E’ che siamo tutti abituati a crisi circoscritte

E’ che siamo tutti abituati a crisi circoscritte temporalmente. Attacchi terroristici, terremoti, lutti. Qualcosa che succede in modo traumatico, e poi lentamente le conseguenze dell’evento sbiadiscono.

I cervelli e i media non sono abituati a reazioni calibrate sul lungo termine. E quindi, davanti al rischio di contagio i cervelli funzionano come sempre: la consapevolezza del rischio di contagio e’ il trauma iniziale, ed al trauma iniziale seguono immediatamente reazioni emotive anche esagerate. Poi gia’ dopo qualche giorno si comincia a dire: vabbe’ dai, e’ ora di tornare alla normalita’.

Ma questo ‘tornare alla normalita’’ ha senso quando l’evento traumatico e’ circoscritto nel tempo come il terremoto, l’attacco terroristico. Il rischio di contagio durante un’epidemia non segue lo stesso sviluppo: dopo una decina di giorni dal ‘trauma’ i rischi sono identici al primo giorno, se non aumentati. Quindi gli inviti al ‘ritorno alla normalita’ in questi giorni semplicemente non hanno supporto fattuale e razionale. Si passa in pochi giorni dal troppo al troppo poco. Non esiste logica nel chiudere le scuole una settimana a causa del rischio di contagio e discutere di riaprirle due settimane piu’ tardi perche’ ‘e’ ora di tornare alla normalita’’.  Viene chiamata voglia di  ritorno alla normalita’ quando in realta’ – a parte le difficolta’ logistiche ed economiche dei blocchi – il desiderio e’ quello di ignorare i fatti perche’ i fatti sono preoccupanti. Stessa dinamica che si osserva nella ricezione dei messaggi sul global warning.

Ah ma tu la pensi cosi’ perche’

Dopo essermi riprodotto, mi sono tornati in mente quelli che negli anni passati mi hanno detto cose del tipo ‘Ah ma tu la pensi cosi’ perche’ non hai figli’. Col messaggio sottointeso che dopo aver avuto figli avrei cambiato radicalmente il mio modo di pensare.

Ecco vorrei rivolgermi ad ognuno di loro per dire: non ho cambiato idea. Le cose che pensavo prima, le preferenze che avevo prima, sono ancora qui con me. Forse voi avete cambiato totalmente il vostro sistema di pensiero, siete diventati delle persone diverse (e la sensazione e’ che vogliate aggiungere, delle persone migliori?) dopo esservi riprodotte. Io invece purtroppo No.

Non me ne faccio neanche un merito: e’ solo una constatazione fattuale. Credo sia una caratteristica delle persone ansiose e riflessive quella di osservare gli altri, e proiettare le esperienze degli altri su se stessi: pensi a come reagiresti tu, a cosa proveresti tu, a cosa diresti, cosa sceglieresti, se ti trovassi nella stessa situazione.  Non hai davvero bisogno di vivere sulla tua pelle ogni esperienza per comprenderla (se sei ansioso e riflessivo). Quando invece sei dotato una personalita’ meno allertata, puoi davvero stupirti di avere meno tempo a disposizione, di avere nuovi timori sul futuro, nuove pulsioni di protezione. Ma solo dopo che ti succede. Prima, non ci pensi nemmeno. Ecco, la differenza sta nel fatto che l’ansioso ci pensa continuamente, a tutto. E quindi immaginate la sofferenza interiore nel sentirsi trattare con sufficienza (ah ma tu queste cose adesso non le puoi capire…). Sono ormai esentato da questo tipo di commenti – anzi ci si aspetta che distribuisca in giro il sunto della mia radicale mutazione interiore – pero’, ecco, tenete presente che li’ fuori ce ne sono altri, come ero io fino a pochi mesi fa.

Trattateli bene.

moralista

L’aggettivo ‘moralista’ ha un’accezione negativa solo nelle vostre teste bacate. Sul dizionario ‘moralista’ è chi “per carattere, per educazione o per cultura è portato a esaminare e valutare l’aspetto morale di qualsiasi questione o situazione”.

