ad un certo punto il trentenne muore

Ad un certo punto il trentenne muore di borghesia.

Muore ci cerimonie. Di cene passate a farsi i complimenti a vicenda con gli amici (che non sono davvero amici, anzi non lo sono quasi mai). Di foto delle vacanze. Di consigli sulle vacanze. Di consigli sulle tende da cambiare. Da accorciare. Di facciamo questo e quello già sapendo che non si farà nulla, e mentre lo dici e mentre lo ascolti sei concentratissimo a non far trasparire dall’espressione facciale che tanto lo sai – non se ne farà nulla – non mi interessa niente, e lo so che pure a te non interessa, lo diciamo tanto per dire e per traghettare questa conversazione altrove, perché se non parliamo di questo parleremmo del tempo che si e’ guastato, che e’ come non parlare di niente. Che e’ come ammettere di non aver niente di cui parlare. Voglio dire: lauree master e vite internazionali e parliamo del tempo? Piuttosto mi lancio dal balcone, piuttosto.

Muore di pulizia e ordine.

Muore anche perche’ si trova in un limbo tremendo: non sopporta la pulizia e l’ordine (riflesso diretto della pulizia e ordine mentale, quindi della morte) ma non sopporta neppure il casino, la cenere sul pavimento, i residui di patatine sul divano, i capelli lavati raramente, i semiadulti sdraiati nelle vite senza aspirazione e calzini spaiati come fossero matricole universitarie andati fuorisede per scappare a genitori oppressivi. Ne’ da una parte, ne’ dall’altra: nel limbo.

Intravedi da lontano (ma mica tanto lontano) il meccanismo perverso che porta certuni a farsi la decappottabile gialla per compensare nel mezzo del cammino della loro vita. Ci vedi un’attrattività nel ridicolo di questa soluzione, non fosse che e’ diventata stereotipo come il parlare del tempo.

Muore anche perché la bellezza del fare e condividere esperienze viene considerata improvvisamente una perdita di tempo – gli amici ci sono, ma sono presenze alla Patrick Swayze in Ghost. Non si può perdere tempo in cose inutili, tipo mandarsi affanculo in totale sincerità mentre si monta, chesso’, un tavolo, o si guarda una partita o si va a comprare un cacciavite, perché ci sono le vacanze da pianificare, vite sociali artificiali da innaffiare, le tende da accorciare, guerre civili domestiche da calmierare, inviti a cena da ricambiare.

Milioni di anni di evoluzione per giungere al vuoto pneumatico.

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Tanto traffico e il semaforo sta per diventare rosso.

Automobilista lo sai benissimo che se adesso superi il semaforo, resterai bloccato al centro dell’incrocio, bloccando a tua volta tutti le altre direzioni.

Non esiste una legge che ti impedisca di farlo: tu puoi farlo. Ma la tua coscienza ti permette di farlo perché te ne stracatafotti del mondo. Tu passi perché puoi farlo. E poi quando resti bloccato al centro dell’incrocio e gli altri suonano il clacson – io no, io preferisco lo sguardo mortifero, sperando che si veda attraverso i finestrini – quando gli altri suonano il clacson tu indichi il traffico come per dire: non è colpa mia se sono bloccato qui, è il traffico che non scorre.

Tu sei fratello, figlio – o forse sei tu stesso – di quelli che in aereo abbassano lo schienale del sedile senza chiedere a chi siede dietro. Sei quello che se ti mandano un video su whatzupp in treno, tu devi ascoltarlo ad alto volume. E gli altri devono sentire. Anche se il video dura un minuto e trenta secondi (testimonianza diretta di tre giorni fa sul Londra Bruxelles). Sei la stessa persona. Sei quella cosa che mi raddrizza le giornate, a volte, quando mi sveglio col cruccio di essere forse troppo egocentrico. Mi sveglio e incontro te all’incrocio, in aereo, in treno.

E sto meglio.

nelle società evolute

Nelle società evolute si consuma tanta fiction succhiando da Netflix, ed in passato (o anche adesso, ma molto meno) si cercavano storie sulla carta dei romanzi. Ma di cosa parlano queste storie che troviamo nel cinema e sui libri? Parlano della vita delle persone. Però la vita delle persone e’ tutto ciò che rimane quando non si dorme e non si lavora. E quanto rimane di tempo quando non si dorme, non si lavora, non si corre dietro agli obblighi pratici?

Rimane pochissimo tempo. Ne rimane sempre meno. Quindi rimane pochissimo tempo per la vita.

