stesi a pancia in sù

Stesi a pancia in sù, io e la Meisje a discutere sul titolo di Baricco, Oceano Mare, che secondo lei suona bene e non da fastidio, secondo me invece non vuol dire nulla, come non significherebbe nulla Imbarcazione-Nave o Pianta-Albero.             

Di tanto in tanto si sentono di giovani in salute che all’improvviso si accasciano e muoiono. Io sta cosa mi fa diventare isterico, che è un tipo di morte che la vedo bene addosso, e dopo poi mi devo informare e voglio sapere cosa è successo esattamente, e voglio conoscere i dettagli dell’autopsia. Non ho particolari vizi, e il mio equilibrio diventa sempre più stabile. È normale quindi che un’ isteria, ogni tanto, devo pure farmela venire.             

La Meisje monta l’albero di Natale, io la aiuto e aspiropòlvero via i frammenti di albero sintetico sul pavimento. Seguirà certamente foto. La declinazione aspiropòlvero è un’invenzione del momento, e me ne complimento con me stesso.            

Pensavo che quelli dell’Ikea – va bene, multinazionale eccetera eccetera – alla fine non fanno pubblicità ingannevole, le foto dei divani sono uguali ai divani che ti monti (non come le pubblicità dei panini, o dei gelati), se serve sostituiscono qualsiasi cosa e i costi sono quelli per davvero, non come i piani telefonici o le maionesi dei fast food.                

Chi ha messo la foto di Samuele Bersani sulla pagina di wikipedia, gli vuole male, ché sembra un geco con la miopia. E con l’anemia. Baricco direbbe Patologia Ematica-Anemia. E si vede infatti che ha tutta un’altra poesia.

update: foto.

paura, eh?

Allora, ormai sono giorni che corriere.it insiste su sta storia del calamaro gigante scambiato per qualcos’altro, che però poi si scopre non era affatto altro ma era proprio un calamaro. Nel video si vede cosa? Un calamaro. Un po’ piú lungo, forse appartenente ad una specie nuova – io non me ne intendo di calamari – ma chiaramente un calamaro. Diamine, è un calamaro. E loro invece prima titolano “mistero nel mare del Messico” e poi dopo qualche giorno – come se nel frattempo nel mondo si fosse scatenata l’ansia di sapere cos’ è in realtá quel calamaro che sembra un calamaro ma dicono non essere un calamaro – se ne escono con la notizia che, insomma, potete stare tranquilli, è solo un calamaro. Ma va’?

Però, siccome sono bacati fin dentro la coscienza, non si fermano qui ma esagerano. Spumeggiano. Il titolo è addirittura “Paranormale: sembrava un alieno ma era un calamaro” . Un alieno, capito? Tu vedi un calamaro in fondo al mare e cosa pensi? Che è un alieno.  Esagerazione nel titolo? No, perchè poi subito sotto scrivono che gli osservatori, in Messico, hanno creduto di trovarsi di fronte ad un “marziano”. Quindi non un alieno qualsiasi, ma proprio un marziano. Del resto si vede benissimo che quei tentacoli e quel capoccione da calamaro non possono essere di Saturno. Sono fisionomisti, quando si tratta di mostri alieni, i petroliferi messicani. E sta cosa del marziano, non è una battuta del titolo, poi la ripetono anche nel video. Quello che poi fa pensare è che cercando in giro su Google, la notizia è riportata in modo molto piú sobrio da tanti altri siti (in sostanza, dicono: forse è una specie nuova per via del numero dei tentacoli e del movimento particolare). Però evidentemente dalle parti di Corriere.it hanno delle fonti di informazioni speciali, qualcuno che è andato da loro – e solo da loro – a spiegare che un calamaro in fondo al mare è stato veramente scambiato per un marziano (perche’ non vogliamo credere si inventino le notizie a cacchio, giusto?). Qui il video del marziano.

mantenere la concentrazione

Ho un nuovo paio di jeans che se mi metto le mani in tasca e spingo nelle tasche, mi si apre la cerniera sul davanti. Siccome se parlo o ascolto mi perdo in me stesso e non penso a quello che faccio, succede che invece di parlare e ascoltare sto attento a non spingere nelle tasche, così la cerniera non si apre ma intanto non ho capito nulla di quello che mi viene detto.  

Poi invece poco fa salgo in cucina, e come succede spesso in questa casa portodimare, incontro qualcuno che non conosco, e come ogni volta dico Ahi, oppure Ehi, e cominciamo a parlare. Stavolta dovevo lavare numero un piatto e numero una forchetta nel lavandino, ma nel frattempo parlavo con una ragazza mai vista prima, che parlava giuliva e mi spiegava della sua scivolata in bicicletta sul ghiaccio (siamo in Olanda, e fa freddo) e dei supermercati in Perù che non è come qui, lì sono aperti fino a tardi. Il collegamento fra scivolata e Perù l’ho perso a causa delle sue orecchie, due orecchie improponibili su di un ragazza in fondo anche carina. Due orecchie enormi e pendenti verso il basso. Non orecchie a sventola, che sarebbe troppo facile, ma qualcosa di espanso. Carne espansa nello spazio circostante. Mentre parlava la guardavo in faccia, in un punto preciso fra i due occhi, e mi sfrozavo di non guardarle le orecchie. È stato molto difficile. Ce l’ho fatta. Ma alla fine, anche in questo caso, cerniera oppure No (in questo caso No) non ci ho capito nulla. E comunque i supermercati in Perù – sennò chiudo un pezzo e non ho fornito nemmeno un messaggio che sia uno – chiudono tardi, più tardi che qui. E qui, invece, sappiatelo, in bicicletta di questi tempi sul ghiaccio, si scivola.

non so voi

Ma qui fiocchissimi di neve si conficcano negli occhi controvento.   

