Tema: un carnevale a münchen. Svolgimento:

– Baciami-

– No-

– Perché?-

– Perché non mi va.-

– ..mmm…?-

– Non mi va. –

– Sei uno sfigato –

– Ok.-

– E comunque lo sapevi già che ero fidanzata.-

– Non me ne frega un cazzo che sei fidanzata.-

– Parlavi di moralismi, prima.-

– Si. Ma dicevo tanto per dire. –

– Ok. Non scrivere di me sul tuo blog. –

– Va bene. –

Questo è l’epilogo della serata. Faccio come nei romanzi di certi autori che mettono il finale all’inizio della storia e poi dopo flashbacks e trastullamenti temporali con il risultato che alla fine non se ne capisce una cippa lippa.

Sono appena tornato da Bologna. A Monaco nevica e le strade sono infarinate di una patina bianca che fa slittare le auto. Nevica ma è anche carnevale. Ne consegue che non avevo molta voglia di uscire – che il soffitto della mia stanza era fonte di strane ispirazioni- ma poi Giulia mi tira per la manica e mi dice dai vieni che si va in quel posto.  Allora finisce che ci vado, in quel posto. Ricordati di santificare le feste. Il carnevale è una festa, no? Santifichiamola.

Mi vengono a prendere in auto. Sono seduto dietro, raggomitolato. Sul sedile davanti c’è lei, che per comodità di narrazione chiamerò d’ora in poi la Molesta. Sono sobrio, lucidissimo. Gli altri manco per niente. Iniziano ad invocare un cesso per dare sfogo alle vesciche. La Molesta riesce contemporaneamente a fumare, dondolare, cantare Hello degli Oasis fino a far tremare il parabrezza, chiedere indicazioni attraverso il finestrino ai tassisti infreddoliti fermi ai bordi delle strade infarinate di neve.

Sulla porta di questo locale le ragazzine bavaresi biondissime sono mezze nude sotto la neve. Queste ragazzine che d’ora in poi, per comodità di narrazione chiamerò generalmente Le Biondate. Appena dentro si avvicina una tipa e ci da’ in mano un preservativo. Ci dice: buon divertimento. Io penso: voglio tornare a casa. Dal mio soffitto. Il secondo passo è il guardaroba. No ragazzi, io l’euroecinquanta di guardaroba non lo voglio pagare. Lasciamo i cappotti in macchina, ok? In fondo non fa mica tanto freddo. Guarda lì  Le Biondate come si divertono, con le mammelle al vento sotto la neve con meno due gradi. Andiamo verso la macchina? Andiamo. Sulla porta la tipa di prima ci da’ un altro preservativo. Buon divertimento. Grazie. Mi viene in mente Troisi in quel film. Chi siete? Da dove venite? Quanti siete? Dove andate? Si, ma quanti siete? Un preservativo.

Siamo dentro, definitivamente. Qualcuno mi tocca il culo. Mi giro a guardare e vedo uno Shaquille O’ Neall di tre metri per due. Tralascio e vado avanti. Le Biondate sono dappertutto. Si agitano. Bevono. Si tirano per i capelli. Bevono. La Molesta è al bancone. Le rubo il suo rum e cola. Hai detto che sono molesta, mi dice. Non sempre, rispondo io, diplomatico. Non sempre, ma qualche volta si.

Vado al bagno. Nella stanza dei pisciatoi ci sono circa dieci ragazzi con l’arnese di fuori che pisciano. Entra un tizio travestito da arbitro. Si mette al centro del pisciatoio. Si infila il fischietto in bocca, alza il braccio e fischia fallo. Ah ah ah. Questa era la parentesi ironia del post. Che si chiude qui.