Se il tempo per la vita si restringe, aumenta di conseguenza il bisogno di vivere la vita attraverso le storie degli altri. E pazienza se sono finte, se sono attori e personaggi inventati dei libri. Queste storie sono il metadone della vita. Il sostituto triste e scintillante della vita che non viviamo.

di attentatori

Anche l’attentatore di Manchester non sembrava affatto una persona felice di stare su questo pianeta. Avete visto la faccia?

Il problema non sono i terroristi che arrivano sotto forma di migranti in Europa (cioè non e’ la loro presenza a creare automaticamente e direttamente il problema); il problema sono le migrazioni che creano troppe famiglie di immigrati che sopravvivono disagiate ai bordi delle metropoli, dove crescono ragazzini rancorosi nei confronti del mondo che li circonda.

Perché il mondo che li circonda non li ha mai adottati veramente – con quelle facce da extracomunitari che c’hanno. Con quei nomi da extracomunitari che c’hanno.

L’odio nasce spesso da una ammirazione inconfessata. Che siccome non può essere soddisfatta diventa frustrazione e poi infine odio. E poi voglia di far male. Tanto morire costa poco, con la vita di merda che si ha. I ragazzini frustrati che entrano nelle scuole americane a fare stragi per vendicarsi di bullismi e isolamento fanno la stessa cosa, solo che c’hanno nomi americani e non hanno bisogno di costruirsi le bombe, ché tanto possono prendere il fucile del papà.

Perché probabilmente questo ragazzino che viveva vicino al palazzetto dei concerti, a quei concerti con quelle ragazzine libere e bionde sarebbe voluto andarci, e invece viveva nel ghetto di extracomunitari come lui. E le ragazzine bionde le poteva solo osservare da lontano.

Bisogna quindi accelerare sull’integrazione? Evitare gli isolamenti? Sono belle parole queste, ma se il bambino biondino preferisce l’amico biondino per giocare al parchetto, o per la festa di compleanno, non si può obbligare l’amico biondino ad accettare egualmente l’amichetto Abdul.

Poi quando l’amichetto biondino crescerà, ci saranno leggi per evitare le discriminazioni, per esempio a scuola o sul posto di lavoro. Ci saranno giornalisti che insisteranno sulle storie di integrazione riuscite bene e taceranno su quelle uscite male. Ma sara’ comunque un’integrazione di forma e non di sostanza. Quanti anni ci vorranno per un’integrazione di sostanza? Boh, a guardare gli afroamericani, 500 anni non bastano.

E nel frattempo?

E nel frattempo niente. Siamo qui a farci un’opinione.

E ve lo dico, fatevi un’opinione adesso, prima che una bomba scoppi più vicino a voi. Fatevela ora, quando potete essere ancora vagamente obiettivi. Perché siamo nell’epoca del “prima o poi” e bisogna essere pronti.

Una delle cose più tristi che ho visto negli ultimi tempi è una foto su facebook questa mattina.

Ci sono tre coppie che festeggiano San Valentino. Lo si capisce dai tovaglioli a forma di cuore. E altre cose a forma di cuore sul tavolo. Sono seduti tutti e sei allo stesso tavolo. Stanno festeggiando il San Valentino insieme. Invece che non festeggiarlo – qualunque cosa voglia dire festeggiarlo – hanno deciso di festeggiarlo insieme. E sono seduti assieme allo stesso tavolo. I tre uomini da una parte del tavolo, le tre donne dall’altra parte.

Con i tovaglioli a forma di cuore.

Ad un certo punto si comincia a perdere interesse nelle persone – nelle persone in generale, non di persone nello specifico – oppure si sgonfiano slanci ed entusiasmi nell’incontro di persone nuove. E pazienza: non e’ colpa delle persone e nemmeno colpa tua. Piuttosto e’ il risultato del fatto che dopo aver incontrato tantissima gente nella tua vita, da un certo punto in poi cominci ad incontrare doppioni di persone già conosciute: doppioni di discorsi, di sorrisi, paure e aspirazioni, e modi di accavallare le gambe.  Gli altri sono speciali – e noi stessi siamo speciali, purtroppo – soltanto nella limitatezza delle nostre esperienze. L’ampiezza ha tanti fascini, ma distrugge lentamente la nostra presunzione di peculiarità a botta di esperienze di nuovi incontri.

Però in estate verrò a controllarvi tutti – sostenitori accaniti e privi di dubbi del referendum – per vedere se nelle vostre automobili che vanno a petrolio tenete l’aria condizionata accesa oppure il finestrino abbassato.