Se alla testa bacata risulta difficile capirlo, questo significa – concretamente – che il moralista non ruba perche’ lo ritiene sbagliato in base a valori astratti. Il non-moralista invece non ruba perche’ ha paura della punizione. Se non c’e’ punizione, o se e’ sicuro di non essere scoperto, il non-moralista ruba.

Il non-moralista e’ fondamentalmente una testa di cazzo (butta le carte per strada, fotte il prossimo, parcheggia in seconda fila) ma sotto sotto e’ consapevole di esserlo, perche’ i principi morali sono innati dell’uomo come in concetti di bene e male. Quindi un po’ ne soffre, quindi un po’ si sente inferiore. Allora per difendersi dai sensi di colpa, il non-moralista si e’ inventato la definizione di ‘falso moralista’: cioe’ decide arbitrariamente – lui che non segue nessuna morale perche’ pensa solo ai cazzi suoi – che quelli che seguono principi morali in realta’ fanno finta. Che sono ipocriti. Lo decide lui, per stare meglio.

Teste di cazzo.

ipocriti

Da bambino venivo trascinato in chiesa, e visto che ero obbligato alla presenza domenicale, ascoltavo attentamente i passi del Vangelo, le omelie dei preti.

Sbadigliando, ma ascoltavo.

Avevo gia’ deciso di non interessarmi alla religione, ma da otto-novenne quale ero, ero comunque costretto alla presenza. E allora ascoltavo.

I passi del vangelo, le omelie dei preti, esprimevano principi etici che in gran parte condividevo. Rispetto, misericordia, generosita’, l’integrita’ morale, il senso di comunita’, il fare del bene senza averne nulla in cambio. L’amare il prossimo tuo come te stesso. E se non proprio come te stesso, perlomeno ‘quasi’ quanto te stesso. O almeno amarlo un poco. Il non nominare Dio invano: che per uno non religioso come me, si traduceva in un ‘evita di parlare a cazzo di cane’.

Ma ascoltando tutto questo pensavo: come puo’ tutta questa gente che mi circonda ascoltare i passi del vangelo, dire Amen, tornare a casa? Io lo so, IO LO SENTO, che non vivono secondo questi principi.

Dalle vecchine che spettegolano tutto il giorno, alle madri che crescono figli egoisti, ai ragazzi prepotenti e incivili che vengono in chiesa solo per aspettare le femmine all’uscita. E che poi alla fine si sposano in chiesa per fare contenti i genitori. Sono io che mi sbaglio, oppure questa e’ tutta una gigantesca ipocrisia?

Oggi a distanza di anni, l’unica consolazione e’ che non mi sbagliavo. Era, in effetti, tutta una gigantesca ipocrisia. Come tanta gente ascolta le canzoni alla radio senza badare al testo, tutti quelli che ricordavo seduti sulle panche delle chiese non ascoltavano le parole pronunciate dai preti.

Abbiamo un ministro feciforme che bacia ‘invano’ un crocifisso in conferenza stampa, e i ‘fedeli’ non si rivoltano contro ma anzi apprezzano. Abbiamo una societa’ dove il 70% preferisce che i disperati affoghino in mare piuttosto che salvarli per evitare di vederli sbarcare al TG mentre cenano la sera.

Sia chiaro, vogliono che affoghino: e questo vuol dire acqua che ti entra nella bocca e poi va nei polmoni, nessuno a cui aggrapparsi, vedere tuo figlio che affonda, o non vederlo perche’ e’ notte, e infine morire con lui, nel migliore dei casi.

Per pulirsi la coscienza adottano teorie complottiste parlando di scafisti, traffico di umani, invasioni, di ‘finti’ buonismi, di euri che se vanno al disperato africano poi non vanno al terremotato. Tutte scuse, perche’ e’ sempre piu’ facile credersi sgamati che ammettere a se stessi la propria natura egoista.

‘Ero straniero e non mi avete accolto’ diceva il Matteo (25,43) citato nelle chiese dove ancora entrate a sposarvi per salvare le apparenze.

e giuro che

Talvolta ti vengono in mente ragazze che conoscevi, o le incontri per caso, o le vedi da lontano, e che sai hanno avuto un figlio. E pensi: questa secondo me è diventata una di quelle che se vado a spiare le foto sul su profilo, ci troverò le foto di lei, dei suoi bambini, o di lei con i bambini, e quasi nessuna foto recente del padre.

