ma davvero

Ma davvero dei bravi ragazzi, sti ragazzi che c’ho in casa. Ti lavano la padella e ti chiedono Ma Dimmi Un Po’ l’Italia? E io che di solito non ho voglia di vedere facce, ad averli intorno al tavolo c’ho piacere a parlare, un po’ di piacere mi viene in superficie, e parlo.     

Ma Dimmi Un Po’ L’Italia, ti chiedono, e prima o poi finiamo sempre a parlare di mafia, che alla fine si parte dalla monnezza per arrivare ai calcestruzzi c’è sempre qualcosa da dire da lasciarli a bocca a perta, e se Roberto Saviano è in ascolto sappia che le sue vendite impenneranno anche nel duemilaeotto in Olanda sarà anche per merito mio.        

Il ragazzo lungo che vive al piano di sopra, e la sua ragazza lunga, entrambi alti e biondi e ossuti, di questa delicatezza complessiva che li prenderesti per uno spot dei jeans, ste gambe lunghissime che ti paiono tre metri di tessuto blu che foderano culetti nordici impercettibili. Io poi non mi rendo conto che loro in fondo sono lunghi proprio come me, io che a immaginarmi dall’esterno mi immagino sempre più basso e piccolo, e invece sono tra i più alti della casa. Nel frattempo la coinquilina lesbica consuma un budino col suo amore catamarano, affondate entrambe nel divano, e la rima non la volevo fare ma è venuta così.       

(io sorseggiavo piano/un vino sudamericano…va bene, la smetto)          

Oggi c’era il sole alle otto di sera, e mi hanno chiesto se ero contento che fra qualche mese avrei avuto il sole anche alle dieci e mezza di sera, e io non sapevo che rispondere, ché qui non si tratta di essere contenti oppure No, ché la felicità è solo un ipotesi scritta a matita su di un pezzo di carta, un pezzetto di carta appallottolato nella tasca dei pantaloni, e se vogliamo dirla tutta qui c’è solo da essere pronti, e per quanto mi riguarda sono pronto – mi sento mediamente pronto – e le ipotesi per confermarle poi c’abbiamo tutta la vita davanti.

allora

Allora, per capirci, da domani chiunque muoia avrà in suo onore un rinvio delle partite di calcio. Tipo che se muori di infarto facendo la fila alle poste, epperò c’avevi la sciarpa da tifoso in macchina, troveranno certamente il modo per correlare questa morte con la violenza negli stadi, e ti verrà dedicata una partita annullata e un minuto di silenzio con la fascia nera al braccio. In fondo sono già riusciti a farlo con il ragazzo ucciso in autostrada per la pallottola del poliziotto folle, ci sono riusciti oggi con il ragazzo investito per sbaglio da un bus in retromarcia, ci riusciranno anche domani con il primo uccellino che in volo sgancierà una cacazza acida nell’occhio del primo tifoso che guarda le nuvole e ne causerà la congiuntivite. Quindi sospenderanno la partita della squadra del tifoso ma anche quella della squadra dell’uccellino, e la squadra dell’uccellino verrà identificata attraverso il colore delle penne del volatile. 

Io leggo ste cose e mi incazzo – e non è la prima volta – meno male che questa volta vedo che anche Dave ci mette due righe, che sennò finisco per sentirmi un piccolo scemo che parla di cose immaginate.

volevasi segnalare

Io me li immagino proprio bene, questi redattori con le sopracciglia depilate e la voce gne gne, mentre scrivono un articolo per stabilire chi è la donna meno sexy del mondo. Che poi che razza di primato è mai questo, vai a capire. Me li immagino proprio bene, chiusi nei loro uffici al trecentesimo piano di un palazzo a new york, mentre ticchettano sul computer, poi magari ridacchiano e pranzano con le verdurine sceme condite all’olio invisibile. Anche a loro, come gia’ scrissi un’ altra volta, mi viene da dire: ma venite a chiedere a me, invece di scrivere un articolo, che ve le presento io, ve ne porto interi plotoni, certe muffe che non avete nemmeno idea, certi cocomeri umani che non potete nemmeno immaginare.

ad un certo punto

Ad un certo punto c’erano le oche che volavano di fianco alla macchina, dalla parte del mio finestrino, e io volevo correre assieme a loro. Queste due oche che andavano veloci con il becco allungato in avanti e dietro le nuvole grigie cariche di neve. Le oche in volo il giorno di Pasqua raggiungono gli ottanta, ottantacinque chilometri orari, per la cronaca. E poi deviano verso il lago, e se ti impunti di seguirle anche lì finisce che ti suicidi.