Bruxelles, ma belle.

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Tra le piccole cose da annotare in questo periodo.

Una sciarpa lavata a tua insaputa, e che ti torna indietro con un profumo diverso. L’accettazione sincera del fatto che “a volte sei in testa/a volte resti indietro. La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso”.  Questa cosa di avere a volte in casa della roba cucinata il giorno prima. Il tizio che vende polli arrosto rotondi nel mercatino di quartiere del venerdì.

Il fatto di avere un mercatino sotto casa il venerdì. Con la mortadella e il polpo marinato e la scamorza affumicata. Che lo ripeti sempre col dito indice alzato, vivessi a Liverpool, non ce l’avresti. Non sei mai stato a Liverpool, ovviamente, ma non per questo smetterai di dire così.

Quella volta che sei riuscito a svegliarti col buio per andare a correre. Ok poi tre giorni dopo – per altre ragioni – ti sei ammalato e non l’hai fatto più, però una volta l’hai fatto, e sei stato abbastanza furbo da scattare una foto a futura memoria, per ricordarti che è possibile.

L’esserti svegliato troppo presto stamattina – prima delle cinque – senza motivo, essere devastato di stanchezza ma senza nervosismo.  Il tantissimo vento che hai preso in faccia.

I posti della tua vita sono quelli in cui vivi, mentre immagini come sarebbe vivere altrove. Le persone della tua vita sono quelle che hai attorno, mentre ipotizzi come sarebbe condividere il tempo con altre, e ne recrimini l’assenza. Il lavoro della tua vita è quello per cui ti impegni ogni giorno, e i giorni all’improvviso diventano anni senza accorgersene, mentre ti chiedi se forse dovresti cambiarlo. Il sapore della tua vita sono le difficoltà che ti fanno diventare una persona migliore, mentre nel frattempo desideri un’esistenza vita più facile.

E in fondo va bene così, incluse tutte queste domande, purché tu riesca ogni tanto a fermarti a respirare l’istante, e avere la consapevolezza che quell’istante che comprende tutto, è la tua vita. Averne la consapevolezza, e non sottovalutare niente, non minimizzare niente, ma celebrare tutto, e dare importanza a tutto, perché quello che ti scorre sotto gli occhi è davvero tutto: una mano che tocca il tessuto della tasca e accartoccia lo scontrino, la pioggia sul naso, la fame quando arriva ora di cena, l’attesa ad un semaforo, il tuo respiro quando sali le scale per tornare a casa.

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Albano Carrisi non fa immotivate file ma non sale neanche per ultimo. Si materializza direttamente sul sedile.

Buon anno, eh.

Celebriamo le feste con un classico esempio di immotivata fila da vacanze di Natale. Nella foto, l’aeroporto di Fiumicino, ed una fila per un volo Alitalia cominciata quaranta minuti prima dell’ingresso in aereo. Nessun bagaglio verrà imbarcato in stiva, a rimarcare la totale inutilità della fila.

Con spirito cristiano, forse per penitenza, la gente ama soffrire.
Buon Natale.

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Le cose che ho imparato

Le cose che ho imparato in questi giorni di Bruxelles “blindata” causa terrorismo sono almeno due.

Ho imparato sulla mia pelle che i giornalismo è fondato sull’esagerazione. Ok è risaputo, ma qui l’ho visto concretamente. Non si tratta di esagerare la realtà dei fatti raccontando falsità (si fa anche quello). Si tratta piuttosto di decidere di raccontare alcune cose e non altre. Per esempio in questi giorni di allerta i giornalisti hanno cercato selettivamente di raccontare determinate storie e non altre. Per esempio, ho trovato un giornalista alla ricerca di madri che avessero deciso di accompagnare i loro figli a scuola personalmente in automobile piuttosto che farli andare da soli coi mezzi pubblici, causa terrorismo. E’ chiaro che su una città intera alcune madri abbiano preso questa decisione. Ma cercare selettivamente queste madri (ancora prima di sapere che esistano), per poi produrne un servizio televisivo, non vuol dire informare.

Ho imparato che se il terrorismo serve a creare paura, funziona. La gente effettivamente ha paura. Non solo: la gente ha anche paura di ammettere di avere paura. Ho visto gente che vive qui da vent’anni raccontare di non uscire di casa a causa del freddo. Nell’inverno più caldo della storia. Ho imparato che la gente ha paura e non combatte per nulla: la gente si nasconde nel proprio guscio e attende la pace. Evidentemente ci hanno riempito la testa con parole come “la nostra cultura” e “libertà”, ce le hanno ripetute così tante volte che poi – queste parole – hanno perso il loro significato originario.