E giuro che poi vado a spiare sperando di sbagliarmi. E giuro che poi ci resto male perché quasi tutte le volte, non mi sono sbagliato.

Non ci si deve stupire

Non ci si deve stupire dell’abusato termine “buonista”. Pare assurdo ma e’ tutta una questione di prospettive.

Dalla prospettiva dell’egoista, del povero di spirito che non prova empatia, dalla prospettiva misera di colui che pensa solo al proprio ritorno personale, del bifolco della macchina parcheggiata in seconda fila che blocca l’ambulanza, della lavatrice rotta scaricata in campagna, da quella prospettiva insomma, pare inconcepibile che altri esseri umani possano provare dei sinceri sentimenti di compassione, di empatia, di dolore pensando al dolore degli altri. Che siano davvero disposti a rinunciare a porzioni di proprio benessere per trasferirlo a chi affoga nel mare di gennaio. Che siano disposti a rinunciare a qualcosa seguendo concetti impalpabili tipo la coerenza a valori etici. La loro intera esistenza e’ fondata sulla sacra legge del fottere il prossimo, del fottere lo Stato. Non sono cattivi per scelta. Sono cattivi perche’ ignoranti come la merda. E per loro un pensiero o un’azione politica fondata sulla generosita’ senza guadagno pare impossibile.

Pare inconcepibile: credono che sia tutto un bluff. E infatti non solo usano la parola ‘buonista’ come fosse un insulto, ma dicono proprio finti buonisti. Finti. E questa e’ la prova definitiva di quello che passa nelle loro teste: ‘finti’. Perche’ non e’ possibile che sia vero.

quelle che seguono

Quelle che seguono sono considerazioni di una banalità forse sconcertante.

I soldi non fanno la felicità, ma d’altra parte senza soldi la felicità è più lontana.

E fin qui ci siamo.

Epperò la mancanza di soldi ha un vantaggio: ti mette davanti ad una mancanza tangibile, a cui sono associate altre mancanze tangibili: probabilmente non c’è un lavoro, e quindi non c’è una casa confortevole, e quindi non ci sono le cose che vorresti nel frigorifero, non ci sono ipotesi di viaggi etc.

Puoi dare a queste mancanze la colpa di eventuale pomeriggio di insoddisfazione che ti salta addosso all’improvviso. Quando tutte queste mancanze non sono più mancanze (hai il lavoro, hai la casa, nel frigorifero ci metti quello che vuoi, quanto ne vuoi) allora quel pomeriggio di insoddisfazione è tutto tuo. Non puoi dare la colpa a niente. E’ una produzione purissima e indiscutibile di te stesso.

Non puoi dire “ah, ma se riuscissi a fare quel viaggio che ora non posso fare, sono sicuro che sarei meno triste”. Quel viaggio lo puoi fare. Fallo. Ma non lo fai, perché ora lo sai: non è quello il punto.

Sono considerazioni di una banalità forse sconcertante perché si può rifare lo stesso (banale) ragionamento sostituendo i soldi con un amore, con un’aspirazione.

Benedette mancanze. Benedette attese.

perché camminare #1


Se non mi si fosse ristretto il tubo tra la vita e le parole sulla tastiera, dovrei raccontare delle cose concrete che mi succedono. Come per esempio i miei quasi 100 km a camminare nel golfo di Trieste, completati tra ottobre e novembre, fatti tutti con Lei. E invece non viene naturale farlo. Allora per stimolarmi la voglia di scriverne, decido di scriverne per convincervi a farlo.

Fatelo.

Innanzitutto di cosa si parla. Si tratta di camminare da città a città, per 4 ,5, 6 ore al giorno. Dormire in un hotel. E il giorno dopo ripartire. Il tutto da ripetere per qualche giorno.

Ah, come il camminodisantiago?

