facciamo sesso che sei troppo simpatico

Io lo so che dovrei scrivere di altro, che sarebbe tanto tanto meglio se su ste pagine io sbrodolassi le mie sensazioni sull’estate che incombe, sull’ammore, sulle cicale che cantano sugli alberi anche in centro a Bologna, sulle persone che incontro per strada, sul gelato in offerta al supermercato che ne mangio troppo e mi fa male la panza, o sull’ultima ora che ho trascorso guardando il Padrino parte II in lingua originale, con Marlon Brando che in lingua originale non si capisce davvero una mazza, che Marlon Brando in lingua originale pare che c’ha un gatto intero in bocca, con Marlon Brando che pare che il gatto gli è morto in bocca e farfuglia cose che non possono essere inglese, perché se quelle sono l’inglese allora io non conosco l’inglese.

Io lo so che dovrei scrivere di altro, però leggo che gli psicologi del Texas un bel giorno si sono chiusi in una stanza a spremere le cervella per stilare la lista dei 237 buoni motivi per fare del sesso. Io lo so che dovrei scrivere di altro, però poi c’è il sito Corriere.it che di questi 237 motivi ne seleziona 50 e li fa votare ai lettori. Io lo so che dovrei scrivere di altro, ma tra i risultati del sondaggio non posso non citare qui alcuni dei motivi votati dai lettori. E allora, tra i buoni motivi per fare del sesso, con le relative percentuali di voto:

Perchè hai una tempesta ormonale in corso (3,2%)
Il partner ha un corpo irresistibile
(1,9%)
Perché è da tanto che non lo fai
(1,3%)
Perché lo hai appena fatto e ti va di rifarlo
(1,1%) (!!!)
Perché sei ubriaco/a (0,9%)
Per cambiare discorso
(0,5%)
Per far passare il mal di testa
(0,4%)
Per umiliarlo/a
(0,3%)
Per pena, per compassione
(0,3%)
Perché il partner è troppo simpatico/a (0,1%)
Perché il partner è intelligente
(0,1%)
Perché ti senti in colpa
(0,1%)
Perché dicendo no rovineresti la tua reputazione (0,1%)


Ossignoremio salvaci tu.

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lungo un binario

Lungo un binario della stazione centrale di Bologna cammina una ragazzona con le cosce al vento, un paio di stivali di pelle sulle gambe nude, un tacco vertiginoso ed una maglietta attillata che riporta l’elegante scritta “Sex Trainer 69” sulle spalle. Un ragazzone sudato e pancione la segue poco dietro e scatta una foto col cellulare inquadrando – spudoratamente – il culone ondeggiante della signorina in questione.

Per il resto, le stazioni dei treni delle città sono piene delle tette sponsorizzanti di carta colorata di Elisabettacanalis.

nuovi modi per morire al passo coi tempi

Se dopo giorni e giorni di isolamento in una casa deserta non ho nemmeno la voglia di aprire tre minuti messenger per farmi fare un cucù dal primo che passa – e se di questo isolamento non ne soffro minimamente – è evidente che sono un asociale eremita senza speranza. Le poche persone che continuano a darmi retta – nonostante tutto – mi verrebbe da ispezionarle come faccio per i cani e i gatti che mi passano fra le mani in clinica. Prendendo il polso, palpando l’addome, controllando il colore della congiuntiva, infilando il termometro nel didietro.  

E insomma, un po’di argomenti random per sviare da questa tristessa.

Il problema delle scatole di ghiaccioli formato famiglia che vendono nei supermercati, è che se ti piace il ghiacciolo – che ne so – al gusto di limone, acquistando il pacco da dieci molto low cost sei costretto a portarti a casa pure i ghiaccioli all’amarena che ne faresti volentieri a meno.

Poi.

In clinica c’è un gattino nero di due mesi che cerca padrone, magrolino e giocherellone, sa già fare gli agguati alle gambe degli umani e produrre fusa in dolby surround. Ha subito l’asportazione di un occhio e per questo lo hanno chiamato – giustamente – Polifemo. Chi se lo vuole portare a casa può scrivermi in privato e io poserò il piccolo Polifemo direttamente sulle mani del buon samaritano. Altrimenti Studio Aperto è già pronto per costruirci sopra un servizio strappalacrime con il pianoforte struggente in sottofondo.  

Poi.

