si chiama rinforzo positivo

Nell’educazione di un bambino o di un cane si chiama rinforzo positivo quel meccanismo per il quale un’azione viene “rinforzata” se – dopo l’azione – segue una gratificazione immediata, come per esempio un biscotto per il cane se ha eseguito l’ordine correttamente.

E così, se tu sorridi e mi piace vederti sorridere, appena dopo qualsiasi cosa io abbia detto, io finirò per ripetere più spesso quel qualsiasi cosa in diverse varianti e declinazioni, solo per vederti sorridere. Sembra divertente, ma in questo modo potresti creare un mostro, significativamente più scemo di quello che è, “rinforzato” dai sorrisi. Tienilo presente.

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la pausa pranzo, all’estero

Io sono quello che non ce la faccio (cit) soprattutto quando arriva la pausa pranzo. Soprattutto trovandomi all’estero. La pausa pranzo trovandosi all’estero ed essendo italiano, finisce che quando gli altri non hanno argomenti di conversazione, ti raccontano che hanno visto/provato/letto/ascoltato qualcosa di italiano. Essere italiano, parlare di cose italiane, è l’ancora di salvezza di qualsiasi contesto dove le conversazioni languono, dove è necessario mantenersi nell’ambito del politically correct. Ti trascinano nel discorso e si aspettano che tu continui. Tu non vuoi continuare. All’inizio eri orgoglioso di queste attenzioni – meglio che essere svizzero e anonimo – ma adesso non ce la fai più perché tutto accade con una frequenza intollerabile. Tu alle volte esplodi e spieghi che non ti sei mai sentito così italiano come nelle pause pranzo da quando vivi all’estero. Ti pare di essere diventato l’ufficio informazioni del consolato. Ti senti costretto in conversazioni banali: ti raccontano “sai? questo weekend ci è venuto a trovare un amico della mia ragazza, che è di Rimini” (segue silenzio e sguardo fisso, in attesa speranzosa di una tua risposta). Cosa vuoi che dica? Ma porcamiseria cosa potrei aggiungere? Che Rimini è sul mare?

notte molto fonda

Notte molto fonda fra sabato e domenica: sedevo sul divano della casa di un mio collega. Il collega dormiva. Tutti dormivano in quella casa. Io attendevo che la birra nel sangue scendesse per tornare tranquillo nel mio letto, che’ avevo da percorrere un percorso in bicicletta e poi una ventina di chilometri in auto e non volevo che i poliziotti del luogo mi fucilassero per via della birra nel sangue. Io che di solito faccio vita da prete. Attendevo con la testa rivolta all’indietro, come uno che muore sul divano – a meno che uno non muoia con la testa in avanti.  E proprio in quel momento, non lo sapevo ancora ma proprio in quell momento, lontanissimo da me, ad un amico che ci sono cresciuto insieme, succedeva di moltiplicarsi – nella forma di una cosa piccola e femmina. Le distanze sono una merda.

 

 

faccio cose ventiduezeronove

Qui ho un tetto obliquo e due finestroni che si aprono sul tetto obliquo.  

Metto la testa fuori dalla finestra sul tetto obliquo – la chiameresti mansarda se non l’avessi vista, ma siccome la conosci non la chiami così che ti pare troppo nobile – metti la testa fuori dicevo e respiri l’aria della sera.

Avevi un appuntamento per vedere una nuova camera. Ti cambi la maglietta per fare bella figura e siccome sei vittima di un torcicollo maledetto ti prendi pure un antiinfiammatorio. Non vorresti arrivare lì all’appuntamento per la camera e farti vedere così tutto rattrappito – sono uno che va in palestra, io, altro che rattrappito. E poi pensi che vorresti non avere più questo tetto obliquo che ti stringe attorno l’esistenza. Arrivi all’indirizzo prestabilito e ti apre la porta un ragazzo sorridente – è quello con cui hai parlato al telefono, ti pareva una persona normale, infatti è una persona normale, ti fa entrare in cucina.

