I posti della tua vita sono quelli in cui vivi, mentre immagini come sarebbe vivere altrove. Le persone della tua vita sono quelle che hai attorno, mentre ipotizzi come sarebbe condividere il tempo con altre, e ne recrimini l’assenza. Il lavoro della tua vita è quello per cui ti impegni ogni giorno, e i giorni all’improvviso diventano anni senza accorgersene, mentre ti chiedi se forse dovresti cambiarlo. Il sapore della tua vita sono le difficoltà che ti fanno diventare una persona migliore, mentre nel frattempo desideri un’esistenza vita più facile.

E in fondo va bene così, incluse tutte queste domande, purché tu riesca ogni tanto a fermarti a respirare l’istante, e avere la consapevolezza che quell’istante che comprende tutto, è la tua vita. Averne la consapevolezza, e non sottovalutare niente, non minimizzare niente, ma celebrare tutto, e dare importanza a tutto, perché quello che ti scorre sotto gli occhi è davvero tutto: una mano che tocca il tessuto della tasca e accartoccia lo scontrino, la pioggia sul naso, la fame quando arriva ora di cena, l’attesa ad un semaforo, il tuo respiro quando sali le scale per tornare a casa.

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Poor listener

Una cosa  di me stesso che ho imparato in età adulta è che sono un poor listener. L’ho imparato da fatti oggettivi e da analisi comportamentali precisine e dettagliate alle quali mi hanno sottoposto.

Poor listener significa che perdo l’attenzione facilmente, che non ascolto con attenzione per lungo tempo. Teoricamente sarei in grado di farlo ma la mia testa non lo sopporta. Uno dei motivi principali è la mia intolleranza alla lentezza logica: è come se nella mia testa fosse montata una RAM particolarmente potente che non mi fa sopportare i flussi logici della maggioranza delle persone – della maggioranza, non di tutte. Quindi con la testa vado oltre giungendo a conclusioni in attesa delle conclusioni del mio interlocutore (quasi sempre identiche alle mie, mentre vorrei tanto essere sorpreso o smentito), oppure penso ad altro. Quasi sempre penso ad altro.

Però questo non è disinteresse. Anzi mi interessano molto le persone. Tutte le persone. Tanto che perdo l’attenzione anche perché – appunto – mi interessano le persone, sono curioso di loro, della loro figura, piuttosto che affascinato da quello che dicono.

E se quindi mi trovo – per esempio – in una riunione con una persona, e questa persona parla, allora mi capita di non ascoltare quello che dice ma di pensare ad altro provocato dall’immagine di questa persona che parla.

Mi distraggo speculando sulle cose che questa persona ama, su chi possa avergli stirato il colletto della camicia, o quando ha scelto quella gonna: che giorno era, con chi era. Mi distraggo pensando cosa i suoi genitori speravano diventasse, questa persona, quando era ancora piccola e piena di potenzialità. Mi distraggo pensando se la persona ne ha ancora, di potenzialità nascoste da qualche parte, o se e’ tutto già finito per lui/per lei. Mi distraggo pensando come potrà essere spendere molto tempo con questa persona, all’interno della stessa casa, se piacevole o spiacevole, e in entrambi i casi, in che senso, entro quali limiti. Quali saranno state le sue gioie più grandi, e quali motivi siano dietro alla sua soddisfazione del momento. C’e’ qualcosa che lo fa/la fa fremere davvero? Per cosa si incazza? Come sottolineava i libri da studente? Con la matita o con l’evidenziatore? C’e’ qualcuno che prova dell’interesse sessuale genuino nei suoi confronti? Cosa mangia a colazione? Resta con gli occhi aperti a pensare prima di dormire? Come saranno le sue mani da vecchio? Dov’era il giorno che ha imparato ad andare in bicicletta?

Le metropolitane impaccate di gente delle metropoli, con i passeggeri pressati guancia a guancia. E più in generale i posti con altissima densità di persone, dove le facce sono così tante che osservi copie delle stesse persone o perlomeno dello stesso tipo di persone.

Quanto meno importanti ti paiono le parole dette o le sensazioni sentite, in posti come questi, e molto meno uniche, perché delle parole e delle sensazioni sei certo – è evidente – ne esistono tante copie così come esistono tante copie di labbra, taglio di capelli e vene sul dorso delle mani.

tutta l’infelicità dell’uomo

Viene attribuita a Blaise Pascal la frase

Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dall’incapacità di starsene nella sua stanza da solo.

Non so dire se “tutta l’infelicità” ma certamente è causa del molto del perdere tempo con gente che non vorresti vedere, molto socialnetworkismo molesto, molti amori che non sono amori, molti interessi che non sono interessi ma che in fondo servono soltanto a stare insieme.