Una volta si moriva normalmente di incidenti d’auto, tumori o infarti. Una volta. Bei tempi. Adesso non più. Adesso si muore di morti originali. Tra le nuove possibilità che offre il mondo moderno, siete liberi di scegliere fra: 

Opzione A: Morire mezzi ignudi in automobile mentre vi siete appartati a fare le sconcerie col fidanzato/a con le relative famiglie che dopo si scannano all’obitorio (come hanno fatto questi due)   

Opzione B: Morire dissanguato facendo il playboy mbriaco che prende a testate le vetrate degli hotel (come ha fatto questo genio. Hey Bbella! Scrash! Morto.  Sono curioso di sentire cosa ha detto il prete al funerale) 

Opzione C: Morire con il preavviso di ventiquattro ore che vi è stato dato da un gatto che vi  zompa improvvisamente sul letto (come in questa clinica americana).
 
In questo post ci sono due gatti ben distinti: uno non corrisponde all’altro, sia chiaro.

fra il male e il bene, è tanto tanto più forte il bene

Questa dove viviamo è l’epoca – come ho già spiegato – delle “cose buone e giuste” contrapposte alle cose “caccabrutte”, dove la tendenza imperante è quella di prendere le cose caccabrutte e metterle in un angolo (che ne so, la droga, la mafia, lo smog, le tangenti, gli abbandonatori di cani in autostrada) per creare una differenza con chi invece sta dalla parte del bene, con chi sta dalla parte delle cose buone e giuste (che ne so, l’ammore, i fiorellini, gli ideali, i salvatori di bambini africani affamati, la pace nel mondo, maurizio costanzo). 

La distinzione fra cose buone e giuste e cose caccabrutte ovviamente non serve a costruire un mondo migliore ma al massimo a vendere qualche cianfrusaglia. Il venditore si pone dalla parte dei buoni e giusti, tira una riga per terra e dice: io sono buono e giusto, sono dalla parte giusta (io sono con la pace, io sono coi fiorellini, con gli ideali eccetera) e quello che ti dico e ti vendo è giusto e quindi compralo. E tu lo compri.  

Il meccanismo è semplice, ma la gente è povera di fantasia. Così succede che le icone buone e giuste si ripetono e sono sempre le stesse. Che le facce buone e giuste gira e rigira, sono sempre quelle.

Per esempio.

Per esempio vogliono venderti un video musicale per il Live Earth che ti parla dei problemi della terra, dell’inquinamento, dello sfruttamento delle risorse naturali, e per ricordarti che chi canta (Madonna – Hey you) è buono e giusto, ecco che ti infilano in sequenza John Lennon, Martin Luther King, Gandhi e Madre Teresa di Calcutta. Che tu mica puoi sentirti contrario a quello scricciolo di Madre Teresa di Calcutta, no? E Gandhi mica può risorgere e dire Per Favore No, non infilatemi nel video di Madonna vi prego. E se pure ti rimane qualche sospetto sulla giustezza di Madonna, ecco che ti infilano la foto del bambino africano che muore di fame così ti convinci definitivamente.



E poi, ti vogliono vendere una canzone di Sanremo (Fabrizio Moro – Pensa ) e sul palco, nello schermo dietro al nostro carciofo scorrono le immagini di (nell’ordine) Madre Teresa, John Lennon, Martin Luther King e Papa Giovanni Paolo II. In pratica la formazione vista prima con la sola sostituzione di Gandhi a favore del Papa Giovanni Paolo.



Infine, ti vogliono vendere una automobile (Fiat 500) e ti infilano invece – come facce buone e giuste – Falcone e Borsellino (!!!!) i presidenti Pertini, Ciampi e Napolitano (ne esistono tre versioni di questa pubblicità; in una c’è Pertini, in un’altra Ciampi e in un’altra Napolitano: è evidente che Cossiga e Scalfaro non vendono) per finire con i sempre utili Papa Giovanni Paolo II e la punta di diamante Madre Teresa di Calcutta. Ti vogliono vendere una Fiat 500 epperò senza vergogna arrivano a spiegarti che al mondo ci sono cose (fra cui la Fiat 500) che – testuali parole – ci insegnano la differenza fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la differenza fra il bene e il male, cosa essere e cosa non essere (in altre parole caccabbrutti contro resto del mondo)

Quale insegnamento ci giunge da tutto ciò? La morale della favola è che – molto semplicemente – Madre Teresa va bene per tutte le stagioni mentre un Papa Giovanni Paolo possiamo utilizzarlo come anello di congiunzione fra Fabrizio Moro e la Fiat 500; senza dimenticare che se non vuoi utilizzare la Madre Teresa da sola puoi affiancarla facilmente al duo John Lennon – Martin Luther King per formare un trio già ben collaudato.

E così un giorno arriveranno a venderti una supposta con la faccia di John Lennon e tu buono buono la comprerai. Un giorno ti venderanno uno spazzolino da denti (o un ombrello, o un detersivo per piatti, o un assorbente interno) con la faccia di Madre Teresa e tu buono buono lo comprerai.

aperta parentesi

E poi uno potrebbe inventarsi tante grosse parole, per descrivere queste cose che gli succedono.  