Sono al bancone. Sento urlare dietro di me: Jooohnny!!!!” . Entra in scena una tipa  bassa, bionda e invasata. Che quindi d’ora in poi, per esigenze di narrazione, chiamerò L’ Invasata. Mi abbraccia. Lì vicino c’è un tizio vestito da prete che mi osserva e ride. L’ Invasata mi dice ”Johnny! Dove hai messo i tuoi occhiali? Eh, Johnny? I tuoi fantastici  sunglasses? “ Non so cosa dire. L’Invasata ondeggia. Magari se aspetto cade da sola al suolo. Dopodiché dovrò solo scavalcarla e andare oltre. Ma l’ Invasata non cade. Continua a chiedermi dei miei sunglasses. Io dico : ma sunglasses in che senso? Lei mi dice : sei uguale uguale a quel Johnny di Mtv. Quello di Jackass. Non lo conosco, le dico. Ma sarà sicuramente la goccia d’acqua di Katie Holmes, visto quello che è successo qui. Comunque le dico: non ho sunglasses, non esistono occhiali per la misura del mio capoccione, e dico davvero. Il prete con la birra in mano la distrae, ed io scappo.

In giro trovo una filippina che si è travestita da raccoglitrice di riso cinese. Avrà pensato: ho gli occhi a mandorla, allora li sfrutto. Trovo un alce che non si muove più. Probabilmente è morto per il caldo. Le Biondate con le mammelle al vento invece saltellano tutte contente.  Un tizio travestito probabilmente da spaventapasseri del Mago di Oz prova ad attaccare bottone con la Molesta. Lei manco lo guarda. Certe cose le sanno fare così bene solo le italiane.

Quindi sento di nuovo urlare : “ Joohnny!! Did you find your cool sunglasses?” Io dico: “ Cara, tu stai male ed ondeggi” e glielo dico in italiano. Le mi dice: Johnny, sei sexy, baciami. Io le dico: Non se ne parla nemmeno. L’ Invasata : allora sei gay? Oh my god, Johnny è gay. Johnny è gaaaay. Urla e zompetta  strillando : è gay, è gay. La prendo per il naso, così riesco a fermarla. Ho il suo naso tra le dita e lei mi dice:  oh, mio dio Johnny, che delusione, sei gay. Mentre la tengo per il naso, tira fuori la lingua come i camaleonti che acchiappano le mosche. Non sono gay, capito? Anzi , sai cosa ti dico? Sono gay. Sono frocio perso, guarda. E sono nervoso perché non mi fai andare al cesso, dove devo darmi una risistemata al mascara. Ciao.

Al bancone provo a scambiare due preservativi con una birra. Non funziona.

Mi trovo abbracciato con la Molesta, più tardi. ( Molesta, non te la prendere per il nick, dai). Balliamo, si fa per dire. Dopodiché avviene il dialogo di cui all’inizio del post. Con la variante che vengo additato come sfigato, anziché gay. Quantomeno un offesa originale. Ma la mia lingua è preziosa. Almeno ieri avevo deciso così.

Poi come sempre si fanno le sei, le palpebre sono saracinesche pesanti da tenere su. Si va tutti a mangiare il cheesburger delle sei di mattina. Filippo continua a fissare il suo cheesburger e a dire in trance: il cheesburger spacca. C’è poco da fare, spacca.  La neve fuori di qui ha fatto capire a tutti che è lei, che comanda. Io sono stanco ma non è solo un problema di palpebre che non si tengono su. C’ho le palle piene di troppe cose. Vorrei se possibile andare in letargo, ma non si può.

Non si può.

Per adesso vado semplicemente a letto. Johnny ( che poi ho scoperto essere questo qui) vi augura la buonanotte.

Gute Nacht.

pillole

Bisognerebbe fare come quelle pattinatrici sul ghiaccio delle Olimpiadi. Queste ragazzine che volano volano e poi scivolano e cadono sul ghiaccio di culo. Cadono sorridendo e sorridendo eccole che si rialzano. E poi continuano a piroettare col culo in fiamme, ma sorridendo.

E dunque sorridere, nonostante tutti i cazzi vari ed eventuali che ti infiammano il culo.Questa è la pillola di saggezza di oggi. La supposta.

Eccomi tornato a Bologna per ventiquattrore. Accendo la tv. Mentre lavo i piatti sento il sottofondo degli schiamazzi del Grande Fratello. Mi accorgo che non conosco nessuno dei tizi del GF. E questa, cari miei, è una soddisfazione mica da poco. La pillola di soddisfazione di oggi. La supposta.

Non posso fare a meno di notare che in Italia si esagera col gel per capelli.