Combattere per la nostra cultura e la nostra libertà – in quei giorni – significava semplicemente non chiudersi in casa, avere il coraggio di essere in un bar: la nostra cultura era rappresentata materialmente dal bicchiere di birra davanti a noi. Chiudersi in casa – suona retorico, lo so – significava non combattere, ammettere la sconfitta. Ancora prima della paura (della codardia?) sono rimasto stupito dall’apatia. Com’è possibile, mi sono chiesto notando meno gente per strada, che non sentano l’obbligo civile di essere presenti per strada proprio adesso, che non vogliano celebrare la loro cultura e libertà con un bicchiere di birra? Com’è possibile che non si sentano sfidati e non reagiscano? Ci dovrebbe essere più gente in giro, ancora più del solito, piuttosto che meno.

Mentre scrivo tutto è tornato normale, e anche questo non ha senso. Perché come la paura era largamente irrazionale, anche il dissolversi della paura, semplicemente dettata dallo scorrere dei giorni piuttosto che da una reale diminuzione del pericolo, è pure quella totalmente irrazionale.

la guerre

Quando all’una di notte ho incrociato dei ragazzi correre tutti nella stessa direzione, appena vicino casa a Brussélle, il primissimo pensiero (e questa è la prima volta) è stato che ci fosse un problema, uno di quelli di cui parlano alla TV.

Poi invece correvano per non perdere l’autobus.

Essenzialmente questo è l’unico impatto della massima allerta di cui si parla alla TV. E se vogliamo dirla tutta, l’altro impatto è che ho trovato parcheggio davanti ad una pasticceria dove di solito non ne trovo. E che dopo aver prenotato un ristorante venerdì sera – in una zona dove se non prenoti non ti siedi – quando sono arrivato c’era solo un tavolo occupato. Ok, e mettiamoci pure il tizio con il mitra incontrato ieri pomeriggio aprendo il portone di casa.

Quindi al netto di tutto quello che si legge sui giornali, la guerra, per ora, praticamente significa trovare posto al ristorante.

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senza neanche la voglia di tradurmi

It will happen again.

Masses of frustrated poor people live in the suburb of all the big capitals. They cannot live the life they wish, the life they see others can live. They cannot afford it, or they are just rejected because of their name or exotic appearance.

The vast majority have a specific ethnic and religious background: but this is not an ethnic or religious issue, this is a social issue. They have the same nationality, but they are segregated in the poor and ugly suburbs. They wear Gucci hat. They are hostage of humble jobs. Their mothers clean the urine from the toilets where the “others”, the luckier, work and live.

So the frustration and hate grow in their mind. The religion is just an excuse to release the frustration and hate. They have nothing to lose, so it is easier to give the life away, and to believe in a paradise with tons virgins waiting for you. So it is easier to find identity in something else. Unfortunately religions (all the religions) cannot be banned from the world. Yet. Stop interviewing the “moderate muslims” in TV to remind the public there are differences and we should not generalize: you are completely missing the point.

But if the objective is the terror, if the hate is against this life style, then we know what to do. The weapon in our arms is to insist even more in enjoying beauty of what is available in a free world. Exercise the beauty of music, art, food, the beauty of freedom of going out, of using your body in the most immoral ways. Exploit all the possibilities to generate happiness for you and the others around you.

If everyone keep doing this, terror is not terror anymore.

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Giovani donne indossano cappotti Desigual, forse acquistati quel giorno che si sentivano più sbarazzine del solito, poi però escono di casa con la faccia triste ma indossando il cappottino colorato, che con la faccia triste, con il traffico e la mattina nuvolosa, non c’entra niente.

Come già scritto in passato e’ impensabile che la Chiesa accetti preti non celibi, e ancora più impensabile che accetti preti non celibi ed omosessuali. Il motivo non e’ l’arretratezza dell’istituzione Chiesa, quanto invece una banale strategia di sopravvivenza.

(Ri) spieghiamoci.

In determinate società dichiararsi omosessuali, oppure accettarsi come tali, e’ complicato. Le posizioni della Chiesa peggiorano questa situazione.  In queste società, tra quelli che non riescono a dichiararsi, alcuni decidono di vivere la loro vita clandestinamente, altri vengono attratti dalla vita religiosa. Molto semplicemente, mentre al di fuori della Chiesa cattolica ci si aspetta che l’individuo abbia una vita di relazione, e magari una famiglia, all’interno della Chiesa queste pressioni non esistono grazie alla regola (medievale) del celibato dei preti. Il celibato dei preti e’ l’alibi perfetto di coloro i quali vogliono scappare dalle richieste della società, e’ il modo più socialmente accettabile per astenersi da una vita sessuale e sentimentale mainstream.