No. Nessun percorso che si trova sulle guide. Anzi, il percorso potrebbe addirittura essere brutto, scomodo, difficile da giustificare. In alcuni punti purtroppo potresti ritrovarti a camminare al bordo di una superstrada, o lungo una terribile zona industriale, in un giorno di pioggia senza tregua – come infatti ci è successo arrivando a Trieste. Però la bruttezza inaspettata condivide qualcosa con la bellezza inaspettata: sono cioè proprio inaspettate. Non sai cosa trovi dietro l’angolo, dopo il prossimo chilometro. Un bidone della spazzatura, una collina verde, un topo morto, un bar di drogati. L’inaspettato ha davvero il sapore della vita per quella che è davvero, piuttosto che la vita come te la programmi. Cioè – e lo sapete, mica ve lo devo dire io – sono molto più vita la collina e il topo morto di quanto non lo siano una foto sotto la Torre di Pisa.

Ah, tipo trekking?

No. Niente montagne o percorsi sterrati. Strade di paese, periferie. Centri di città. L’attrazione di questi percorsi non la riesco a spiegare: però credo che sia la voglia di calpestare le strade d’Italia, per me che non vivo in Italia, e di misurare ogni metro di Italia, e farmi sorprendere dalla bellezza e dal calore dell’Italia insignificante.

E quindi perché camminare?

<CONTINUA>

Registriamo un ulteriore cambiamento.

Se prima per ogni decisione complicata trascorrevo giorni, ma anche mesi, a ragionare, nel tentativo ambiziosissimo di prendere una decisione di cui fossi convinto completamente – riuscendoci quasi mai, devo dire, o restando convinto solo temporaneamente – ora prendo decisioni senza esserne convinto.

Molto punk, molto irresponsabile.

Ma tutto questo deriva dalla consapevolezza che tanto una decisione convinta non la prenderò mai: e il tempo che passa ad attendere di convincermi è vita. Sono mesi o anni di vita. Quindi si fa e poi ci si pente – forse.

Si fa.

La rivincita di quelli che andavano male a scuola

Ve lo ricordate quel compagno di scuola che veniva promosso col minimo dei voti? Quello che piuttosto che capire i concetti si limitava a ripeterli a memoria? Che durante conversazioni vagamente intellettuali faceva la faccia della mucca che guarda il treno che passa? Che ad un certo punto non ha trovato facilmente lavoro e ha dato la colpa al sistema corrotto piuttosto che sospettare della propria mediocrita’?

Lo abbiamo avuto tutti un compagno/a cosi’. Hai perso i contatti con lui/lei? Ecco, ora vai a cercarlo su FB. Sulla sua timeline molto probabilmente troverai simpatie grillo-leghiste. Questa correlazione e’ stata notata da molti e confermata. Provate anche voi.

Certo, ci sono pure le persone normali, tra i grilloleghisti. Ma e’ ormai innegabile che una grossa fetta del consenso derivi da un senso di frustrazione per la propria sfortunata condizione, a volte invidia, a volte senso di inferiorita’, che infatti poi sfociano nella voglia di rivincita verso chi (spesso grazie al duro lavoro) si trova in una posizione migliore. Proprio il verbo ora abusato ‘rosicare’ rivela i sentimenti provati fino ad ora (dal Treccani “rodersi per la gelosia o l’invidia”). Non arrivano a concepire le differenze ideologiche prive di interesse materiale – e’ un processo di astrazione a cui non sono abituati; se ne fossero capaci, forse, avrebbero ottenuto successi nello studio e nel lavoro.

Ecco perche’ se un politico grillo-leghista sbaglia un congiuntivo non perde consenso. Non perche’ appare ‘vicino al popolo’ ma perche’ RAPPRESENTA QUELLA PARTE di popolo che si e’ sentito inadeguato tante (molte?) volte nella propria vita. Fallendo un esame, un colloquio, arrossendo con un microfono in mano, eccetera. Il politico che sbaglia il congiuntivo rappresenta la rivalsa contro chi invece ce l’ha fatta. E infatti l’identificazione e’ totale: non a caso moltissimi sostenitori grillo-leghisti modificano le loro foto profilo con i colori e gli slogan dei partiti con i loro eroi sgrammaticati. E’ una reinterpretazione del tifoso ultras che proietta le vittorie della sua squadra di calcio su se stesso, compensando una vita povera di soddisfazioni. E appena la sua squadra/fazione politica vince qualcosa, gli altri secondo lui ‘rosicano’. Appena il politico sgrammaticato viene accusato di ignoranza, loro la prendono sul personale, come se fossero stati attaccati loro stessi.