E d’altra parte, ad essere capace di restare tranquillo in una stanza da solo – come sei sempre stato e come sei capace soprattutto adesso – si finisce ad essere esclusi da tanti bisogni mainstream e delle loro conseguenze di socialità compulsiva. Non cerchi gli altri con insistenza. Non ne hai bisogno. Non ti capaciti di come la gente sia disposta a perdere tempo pur di evitare la stanza da soli. All’ora di pranzo attendi che si faccia abbastanza tardi per non trovare nessuno che conosci ai tavoli, così da poter mangiare da solo o magari sfogliare il libretto che ti hanno regalato, nascosto tra piatto e bicchiere.

Per scrivere di più e in modo più incisivo, avrei bisogno soprattutto di qualche insoddisfazione o dolore, che al momento non ho. Eh, quanto ispirano le insoddisfazioni e i dolori. Oppure al contrario di gioie insopportabili, che al momento – se pure arrivassero – schiverei con cura. E’ questa dunque la saggezza? Essere capace di restare impassibile agli eventi ma più o meno soddisfatto? Come una linea continua orizzontale? Come un semaforo inceppato sull’arancione?

Ma solo a me le facce speranzose e impegnate dei palestranti di Gennaio – quelli che spariscono a Febbraio ma ricompariranno al Gennaio successivo – un po’ fanno sorridere ma soprattutto fanno diminuire la fiducia nel genere umano e quindi di conseguenza – per associazione, per esagerazione – pure nella democrazia? Solo a me viene in mente il delirio divertentissimo di togliere il diritto di voto ai palestranti di Gennaio?

ciao aspirante studente universitario

Ciao aspirante studente universitario che di solito in questo periodo ti lamenti dell’esistenza dei test di ammissione universitaria, che secondo te non dovrebbero esserci, che secondo te tutti tutti tutti dovrebbero avere il diritto di studiare quello che vogliono, che secondo te non e’ giusto che la vita di una persona si decida tramite un centinaio di risposte date in pochi minuti, che secondo voi e’ un test anonimo che vi priva della vostra identità eccetera eccetera.

A parte il non senso dell’affermare che la selezione verso i vostri sogni non dovrebbe essere all’ingresso, ma dopo, cioè una volta laureati e inseriti nel mondo del lavoro, visto che nel favoloso mondo del dopo esiste un plotone di gente come te (ma qualche anno più grande e con una laurea in tasca) che si lamenta di non riuscire a trovare qualcosa di adatto al proprio profilo formativo (brrr..).

A parte il fatto che produrre gente che si lamenta non e’ affatto gratis ma costa molto (no, non parlo delle tue tasse universitarie, quelle coprono solo una piccola parte dei costi totali) e il beneficio di questo sforzo economico per lo Stato – attualmente – e’ solo avere in giro ulteriore gente che si lamenta e che nei casi peggiori pretende una soluzione. A parte che nessuno si lamenta seriamente della mancanza di laureati, tranne i folli compilatori di tabelle comparative tra l’Italia e altri Paesi. A parte il fatto che negli anni ho conosciuto tantissimi studenti stranieri che hanno cambiato nazione pur di inseguire il proprio sogno, l’ultimo giusto la settimana scorsa, un trentaduenne israeliano che si e’ fatto il culo per anni in una fabbrica per mettere da parte i soldi e perfezionare una lingua e un alfabeto a lui sconosciuti ed ora – a trentadue anni – e’ orgoglioso di essere al primo anno di medicina, e te lo racconta con le palpebre che gli calano visto che nel frattempo continua a farsi il culo e lavorare per sopravvivere.

A parte tutto questo, e anche ipotizzando che quanto appena scritto sia tutto sbagliato, e ignoriamolo per un momento.

Ecco, resta il fatto che nella vita e’ assolutamente normale trovarsi in momenti cruciali,  momenti nei quali la tua vita viene decisa in pochi istanti, ed e’ normale che alcuni arrivino impreparati e non ce la facciano, ed e’ anche normale che alcuni arrivino preparati ma poi si caghino addosso dalla paura, fallendo causa assenza di sangue freddo. Ed e’ normale che il sangue freddo – o le “palle”, il “polso” o come vuoi chiamarla sta cosa – nel corso di una vita ti faccia andare più avanti di altri.  Ed e’ anche normale fallire – seppure fino ad ora ti hanno raccontato tutt’altro. Quindi No, non e’ assolutamente ingiusto, o irreale, o spersonalizzante: e’ soltanto un piccolo assaggio di realtà che ti viene offerto, caro aspirante studente universitario, prima di cominciare una pausa (dalla realtà) che durerà qualche anno.