Arrivato alla mia veneranda eta’ mi capita – ed e’ la prima volta – di fare un viaggio di due giorni nella mia regione per motivi di lavoro.

E di parlare di lavoro mentre fuori dalla finestra, proprio alle spalle del mio interlocutore ci sono pini marittimi che conosco bene, si avverte l’odore della resina in quel modo che conosco bene, le erbacce appena più lontano crescono ai cigli della strada in un modo che conosco bene, Aprile vuol dire già estate e asfalto e marciapiedi che odorano di cemento caldo in un modo che conosco bene.

 

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epic fail

Dunque: se la gente storce il naso perché sei tra le ministre giovani e carine e un curriculum che non giustifica completamente il ruolo assegnato, tu che fai per peggiorare la situazione? Appari sulla copertina di Vanity Fair e se ti intervistano parli di amore.

si chiama rinforzo positivo

Nell’educazione di un bambino o di un cane si chiama rinforzo positivo quel meccanismo per il quale un’azione viene “rinforzata” se – dopo l’azione – segue una gratificazione immediata, come per esempio un biscotto per il cane se ha eseguito l’ordine correttamente.

E così, se tu sorridi e mi piace vederti sorridere, appena dopo qualsiasi cosa io abbia detto, io finirò per ripetere più spesso quel qualsiasi cosa in diverse varianti e declinazioni, solo per vederti sorridere. Sembra divertente, ma in questo modo potresti creare un mostro, significativamente più scemo di quello che è, “rinforzato” dai sorrisi. Tienilo presente.

Sarebbe troppo lungo spiegare i motivi per cui sarebbe essere meglio governati da chi riesce a portare a casa un guadagno – almeno – nella media, se non poco più, e sarebbe troppo lungo spiegare i motivi per cui non non mi fido di chi governa un Paese e fino all’altroieri guadagnava zero (così come di chi guadagna enormemente di più della media, del resto).

Raccontarsi che contano i risultati che uno riesce ad ottenere indipendentemente dalla ricchezza non ha senso. Perché già riuscire a mantenersi sarebbe un risultato da ottenere. E quindi nel curriculum, deputato che guadagnavi zero fino all’altroieri, già mi fai intravedere un obiettivo non raggiunto.

E va bene, se si deve viaggiare cosi’ a lungo in auto e non mi vuoi far guidare – collega – allora mi siedo dietro. Però non aspettarti conversazioni, con il tablet dei tuoi figli giocherò per tanti chilometri francesi fino a farmi venire la nausea. Smetterò appena prima di vomitare, farò un po’ di conversazione e subito ricomincerò.

Certe strade periferiche di Parigi sono talmente esotiche che trovi i comitati elettorali per le presidenziali del 2014 in Algeria.

Certi formicai di metropoli ti paiono interessanti – o leggermente più interessanti della media – quando noti particolari specifici.

Come le tre amiche quindicenni che rientrano a casa chiacchierando agitate e scomposte come fanno le quindicenni di ogni luogo della terra. Solo che loro lo fanno esattamente li’, nel mezzo del formicaio della metropoli, e allora ti chiedi in che senso la loro personalità sara’ stata influenzata da questo. Vorresti scrivere un manuale esatto delle affinità e divergenze tra te e loro – avendoci molto tempo da spendere sulla cosa – seduto ad un grande tavolo di ciliegio, mangiando cioccolata e nelle pause della scrittura giocare a calci di rigore da appartamento con una micropalla che non rompa i vetri.

E invece sei li’ che dondoli al ritmo dei semafori francesi seduto al sedile di dietro e gareggi in un videogame su piste di Dubai, che leggi il nome della receptionist dell’albergo sulla targhetta, le bandiere sulla targhetta ad indicare le lingue di cui e’ capace (italiano incluso ma non ti va di verificare); cerchi di immaginare dove ha imparato tutte quelle lingue e per quale motivo, se ‘e contenta di lavorare li’, cosa pensa di me che ho dimenticato la carta di credito a casa, dove vive, in quale buco di questo formicaio, se fa colazione a casa oppure in albergo.

Da tempo sei convinto che la parte più difficile di questi viaggi non sia la strada da fare, le informazioni da dare o la professionalità da dimostrare, quanto piuttosto le le pause in cui sei costretto a parlare con gli altri, che non vorresti farlo, e gli argomenti da trovare per parlarci, che non li trovi.

Un bambino che abita a pochi metri da casa mia ha i genitori che viaggiano spesso per lavoro. Non l’ho mai incontrato e non so chi siano i genitori. So solo dove abita, perché sulla porta di casa fa appendere i suoi messaggi per dare il benvenuto a chi torna.

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