Come ha detto Paolo Virzi’, i cinquestelle sono ‘la rivincita di quelli che andavano male a scuola’. E questo concetto lo si puo’ anche allargare: la rivincita di chi non ha fatto.

Non sono solo teorie: ora stanno scendendo nella pratica. Secondo le leggi grilline proposte, se uno non ha mai lavorato, o ha lavorato solo in nero, deve avere diritto a 800 euro di pensione; una cifra simile a quella di tanti che hanno lavorato per 40 anni. Se uno ha studiato e ha preso un voto molto alto, quel voto alto deve valere quanto un voto basso.

Ah, la deputata che ha proposto la legge, Maria Pallini, sul suo profilo LinkedIn scrive della sua “LUREA Magistrale” (proprio cosi’, “lurea”) e nella sezione in cui avrebbe dovuto includere i risultati, ha scritto semplicemente “buoni”

Il sogno resta quello di uscire dal lavoro ed entrare in un bar, e nel bar trovarci gente che conosci abbastanza da scambiare due parole.

Non è sogno irrealizzabile in termini assoluti, perché alle volte succede.

Quello che vorresti è che accadesse sempre, soprattutto quando lo desideri tantissimo, soprattutto quando non hai pianificato niente per la serata. Vorresti che accadesse senza passare attraverso le complicanze di organizzare un bicchiere infrasettimanale tra persone con una carriera avviata. Fare la vita dei disoccupati, insomma, appena dopo aver finito di lavorare.

E saresti disposto anche a stare a sentire discorsi del cazzo – i discorsi da bar, appunto – e poi vorresti che a fare discorsi del cazzo fossero personaggi eccentrici, felliniani. Mentre lo desideri ti rendi conto che questo desiderio è una compensazione della vita lavorativa, trascorsa tra gente che ha passato la vita a migliorarsi (tipo te stesso) e gente che invece ti irrita perché non rispetta le aspettative minime per scaldare la sedia.

Ma fuori dal posto di lavoro le regole salterebbero: niente obiettivi da raggiungere, quindi va benissimo lo scemo di paese che racconta scemenze al bancone. E’ scenografico. E’ rilassante. Lui non ha niente da perdere; tu non hai niente da guadagnare.

Fare la vita dei disoccupati, ad ascoltare discorsi del cazzo, a pensare quanto è invecchiato chi ti versa la birra, a fare ragionamenti piccoli, a chiedersi se il pane di ieri è buono pure oggi.

vi danno fastidio

Vi danno fastidio gli intellettuali, vi danno fastidio i moralisti (e quindi la morale), vi danno fastidio i buonisti (e quindi la bonta’), vi danno fastidio gli scrittori, vi da fastidio l’immunologia, la chemoterapia, i piani a lungo termine, i trattati internazionali.

Ma non per diversa ideologia: vi danno fastidio perche’ non li capite. Per essere compresa pienamente, ognuna di queste cose richiede studio, oppurre richiede la capacita’ di analizzare il complesso, richiede familiarita’ con le astrazioni. Il limite non e’ necessariamente intellettuale: a volte e’ semplicemente prigrizia.

Allora capite solo la tassa sulle buste di plastica, i negri sulle barche, la restituzione di qualche euro di stipendio.

Tutti argomenti che possono essere giudicati sommariamente, anche in caso di moderata lobotomia: Si oppure No, Maggiore o Minore. Un rassicurante sistema binario dove gia’ i concetti di insieme o sottoinsieme generano frustrazioni. Ed in questo clima da seconda elementare, affonda tutto.

Si può anche assecondare il timore istintivo nei confronti delle razze diverse – ma pure lo schifo, perché gli istinti sono istinti – e a volte la gente ha istinti terribili. Uno può anche dire che nei quartieri pieni di immigrati si sta male. Che ci sono più reati. Che tanto i numeri dicono quello. Uno può avere paura delle altre religioni e dirlo apertamente.

Ma spingiamoci oltre e diciamo che uno può perfino credere – in modo totalmente antistorico e anacronistico – che le migrazioni debbano essere totalmente bloccate, e non accogliere mai nessuno. Perché historia magistra vitae per chi ha studiato, per gli altri invece stocazzo.