 
Sugli altri canali invece mangiano tutti il pollo. Mangiate il pollo che fa bene. Mangiatelo che non vi succede niente. Lo mangia il giornalista durante il tiggì. Lo mangia la conduttrice,che pilucca il cosciotto di pollo con i denti per non rovinarsi il rossetto.

Poi ci sono pure le pattinatrici sorridenti e col culo in fiamme, ma di questo ne ho già parlato. E comunque, lo ripeto, sorridere. Che non fa male.

La mia casa di Bologna è diventata un lazzaretto di disperati, nel frattempo. Rotolano palle di polvere e capelli nel corridoio, come enormi topi che fanno le capriole. A me fa un po’ schifo , ma so che basta poco per abituarmi di nuovo a tutto questo. Mi ci abituerò di nuovo, serviranno due o tre giorni. Quando questo dovrà succedere, cercherò di sorridere. Magari con un petto di pollo infilzato nella forchetta. Dicono che sia meglio del Prozac.

glottologia

Il mio coinquilino vuole imparare l’italiano.

Lui, germanico crucconico del nord Crucconia, vuole imparare l’italiano.

Volevo sapere il perchè . E allora continuavo a chiedergli: ma perché? A cosa ti serve? Cosa te ne fai? E lui all’inizio mi rispondeva sempre: mah, così, perché è una bella lingua. Perché suona bene. Perché sento che mi piace, l’italiano. Poi scopri scopri e insisti insisti, esce fuori una sua vecchia fiamma italiana, una tipa che un giorno se ne è andata portandosi via un pezzetto del suo cuore. Allora in quel momento l’ho compreso. Da quel momento sono diventato il suo insegnante di italiano.

Non so se mi spiego.

E dunque ci sono io che entro in cucina, mi sono appena svegliato, le mie palpebre sono così serrate che potrei benissimo essere un coreano. Peggio, un coreano che si è appena svegliato. Apro la porta , riesco a produrre uno di quei sbadigli da visita odontoiatrica a distanza. Saluto il mio coinquilino , dico GutenMorgen, poi mi aggrappo speranzoso alla macchinetta del caffè. Lui intanto sfoglia il suo libro di grammatica italiana. Questo librone arancione che sulla copertina ha disegnata una tazzina di caffè. Il titolo è “ Espresso”. Quando l’ho visto la prima volta, mi sono spanzato dalle risate. Lui mi ha guardato curioso. Espresso? Ah ah ah. Ho detto, ma ti rendi conto? Cosa diresti tu se un libro di grammatica tedesca lo chiamassero Wurstel? Eh?

—   

Da quando sfoglia questo libro, in casa mia di tanto in tanto si sentono delle frasi assolutamente fuori contesto. Senza senso. E’ lui che legge ad alta voce il suo libro.

– Coinquilino, hai visto per caso lo zucchero?-

– Marisa, ti andrebbe di trascorrere questa bella serata al cinema?-

– Lo zucchero, ho detto. –

– Ehi, Marisa, hai visto quant’è carino il nuovo fidanzato di Giulia? –

– No, non l’ho visto. Lo zucchero?-

– Checcosa significa “ quant’ è carino” ? –

– It means that she likes him. –

– Ah. Ho capito. Lo zucchero è sopra del tavolo.-

– Grazie.-

– Marisa! Giovanni è certamente carino, ma io ho sempre ammirato Luca per la sua simpatia.-

Quello è senza dubbio un libro di grammatica per checche, e non ho il coraggio di dirglielo. Questa Marisa poi,  è sempre in mezzo. Marisa va al teatro, Marisa esce con le amiche, Marisa va a fare shopping. Potrei aprire un blog per raccontare le avventure di Marisa del libro di grammatica italiana. Nel mio primo libro di inglese c’era invece Mary Brown. Mary Brown aveva la fissa di chiedere dove si trovavano i vari oggetti. Partiva da “where is the pen? The pen is on the table” per poi finire su cose più complicate. La maggior parte degli oggetti della casa di Mary Brown si trovavano comunque on the table oppure under the table. Poche variazioni. Mary Brown viveva in una piccola cella di isolamento, evidentemente.

