La targa

Quando una settimana fa la polizia mi ha fermato per un controllo ed ha notato la targa dell’auto ancora nonostante tutto italiana, credevo mi attendesse una multa. Sapevo di essere in torto; non l’avevo ancora sostituita perché da un punto estetico e sentimentale la preferivo di gran lunga a quella belgica.

Il poliziotto ha detto “abbiamo un problema” ed io pur sapendo di essere in torto, ho comunque fatto la faccina del pulcino che perde di vista la gallina.

Un problema? Ma va’?!?

Quando poi più tardi ho dovuto consegnare le chiavi dell’auto e tornare a casa a piedi nella pioggia, nel vento freddo, non sapendo esattamente cosa fare per sistemare la cosa, in quel momento esatto mancava solo un violino triste di sottofondo, e la scena apocalittica sarebbe stata completa. Lo sconforto era causato dal fatto che nessuno tra i poliziotti presenti sapeva dirmi quale procedura avrei dovuto seguire per recuperare l’auto: ognuno aveva la sua versione, significativamente diversa da quella dell’altro.

Ciò che ne è seguito (e che ancora deve seguire, perché sono ancora a metà) non è stato soltanto un palleggiare da un ufficio all’altro in mattinate con il vento in faccia a meno due gradi. Ho scoperto il mondo delle officine dei garagistes arabi dei quartieri malfamati di Brussélle dove la stampa dice che se cerchi bene ci trovi pure i terroristi, gente che se non ti può aiutare comunque una telefonata all’amico prova a farla, gente che ti saluta alla maniera islamica della stretta di mano e poi una pacca sul cuore, gente che fuma suda ripara e parla contemporaneamente. Ho scoperto le esistenze di gente imprigionata in uffici statali dietro scrivanie fantozziane attorniate da colori scialbi, il cui unico compito pare essere quello di ricopiare numeri e timbrare carte e aprire il quotidiano sul tavolo per poi ricominciare dall’inizio. Ho scoperto UberPop (santo, santissimo UberPop). Ho riscoperto i lunghi viaggi in autobus, l’ipnosi piacevole dell’osservare il marciapiede che ti sfreccia di fianco, il non dover attendere che il semaforo diventi verde.

Una delle cose più complicate e urgenti era riuscire a ritirare l’auto dal deposito della polizia: non si trattava soltanto di pagare una multa. Oltre ad una serie di strambi documenti, il poliziotto del commissariato aveva detto che sarebbe servito qualcuno (un garagiste) possessore di una targa temporanea di un tipo molto specifico. Il poliziotto che mi ha raccontato questa cosa non sapeva (non voleva) dirmi dove avrei potuto trovare questo garagiste e questa targa. “E’ un problema tuo” mi ha detto, da dietro un vetro antiproiettile, infilandosi un dito nel naso e usando uno di quei toni vessatori perfetti per far scattare di rabbia le persone, ignorando quanto sia complesso per uno straniero trovare qualcuno o qualcosa nelle periferie che non conosce.

Ed invece non mi sono affatto arrabbiato (la novità dell’età adulta è che mi arrabbio molto meno) ma ho piuttosto considerato l’esistenza sua di poliziotto confinato all’interno di cinque metri quadri squallidamente arredati, un’esistenza trascorsa ad ascoltare disperati che parlano di multe, vestito ogni giorno allo stesso modo. Ho soppesato la sua esistenza come quelle degli altri burocrati incontrati in questa settimana ed ho concluso che se all’interno di questa vita grama trovano una piccola soddisfazione nelle piccole angherie e sadismi nei confronti delle ombre al di la’ del vetro, allora sono davvero contento di offrirgli questa possibilità di gioia. Un misto di generosità, misericordia, kindness e elitarismo. Fate, fate pure: in fondo non mi costa niente e dura poco.

