Non ci si deve stupire

Non ci si deve stupire dell’abusato termine “buonista”. Pare assurdo ma e’ tutta una questione di prospettive.

Dalla prospettiva dell’egoista, del povero di spirito che non prova empatia, dalla prospettiva misera di colui che pensa solo al proprio ritorno personale, del bifolco della macchina parcheggiata in seconda fila che blocca l’ambulanza, della lavatrice rotta scaricata in campagna, da quella prospettiva insomma, pare inconcepibile che altri esseri umani possano provare dei sinceri sentimenti di compassione, di empatia, di dolore pensando al dolore degli altri. Che siano davvero disposti a rinunciare a porzioni di proprio benessere per trasferirlo a chi affoga nel mare di gennaio. Che siano disposti a rinunciare a qualcosa seguendo concetti impalpabili tipo la coerenza a valori etici. La loro intera esistenza e’ fondata sulla sacra legge del fottere il prossimo, del fottere lo Stato. Non sono cattivi per scelta. Sono cattivi perche’ ignoranti come la merda. E per loro un pensiero o un’azione politica fondata sulla generosita’ senza guadagno pare impossibile.

Pare inconcepibile: credono che sia tutto un bluff. E infatti non solo usano la parola ‘buonista’ come fosse un insulto, ma dicono proprio finti buonisti. Finti. E questa e’ la prova definitiva di quello che passa nelle loro teste: ‘finti’. Perche’ non e’ possibile che sia vero.

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Le cose che ho imparato

Le cose che ho imparato in questi giorni di Bruxelles “blindata” causa terrorismo sono almeno due.

Ho imparato sulla mia pelle che i giornalismo è fondato sull’esagerazione. Ok è risaputo, ma qui l’ho visto concretamente. Non si tratta di esagerare la realtà dei fatti raccontando falsità (si fa anche quello). Si tratta piuttosto di decidere di raccontare alcune cose e non altre. Per esempio in questi giorni di allerta i giornalisti hanno cercato selettivamente di raccontare determinate storie e non altre. Per esempio, ho trovato un giornalista alla ricerca di madri che avessero deciso di accompagnare i loro figli a scuola personalmente in automobile piuttosto che farli andare da soli coi mezzi pubblici, causa terrorismo. E’ chiaro che su una città intera alcune madri abbiano preso questa decisione. Ma cercare selettivamente queste madri (ancora prima di sapere che esistano), per poi produrne un servizio televisivo, non vuol dire informare.

Ho imparato che se il terrorismo serve a creare paura, funziona. La gente effettivamente ha paura. Non solo: la gente ha anche paura di ammettere di avere paura. Ho visto gente che vive qui da vent’anni raccontare di non uscire di casa a causa del freddo. Nell’inverno più caldo della storia. Ho imparato che la gente ha paura e non combatte per nulla: la gente si nasconde nel proprio guscio e attende la pace. Evidentemente ci hanno riempito la testa con parole come “la nostra cultura” e “libertà”, ce le hanno ripetute così tante volte che poi – queste parole – hanno perso il loro significato originario.

Combattere per la nostra cultura e la nostra libertà – in quei giorni – significava semplicemente non chiudersi in casa, avere il coraggio di essere in un bar: la nostra cultura era rappresentata materialmente dal bicchiere di birra davanti a noi. Chiudersi in casa – suona retorico, lo so – significava non combattere, ammettere la sconfitta. Ancora prima della paura (della codardia?) sono rimasto stupito dall’apatia. Com’è possibile, mi sono chiesto notando meno gente per strada, che non sentano l’obbligo civile di essere presenti per strada proprio adesso, che non vogliano celebrare la loro cultura e libertà con un bicchiere di birra? Com’è possibile che non si sentano sfidati e non reagiscano? Ci dovrebbe essere più gente in giro, ancora più del solito, piuttosto che meno.

Mentre scrivo tutto è tornato normale, e anche questo non ha senso. Perché come la paura era largamente irrazionale, anche il dissolversi della paura, semplicemente dettata dallo scorrere dei giorni piuttosto che da una reale diminuzione del pericolo, è pure quella totalmente irrazionale.