– Cosa cucini?- mi chiede allora il mio Coinquilino.

– Pasta con i funghi. –  rispondo.

– Quant’è carino! – mi dice.

– Già. –

catechismi: ovvero come ho chiuso con la religione.

Partiamo dal fatto che una volta , avevo quattro anni, ho sgamato una suora senza il copricapo da suora.  Questo sarebbe pure bastato, ma poi c’è stato dell’ altro. Eccome.

Il catechismo, per esempio. Ne ho cambiati quattro, di catechismi. E lasciamo perdere che il plurale di catechismo probabilmente non esiste. Io ne ho cambiati quattro perché mi facevo odiare. Io rompevo i coglioni con perizia, in quel luogo di catechesi. Io facevo domande e domande. E non mi rispondevano mai. Io chiedevo “ si ma gli apostoli e bla bla bla poi arriva Gesù e diceva bla bla bla ma questo significa allora che bla bla ? Oppure bla bla bla? “ Come insegnanti di catechismo non ci davano mica il prete. Macchè. Ci piazzavano davanti delle ragazzine di quattro cinque anni più grandi di noi. Io volevo il prete. Lo esigevo. Io volevo rompere i coglioni all’autorità. E loro mi davano in pasto a queste ragazzine. Io chiedevo delucidazioni sugli apostoli e loro mi dicevano” ma, sai , la misericordia, la carità , bla bla bla” . Più o meno le risposte erano sempre quelle. Poi la lezione finiva e le ragazzette mie maestre di carità andavano a ficcare la lingua in bocca ai ragazzetti sul motorino dietro la Chiesa.  Quanto a misericordia, se ne intendevano, loro. Io invece rompevo i coglioni  in modo sistematico, asfissiante. Volevo sapere. Alzavo la mano. Volevo capire. Alzavo la mano, e facevo domande. Oggi un bambino così io lo ucciderei senza problemi. Solo una volta rimasi zitto. Avevo di fianco a me un bambino con i capelli ricci e neri e lerci. Mi voltai dalla sua parte e vidi nel suo orecchio una profusione di cerume incancrenito come mai più mi capitò per tutto il resto della mia vita. Aveva il brodo primordiale, nell’orecchio, e presto la’ dentro si sarebbe creata una nuova forma di vita misericordiosa. Rimasi zitto perché se avessi parlato, se avessi aperto la bocca, avrei vomitato sul tavolo, sul libro aperto alla pagina della vignetta di Mosè con le tavole dei Dieci Comandamenti.

Un giorno fui spedito a seguire delle lezioni “private”. Mia madre si era rotta le palle. Mi mandò da una mia vecchia zia, maestra di catechismo da sempre, a farmi impartire la conoscenza del divino. Eravamo solo io e lei. Io crepavo dal sonno. Luci soffuse, voce flebile, un divano morbidissimo. Mi pizzicavo le ginocchia per tenere gli occhi aperti.

Un giorno ebbi la folgorazione. Alzai la mano ( non serviva, c’ero solo io, ma avevo fatto l’abitudine) e chiesi:

– Adamo ed Eva.-

– Si, dimmi –

– Adamo ed Eva li hanno mandati via dal Paradiso perché si son mangiati la mela, vero?-

– Certo. Da lì è nato il peccato originale. –

– Si si lo so. Quello che voglio sapere è : erano in Paradiso e sono stati spediti sulla Terra, giusto? –

– Certo. –

– E sulla Terra non c’era nessuno. Sono arrivati loro, hanno fatto i figli. –

– Si, infatti. –

– E poi i figli dei figli. E insomma da lì deriviamo tutti noi, vero? –

– Giusto. –

– E la scimmia?-

– Quale scimmia? –

– A scuola mi dicono che discendiamo dalle scimmie. –

Silenzio.

La risposta che segue non è frutto della mia perversa fantasia. E’ la pura realtà. Ci tengo comunque a precisare che si, la mia fantasia è perversa. Tanto. Ma questo è un altro discorso. Torniamo al divano morbidissimo, ad un bambino incazzoso. Alla predicazione del divino.