Poi ho incontrato Yassim, un marocchino di seconda generazione che mi ha spiegato come stiamo diventando tutti meno umani a causa di televisione e whattzup. Lui sapeva come fare, conosceva tutti in commissariato, e faceva i cuori con le mani alle giovani poliziotte di passaggio, e quelle sorridevano alla sua faccia maghrebina e barbuta. Abbiamo parlato di Berlusconi, dello spessore giusto della pizza, di quella volta che è scappato di casa per andare a Milano a dormire sotto i ponti. Parlando dell’attentato di Parigi ha tentato del proselitismo facendomi vedere sul telefonino questo video di Giulietto Chiesa a La7 sottotitolato in francese, citando il Papa e la storia del pugno. Ho poi conosciuto Ahmed, il suo amico cinquantenne che un giorno si è sentito male in Marocco, un medico lo ha visitato e lo ha dichiarato morto. Ahmed si è risvegliato tre giorni dopo nella cella frigorifera dell’obitorio, ha avuto la forza di bussare sul porta della cella. Ahmed aveva tutti i documenti per dimostrare la veridicità della sua storia, incluse le fotografie con le ustioni da congelamento sulle spalle, che mi ha fatto vedere una per una. Dopo il risveglio ha avuto bisogni di quattro mesi in ospedale per riacquistare la memoria. Tornato a Brussélle ha scoperto che sua moglie aveva già venduto la casa e che non era contenta di saperlo vivo: si era talmente abituata ad essere vedova che a quel punto ha preferito diventare una divorziata, lo status piu’ prossimo a quello di vedova tra i disponibili. Abbiamo convenuto che Ahmed dovrebbe raccontare la sua storia incredibile in Vaticano: in pratica lui è il nuovo Gesù Cristo, sebbene assomigli tanto a Bill Cosby e sia in dialisi causa parizale congelamento dei reni. Poi ho incontrato Marcello, un signore arruffato smistatore di auto sequestrate nato in Venezuela ma che ad un certo punto grazie a lontane discendenze è riuscito a prendere la cittadinanza italiana e per questo motivo ha fatto il militare a Lecce.

E le storie potrebbero continuare, e sono tutte storie che sarebbero perfette in un nuovo episodio della famiglia Malaussene.

Tutto senza smadonnare quasi mai, ma essendo anzi sempre preparato al peggio. Quando stamattina il tizio che inoltrava la mia pratica di immatricolazione belgica ha smesso di ticchettare sul computer e mi ha informato che non riusciva a continuare data la particolarita’ del mio caso,  e che forse dovevo presentarmi ad un ulteriore ufficio per risolvere l’inghippo, ho risposto che non c’era nessun problema, avrei fatto pure quello.  Un’altra mattina di vento in faccia, di autisti di Uber dalla faccia strana, di scrivanie orride, di bus lenti, di musica in cuffia.

Pazienza.

 

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vous n’êtes pas Charlie

Innanzitutto chiariamo che vous n’êtes pas Charlie, voi non siete affatto Charlie. Avete soltanto premuto il tasto “condividi” su Facebook. Neanche io sono Charlie, sebbene la sera dell’attentato sia stato in giro per Brussélle – città pesantemente islamica – ad affiggere vignette blasfeme, come da fotografia.IMG_20150108_241900778

Dopodiché non chiedetevi come sia possibile compiere questi gesti in nome della religione. Togliete di mezzo la religione e immaginatevi a vivere in palazzi squallidi alla periferia del bel mondo. Immaginatevi poveri e appartenenti ad una porzione di società considerata inferiore e sgradita. Immaginatevi che l’appartenenza a questa porzione di società vi si legga in faccia, nei vostri tratti somatici e nel nome che portate – non potete nasconderla nonostante tutti i vostri sforzi.

Siete condannati a farne parte.

Adesso immaginate le vostre madri, mogli, figlie, che puliscono i cessi degli uffici dove pisciano gli appartenenti alla società dei “superiori”. Immaginate che questo non sia un lavoro come un altro, una sfortuna frutto del caso, ma un fatto scontato: le madri dei vostri amici fanno lo stesso, o qualcosa di simile. Non è un’esagerazione: sono quasi quattro anni che in questa parte di Europa gli schizzi della mia urina vengono puliti via da donne arabe che indossano il velo. Che la mia spazzatura viene raccolta da arabi. Che mi faccio portare in giro da taxi guidati da arabi. Immaginate insomma di essere nati dalla parte giusta del mondo ma di avere la faccia e il nome sbagliati, e per questo condannati all’emarginazione. Immaginate di rendervi conto che la sola vita a vostra disposizione verrà vissuta arrancando ai bordi, nell’underclass, ospiti poco graditi ma accettati finché tengono la testa bassa e non provano ad entrare in sala di comando.

Immaginate di essere circondati da tantissime persone nella vostra stessa condizione. La rabbia che provate, riuscireste ad ingoiarla o provereste l’istinto di sfogarla? In Francia molto prima delle motivazioni religiose, le masse di disperati hanno dato fuoco alla città. Anche se gli incendi sono finiti, la rabbia e la frustrazione sono rimaste.