Come già scritto in passato e’ impensabile che la Chiesa accetti preti non celibi, e ancora più impensabile che accetti preti non celibi ed omosessuali. Il motivo non e’ l’arretratezza dell’istituzione Chiesa, quanto invece una banale strategia di sopravvivenza.

(Ri) spieghiamoci.

In determinate società dichiararsi omosessuali, oppure accettarsi come tali, e’ complicato. Le posizioni della Chiesa peggiorano questa situazione.  In queste società, tra quelli che non riescono a dichiararsi, alcuni decidono di vivere la loro vita clandestinamente, altri vengono attratti dalla vita religiosa. Molto semplicemente, mentre al di fuori della Chiesa cattolica ci si aspetta che l’individuo abbia una vita di relazione, e magari una famiglia, all’interno della Chiesa queste pressioni non esistono grazie alla regola (medievale) del celibato dei preti. Il celibato dei preti e’ l’alibi perfetto di coloro i quali vogliono scappare dalle richieste della società, e’ il modo più socialmente accettabile per astenersi da una vita sessuale e sentimentale mainstream.

E infatti i seminari sono infarciti di gay, o almeno se ne trovano in una percentuale nettamente più alta della popolazione totale. Chiunque abbia parlato sinceramente con un seminarista avrà sentito questo, e anche storie che niente hanno a che fare con la castità. Se da adulti si e’ vissuti in una società dove gli omosessuali non hanno bisogno di nascondersi, si sara’ sviluppato un minimo di “occhio clinico” per riconoscerli, e cosi’ il pensiero tornerà a quel prete di provincia della nostra infanzia che oggi, con la consapevolezza acquisita, non possiamo non credere non fosse gay.

L’alibi del celibato e’ uno stimolo potente per le vocazioni. Aiuta a nascondersi, e aiuta a “lottare” contro la propria natura, anche se poi la battaglia e’ sempre persa. Lo stesso teologo Charamsa ha dichiarato che all’inizio, non accettandosi, si erasottomesso con pignoleria zelante all’insegnamento della Chiesa e al vissuto che mi imponeva“. Sono storie di repressione che una volta esplose, di solito fanno molto rumore: basta cercare e si trovano esempi anche nelle settimane recenti.

Quindi, se l’alibi del celibato e’ uno stimolo potente per le vocazioni, può la Chiesa in un periodo di crisi di vocazione, abbandonare questo strumento?

Il Ministro dell’Istruzione Giannini ha ascoltato un contestatore recitare al microfono una lunga accusa nei suoi confronti, un testo che il contestatore recitava leggendolo dal suo smartphone (si era già parlato di ministri che danno la parola ai contestatori qualche post più sotto).  Alla fine della lettura lo studente ha provato ad abbandonare la sala, già questo segnale evidente che oggi non si fanno più domande per ottenere risposte, ma si fanno domande solo per lo show, si fanno domande provocatorie solo per misurare l’applauso che ne segue, secondo un rituale inculcato dalla televisione.

Hanno fatto tornare lo studente al suo posto ed il Ministro ha detto (qui il video):

Il contenuto che lei mi ha detto leggendo un testo è un contenuto che ho già sentito in molti altri contesti. L’unica cosa che mi permetto di dire, al di là del merito che è sempre legato ai temi che lei ha citato, è: abbia il coraggio, qui come altrove, di dirlo con parole sue, abbia il coraggio di esprimersi liberamente, abbia il coraggio di non leggere quello che qualcun altro ha scritto per lei. Guardi, faccia l’uso che ritiene, ma abbia il coraggio di fare questo.

Non so spiegarne esattamente il motivo ma questa risposta mi ha emozionato, molto.

bisogna smetterla

Dunque ricapitolando, dei cosiddetti antagonisti hanno cercato di bloccare un dibattito pubblico con il Ministro del Lavoro; qualche giorno prima dei cosiddetti antagonisti hanno cercato di bloccare un dibattito pubblico con il Ministro dell’Istruzione; infine dei cosiddetti antagonisti con le molotov sono stati arrestati mentre preparavano una “dimostrazione” contro l’Expo. Oggi antagonisti a Milano imbrattano gli esercizi commerciali. Tutto nel giro di pochi giorni.