– Le scimmie. Sai, quello è un modo di dire.- segue lunga inspirazione per conferire tono di solennità-  Significa in pratica che Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, arrivarono sulla Terra, e iniziarono a vivere in condizioni precarie, nelle campagne, e allora si inselvatichirono a tal punto da sembrare quasi delle scimmie.-

– Sembrare delle scimmie?-

– Già. –

– E dunque così stanno le cose?-

– Già. Ma c’è da dire anche che la misericordia, la carità , bla bla bla. Bla bla bla e poi tieni conto anche che bla bla bla. –

Punto.

Lì smisi anche di pizzicarmi le ginocchia.

fare qualcosa

Dicono : l’accidia è un vizio capitale.

Io dico: mah.

Essere al mondo, essere vivi, avere un cervello che intanto funziona , espirare ed inspirare ritmicamente . E pensare pensare pensare. Mica è poco. Poi ti guardano dal di fuori e dicono: eh, quello lì non fa un cazzo. Non è che dicono: accidioso. Per dire accidioso ci vuole il letterato, l’uomo di cultura. Però fa lo stesso. Ti dicono : ehi tu, non fai un cazzo. Muoviti.  Fa’ qualcosa, perdiamine.

Ieri sera sono stato a bere una birra in un posto. Bel posto. Il tavolo, la birra, gli amici. Vabbe’ , non li conoscevo per niente, quelli la’, erano gli amici della Tipa del Nord. Mi dice: dai vieni che beviamo una birra con i miei amici. Io penso: che palle. Poi ci vado. E cambio idea. Sono stato bene.

Intanto che scrivo, le cose prendono una direzione ben precisa. Ineluttabile.

Del tipo che non posso aprire più la posta, che dentro ci trovo le mail all’acido Muriatico che mi spedisce la Tipa del Sud. Il monitor si scioglie, quando visualizza quelle parole. Io rispondo conciliante, picchettando sulla tastiera, ma non serve. Acido e acido, questo ricevo. In altri momenti avrei chiuso tutto con un bel vaffanculo solenne e scandito con chiarezza. Magari con l’indice puntato all’aria come un direttore d’orchestra. Adesso invece mi metto a ragionare. Cerco di essere comprensivo.  Non serve. Allora mi scandisco i vaffanculo a me stesso davanti lo specchio del bagno. Non serve.

E allora quello che serve è inspirare ed espirare ritmicamente. E pensare pensare pensare.

Dicono : l’accidia è un vizio capitale.

Io dico: eh, insomma.

orifizi

Questa felicità che alle volte mi assale, è come un conato di vomito.

Come qualcosa che non si controlla, eppure è li’. Come qualcosa che deve uscire per forza, ma è troppo grossa. E allora capisci che, quando verrà fuori, proverai anche un po’ di dolore. Perché è troppo grossa. Come una donna che sta partorendo un bambino con la testa troppo grossa. E il dottore le dice: signora, il bambino c’ha il capoccione. Magari vuole un po’ di analgesico? Eh, signo’?

Mi chiedevo: esiste un orifizio per la fuoriuscita della felicità?

E se esiste, io lo voglio l’analgesico?

Ieri mi ero perso in questo immenso Ospedale. Cercavo il dipartimento di Oncologia Sperimentale. Lo scienziato Mr. Bean alla ricerca della porta giusta. Mi guardo nel riflesso di una porta a vetri e penso : sono molto ma molto più bello di Mr.Bean. Molto ma molto ma molto. Però mi sono perso lo stesso. Ho aperto tutte le porte che ho potuto, ho detto “mi scusi” ad almeno tre signore che stavano sdraiate sul lettino con la gamba ingessata e rialzata. Ho detto “ mi scusi “ ad almeno tre altre persone che invece dormivano, nel lettino. Ho pensato: posso andare avanti all’infinito a dire “ mi scusi “ e ad aprire le porte, e prima o poi troverò quello che cerco.

Poi invece si è avvicinata una signora, vestita in modo distinto e ampiamente sorridente. Aveva un cartellino sul tailleur, dove c’era il suo nome,  Signora Qualchecosa, e il suo ruolo nell’Ospedale, Responsabile per il Qualchecosa. Questo Qualchecosa doveva essere evidentemente la Ricerca e il Soccorso per i Pirla Che si Perdono nell’ Ospedale. Magari anche con una delega speciale per i Mr. Bean. Per quelli belli, ovvio.