E infatti i seminari sono infarciti di gay, o almeno se ne trovano in una percentuale nettamente più alta della popolazione totale. Chiunque abbia parlato sinceramente con un seminarista avrà sentito questo, e anche storie che niente hanno a che fare con la castità. Se da adulti si e’ vissuti in una società dove gli omosessuali non hanno bisogno di nascondersi, si sara’ sviluppato un minimo di “occhio clinico” per riconoscerli, e cosi’ il pensiero tornerà a quel prete di provincia della nostra infanzia che oggi, con la consapevolezza acquisita, non possiamo non credere non fosse gay.

L’alibi del celibato e’ uno stimolo potente per le vocazioni. Aiuta a nascondersi, e aiuta a “lottare” contro la propria natura, anche se poi la battaglia e’ sempre persa. Lo stesso teologo Charamsa ha dichiarato che all’inizio, non accettandosi, si erasottomesso con pignoleria zelante all’insegnamento della Chiesa e al vissuto che mi imponeva“. Sono storie di repressione che una volta esplose, di solito fanno molto rumore: basta cercare e si trovano esempi anche nelle settimane recenti.

Quindi, se l’alibi del celibato e’ uno stimolo potente per le vocazioni, può la Chiesa in un periodo di crisi di vocazione, abbandonare questo strumento?

Il Ministro dell’Istruzione Giannini ha ascoltato un contestatore recitare al microfono una lunga accusa nei suoi confronti, un testo che il contestatore recitava leggendolo dal suo smartphone (si era già parlato di ministri che danno la parola ai contestatori qualche post più sotto).  Alla fine della lettura lo studente ha provato ad abbandonare la sala, già questo segnale evidente che oggi non si fanno più domande per ottenere risposte, ma si fanno domande solo per lo show, si fanno domande provocatorie solo per misurare l’applauso che ne segue, secondo un rituale inculcato dalla televisione.

Hanno fatto tornare lo studente al suo posto ed il Ministro ha detto (qui il video):

Il contenuto che lei mi ha detto leggendo un testo è un contenuto che ho già sentito in molti altri contesti. L’unica cosa che mi permetto di dire, al di là del merito che è sempre legato ai temi che lei ha citato, è: abbia il coraggio, qui come altrove, di dirlo con parole sue, abbia il coraggio di esprimersi liberamente, abbia il coraggio di non leggere quello che qualcun altro ha scritto per lei. Guardi, faccia l’uso che ritiene, ma abbia il coraggio di fare questo.

Non so spiegarne esattamente il motivo ma questa risposta mi ha emozionato, molto.

le nuovole di agosto sono le più dolorose

Le nuvole di agosto sono le più dolorose perché non dovrebbero essere lì, eppure ci sono. E sono più dolorose perché a queste latitudini brussellesi nonostante il freddo, le giornate sono ancora lunghe come è giusto che siano in estate. Quindi il pomeriggio all’uscita dal lavoro il buio non nasconde – ancora – la realtà dei fatti. Si potrebbe dire che gli inverni più o meno si assomigliano nonostante le latitudini – è solo una questione di gradi in più o in meno, ma quelli non li vedi, perché è buio ovunque – mentre le estati sono drammaticamente diverse.

Diverse.

Si cammina al ritorno dalle vacanze nelle arie condizionate dei supermercati illuminati dalle luci al neon. Ci si riconosce, noi tornati dalle vacanze, perché indossiamo abbronzature fuori contesto. Mi riconosco negli altri e allo stesso tempo mi ritengo unico in questa malinconia eroica, mentre scelgo la mozzarella, perché questa è abbronzatura causata dal mio sole, di quella mia casa; non invece il sole che – secondo me – ha illuminato le facce delle altre persone, e cioè un sole di un posto esotico e lontano, magari bellissimo, che però non li appartiene. Un sole acquistato assieme al pacchetto dell’agenzia viaggi a mezza pensione. Questa è l’abbronzature del mio sole, mi racconto mentre scelgo le banane, e quindi ho diritto di essere più malinconico di voi. E quindi skippo i brani nelle cuffie fino a quando non arriva il pezzo struggente. E col pezzo struggente passeggio nel reparto detersivi – e la struggenza è totale, perché non mi serve nemmeno, un detersivo.