E suicidarsi così, il giorno di pasqua nella pianura olandese, mentre guidi su di un filo di asfalto che si insinua fra due specchi di acqua tremolante per il vento, potrebbe essere anche pittoresco tenuto conto che c’è un paesaggio intorno mica male – hai un direttore della fotografia chiuso nel bagagliaio? – sulla guida si affermava che avremmo trovato paesaggi desolati e io volevo trovarla per forza sta desolazione, ma dicevo, suicidarsi così sarebbe una cosa che poi un giorno ti ricorderebbero come quello che inseguiva le oche nel cielo, anche bello per carità, però diciamo che non mi sembra il caso.  

La prima pasqua lontano dal paesello e dalla famigghia, uno pensa chissà cosa, e poi invece No.

pascua in paese basso

Prima di lasciare l’ufficio per questo lungo fine settimana di pasqua, ho stupito tutti i presenti ipnotizzando un gallo sul davanzale della finestra. Ho già detto che abbiamo sto galletto che entra dalla finestra, no? Lui entra e becca la sua colazione di semini ogni mattina sul davanzale di marmo, e poi quando vuole uscire becca il vetro. Quando vuole rientrare becca il vetro, quando vuole uscire becca il vetro. Semplice, solo che se sei impegnato in altro devi fare in fretta sennò quello ti infastidisce con il suo tic tic tic.

La signorina è sotto la doccia, sono andato a prenderla giovedì di notte ad Amsterdam. Sulla strada credevo di morire per un piatto di tortelloni verdi olandesi, di quelli che devi tenere a bollire per quattro minuti esatti, solo che io non avevo un orologio e mi sono basato sulla durata di una canzone del lettore mp3. Quattro minuti, più o meno, mi sono detto. La signorina è sotto la doccia, e qui fuori c’è il cielo dell’Olanda con la grandine. Ma dieci minuti fa era il sole che andavano chiuse le tende. E venti minuti fa la pioggia. E ieri la neve, e poi il sole, e poi la grandine, e poi il sole. Qui dicono che Marzo «muove la coda» o «scodinzola» e io davvero non avevo mai visto mutare le condizioni metereologiche così velocemente e così tante volte nell’arco della stessa giornata. Il problema è che arriva la sera con la sensazione che sia passato un mese intero.    

Adesso la signorina è stata costretta dal sottoscritto a cercare una destinazione per domani mattina, la santa domenica di pasqua. Io non ho voglia di prendere inziative, ma sono disposto a lamentarmi di luoghi che non mi piacciono e guidare la macchina nelle lunghe strade pianeggianti del Paese Basso, che non è basso mica per niente.           

Nei tempi morti, ci si stupisce dei narcisi fioriti nel prato sotto la mia camera, e ci si chiede perchè solo nel prato che vedo dalla mia camera e non in tutti gli altri.

vivere in un paese

Vivere in un paese dove l’ubriaco che investe e uccide due ragazze viene mandato ai domiciliari, non è bello, perchè non è giusto.  

Però: vivere in un paese dove l’ubriaco omicida – che lo dice la legge, può stare ai domiciliari – poi viene trasferito in galera a seguito di tutte le polemiche e della cagnara che si è sollevata, è proprio un paese di pupazzi di cacca, diciamolo. Voglio dire, se la legge lo permette, se la legge dice che può andare ai domiciliari, allora è li’ che deve andare. Dice: lo ha chiesto lui di andare in galera. E allora? Mica si va in galera per richiesta. È una cosa schifosa che la legge permetta questo, ma non sono mica i titoli indignati dei giornalisti che devono decidere cosa va bene e cosa No. La legge è sbagliata: embè? Siamo ancora ai tempi dei romani col pollice verso? Ma vi rendete conto dell’assurdita’ della storia?

percorro in questi giorni

Percorro in questi giorni l’intera filmografia di Monicelli – sempre per quella storia dell’essere italiano «da lontano» – e molti di questi film sono ambientati negli anni 60. E allora stavo pensando: fossi nato negli anni 60? Sarebbe stata una tragedia, ho pensato. Ma una tragedia.   

