per due volte

Per due volte nell'arco della stessa giornata mi sono preso un “you are funny”. La prima volta da una collega, si parlava di cose serie, solo che poi comincio a scherzare, mi muovo e poi innesco la mimica facciale più di quanto dovrei. La seconda volta era di sera, mi trovavo sulla terrazza di una casa all'ultimo piano che si vedeva tutta Brùsselle, ad un barbecue dove conoscevo pochissimi nomi.

 

Per la prima mezz'ora sono rimasto nell'angolo che non avevo voglia di parlare con nessuno, poi mi sono convinto che non era giusto e ho cominciato a parlare con tutti. Il fatto è che come lo traduci you are funny? La verità è che lo traduci con: “sei uno scemo”. Mi muovo dalla trasparenza alla scemenza senza tappe intermedie. Potrei anche esistere nella moderazione intermedia, ma mi viene male, e di solito sono falso. Di solito, però stanotte per esempio No.

 

Quando anni fa raccontavo che mi sentivo in un vicolo cieco e non sapevo cosa fare e come fare, alcuni non mi hanno preso sul serio. Ma io lo sapevo che non mi trovavo in una bella situazione, epperciò adesso mi sento abbastanza un miracolato.

 

Ho visto Aniene di Guzzanti, ho visto Vuoti a Rendere, film ceco che parla di come il sottoscritto vorrebbe diventare vecchio.

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una delle novità

Una delle novità è che dopo anni ho di nuovo una televisione, che prende pure le reti Rai. Sul tg di Raidue ieri hanno mandato un servizio che assomigliava molto al movimento delle mani del prestigiatore quando dice “attenzione attenzione, seguitemi!” epperò alla fine, invece del coniglio, dal cappello veniva fuori che la strage in Norvegia è in qualche modo colpa di internet. Avete letto fino a qui? Be', assassini. 

scorgo da lontano oppure da vicino

Scorgo da lontano oppure da vicino esseri femminili che paiono interessantissimi e allora mi chiedo: non fossi io a girarci lontano, non fossero loro che pensano ad altro, cosa succederebbe? Mi troverei in una situazione pregna di conseguenze a lunghissimo termine, ecco cosa succederebbe.

 

Se gli sguardi e le intenzioni si incrociassero, ti rendi conto delle conseguenze a lunghissimo termine? E' come trovarsi sull'orlo di un burrone. Non è né bello né brutto (si spera bello però non sai mai) ma comunque è un burrone. Con potenziali conseguenze a lunghissimo termine.

 

Conosco Andima dal vivo, e mi annoto i suoi occhi allegri da italiano in gita – mai citazione fu più citazionata da me. Lui è persona con moltissime cose da dire, e di sti tempi e a ste latitudini, è cosa preziosa. Mi racconta anche di siliconi da spargere attorno al box della doccia prima che torni la sua ragazza.

 

Sei mesi fa ero altrove e non sapevo che sarei arrivato qui. Dove ho una vita smozzicata ma che comunque è una vita. Otto mesi fa mi immaginavo una vita in altri posti. Dunque è un esistenza piena di burroni. Da un momento all'altro ci cadi dentro e cambia tutto. Quello che ho – e quello che non ho – potrebbe cambiare da un momento all'altro. Potrei ritrovarmi fra tre mesi a parlare di siliconi da spargere sul box della doccia? Potrei, come No. Quando me ne rendo conto, inspiro l'aria che mi circonda, quest'aria provvisoria che mi circonda, e penso che va bene tutto.

 

Va davvero bene tutto. 

 

 

Ma di cosa lo condivo questo mio periodo di adattamenti a questa nuova vita smozzicata? Me stesso che mi leggi fra chissà quanti anni, ricorderai certamente che questi giorni di annusamenti fra te e Brùsselle erano conditi dai The Pains of Being Pure at Heart. Finalmente è uscito il secondo alburm, ma tu in quei giorni hai consumato soprattutto il primo fino all'estremo. Poi quando hai dovuto scriverne un post, hai preferito mettere il video di un pezzo che non è né nel primo né nel secondo album, ma nel mezzo, singolo orfano di tutto. Lo hai scelto per il video, per quella scena di due secondi del piccione che insegue l'altro piccione.