La mia mediterronicità si misura con il ritorno dell’inverno nordeuropeo. I tetti si imbiancano ed io mi spavento a pensare di dover guidare sulle strade sputacchiate di neve – strade peraltro sicurissime. Le strade sono lunghe, in Paese Basso, ma mai troppo, e dopo cento chilometri di solito sei arrivato dove avevi intenzione di arrivare.

Ascoltano musica anni 80, gli abitanti del Paese Basso, è come se si fossero cristallizzati in quell’epoca e non vogliano evolversi.La radio lungo l’autostrada sputtacchiata di neve manda per l’ennesima volta I want to know what love is. Che non lo sai se ti piace. Forse non ti piace. Però se avessi avuto diciotto anni negli anni 80, ti sarebbe piaciuta.   

Al ritornello verrebbe da prenderli in giro, sti olandesi fissati con gli anni 80. D’altra parte oggigiorno ci sono i concerti di Rhianna, e allora per essere al passo coi tempi dovresti andarci, a sti concerti di Rhianna. Invece tu, in preda allo sconforto musicale di non sapere cosa ascoltare oggiogiorno, ti porti in giro nel lettore l’album Freak di Samuele Bersani, e passi il tempo a scoprire i pezzi che a quei tempi non diventarono famosi. Belli.  

facebook, il manifesto

Premesso che un iscrizione a Facebook non è da escludersi, ma solo in un ipotetico futuro, se mai Facebook dovesse diventare indispensabile alla mia vita su questo pianeta.     

Premesso che parlare di Facebook non è cosa da poco, perchè significa parlare di comunicazione e di quello che sta diventando oggi la comunicazione, e di come tutto questo influenzi la nostra concezione di comunicazione (per noi che esistevamo anche prima di Facebook) senza contare che questo sarà più o meno il modello di riferimento per quelli che verranno dopo di noi (perchè non sapranno com’era la vita prima del social networking).        

Dichiaro che la mia opposizione a Facebook è dettata dai seguenti motivi:

Se non ci fosse, non ci sarebbe assolutamente bisogno di inventarlo.         
FB non aggiunge niente a quello che già c’era. Vuoi comunicare con qualcuno in particolare? Vuoi comunicare col mondo? Oppure solo con una ristretta cerchia di amici? Bene, hai la mail, Skype, Messenger, i blog (privati, o pubblici), gli spazi web gratuiti, i siti per caricare fotografie e video, siano essi privati o pubblici. Te li scelgli tu, come piacciono a te. La differenza è che con FB è tutto integrato in una sola cosa. Che poi vuol dire, in altre parole: ci sono molti più vincoli. Ma soprattutto: è un bisogno che ti è stato proposto. Non ne avevi bisogno, poi te lo hanno proposto ed hai pensato: cacchio, ne ho proprio bisogno! Lo voglio! Come i telefoni zeppi di optional che poi alla fine non usi. Non ne avevi bisogno, ma poi lo hai comprato lo stesso perchè era troppo bello. E adesso con FB i vostri dati sono tutti lì, non più sparpagliati nella marea di internet, ma belli incasellati e pronti per la consultazione. Contenti voi.        

Io di amici ne ho al massimo, ma proprio volendo stare larghi, una quindicina.           
Con FB invece si raggiungono le centinaia, se ci si lascia andare a considerare “amici” anche vecchie conoscenze, colleghi e il fratello della fidanzata della zia morta vent’anni fa in Lussemburgo. Una cosa bella di FB è che pure non essendo iscritto, posso vedere chi sono gli amici delle persone che conosco. Ed io so benissimo che alcuni fra quelli che vedo non sono nemmeno lontani conoscenti. Alcuni proprio si odiano. Il numero di “amici”, poi,  è una delle prime informazioni che ti danno, e sta sempre lì in evidenza.. Tizio ha tanti amici, mentre Caio qualcuno di meno, ma promette bene. Nasce il sospetto che per il Facebokkiano diventi una gara ad accumularne sempre di più. Nella mia vita normale non mi sono mai posto il problema di pensare quanti amici ho – tranne in questo momento – o quante persone conosco. È irrilevante. È qualcosa che fa parte dei telefilm americani, dove si parla della ragazza pon pon “popolare” confrontata con la “sfigata” che sta sempre nell’angolo che ha solo due altre amiche sfigate come lei.       