Ma quando uno sfrutta degli esseri umani in mare per ottenere dei vantaggi, allora si traccia una linea per terra e si deve decidere: o da una parte, o dall’altra.

Usare delle persone per il proprio vantaggio e’ come il rapinatore che punta la pistola all’ostaggio. Come il terrorista che danneggia innocenti nel nome di un’idea. Quando uno arriva addirittura vantarsene, di questo gesto disumano – come fosse un merito – per riscuotere applausi, allora questa persona e’ una diarrea. Quando uno specula sulla pelle di altre persone per ottenere consenso, sfruttando i limiti intellettuali o culturali o emotivi di chi non riesce ad elaborare giudizi più sofisticati della semplice dicotomia ‘immigrato si-immigrato no’, questa persona e’ una diarrea.

Non sono i politici sempre uguali. Sono gli italiani, sempre uguali.
Non sono i politici il problema. Sono gli italiani, il problema.

Hanno un politico ottuagenario, puttaniere e pregiudicato. Aveva portato l’Italia sull’orlo della bancarotta solo qualche anno fa, lo spread era altissimo, aveva ridicolizzato l’immagine degli italiani all’estero. E’ stato via poco tempo, poi è tornato: cresce nei sondaggi e ora lo danno al 16%.

Hanno un razzista separatista che diceva: ai giovani del mezzogiorno non va di fare un cazzo. Dice di volere difendere l’Europa cristiana ma predica valori contrari al vangelo. Si candida al Sud e lo applaudono. Gli operai lo votano, senza capire cosa vuol dire “flat-tax”. I sondaggi lo danno in crescita, ora al 13%.

Hanno i partiti del governo uscente. In 5 anni l’economia e’ cresciuta, la disoccupazione e’ calata, hanno approvato leggi sui diritti civili nonostante le ingerenze vaticane, difeso l’obbligo vaccinale. Pero’ siccome il leader del partito principale e’ antipatico e sbruffone, il gradimento cala nei sondaggi. Perché gli italiani votano per simpatia o per rabbia, raramente per ragionamenti razionali. Infatti quando hanno sostituito il capo del governo, mettendo al posto del leader del partito principale un altro ma meno sbruffone e con la faccia più simpatica (dello stesso partito, con lo stesso governo, con lo stesso programma) quest’ultimo e’ cresciuto tantissimo nei sondaggi, solo perché simpatico e garbato.

Hanno un ex presidente del Senato, siciliano, ex magistrato antimafia, che alla fine del suo mandato non voleva andare in pensione. Si e’ inventato che voleva mettersi a disposizione del Paese. Ma proprio mentre lo diceva, aveva la possibilità di candidarsi a presidente della sua Sicilia. Era perfetto: siciliano, antimafia, con esperienza, voleva mettersi al servizio del Paese. Pero’ correva il rischio di essere eletto e poi di lavorare per davvero. Ha preferito mettersi a capo di un partito senza speranza, che ha l’unico obiettivo di far perdere qualche seggio ai partiti di governo. Avrà una poltrona senza doversi prendere grosse responsabilità.

C’e’ il partito fondato da un comico. E’ riuscito a convincere gli italiani che se le cose vanno male non e’ colpa degli individui, ma “dei politici”. Il messaggio e’ efficacissimo perché de-responsabilizza e fa sentire migliori. Ha fatto credere agli italiani che loro – come popolo – sono migliori dei politici che li rappresentano e che loro stessi hanno votato. Poco importa se gli italiani sono gli impiegati degli uffici inefficienti, sono i furbetti del cartellino, sono i parcheggiatori in seconda fila, sono gli evasori fiscali, sono i cercatori di favori, sono la mafia, sono i posti di lavoro “grazie alle conoscenze”, sono i medici che visitano fuori dall’ospedale, sono i costruttori di case abusive, sono i baroni universitari, sono gli studenti che si fanno scrivere la tesi, sono i figli di papa’, sono il caffè senza scontrino, sono quelli che vendono il voto per dieci euro, sono gli ignoranti fieri di esserlo, sono i caporali nei campi, sono i costruttori di ponti che crollano, di scuole che crollano, sono il vigile urbano che fa finta di non vedere. Siamo un popolo che sprofonda perché non cerca di migliorarsi. Perché migliorarsi costa fatica.