In cucina c’è una di quelle luci fioche che dal soffitto creano le ombre sulle facce delle persone, e poi ci sono tutti i concorrenti per la camera, quelli che dovrebbero lottare, sembrare simpatici e irresistibili per farsi scegliere per la cazzo di camera.  C’è una lesbica che assomiglia a Paolo Bonolis  ma coi capelli lunghi e ingelatinati, si è portata pure la fidanzata nel caso non fosse chiaro il concetto, come misura precauzionale, visto che dall’annuncio si capiva che era una casa di soli uomini.

Mi fanno vedere la camera, ed è col tetto obliquo, però ancora più obliquo del mio, che il soffitto scende subito ed io il mio metro e ottantaquattro non so dove metterlo, e l’unica finestra è ancora più piccola di quella che ho qui. Metto la testa fuori dalla finestra e respiro l’aria della sera. Sarebbe in teoria la stessa identica sera che avevo qui, solo che lì fuori c’è l’autostrada. E costa pure una cinquanta euro di più. Con l’autostrada. Dico No grazie e me ne vado, non mi va nemmeno di scambiare due parole. E poi c’è uno dei coinquilini che ha messo gli occhi su una delle candidate, è ovvio che è lei la favorita. Quando arrivo a casa ho ancora il torcicollo e parcheggio senza poter voltare il cranio, le ruote per questo mi finiscono sul marciapiede, che devo tornare dentro  sedermi girare la chiave e fare tutto daccapo.

questa casa in cui vivo – lezioni di sana e consapevole intolleranza

Questa casa in cui vivo mi fa conoscere aspetti di me che non potevo sospettare. Il cinese effeminato lo incontro in cucina con la sua tutina e la maglietta albicocca aperta sul petto, e sul petto ha questo enorme neo rotondo che vuole richiamare la mia attenzione, essendo piantato su lucida e glabra pelle cinese. Lui dice: Oh! In cucina non ci stiamo tutti. Oh!, scusa fammi passare (la cucina è microscopica), Oh! Scusa ho dimenticato il mio teapot. Cerco di prendere le impronte digitali alla mia tolleranza: ce la faccio a sopportare il cinese nella sua tutina che mi fa Oh! nella microscopica cucina? Credo di farcela. Quello che non riesco è tornare a casa e trovare l´altro cinese – che non sarebbe proprio cinese – che ogni sera ogni sera ogni benedettissima sera all´ora del mio ritorno a casa si fa trovare con il pentolino sul fuoco a cucinare tragedie speziate, mentre la casa diventa un girone dell´inferno speziato. La tolleranza, capiamoci sulla tolleranza. Io molto spesso, per trascorrere pochissimo tempo in cucina e a causa della mia pigrizia, mi preparo pizze surgelate o insalate giá pronte. Lui invece ogni sera ogni sera ogni sera ha il suo pentolino pieno di morte. La puzza sale per la casa, infesta il piano terra, arriva al primo piano, poi al secondo dove ci sono solo io, e mi entra in camera passando sotto la porta. Apro la finestra per cambiare l´aria, ed è il dramma: si crea una fortissima corrente ascensionale partendo dal suo pentolino fin dentro la mia camera, e la mia camera in un istante diventa Bangkok.  

c'è quell'amico tuo

C’è quell’amico tuo di quando eri bambino che adesso non lo vedi mai, e che un giorno ti aveva detto: non lo dire a nessuno, mi sposo. E tu gli avevi detto Bene! anche se non sopportavi il fatto che quando aveva una ragazza attorno diventava tutto serio e non scherzava, o scherzava come fanno quelli seri, o scherzava in un modo che non era scherzare affatto. O peggio ancora, non si faceva vedere per nulla: Sì Sì ci vediamo, e poi non ci si vedeva mai. Tu non lo sapevi perchè diventava così docile e remissivo, con la ragazza attorno, forse era colpa di lei, che era così severa nello sguardo. Tu non lo sapevi ma ti dicevi Vabbè pazienza, mi accontenterò delle volte che lo incontro senza ragazza attorno. Ma adesso si sposa, porca miseria, quando credi di incontrarlo di nuovo senza ragazza? Poi invece un giorno lo incontri senza ragazza e ti dice che si è lasciato, andiamo a bere una birra che ti racconto. Cosa fai domani? Ci vediamo? Facciamo? Vediamo? Una giostra senza il perno centrale, ti era sembrato in quei momenti, una cosa che non vedevi da anni, e tu che pure fai una vita tranquilla, ti eri perfino spaventato. Poi di nuovo, qualche mese dopo lo trovi con un’altra ragazza, una nuova, te la presenta, perchè deve, li hai trovati per strada, e di nuovo fa la faccia seria, ride alle battute col piglio cauto di chi ti vorrebbe dire per favore non mi far fare figure di merda. Pure lei una faccia seria, e tu  ti sei chiesto se sta cosa della faccia seria è proprio necessaria. Infine, stasera vieni a sapere di nuovo che si sposa, ti chiede al telefono se vieni, anche se sa bene che essendo lontani, è molto difficile, e poi insomma, ci possiamo anche salutare quando scendi. Tu chiudi il telefono pensando che adesso pazienza, non lo vedi più, ma poi in fondo come si dice in questi casi, nessuno scappa al proprio destino, e vorresti scriverlo meglio ma ti viene solo fuori così.  

