Non posso fare a meno di segnalare un articolo di Enrico Brizzi sui vent’anni dall’uscita del suo Jack Frusciante. Racconta storie che in parte so, data l’ossessione di allora per quelle pagine, e visto come consumai pure il libro scritto dalla sua futura moglie sul parto del romanzo e la stagione di gloria che ne segui’. A tutto questo si aggiunge la presenza di Bologna e altre mie storie di contorno parallele alla trama e la sensazione di essere contemporaneo e conterraneo con gli elementi del proprio romanzo di formazione. Sono vent’anni e non posso fare a meno di leggere queste righe con la pelle d’oca sulle guance.

certe volte

Certe volte ti piace l’imprevedibile. Ti piace non essere convinto ma ugualmente lasciarti portare via dal flusso delle cose.

Alla fine di una cena durata fino quasi a mezzanotte, avevi deciso che la serata sarebbe finita lì. Però siccome non vuoi passare per asociale ha richiamato chi t’aveva invitato a fare un giro, sperando – come spesso succede – che a causa del rumore nessuno rispondesse alla chiamata. A quel punto avresti avuto la coscienza a posto, spegnendo il telefono e annullandoti con una doppietta di Breaking Bad. Ma ti hanno risposto.

Allora ti sei fatto vedere, pero’ con il progetto preciso di dichiarare: Soltanto Una Cosa Da Bere, e poi sparisco. Per sottolineare le tue intenzioni divergenti dalla realtà degli eventi, lungo la strada ascoltavi Un Oceano Di Silenzio. Quindi hai annuito a tutti i progetti per la serata e alla fine hai dichiarato: No No, bevo una cosa e poi sparisco.

Qualche ora più tardi hai posato un bicchiere sul tavolo in un luogo rumoroso e stipato di gente, e hai detto: me ne vado, ciao. Poi ecco l’imprevidibilità.

Ed ecco che all’improvviso mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei, e consideri ancora una volta che non e’ per niente scontato che domani potrai decidere se lasciarti andare al flusso delle cose oppure No.

Tra le note da prendere, ricorderai occhi chiusi, piedi scalzi sul marciapiede freddo, il rumore di un camion della nettezza urbana verso l’alba, mirto bevuto per sbaglio a colazione perché il bicchiere era nel posto sbagliato, risate sincere che non ti saresti aspettato, una spesa al supermercato dodici ore dopo essere uscito da casa e non esserci mai tornato, il passo incerto mentre ti avvicini al banco frigo e dei capelli appiccicati sotto la suola delle scarpe.

Nei miei luoghi natii, oggi che ho occhi abbastanza maturi per capirlo, mi rendo conto di essere circondato da troppa bellezza, così tanta che squilibria l’esistenza e le opinioni.

Non una bellezza metafisica ma proprio una bellezza fisica e concreta. Non una bellezza generica ma proprio delle persone, delle cose e dei luoghi che mi circondano, da quando mi sveglio la mattina fino a quando la notte torno a casa.

Ci metto dentro tutto: la camera da letto in cui mi sveglio, la casa in cui vivo, fratelli e sorelle, cognate e amici che mi circondano, la strada che mi porta al mare, il mare e le gambe abbronzate delle sconosciute.

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volevo una vita come quella dei film?

Mi sveglio all’alba con tre lunghi capelli in bocca. Una corta giornata di lavoro macchiata dalla stanchezza insopportabile. Poi correre e fare fatica fisica. Un quindicenne osserva timoroso il me stesso sudato e braccia nude e si sposta per farmi passare – chissà quale immagine offro al mondo, chissà se può mai immaginare quali prodigiose mollezze ho invece nelle cuffie.

Dopo due ore di sonno chimico faccio una doccia in piena notte, poi sono a camminare svelto nel centro – c’ho adesso questa cosa secondo me borghese e maratoneta  di acquistare bottiglie d’acqua lungo il percorso, berne metà e buttarle via. Mi ritrovo in un locale e siamo molto packed l’uno sull’altro. Conosco molta gente, so molto poco di quasi tutti.

Alla seconda Chimay Blue mi sovviene Freud  e la storia che l’uomo ha bisogno di degradare un poco l’oggetto sessuale per ottenere un vero appagamento, anche se poi la società attorno ti fotte e te lo rende complicato. Intanto siamo nel tardo 2012, e le ragazze arrivano proprio a toccare senza chiedere, forse ci stiamo degradando tutti, lentamente, anche se certamente non con obbiettivi e substrati psicoanalitici.  Intanto siamo nel tardo 2012 e vanno di moda certe montature molto larghe degli occhiali che non so come si chiamano, ma vanno di moda, e se l’avessi intuito prima che andavano di moda non avrei macinato considerazioni su quante montature strane e early 80s avevi notato in giro ultimamente. Quindi nella penombra mi ritrovo ad accarezzare ciocche di capelli e mi viene detto ad un orecchio “non è giusto” ma non come fosse divieto, piuttosto come una supplica, e poi ancora mi viene detto “se mi avvicino di più potrei ferire molta gente“. C’è un fascino perverso nel far finta di comprendere il filo del discorso quando invece No: è l’azzardo del rischio e la consapevolezza che si può anche rispondere in modo illogico, ma se lo fai con stile, verrà ritenuta comunque una battuta da persona interessante. Le apparenze sono un gioco bellissimo, non appena hai potato un poco i tuoi ideali come cespugli che erano cresciuti troppo al ciglio della strada.