Arriva il comico e dice: la colpa e’ dei politici, voi siete delle povere vittime immacolate. E loro ci credono. Parla di meritocrazia, e poi scelgono un capo che non e’ riuscito a prendersi una laurea in tre facoltà diverse, non sa parlare in italiano corretto e che prima della politica viveva con la paghetta del papa’. Raccontano tutto e il contrario di tutto. Ovviamente questo diventa il primo partito: non perché offre le ricette migliori, ma perché fa sentire gli italiani migliori.

ad un certo punto il trentenne muore

Ad un certo punto il trentenne muore di borghesia.

Muore ci cerimonie. Di cene passate a farsi i complimenti a vicenda con gli amici (che non sono davvero amici, anzi non lo sono quasi mai). Di foto delle vacanze. Di consigli sulle vacanze. Di consigli sulle tende da cambiare. Da accorciare. Di facciamo questo e quello già sapendo che non si farà nulla, e mentre lo dici e mentre lo ascolti sei concentratissimo a non far trasparire dall’espressione facciale che tanto lo sai – non se ne farà nulla – non mi interessa niente, e lo so che pure a te non interessa, lo diciamo tanto per dire e per traghettare questa conversazione altrove, perché se non parliamo di questo parleremmo del tempo che si e’ guastato, che e’ come non parlare di niente. Che e’ come ammettere di non aver niente di cui parlare. Voglio dire: lauree master e vite internazionali e parliamo del tempo? Piuttosto mi lancio dal balcone, piuttosto.

Muore di pulizia e ordine.

Muore anche perche’ si trova in un limbo tremendo: non sopporta la pulizia e l’ordine (riflesso diretto della pulizia e ordine mentale, quindi della morte) ma non sopporta neppure il casino, la cenere sul pavimento, i residui di patatine sul divano, i capelli lavati raramente, i semiadulti sdraiati nelle vite senza aspirazione e calzini spaiati come fossero matricole universitarie andati fuorisede per scappare a genitori oppressivi. Ne’ da una parte, ne’ dall’altra: nel limbo.

Intravedi da lontano (ma mica tanto lontano) il meccanismo perverso che porta certuni a farsi la decappottabile gialla per compensare nel mezzo del cammino della loro vita. Ci vedi un’attrattività nel ridicolo di questa soluzione, non fosse che e’ diventata stereotipo come il parlare del tempo.

Muore anche perché la bellezza del fare e condividere esperienze viene considerata improvvisamente una perdita di tempo – gli amici ci sono, ma sono presenze alla Patrick Swayze in Ghost. Non si può perdere tempo in cose inutili, tipo mandarsi affanculo in totale sincerità mentre si monta, chesso’, un tavolo, o si guarda una partita o si va a comprare un cacciavite, perché ci sono le vacanze da pianificare, vite sociali artificiali da innaffiare, le tende da accorciare, guerre civili domestiche da calmierare, inviti a cena da ricambiare.

Milioni di anni di evoluzione per giungere al vuoto pneumatico.

Tanto traffico e il semaforo sta per diventare rosso.

Automobilista lo sai benissimo che se adesso superi il semaforo, resterai bloccato al centro dell’incrocio, bloccando a tua volta tutti le altre direzioni.

Non esiste una legge che ti impedisca di farlo: tu puoi farlo. Ma la tua coscienza ti permette di farlo perché te ne stracatafotti del mondo. Tu passi perché puoi farlo. E poi quando resti bloccato al centro dell’incrocio e gli altri suonano il clacson – io no, io preferisco lo sguardo mortifero, sperando che si veda attraverso i finestrini – quando gli altri suonano il clacson tu indichi il traffico come per dire: non è colpa mia se sono bloccato qui, è il traffico che non scorre.

Tu sei fratello, figlio – o forse sei tu stesso – di quelli che in aereo abbassano lo schienale del sedile senza chiedere a chi siede dietro. Sei quello che se ti mandano un video su whatzupp in treno, tu devi ascoltarlo ad alto volume. E gli altri devono sentire. Anche se il video dura un minuto e trenta secondi (testimonianza diretta di tre giorni fa sul Londra Bruxelles). Sei la stessa persona. Sei quella cosa che mi raddrizza le giornate, a volte, quando mi sveglio col cruccio di essere forse troppo egocentrico. Mi sveglio e incontro te all’incrocio, in aereo, in treno.

