’è il bisogno dell’averci qualcuno a fianco, strettamente collegato ai bisogni del volere bene e dell’essere voluti bene. Questi bisogni – according to the sottoscritto – sono dei bisogni complessi, molto complessi. Però per qualcuno ( per molti qualcuno, in verità) paiono essere bisogni elementari e aspecifici. Come il parcheggio. Sta cosa del parcheggio non mi piace, ma cosa posso fare, ne prendo atto. E poi, dopo averne preso atto, produco sbrodeghezzi su sto blogghe. Ne produrrò ancora in futuro, su sto argomento, mica mi fermo qua. Eh, No.

Ho finito.
Andate in pace.

un parcheggio vale l'altro

e poi ci sono questi ragazzi di oggi che si ritrovano compagni di corso all’università, e allora siccome sono compagni di corso all’università decidono di mettersi insieme, e magari vanno pure a vivere assieme, e in mensa li vedi pure pranzare assieme, lui e lei sempre assieme, che uno li guarda e pensa Sono una Coppia, sono proprio una Coppia questi qua che stanno sempre assieme.

poi magari lei si laurea prima di lui – o lui prima di lei, poco importa, ma in questo caso si laurea prima lei – e chi fra i due si laurea per primo deve tornare al suo paesello e lasciare la città universitaria. E allora succede che i due si lasciano poco dopo della laurea  – o poco prima, poco importa, ma in questo caso poco dopo – e così finisce tutto, tutto quell’essere Coppia di poco tempo prima, e ognuno se ne va per i fatti suoi, senza tragedie.

Io che sono cresciuto con Marco Se Ne è Andato e Non Ritorna Più (Tuo padre e i suoi consigli che monotonia/ lui con il suo lavoro ti ha portato via) guardo ste cose e mica le capisco, tutte ste cose che vedo.

Io guardo ste cose e non le capisco, ma non mi pare che si tratti di relazioni sentimentali – in questi casi – o di problemi nelle relazioni sentimentali, o di svolte nelle relazioni sentimentali o di qualsiasi cosa che abbia a che fare in qualche modo con le relazioni sentimentali.

Cosa dire, questi mi paiono problemi – questi problemi qua – che andrebbero incasellati nella stessa casella del cervello dove si incasellano normalmente i problemi di parcheggio. Esempio di problema di parcheggio: ho trovato da parcheggiare vicino all’ipercoop, vuol dire che parcheggerò vicino all’ipercoop; ho trovato parcheggio di fronte alla lavanderia, vuol dire che parcheggerò di fronte alla lavanderia.

E infatti.

E infatti, se non trovi parcheggio vicino di fronte alla lavanderia, è possibilissimo che ti dici Vabbè, proviamo più avanti, e quindi parcheggi vicino all’ipercoop.
Tanto parcheggiare si deve, e un parcheggio vale l’altro.

incontenibili

a spiare sui monitor degli altri scopri un mondo che non ti aspetti, scopri che la gente davvero scrive mail e costruisce presentazioni in power point con il Comic Sans verde pisello su sfondo azzurro puffo, o col font giallo canarino su sfondo fucsia, o che compone messaggi costellati di smileys malati di parkinson che si muovono a scatti fra le righe farcite di punti esclamativi agglomerati in triplette.

quando mi passo la matita sotto gli occhi

Quando mi passo la matita sotto gli occhi – in occasione delle serate importanti – poi gli occhi mi piacciono di più la mattina seguente, quando la matita sotto gli occhi è sbavata e sfumata.

Una PersonaCheNonDicoIlNome, che da tempo si dichiara sofferente per recenti pene d’amore, ieri sera gestiva un harem di quattro donnine perbene – durante la festa in onore di Billigiò – e tutto sofferente com’era si divideva tra una e l’altra donnina perbene.