E poi uno potrebbe inventarsi tante scuse, per spiegare come mai proprio io – che su queste pagine ci infilo tutto senza vergogna –  preferisco sotterrare le parole mielose per non scrivere qualcosa su di te.
 
Tu che affondi il dito nella mia guancia, come per verificare la mia concreta esistenza, il mio esserci per davvero lì ad un metro dal tuo viso. Oppure tu che affondi il dito nella mia guancia per misurare la consistenza della mia faccia. Oppure tu che affondi il dito per altri motivi che non so e in fondo non voglio nemmeno sapere, se solo mi prometti che continui a farlo ancora tante e tante volte, se mi prometti che continui ad avvicinarti ancora con le mani e con le labbra nei momenti che non me ne accorgo.

Tu che mi guardi con quegli occhi e con quegli occhi arrivi a chiedermi “perché proprio io?”. E io che –  non lo faccio certo per imitarti –  arrivo allo stesso modo a  domandarmi “ma perché proprio io?”. Con quegli occhi che quando mi chiedi ste cose mi verrebbe da afferrarti per la mano e trascinarti giù per la strada, e chiederti “dai, trovane un’altra, che abbia lo sguardo che c’hai tu adesso!”, e farlo così come fosse una sfida, per non sentirti più fare queste domande. Tanto sono sicuro che un’altra con i tuoi occhi non la trovi.  

E così posso tornare ad esercitare lo stupore, perché da quando ci sei la cosa che faccio ogni giorno è soprattutto questa. Stupirmi. Lo stupore che va avanti da mesi. Camminare sulle piume, con le piume che non svaniscono. Pensare che non sia vero, che non è possibile che sia davvero tutto così, quando invece è proprio così. E poi di nuovo tornare a meravigliarmi e a non crederci, anche se ci sono ancora le tue pinzette dei capelli abbandonate sul tavolino della mia stanza, le hai dimenticate l’ultima volta prima di andare via.     

Perché tu, anche se non lo vuoi – e anche se fai finta di niente e ti giri dall’altra parte – ti porti appiccicate addosso tutte le caratteristiche dell’incredulità.   

Tutte appiccicate addosso, e se qualche volta io non ci credo e chiedo conferma, sappi che è colpa tua.

(chiusa parentesi)

adesso c'ho pure sto lavoro che devo andare in giro

Adesso c’ho pure sto lavoro che devo andare in giro per pub e ristoranti e circoli di palestrati ginnici per distribuire materiale pubblicitario. Adesso che c’ho sto lavoro che devo fare la trottola part time in giro per la città, mi succede di andare a finire in posti che non c’ero mai stato prima. 

Per esempio l’altro giorno sono andato a finire nel più famoso circolo ghei-lesbico di Bologna, che non c’ero mai stato prima. Mentre ero occupato a sistemare il materiale pubblicitario all’interno degli appositi contenitori, alle mie spalle c’erano due ghei che discutevano amabilmente fra di loro con pacche sulle spalle e sorrisini gaiosi. I due avevano scoperto che la procedura di “sbattezzo” – che sarebbe poi la procedura che dovrebbe annullare o revocare il battesimo – non è utile per fare arrivare meno soldi ai preti. Che non serve a niente. Che tu puoi pure sbattezzarti ma tanto ai preti del tuo quartiere i soldini dello stipendio non glieli diminuiscono. E quindi – constatavano i due ghei – alla fine non serve a nulla sta cosa dello sbattezzo, che tu ti puoi pure sbattezzare ma non è che risolvi qualcosa, quanto a monete che finiscono in tasca ai prelati maledetti.  

Io adesso sta cosa la riporto qui – che non volendo l’ho origliata mentre facevo il mio lavoro di pupazzo distributore – e il primo che mi dice che sono contro i ghei vengo a casa sua e lo mordo all’attaccatura dei capelli. Perché, insomma, sia chiaro una volta per tutte che a me di preti ghei e tutto il resto non me ne frega nulla; cioè, non me ne frega nulla di preti, ghei e di ogni categoria presa singolarmente.    

A me succede che danno l’orticaria le contrapposizioni, il non sapere CosaSei ma il sapere ControCosaSei. E quindi mi provoca l’orticaria il fascista che non ti sa dire per benino lui cos’è – non si sa definire per benino – ma ti sa dire con assoluta certezza che se incontra un comunista per strada lo prende volentieri a sprangate sui denti. E il comunista che non vuole i cortei fascisti per strada e fa le scenate isteriche urlando che c’è il regime. E così i ghei contro i preti. E il leghista contro il calabrese della situazione. E il calabrese contro il Mohammed della situazione che gli sbarca sulla spiaggia; e il leghista che per la proprietà transitiva è anche contro il Mohammed della situazione, e poi il  

Vabbè, basta, che sono uscito fuori traccia.  

