Non voler classificare il disastro della Germanwings come terrorismo significa accettare il dogma inconfutabile che il terrorismo sia guidato solo da ideali religiosi o politici. Significa ignorare il senso di rivalsa e di vendetta degli emarginati quando sono anche psicologicamente squilibrati, la voglia che hanno gli esclusi di generare quanto più male possibile, di causarlo in modo aspecifico e irrazionale.

Il pilota Andreas era uno psicopatico che stava per essere escluso dal suo sogno, emarginato dal mondo in cui voleva vivere. Come scritto qualche tempo fa, anche i terroristi cosiddetti islamici hanno in comune – oltre alla fede musulmana – il fatto di essere parte di minoranze etniche e sociali emarginate, a cui non è dato di sperare in un futuro migliore. Se oggi vi raccontassi di qualcuno che entra in un locale pubblico del mondo occidentale con un fucile per far strage di essere umani innocenti, la prima associazione mentale è quella con il terrorista classico, magari arabo, certamente musulmano.

E invece sto pensando a quei ragazzini che di tanto in tanto impazziscono nelle scuole americane e fanno strage di compagni di classe, spesso dopo storie di emarginazione e risentimenti.

Come si fa a negare che l’intento di questi gesti non sia proprio quello di generare terrore? E come si fa a non vedere il filo comune – sociale, psicologico – che lega tutti questi eventi, e che gli lega tra loro più coerentemente di un ideale religioso o politico?

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mi pare che

Mi pare che, secondo i criteri di politica internazionale attualmente in vigore, come reazione al disastro aereo causato da un azione kamikaze di un pilota tedesco mosso da ragioni a noi incomprensibili, adesso dovremmo essere in obbligo di bombardare la Germania.

O no?

Ci vuole una generosa porzione di tempo

Evidentemente non e’ un caso se la maggior parte delle amicizie nasce al liceo o durante un viaggio. Ci vuole una generosa porzione di tempo libero per avvicinarsi.

scrive l’autore israeliano Eshkol Nevo nel suo (bel) romanzo La Simmetria Dei Desideri.

Ti piace essere d’accordo su un concetto tanto banale quanto ignorato. Soprattutto l’eta’ adulta ti porta amici che esistono solo perché si deve fare qualcosa insieme, ufficialmente divertirsi, tecnicamente tenersi occupati, quando poi quello che una volta si chiamava cazzeggio era l’ingrediente fondamentale per la nascita delle amicizie. E in particolare il cazzeggio venuto male, quel tipo di cazzeggio in cui ti annoi e non sai come uscirne.

Ci si illude di migliorarsi eliminando questi momenti. E invece.

Ad andare per mostre e per musei, non posso evitare di osservare – oltre alle opere – la gente che guarda le opere.

Il pubblico di una mostra o di un museo è un sottogruppo della popolazione generale che invece incontri per strada. Ovvero il sottogruppo che vuole andare a vedere una cosa del genere: per curiosità, perché gli piace, perché ci viene trascinato. E’ un filtrato selettivo della popolazione generale, e quindi interessante da osservare proprio per questo motivo. Tra l’altro l’illuminazione delle stanze e l’architettura delle stanze stesse aiutano a creare la sensazione che le opere d’arte non siano solo quelle in esposizione ma pure quelle umane che vi passeggiano a fianco. Di conseguenza mi distraggo e guardo loro, piuttosto che le opere.

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una delle prove

Una delle prove inconfutabili della tua imperfezione è la distanza tra quello che credevi ti piacesse – le cose che credevi ti piacesse fare, le persone, le cose – e ciò che poi nella vita invece inaspettatamente desideri, davvero contro ogni logica.

Le cose che invece ti piacciono, le persone di cui invece sei curioso. Le persone che – contro ogni logica – vorresti sapere quale faccia hanno appena sveglie la mattina, quale calligrafia lasciavano sui quaderni di scuola.

Questa discordanza tra la persona che credevi (che speravi) di essere e quella che invece sei ti fa arrabbiare con te stesso, ma dura molto poco, perché poi da adulto invece di respingere, accetti. Prendi atto di ciò che desideri, perché le forzature non hanno senso, e perché sai che come i bambini le negazioni non fanno altro che aumentare la curiosità.