“Allora, qual è la prescelta?”
“Mah, diciamo che mi piacciono le due con le tette più grosse
“Non farmi fare queste misurazioni corporali, adesso. Qual è che hai scelto?”
“Sai, una mi piace di più, però ho baciato quella di Santo Domingo.”
“Ah, ecco.”
“Sì, ho combinato un casino, ho combinato.”
“Tutto questo nell’ambito della tua sofferenza, giusto?”
“No, sai una cosa?”
“Cosa”
“Non soffro più”
“Ah, bene, sono contento.”

Poi più tardi, fra il fumo e la musica assordante, ho visto una sua mano “non più sofferente” posata su di un culo rivestito di jeans nero, e dalla mia prospettiva non ho potuto valutare se si trattasse di un culo Santo Domingo oppure No – credo di No comunque – e in ogni caso da allora non ho più notizie di lui.

Per il resto.

Per il resto, quando sottolineo gli occhi con la matita – in occasione delle serate importanti – a volte mi succede di dimenticare di avere gli occhi truccati, e se mi stropiccio col pugno poi le palpebre si insozzano di grigio scuro. L’effetto è comunque gradevole, se non fosse per quei due o tre intellettuali e semiotici che per un po’ di trucco sulla faccia di un maschio sentenziano allegramente con la mano a paletta: “Quanto sei un ricchione”.

E poi cos’altro.

Uno si apre il blogghe con l’obiettivo di scriverci sopra tutto ma proprio tutto tutto, ed invece poi scopre che non è sempre praticabile, questa cosa di scriverci tutto ma proprio tutto tutto. Scopre che esistono dei paletti, che c’è troppa gente che ti conosce e che ti legge, molta più di quanto pensi, che ci sono troppi simpaticoni che quando ti incontrano ti fanno l’occhiolino e la battuta col sorrisetto.

E quindi niente, cosa volevo dire ancora?

Omissis.

i viaggiatori dei treni e altre cose

I viaggiatori dei treni usano il tempo del viaggio in treno per lunghe telefonate a voce alta. I viaggiatori dei treni pensano: tanto c’è tempo da spendere, spendiamolo a parlare al telefono, checcefrega. I passeggeri dei treni non pensano che parlare a voce alta abbia qualcosa a che fare con la maleducazione, perché la parlata al telefono a voce alta non rientra nel comune immaginario di maleducazione. Uno pensa: scaccolarsi col dito nel naso, è maleducazione, altroché. Io a volte mi scaccolo, solo quando non mi vede nessuno. Mai quando mi vedono tutti. E’ maleducazione – mi chiedevo – quando non ti vede nessuno? Boh, non lo so. Non è maleducazione – invece, si pensa, nell’immaginario – telefonare alla mamma dal sedile del treno per chiederle di scongelare la carne di vitello che così per stasera è pronta, e poi dopo cominciare una conversazione di quaranta minuti su quanto è stronza la Teresa, ma come Teresa chi, Teresa l’amica della Franci, una che si atteggia a donna di classe con gli amici della Teresa, ed in particolare col Pepi, il fratello della Cosa lì che non mi ricordo come si chiama, massì mamma hai capito, quello che entrato in Finanza, e che se non ci credi chiediglielo alla Franci stessa se è vero o non è vero che la sua amica Teresa è una grandissima stronza, eccetera eccetera per quaranta minuti.

E poi vabbè, lasciamo perdere.

E poi ci sei Tu – tra le altre cose – che quando mi guardi così mi sembra di essere molto migliore di quello che sono, mi sembra di essere uno che non sono io, certe volte quando mi guardi io quasi mi sento uno molto meglio di me. Poi invece mi guardo allo specchio e sono proprio io.

E poi cos’altro.

E poi vabbè, domani si laurea Billigiò.