E poi accendo la radio e c’è un programma su Radio Maria che telefonano i bambini e si mettono a recitare le preghiere. Ciao bella bambina come ti chiami? Mi chiamo Luisa. E cosa ci vuoi recitare? L’AveMaria. Fai pure, piccola Luisa. E poi telefona Lorenzo che recita pure lui l’AveMaria. Poi chiama Elena che tanto per cambiare recita l’AveMaria, con l’aspirazione fra le vocali tipica dei bambini di quattro anni, che te li immagini perfettamente col moccio al naso che scende dritto dritto in bocca. E poi telefona Francesco che recita il PadreNostro e sbaglia le parole. E poi di nuovo AveMarie. 

Sto post confuso l’ho scritto con la metà di me stesso che ancora non si è sciolta per il caldo, abbiate pietà di me.

ma se devo dirla tutta, qui non è il paradiso

Una ragazzina rom allatta il suo bamboccio accovacciata per terra, vicino all’entrata del supermercato; il bamboccio poppa la sua razione quotidiana di latte materno e fumo di scappamento di autobus, forse misto a qualche acaro di piccione. Un nordafricano magrissimo alla fermata ha la faccia secca e stanca, ampi spazi vuoti nell’arcata dentaria superiore e una schiena storta verso destra – o verso sinistra, non ricordo – e la sua pelle marroncina non suda sotto sto sole assassino. Indossa una felpa – con questo caldo – sgualcita e stinta, con la scritta “Siamo O Non Siamo un Bel Movimento? Jovanotti” che forse avrà ripescato fra le scorze di melone in qualche discarica. Mentre cammino in questo caldo assassino mi chiedo dove l’avrà trovata – sta felpa antichissima che mi ricorda le mie scuole elementari – e che faccia avrà adesso il primo proprietario della stessa.   
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La ragazzina rom continua a porgere la mammella affumicata al bamboccio e gli autobus scappano sulle strade, non devono fermarsi che di gente da caricare ce n’è poca.   
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Le commesse dei negozi del centro non hanno da badare ai clienti, ché i clienti sono tutti moribondi lungo le strade a causa del caldo, e allora possono sbucare sulla porta dei negozietti per cinguettare con i loro pretendenti. Il pretendente della commessa da negozio di abbigliamento del centro è tipicamente un uomo armato di scooter di grossa cilindrata con pantalone colore pastello e nei casi più gravi perfino bianco, anche se io preferisco quelli col pantalone color albicocca e il mocassino marroncino chiaro. Se il pretendente della commessa arriva a bordo di una grossa motocicletta – al posto dello scooter –  allora probabilmente avrà anche uno di quei giubbottini da motociclista, di quelli duri e asfissianti e con le spalle rinforzate. Sono quei giubbottini che solo a guardarli ti prende un senso di Sahara nell’animo, ma che al pretendente-della-commessa invece non fanno alcun effetto, anche sotto sto sole assassino, e per questo motivo cominci a pensare che forse ste motociclette moderne c’avranno un sistema di raffreddamento del guidatore che tu ancora non conosci, tipo un tubo di aria condizionata che si infila su per il deretano e che ti raffredda dall’interno. 
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Le vetrine sono piene di immagini di ragazze con i femori spropositati, ma per le strade invece passeggiano tutti femori nella norma. Se c’è qualche femore spropositato, allora è rinchiuso nei negozi di abbigliamento a fare la commessa, ma spesso anche lì ci sono molti femori nella norma. Ad un incrocio trovi un paio di veri femori spropositati femminili – cioè, ne trovi due paia, quindi quattro lunghissimi femori – che sono impegnati in una promozione di un profumo e distribuiscono campioncini alle passanti anche loro, quanto a femori, normodotate.    
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Questo fatto dei femori spropositati che sono così rari – ma allo stesso tempo così pubblicizzati – questo squilibrio tra immagine e realtà, che quando ne trovi uno ti pare di aver incontrato una deformità anatomica, mi fa ricordare del me stesso bambino che al paesello guardava i telefilm americani con i protagonisti di colore. Che io lo sapevo, grazie ai telefilm, che esistevano i colorati, ma al paesello erano tutti bianchi, tutti nessuno escluso, ché al paesello non è come nella grande città che ci trovi il colorato già nella tua stessa classe come compagno di banco. Al paesello il primo colorato lo vedi la prima volta che sei già grande, e la prima volta riesci pure a spaventarti.  
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Una cosa che non c’entra niente, volevo infilare un’immagine del Jovanotti dell’epoca della felpa di cui sopra, ma non l’ho trovata. Ho trovato invece questa, che non c’entra niente ma è così bella che dovevo infilarcela per forza.