gli appuntamenti imprescindibili

Gli appuntamenti imprescindibili con la vita di un giovane uomo sono per esempio il diploma, la laurea, il dente del giudizio e cambiare una ruota alla macchina. Io che in questo campo di appuntamenti imprescindibili mi difendo bene, ed ho provato tutto tranne il dente del giudizio, ero quindi pronto per ricevere uno dei rimanenti flagelli imprescindibili della vita di un uomo che ancora non avevo provato. E non sto parlando del dente ma sto parlando invece del computer che ad un certo punto gli viene da morire, e all’improvviso – tu nel frattempo hai la bocca semiaperta che non ci vuoi credere – muore.       

L’area commenti è interdetta a tutti i possessori di Mac che diranno che a loro ste cose non succedono, e non perché queste cose ai Mac invece succedono, ma perchè qui si parla di computer e di sfiga, non di religione. Il fatto che poi io ora riesca a scrivere qualcosa solo grazie ad un Mac gentilmente prestatomi, da’ una misura della mia incoerenza, oppure – volendo vederla sotto una luce tutta positiva – è un accento di oro e di miele sulla mia assoluta incorruttibilità.          

Comunque, il caro Toshibu (la U finale è stata adottata per salentinizzarlo), un anno e qualche mese, mi muore fra le mani verso le dieci di ieri sera. Ma Toshibu, che caz^o mi fai! gli urlo. Grave sgomento e bestemmie rivolto all’albero di natale (da notarsi la sottile blasfemia indiretta).             

Stamattina, mi presento alla clinica dei computer dove una signora rotondissima prima mi chiede informazioni sul mio problema, e poi dopo sette secondi di spiegazioni mi blocca, prende il telefono e chiama Tizio, chiedendo a Tizio di venire. Verrà Tizio a interessarsi del suo caso, mi spiega, e Tizio quando arriva mi mette paura, bruciato com’è sulla faccia (o congelato? o scarnificato?) i denti neri, qualcuno d’oro e forse masticando in quel modo che hanno gli anziani con la dentiera, solo che lui dimostra all’incirca una trentina d’anni. Tizio ascolta la mia storiella aprendo e chiudendo le palpebre spessissimo, come se fossero gli occhi a catturare le parole, e non le orecchie. Tizio fa pause lunghissime fra una domanda e l’altra, e con la penna pare che stia per annotare qualcosa sul modulo con il mio nome, pare, ma invece di scrivere continua a seminare puntini, come se le parole non gli venissero fuori. Prende la rincorsa con la penna e poi arrivato al foglio ricalca un puntino già fatto, oppure ne crea uno nuovo.             

Io adesso ancora non lo so cosa è successo al mio Toshibu: se l’ influenza, danni irreparabili agli organi interni o altro. So solo – e questo è il punto dove volevo arrivare – che quando l’ho visto svenire, nei momenti che precedevano il trapasso, ho seriamente pensato: facciamo che adesso riesco a salvare tutti i dati prima che questo muoia, e giuro che in futuro farò sempre backup regolari delle mie cose, oh ti prego fa che sia così e giuro che sarò regolare e precisino, in futuro, ti prego. Ho pregato. Il computer moriva fra le mie mani, ed io per un istante – è chiaro che secoli di cultura cattolica non si cancellano facilmente – ho fatto qualcosa di non molto diverso dalla promessa di un fioretto alla madonna.