Oltre agli scannamenti ed alle processioni di rito che avranno luogo domani mattina per le vie di Bologna, pubblicizzo qui la serata della festa di dopodomani in onore dell’ingegnere Billigiò – visto che così mi viene chiesto dalla regia e visto che è aperta al pubblico tutto indistintamente – festa che si terrà sabato sera al Covo di Bologna, col concerto dei Thousands Millions, band di amici e compari salentini che paiono ammericani e che se li ascoltate un paio di minuti sul loro myspace, sono sicuro che vi convincete immediatamente e che poi accorrerete numerosi al Covo col vestiario adeguato e con l’animo da groupie.

Dai, su.

ai tempi della scuola elementare

ai tempi della scuola elementare, dopo averti costretto con inaudite violenze psicologiche a portare in classe per l’ottomarzo dei rametti di mimosa per le tue compagne donne – che tu le guardavi e pensavi, il concetto di donna è veramente ampio – e dopo averti costretto con la forza a consegnarlo a chi volevi tu fra le compagne donne, anche se poi non era vero che le consegnavi a chi volevi tu perché c’erano sempre due o tre fra le ciofeche più clamorose della classe che restavano senza mimose sul banco, e allora qualcuno doveva comunque consegnare un qualcosa alle somme ciofeche  della classe, ti veniva spiegato dalle maestre (introducendo così il concetto molto democristiano del politically correct all’interno della scuola elementare) dopo che tutto sto strazio era finito dicevo, ecco che dopo una decina di giorni le maestre ti annunciavano orgogliose – credendo così di pareggiare il conto – che era arrivata la festa del papà.

Il pinolo col grembiule rimuginava seduto dietro al banco di smalto verde acqua: la festa del papà, cosa c’entro io con la festa del papà? Me la vedo da solo con mio papà, gli farò gli auguri per i fatti miei, ma cosa volete voi da me, maestre perfide e democristiane?

Ennò, ti spiegavano le maestre perfide – che avevano nella testa il concetto di parità, di equilibrio e di occhio per occhio dente per dente – ti dicevano No!, questa festa è dedicata a tutti i maschietti, e indicavano col braccio i pinoli grembiulati presenti seduti fra i banchi. Uno poteva obiettare che non era la festa del pinolo grembiulato ma la festa del papà – ed io in effetti protestai – ma la maestra mi spiegò che bisognava celebrare i maschietti esattamente come si erano festeggiate le femminucce qualche giorno prima (maschietti, femminucce, diminutivi del cazzo) perché noialtri maschietti un giorno lontano saremmo diventati anche noi dei papà, e quindi meritavamo di essere celebrati adeguatamente e solennemente in vista del nostro futuro da genitori.

Voi provate a dire ad un bambino di sette anni che lui è potenzialmente un papà – un bambino come me per esempio – che a sette anni non è che avessi ben chiaro nella testa il concetto di spermatozoo, a quei tempi avevo solo un concetto molto vago di spermatozoo, ma a causa di questo concetto vago nella crapa mia di bambino, e a causa di questa improvvisa responsabilizzazione inculcataci dalla maestra, vi dico che un giorno lontano nella metà degli anni ottanta tutto grembiulato com’ero, durante la ricreazione ho cominciato a camminare impettito fra i banchi con un pesante senso di responsabilità addosso, e mi sentivo tutto pregnante di concetti vaghi di spermatozoi e di potenzialità procreative al punto che ero convintissimo che se mi avessero spremuto, se in qualche modo mi avessero munto – non so da dove, non so esattamente come – certamente avrei stillato neonati a profusione lì sul pavimento.

Ecco, volevo dire, non si fa così, non si dicono ste cose ai bambini.

giovinetti di belle speranze

La giovinezza – in linea generale – non può mica essere una giovinezza di brutte speranze, deve essere necessariamente una giovinezza di belle speranze, e noi di conseguenza siamo giovinetti di belle speranze che vanno in giro in questo mondo dotati della adeguata speranza che si addice a dei giovanotti di belle speranze come noi siamo a tutti gli effetti.

Detto questo.