La signora mi dice:

-Qualchecosa Qualchecosa, posso aiutarla?

Io vedo che lei mi si rivolge in Crucco, e allora mi adeguo. Il Crucco rafelico, suona più o meno così:

– Io cercare questa istituto , mi avere detto dottoressa : al second ( inglese) piano . Detto.-

Perché in Crucco il verbo va alla fine. Solo che io lo metto pure all’inizio- perché mi distraggo- e poi lo ripeto alla fine. Melium abundare quam deficere.

– Bene. Qualchecosa Qualchecosa, venga con me che l’accompagno. –

– Ma no, non disturbare voglio adesso lei troppo disturbare!-

– Venga venga, è qui.-

– Ma…Disturbare! Dove?-

– Questa è la scala. Qualchecosa. E’ al secondo piano. Venga.- 

– Ma no, andare posso da solo salire sopra andare. Molte grazie-

– Prego, Qualchecosa. Buona giornata.-

– Molte.-

bianco fosforescente

Apro  la porta di casa e trovo la neve.

Meglio, lo posso scrivere meglio.

Apro la porta di casa e nelle cuffie è appena iniziato un pezzo degli Smiths che sembra fatto apposta per questa mattina. Apro la porta di casa e con gli Smiths nelle orecchie mi trovo, subito dietro la porta, un sole inaspettato che sbatte sul manto di neve tutto attorno. E la neve, con questo sole che gli sbatte addosso, ha un colore bianco fosforescente. Lo so che non esiste, questo colore, ma avete capito cosa voglio dire. Avete capito, certo.

Avevo bisogno di cose normali, questa mattina quando mi sono tirato su dal letto. Di cose piccole, semplici e normali.

Normalmente, mi sono addormentato ieri notte, con un libro tra le mani che mi stava dicendo leggimi leggimi e non chiudere gli occhi, rafeli, perchè domattina se  mi leggerai sul cesso non sarà come stanotte, leggimi adesso e ti prometto che le pagine seguenti saranno ancora più coinvolgenti. Lo so che ti cala la palpebra, ma adesso leggimi e non te ne pentirai. Io queste le chiamo tentazioni, caro libro di McEwan,  ho risposto, e a queste tentazioni di solito non resisto. Anche perché vengo fuori appena adesso da un periodo in cui ho provato ad ingoiare il Processo di Kafka, e non ci sono riuscito. Un periodaccio, altro che. E se adesso esce fuori un mister Studente di Lettere qualsiasi che mi dice che sono ignorante perché non apprezzo il signor Frank, benissimo, allora io sono ignorante. Nel romanzo ci voglio trovare l’odore dei personaggi, eccheddiamine. Voglio poter pensare a come sono pettinati, voglio intuire l’intonazione della loro voce.  Mica le metafore. Che me ne faccio delle metafore. Delle allegorie. Cosa me ne faccio. Le poesie, ci possiamo scrivere, con le allegorie. Caro Frank, non te la prendere, ma oltre Le Metamorfosi non ci vado. E’ una questione di digeribilità. Non digerisco, punto.

Adesso corro a prendere il mio Taccuino Personale , ed alla voce “Lavori Che Mai e Poi Mai Potrò Svolgere” ci aggiungo , segnato col pennarello rosso, il Critico Letterario.

"..dapprima non percepì che il dispiegato susseguirsi di vocali e sillabe, gli irresistibili ritmi sincopati, il godimento ritardato della struttura sintattica tedesca. Ma alla fine della terza birra il suo tedesco era già migliorato e Leonard riconosceva i singoli termini di cui ricordava anche il significato, dopo un attimo di riflessione. Alla quarta birra, intere frasi qua e là gli arrivavano senza causargli problemi di interpretazione.

Calcolando i tempi di preparazione, ordinò in anticipo un altro mezzo litro. (…) A volte certe cose sono necessarie."      Ian McEwan – Lettera a Berlino.