 

al piano di sopra

Al piano di sopra vive un infermiere gay libanese – ne ho già scritto – che fino al 2001 per colpa di suo padre politico importante libanese non aveva mai indossato un paio di jeans (libanesi, a sto punto). Uno che dichiara che lui non mangia quando è da solo, che per la tristezza preferisce saltare il pasto, e te lo dice stringendoti la coscia e confermandoti (casomai non l'avessi capito) che sei tanto tanto sweet. Ha due amici libanesi probabilmente altrettanto gay, e un armadio umano francese e ciccioso lui certamente gayissimo.

 

L'unica volta che sono stato a casa loro l'ho salutato (l'armadio) e poi non ci ho parlato più. Un armadio di carne bianchiccia e le tempie sudate e i polpacci enormi. Sono sempre stupito dalla gente con i polpacci enormi, saranno le mie gambe magre che mi fanno sembrare alieni tutti gli altri. L'ho ascoltato raccontare le differenze regionali della lingua araba in Nord Africa, e sul fatto che tali differenze si acuiscono se si parla di cibo. Poi niente più. Mai più visto, mai più sentito. Per settimane.

 

Poi stamattina trovo un biglietto infilato sotto la porta. Dice:

 

“Ciao, sono il ragazzo francese che hai conosciuto a casa di <nome dell'infermiere>. Lascio la sua casa, vado a vivere con degli italiani. Quindi se vuoi, ci possiamo sentire. Ti lascio il mio numero.”

 

Ed io che, a proposito di francesi, speravo di svegliarmi invece nel 1976, e di trovare sotto la porta un biglietto di Aurore Clément com'era nel 1976 in Caro Michele di Monicelli – c'è solo una foto disponibile e non rende neanche l'idea.

 

Ultimamente se resto in casa c'è il sole, se esco piove.

 

Oggi sono uscito, ho presto tantissima acqua. Però ho visto un re (cit).  

cose, 19 sette duemilaeundici

No, non sono mai stato a Napoli, rispondo all'ennesimo nordico che mi dice Ah l'Italia sono stato a Castellammare di Stabia. Non ti piace Napoli? Non è questo il punto: è che non ci sono mai stato, punto.

 

Potrei spiegarti della voglia di andare lontanissimo – una volta partito da casa nell'estremo Sud – potrei parlarti delle milioni di cose che non ho mai fatto dicendomi che tanto un giorno le farò, e adesso che sono parzialmente immaturito, parzialmente invecchiato, so benissimo che non farò mai.

 

L'estate più fredda della mia vita.

Brussèlle in certi momenti ha dodici gradi.

 

E c'è un direttore di una mega azienda dove lavoravo prima, uno che stava tipo quattro livelli sopra di me, che stamattina dal lavoro mi manda una mail. Non la manda solo a me, la manda a tre persone che conosce e che hanno nel recente passato lavorato con lui, e che però adesso lavorano a Brussèlle.

 

La mail dice: ehi voialtri! Siete tutti e tre lì in quel posto brusselloso – io, un britannico, un'italiana – perché non vi incontrate e vi bevete una cosa assieme? A parte il fatto che lo faremo: l'idea di questo personaggio americano che nel suo ufficio in Paese Basso si fosse fatto venire in mente un pensiero così, mi ha fatto pensare: sei una brava persona, vieni pure tu a bere una cosa con noi. Tu e tuo figlio di sangue americano che però oggi parla il barbaro molto meglio di te, ne parlavi sempre a pranzo, ne parlavi.

questa mattina

Nella foto, questa mattina a Frankfurt, mamma giapponese scatta fotografia a figlia giapponese con addosso la maglia della squadra di calcio giapponese.

 

Ché stasera a Frankfurt – quando io ero già andato via – si giocava la finale del mondiale di calcio femminile. Evento peraltro completamente ignorato dai media italiani.

 

Il primo goal americano è stato segnato non da un cerbero muscoloso accidentalmente di sesso femminile come un ignorante della materia si aspetterebbe, ma dall'attaccante Alex Morgan, che calciava benissimo con tanto di fermacapelli rosa sulla testa.