A parte il mio innato fastidio per tutti coloro che con piglio fascista vogliono bloccare dibattiti ed eventi pubblici, verrebbe da pensare che queste persone (seppure fasciste) abbiano delle cose importantissime da dire. E che quindi utilizzino la violenza per farsi ascoltare.

Il Ministro Poletti, contestato, ha dato la possibilita’ ad uno degli antagonisti di spiegare le ragioni della contestazione. La prescelta e’ stata una certa Maria Edgarda, studente di Filosofia che nel momento in cui ha avuto un microfono davanti e gente che la ascoltava, ha purtroppo dichiarato questo:

Non ci racconti che il Paese sta cambiando, io lavoro per sei euro all’ora e lei viene qui e dice delle cose, ma poi fa passare il Jobs act e dopo tre anni la giostra si ferma e io sono daccapo. Ma lei sa cosa è davvero la precarietà? Non credo”. “Create la fiera del lavoro precario – ha ancora aggiunto -, dilapitate le risorse dei territori per cementificarli. E’ una farsa questa

Ovvero parole nemmeno originali, opinioni già rappresentate all’interno dei processi democratici (seppure come opinione di minoranza). E poi una confusione tra le esperienze personali e le decisioni di politica interna.  I manifestanti contro l’Expo oggi mostravano striscioni con la scritta “Io non lavoro gratis per Expo”. E chi vi ha chiesto niente, verrebbe da rispondere.

Va detto che anche gli stessi manifestanti che oggi volevano spaccare le vetrine di Manpower erano una esigua minoranza all’interno della manifestazione (tanto che si sono accapigliati tra violenti e pacifici).

Lo ripeto di nuovo: questi non sono ne’ militanti politici ne’ criminali. Semplicemente fanno parte di quella piccola percentuale fisiologica di persone che in ogni tempo, e in diversi modi (chi negli stadi, chi nelle guerre simulate, chi con il terrorismo) ha bisogno di vivere cosi’, opponendosi con violenza ai detentori del potere, immaginandosi guerrigliero per sollevarsi da esistenze insopportabili perché normali (ma dati alla mano, esistenze per lo più mediocri) e auto includersi in esistenze epiche, significative, rilevanti. L’obiettivo lo si raggiunge imbrattando i monumenti oppure in una rissa di tifoserie avverse. Altri obiettivi significativi con la rivoluzione e la violenza non sono mai stati raggiunti nell’era moderna. Bisogna quindi smetterla di ascoltare le ragioni proposte da chi urla (giacche’ spesso poco solide) e cominciare invece ad analizzare il fenomeno da un punto di vista scientifico se non proprio medico. Non si tratta di dare delle risposte alle loro proteste: questa piccola percentuale fisiologica di persone ha un bisogno fisico di vivere cosi’ e qualora una valida risposta venisse data, loro cambierebbero la domanda pur di continuare a combattere, piuttosto che vivere. Ce ne sono tanti, di esempi di “combattenti” che sono passati da una causa all’altra nel corso della loro vita, dimostrando che e’ il come, piuttosto che il cosa, che gli sta a cuore. Bisognerebbe cominciare ad identificare queste persone e permettergli di sfogare queste necessita’ in sicurezza (per loro, e per la comunità). Credere di poter eliminare completamente il problema e’ irrealistico, sarebbe come immaginare di eliminare completamente la tristezza, la noia o la frustrazione dallo spettro dei sentimenti umani.

Non si puo’.

Dovessi mai essere intervistato da un giornalista di una trasmissione d’inchiesta d’assalto tipo Report, accetterei solo a patto di essere ripreso con le stesse identiche luci e inquadrature dell’intervistatore. E quindi esigerei – come il giornalista che mi intervista – di non essere ripreso in faccia da molto vicino, di non essere ripreso dall’alto verso il basso, di non essere ripreso con le luci sbagliate in faccia. Nell’era della comunicazione tutte queste cose possono – purtroppo – fare la differenza. Anche quando hai qualcosa di sensato da dire, farai la figura del deficiente messo in difficoltà.