Nella stessa situazione, riuscireste ad ingoiare la rabbia? Potreste rispondervi che la cosa più giusta da fare sarebbe sopportare: è vero, ma siete sicuri che tutti sceglierebbero la cosa giusta? E se – date le condizioni di cui sopra – non avreste niente da perdere, quanto attraente potrebbe sembrarvi una reazione che implichi vendetta e rivalsa verso chi vi è “sopra”? Quanto attraente sarebbe una reazione alla frustrazione che implichi generare paura?

Estremista è chi – ignorando il disagio della massa di disperati – accusa la religione di essere la causa delle carneficine.

Ma esiste una via per diminuire questo disagio, per sperare in una vera integrazione? Probabilmente No; ma questo è un altro discorso.

When Theo Van Ghogh was murdered in Amsterdam on November 2, 2004 by Mohammed Bouyeri, an Islamist with Dutch and Moroccan citizenships, many said that this was the failure of the Dutch model of integration by tolerance. When bombs planted by young Britons of Pakistani and Jamaican descent exploded in the London subway on July 7, 2005, many said that this signified the failure of the British model of integration by multiculturalism. A month and a half later, when levees broke in New Orleans under the onslaught of hurricane Katrina and the poor, predominantly black population was trapped in the flooded city, many said that this revealed the failure of the integrating power of the “American dream.” And when riots erupted on the outskirts of major French cities (though not in Marseille, as will be seen later) in November 2005, many said that this unmasked the weakness of the French “one-law-for-all” republican model of integration.
Now, that all major models of integration are proclaimed dead, serious analysis may finally begin, because these models often hide as much as they reveal.

Da qui

il 2014

Il 2014 è stato un anno in cui ho scritto poco, ho scritto in ritardo (come questo post), in cui ho letto poco e male. Continuo ad odiare i capodanni. Le celebrazioni, i regali. E quindi pure i bilanci di fine anno, che perciò posticipo. Insomma continuo ad odiare quelle cose che dopo l’antagonismo adolescenziale la gente poi comincia ad apprezzare, e a dirsi che bisogna rilassarsi, che in fondo cosa te ne frega.

Per me non vale.

Un anno in cui ho capito che la stabilità può essere perfino un problema. Ovvero che mi è più facile vivere la precarietà delle persone, dei luoghi, dei lavori. Piuttosto che la consapevolezza che una persona, un luogo, un lavoro, potrebbero durare tantissimo. Le domande che si generano davanti a quell’ipotetico tantissimo sono ossessive e dilanianti. Certi giorni si potrebbe dire che essenzialmente lavoro, mangio dormo e poi – in tutti gli interstizi di tempo rimasti – mi pongo domande sulla stabilità.

Un anno in cui sono rimasto in panne con l’auto una volta, di notte (e non ne scrissi, ecco, appunto), in cui ho speso una cifra abnorme in ristoranti. Un anno che ho ascoltato molta musica online e comprato pochi dischi. Che ho passato più di un mese al mare. Un anno che mi sono detto basta, adesso non stiro più le camicie, ma poi ho ricominciato. Che ho giocato ai videogiochi sul telefonino – non si dovrebbe, lo faccio lo stesso. Che non ho visitato posti nuovi e non me ne dispiace; il piacere di ripassare dagli stessi luoghi è molto sottovalutato. Ho anche fatto tanti chilometri a piedi, ho fatto due spettacoli teatrali, ho riso sinceramente, ho lavorato molto, ho finito una mezza maratona. Un anno in cui non sono riuscito a cambiare casa, in cui ho tagliato via persone inutili. Un anno in cui mi sono sforzato di tenerne altre vicino perché speciali.

Un anno in cui sono diventato geloso di chi riesce a farsi riempire tanto da una sola conquista: un lavoro, un figlio, un partner. Si riempiono e gli basta. Gli esseri viventi – si legge sui libri di biologia – nascono, crescono, si riproducono e muoiono. Chi grazie a questo riesce a sentirsi riempito possiede una fortuna che non immagina neanche, perché poi ci sono altri esseri viventi più sfortunati che nascono, crescono e si pongono domande.

Un anno che però mi piace ancora bere il caffè di fronte ad un computer e elaborare informazioni complesse.  Un anno che in certi momenti mi piacerebbe essere in campagna a spostare zolle di cacca di mucca da una stalla all’altra.

I più letti tra i post del 2014:

Tutta l’infelicità dell’uomo (31 Marzo)
Senza titolo (31 Luglio)
Ma quindi perché di certe persone (7 Gennaio)