Già oggi, con tutta la prospettiva storica che si dovrebbe avere dopo quasi dieci anni nel millennio nuovo, i miei coetanei mi fanno vergognare di un certo numero di cose, dal conformismo integralista all’alternativismo militante. Ma fossi nato negli anni 60 sarei morto all’istante, praticamente. Ascoltavo le canzoni dei Rokes (ma che colpa abbiamo noi se non siamo come voi) e dei Nomadi (chi vi credete che noi siam per i capelli che portiam) e giungo alla conclusione – ed ero giunto a queste conclusioni già tanto tempo fa ogni volta che ste canzoni sono state passate alla radio – che il conformismo giovanile italiano ha proprio radici profonde. E’ proprio radicato dentro la cultura, scavato e cementato. Piazzato al centro. Una colonna di certezza irremovibile.   

Gli anni 60 hanno proposto lo stereotipo del giovane italiano che non dice niente, che è il nulla, solo che si cresce i capelli e suona la chitarra e che si scaglia contro ipotetiche critiche lanciate al suo indirizzo.  

Quando per strada noi passiam  
Voi vi voltate per guardar   
Ci vuole poco a immaginar  
Quello che state per pensar
  

Che poi è un po’ come quelle ragazze che "vuoi dire che ho il culo grosso? ma guardati te, guardati!" quando ancora non hai aperto bocca. Di canzoni autoreferenziali sulla stessa solfa ce ne sono tantissime. Ma proprio a pacchi. Dove c’è il giovane che si lamenta di ipotetiche esclusioni e derisioni della società. Solo che lo fa in prima serata sulla televisione di Stato democraticacristiana. Che è un po’ come dire, per fare un esempio, quei ragazzi che battono le mani nel pubblico delle trasmissioni, quelli che servono a fare la parte dei giovani, ecco bravi mettetevi qua vestiti da giovani, magari con una cresta e un orecchino al sopracciglio ma sempre sorridenti e puliti, così i pensionati da casa sprofondati in poltrona pensano quanto sono giovani questi giovani. E infatti poi ste canzoni erano tutte fondate sul Noi, Voi, Voi credete che Noi siam, se non siamo come Voi, Noi Voi, se non pensiamo come Voi, che colpa abbiamo Noi.        

A vedere queste cose si capisce che un Paese conformista non lo si costruisce in un attimo, serve il lavoro certosino che parte da lontano. Servono i giovani disposti a recitare la parte dei giovani (vi chiamiamo capelloni, e santiddio non voglio vederne nemmeno uno coi capelli corti, capito?!?) e poi magari qualcuno che ti mette un po’ paura (ma sempre entro i limiti) al pensionato che guarda la tv a casa con il tovagliolo a bavetta per non sporcarsi di pastasciutta. E le cose non cambiano mai, un Dj Francesco che zompa vestito da pirla è un po’ come il batterista dei Nomadi che si sforza di fare le smorfie davanti alle telecamere. Poi i puristi si indignano ma insomma, il video dice tutto. Si può dire che questa è storia, che sono miti della musica, ma le immagini del batterista dei Nomadi davvero non sono paragonabili – quanto a giovanilismo sforzato – nemmeno al peggior Jovanotti dell’epoca d’oro.         

E poi negli anni le cose continuano sempre allo stesso modo: nei miei anni 80 da bambino ricordo che a carnevale i genitori ti vestivano da «punk». Ti strappavano un paio di jeans al ginocchio e ti drizzavano i capelli col gel. I punk, capito? Perchè un paese-balena irremovibile è capace di masticare digerire e cacare tutto. Tutto sotto controllo. Tutto che diciamo noi come dove e quando. Poi inviti Brian Molko e quello giustamente ti spacca tutto davanti al pubblico di incravattati, e per un momento vedi il cortocircuito fra due culture troppo diverse.

   
Dice: ma che cazzo ti è preso oggi con sta storia dei giovani? Non lo so, non lo so. Sto pensando ai monaci tibetani uccisi per le strade, davvero. Giuro, sto pensando ai monaci tibetani. Ci sono proteste in Italia, adesso, per tutti sti monaci trucidati? Pare di no, vero? Sto pensando a cosa ha scritto Leonardo su questa cosa, e oggi mentre tornavo a casa c’era un sole che si specchiava sull’asfalto bagnato e non mi faceva vedere nulla. E ho partorito tutta una serie di pensieri che poi andavano a finire – non so come, mischiandole con Monicelli – a queste considerazioni. Mi ricordo solo il punto di partenza e il punto finale, ma non tutto quello che c’era in mezzo.    

Pazienza.