Mi ritrovo sul ciglio della strada, appunto, e seguo il festeggiato – era una festa di compleanno – mentre si infila in un’automobile. Alla guida c’è una che non conosco, dietro di me, oltre al compleannato c’è un’altra che non conosco. La conversazione procede in inglese francese italiano e un’altra lingua indoeuropea a me ignota. Ma non dobbiamo parlare, c’è solo da trovare la strada per non so dove, mentre compitamente tengo una borsetta sulle gambe. La conversazione crea un incidente diplomatico nella traduzione incrociata da una lingua all’altra. Quella alla guida si offende e ci lascia in questo nonsodove che poi infine abbiamo trovato. Ci resto venti minuti e subito esco. Prendo un taxi che ha la sirena dell’antifurto inceppata, e suona continuamente, il tassista dice Merde e preme il pulsantino, la sirena si spegne, la sirena dopo due secondi riparte. Merde. Sono le cinque. Non ho scelto quasi nulla in tutta questa sequenza di eventi partendo dalla mattina fino alla mattina.

Nel pomeriggio del giorno dopo la prof di francese mi chiede Alors, q’est-ce que tu as fait hier?
Spetta che ti racconto.

e come se non ci fossero

E come se non ci fossero gia’ abbastanza cose che girano attorno, adesso mi metto a fare pure teatro.

L’ultima volta, annissimi fa, si era all’ultimo anno di scuola del paesello. Il maestro gay probabilmente innamorato di me, mi diede per vendetta la parte di un gay. E fatela voi – voglio proprio vedervi – la parte di un gay davanti ad un pubblico di compaesellani. La feci.  Lui mi chiamo’ al telefono giorni dopo per chiedermi se volevo andare con lui in sudamerica. Gli dissi di No perche’ dovevo studiare per l’universita’.

come ai vecchissimi tempi

Come ai vecchissimi tempi, dirigersi verso un posto dove “forse” c'è una festa, e poi come ai vecchissimi tempi, parcheggiare in quella zona dove “forse” c'è una festa e restare in silenzio per capire da dove arriva la musica, come gli squali nelle acque profonde che captano microscopiche gocce di sangue.

 

Arrivi troppo tardi e bevi solo cose immonde, i bicchieri di plastica sono finiti e usi le tazze della colazione dei proprietari di casa – che poi chi sono, i proprietari di casa. Le cartoline alle pareti sono di gente che non abita più lì, poi i bicchieri di vetro tutti diversi in colore e dimensioni, sono queste le tracce di epoche passate come gli strati del terreno negli scavi archeologici, e un numero spropositato di frigoriferi, uno per ciascuno epperò tutti semivuoti, e poi ci sei tu che mi dici che sono freddo ma freddo in che senso mi chiedo, Sì Sì sei freddo come sono fredda io, però tu forse di più. Ma scusa metti la mano qui, fammi sentire la schiena, posami una mano sulla guancia, a me pare che siamo entrambi caldi no? Voglio dire: al netto della musica e del fumo e dell'orario e del liquore all'anice mischiato ad acqua che bevo in una tazza da colazione. No. E va bene così, non posso mica capire tutto nella vita.

Però se devi sceglierti una casa per farci dentro le feste, allora è meglio scegliertela in centro e che però appena apri la porta c'è un cespuglio foltissimo ed utilissimo, anche se poi tu ad una certa ora non ricordi la pronuncia di Bush, sarà Bash, sarà Bush, non te lo ricordi proprio, pazienza. E quindi per il me stesso postero: che cosa facevi alle undici e undici dell'undici undici undici undici?

Dormivi.

non volevo vedere bianca

Non volevo vedere Bianca perché ero convinto di averlo già visto. Eppure sentivo un acuirsi della sociopatia à la Moretti e quindi ho premuto play e l'ho rivisto. E rivedendolo, mi sono accorto che in realtà sto film io non l'avevo visto.

 

Cioè.

 

Era il '96 ed era notte fonda. Con l'amico Bollo avevamo appena finito di fare la guardia notturna allo stand dei wurstel della festa dell'unità, lì dove due sere prima avevamo fatto un concerto, suonando malissimo dopati dal vino rosato. Ad una certa ora della notte abbiamo smesso di fare la guardia a questo stand dei wurstel e siamo andati a casa sua, abbiamo trascinato un divano sul pavimento davanti alla tv. Lui si è messo sul divano ed io sul materasso. E a notte fondissima, lui ha infilato nel videoregistratore un VHS da 360 minuti con due o tre film di Moretti uno dietro l'altro. E quindi dormivo, poi di tanto in tanto mi svegliavo, guardavo qualche immagine e mi riaddormentavo. Ricordo Laura Morante che camminava, il baffetto biondo di Moretti. Ma tra un sonno e l'altro i film cambiavano e quindi i ricordi si sono mescolati e fissati disordinati nella mia testa.