Detto questo, ieri sera ero seduto all’ingresso di un cinema del centro di Bologna, e avevo il mio amico Bollo con me, e tutti e due ci rigiravamo nelle mani i biglietti appena acquistati per l’ultimo spettacolo della serata a sette euri virgola cinquanta cadauno, in attesa di entrare in sala.

– Noi si paga il biglietto tutto intero, in pratica.
– Il biglietto intero, certo.
– Eh, non siamo mica militari.
– Non siamo neanche anziani. E non siamo studenti.
– Cioè, io sarei studente ancora per poco, ma tanto qui non esiste nessuna riduzione studenti.
– E non siamo bambini.
– Non siamo bambini, certo.
– E neanche handicappati.
– Niente. Non siamo niente.
– Non siamo niente di niente.
– …
– …
– Si però io ho sete, cazzo.
– Eh, hai sete.
– Però  non voglio versare ulteriori tre euri al barista. Non voglio.
– …
– Io vado a bere al cesso.
– Ma dai.
– Io vado a bere al cesso.
– …
– Così magari mi prendo una malattia, divento handicappato e la prossima volta entro con la riduzione.
– Ecco, bravo.

Tralasciando il fatto che i lavandini dei cinema del ventunesimo secolo non sono fatti per bere, ché devi tenere conto dei sensori ad infrarossi che si azionano soltanto se infili tutta la testa sotto al rubinetto,  per cui è molto più facile farsi uno shampoo in un lavandino del cinema del ventunesimo secolo piuttosto che bere un sorsetto di acqua, e tralasciando il fatto che per bere da questi rubinetti è necessario l’ausilio di un amico – in questo caso l’amico Bollo – che ti aziona col movimento della mano l’infrarosso mentre tu ti lanci con la bocca aperta sotto al getto d’acqua, tralasciando tutto questo dicevo, noi giovinetti di belle speranze troviamo posto in sala e ci sediamo nelle puzzose poltrone di cinema del centro di Bologna.

Io e l’amico Bollo abbiamo il nostro canovaccio collaudato di argomenti di discussione, che sono più o meno sempre quelli da molto tempo. Lui mi parla del suo ultimo colloquio di lavoro dove non lo hanno preso, o dove ha scoperto che in realtà per “operatore culturale” intendevano la vendita porta a porta di lampade culturali e tappeti culturali o enciclopedie culturali, ed io invece parlo dell’inevitabilità della mia laurea; lui mi racconta le sue vicende di lavoratore non retribuito, ed io mi spanzo dalle risate secondo l’abituale protocollo. Quindi conveniamo entrambi sulla precarietà del mondo lavorativo odierno, su tutta una serie di disgrazie che ci capiteranno nel futuro prossimo, infine ci diciamo Vabbè e poi non ne parliamo più. In un certo senso, una catarsi.

Ieri sera i discorsi sulla precarietà e sulle disgrazie sono stati messi da parte per bestemmiare contro le poltrone di cinema del ventunesimo secolo, così strette e incollate le une alle altre da farci stare – ambedue giovini di belle speranze notevolmente lunghi di femore – schiacciati nelle poltrone puzzose come due sardine.

– Ste poltrone di cinema sono troppo strette, porca puttana.
– C’ho le ginocchia sulla nuca di quello davanti, in pratica.
– Eh, ma le avranno costruite nel 1920, ste poltrone qua.
– Eh, nel 1920, quando l’altezza media della popolazione era di molto inferiore.
– Eh già, poi è arrivato il benessere e siamo cresciuti.
– Eh già, il benessere.
– Meno male che i nostri figli..
– I nostri figli cosa?
– No, dico, i nostri figli non avranno certamente di questi problemi.
– Ah, dici, che senza benessere torniamo a calare?
– Eh, direi.
– Eggià, meno male che i nostri figli non avranno di questi problemi.
– Meno male per i nostri figli.
– Meno male.