E sto meglio.

nelle società evolute

Nelle società evolute si consuma tanta fiction succhiando da Netflix, ed in passato (o anche adesso, ma molto meno) si cercavano storie sulla carta dei romanzi. Ma di cosa parlano queste storie che troviamo nel cinema e sui libri? Parlano della vita delle persone. Però la vita delle persone e’ tutto ciò che rimane quando non si dorme e non si lavora. E quanto rimane di tempo quando non si dorme, non si lavora, non si corre dietro agli obblighi pratici?

Rimane pochissimo tempo. Ne rimane sempre meno. Quindi rimane pochissimo tempo per la vita.

Se il tempo per la vita si restringe, aumenta di conseguenza il bisogno di vivere la vita attraverso le storie degli altri. E pazienza se sono finte, se sono attori e personaggi inventati dei libri. Queste storie sono il metadone della vita. Il sostituto triste e scintillante della vita che non viviamo.

di attentatori

Anche l’attentatore di Manchester non sembrava affatto una persona felice di stare su questo pianeta. Avete visto la faccia?

Il problema non sono i terroristi che arrivano sotto forma di migranti in Europa (cioè non e’ la loro presenza a creare automaticamente e direttamente il problema); il problema sono le migrazioni che creano troppe famiglie di immigrati che sopravvivono disagiate ai bordi delle metropoli, dove crescono ragazzini rancorosi nei confronti del mondo che li circonda.

Perché il mondo che li circonda non li ha mai adottati veramente – con quelle facce da extracomunitari che c’hanno. Con quei nomi da extracomunitari che c’hanno.

L’odio nasce spesso da una ammirazione inconfessata. Che siccome non può essere soddisfatta diventa frustrazione e poi infine odio. E poi voglia di far male. Tanto morire costa poco, con la vita di merda che si ha. I ragazzini frustrati che entrano nelle scuole americane a fare stragi per vendicarsi di bullismi e isolamento fanno la stessa cosa, solo che c’hanno nomi americani e non hanno bisogno di costruirsi le bombe, ché tanto possono prendere il fucile del papà.

Perché probabilmente questo ragazzino che viveva vicino al palazzetto dei concerti, a quei concerti con quelle ragazzine libere e bionde sarebbe voluto andarci, e invece viveva nel ghetto di extracomunitari come lui. E le ragazzine bionde le poteva solo osservare da lontano.

Bisogna quindi accelerare sull’integrazione? Evitare gli isolamenti? Sono belle parole queste, ma se il bambino biondino preferisce l’amico biondino per giocare al parchetto, o per la festa di compleanno, non si può obbligare l’amico biondino ad accettare egualmente l’amichetto Abdul.

Poi quando l’amichetto biondino crescerà, ci saranno leggi per evitare le discriminazioni, per esempio a scuola o sul posto di lavoro. Ci saranno giornalisti che insisteranno sulle storie di integrazione riuscite bene e taceranno su quelle uscite male. Ma sara’ comunque un’integrazione di forma e non di sostanza. Quanti anni ci vorranno per un’integrazione di sostanza? Boh, a guardare gli afroamericani, 500 anni non bastano.

E nel frattempo?

E nel frattempo niente. Siamo qui a farci un’opinione.

E ve lo dico, fatevi un’opinione adesso, prima che una bomba scoppi più vicino a voi. Fatevela ora, quando potete essere ancora vagamente obiettivi. Perché siamo nell’epoca del “prima o poi” e bisogna essere pronti.

Una delle cose più tristi che ho visto negli ultimi tempi è una foto su facebook questa mattina.

Ci sono tre coppie che festeggiano San Valentino. Lo si capisce dai tovaglioli a forma di cuore. E altre cose a forma di cuore sul tavolo. Sono seduti tutti e sei allo stesso tavolo. Stanno festeggiando il San Valentino insieme. Invece che non festeggiarlo – qualunque cosa voglia dire festeggiarlo – hanno deciso di festeggiarlo insieme. E sono seduti assieme allo stesso tavolo. I tre uomini da una parte del tavolo, le tre donne dall’altra parte.

Con i tovaglioli a forma di cuore.