Ma che fine hai fatto? E come stai? E dove stai? Ma pensa te.      
E poi niente più. Voglio dire, puoi pure ritrovare il vecchio amico che non sentivi da dieci anni – questo lo concedo, può succedere, che bello – ma quanti degli amici ritrovati ti eri impegnato a cercare? Chi cerca trova: tu hai cercato? Li hai aggiunti ai tuoi amici perchè FB ti ha fatto nascere il bisogno di «cercare amici perduti» o davvero ci avevi provato in passato, di ristabilire un contatto con loro, e non ci eri riuscito? E quando li hai trovati, hai poi ristabilito un rapporto con loro oppure ci scambi frasi smozzicate in chat? Li hai poi chiamati al telefono, questi amici ritrovati? E adesso vi sentite come prima o è stata solo una carrambata di una sera? E se è stato solo un momento – ma magari No – però adesso questi mezzi sconosciuti verranno a spulciare ogni giorno nelle tue cose, e allora quello che scriverai, le fotografie che metterai, saranno influenzate da questo sbirciare, che per alcuni è anche compulsivo.             

Affezionato a certi ricordi, non mi va di barattarli con nulla.     
Ho pochi amici, alcuni li raggiungo con la voce via internet, mentre alcune persone – che ci sono cresciuto insieme – non le vedo quasi mai. Ci rivediamo una volta all’anno, oppure meno, e ogni volta, quando succede di reincontrarsi sono sinceramente felice di avvicinarmi a loro, di incrociare il loro lo sguardo, della pacca sulla spalla che ricevo, di quella che do,  dell’odore che riconosco e che riporta immagini agli occhi, della mezza ruga che scopro sulla faccia, e di tutto quello che è stato e che ho cristallizzato da qualche parte nella testa. Mi piace il reincontrarsi, mi ricorda la trama di Due di Due, mi pare giusto che le cose vadano così, e se proprio non è giusto – se anche potrebbe andare diversamente – mi piace che nella mia vita vada proprio così, che ci siano questi momenti. Mi piace ascoltare il racconto dei cambiamenti, riconoscere le espressioni facciali mutate nel tempo ma che in un certo senso sono sempre quelle. Mi piace poi dirsi Ciao che tanto prima o poi ci si rivede, e invece già lo sai che passeranno mesi ma anche anni, però comunque la prossima volta sarà bello uguale. Magari si può cancellare tutto questo tenendosi in contatto continuo (con relativo aggiornamento fotografico) e nessuno garantisce che sia sbagliato – fatelo pure, voi Facebookkiani – ma io ste cose voglio tenermele così come sono, e voglio sapere che negli anni potrà essere ancora così.              

Il tempo che porta via.           
Ore e ore. Va bene, tu invece lo sbirci solo una volta al mese. Però si dice in giro che FB porti via molto tempo, e che scateni un atteggiamento compulsivo trascinando verso la dipendenza. Se ho tempo, scrivo. O corro, o leggo. O studio. Soprattutto leggo. Mi manca solo diventare dipendente di un giochino succhia tempo.      

Siamo soli.            
Questo è un concetto filosofico: noi siamo soli, e saperlo fa un po’ male. È una cosapevolezza che si cerca di tappare con le pezze che si hanno a disposizione. La socialità compulsiva, le amicizie morbose – una volta era ciondolare al bar – adesso i messaggini, il social networking, il chatta chatta. Per alcuni queste sono solo delle pezze. Sono solo un rimandare il momento della consapevolezza, oppure per lenire il dolore di questa consapevolezza. Sono molte meno ore da soli con noi stessi, le ore che non va di sopportare. Gli amichetti virtuali, il plin plin dei messaggi che arrivano in chat, tutto questo aggrapparsi ostinatamente agli altri, sono analgesici che funzionano finchè ci credi. Io cosa posso farci, non ci credo. Non ci riesco. Cosa posso farci.           

+961% solo nel 2008, ma si sgonfierà.          
Però intanto siete stati i cerini di questa fiammata. E siete pronti per fare i cerini della prossima che prima o poi arriverà.  

e mica finisce qui, eh

«L’eccezione di un ambito chiuso dentro Internet che viene preferito a Internet, nei miei pensieri e’ destinato a essere superato domani. O cosi’ almeno intimamente spero. Ma non ditelo in giro.»


Questo quello che dice Mantellini su Facebook. Quanto a me, la mia battaglia inutile e solitaria non è certo finita. È solo che devo trovare cinque minuti per argomentare le mie considerazioni in modo circostanziato, anche se lasciarmi andare a sproloqui infondati e vaneggianti è comunque molto molto alta.

è proprio il concetto alla base, che è sbagliato

E poi, pensavo: non è che «non si può permettere che le stacchino il sondino che la alimenta altrimenti è come fosse un’eutanasia», non si dovrebbe proprio rispondere «No No, questa non è eutanasia perchè bla bla bla» e nemmeno dire che «se cominciamo ad accettare queste cose, se stacchiamo il sondino, finiremo per accettare anche l’eutanasia», ma invece, invece porca miseria, non dovrebbero staccare proprio un bel niente, ma soltanto chiedere e praticare una netta, chiara, pacifica, necessaria, eutanasia.