cazzo vuoi, primavera.

Vattene via primavera, e torna da dove sei venuta.

Vattene via primavera, che altrimenti poi non mi va di fare un cazzo, e se poi mi va di fare qualcosa allora mi va di fare poco. Mi va di fare tra il poco e il niente. Tra poco e il cazzo.

Vattene via primavera che se no poi non so decidere se mettermi le scarpe o infilarmi gli infradito. Che poi di solito decido di mettermi gli infradito il primo giorno di primavera che piove e fa freddo, e torno a casa bestemmiando e starnutendo. Ma soprattutto bestemmiando.

Vattene via primavera che poi il giorno dopo che uso gli infradito, c’ho un dolore terribile tra il pollicione del piede e il dito che gli sta di fianco ( che a sarà il medione ? ) e poi bestemmio, zoppico e starnutisco. Ma soprattutto bestemmio.

Vattene via primavera, che mi fai scrivere stronzate del tipo “pollicione” e mi fai dimenticare che si chiama Alluce, quel dito lì.

Vattene via primavera, che poi arrivano i pollini dagli alberi e a me girano i coglioni. A me che non è mai venuta una allergia che sia una. Mai avuta un’allergia. Che quando arrivano i pollini devo sentirmi tutti i “mamma mia che allergia che ho” degli allergici che si lamentano. Che poi mi chiedono: e tu non c’hai allergia? No? Ma che fortunato chessei ( e tirano su col naso). Io ci mostro il piede infiammato e dico: si vabbè, però guarda qui che Allucione infiammato che ho.

Vattene via primavera che poi le signorine si scoprono. E poi loro mi scoprono. Che le guardo.

Vattene via primavera, che poi esce il sole e io devo cacare gli esami all’università e non posso andare a prendere il sole ai giardini, e neanche al mare. E giro pallido tra i pallidi delle biblioteche tutte di Bologna. Divento amico fidato dei bibliotecari, quelli che rimangono pallidi pure ad agosto.

Vattene via primavera, che ancora non ho capito di quale colore bisogna vestirsi per non far vedere che sei pallido. Per far risaltare l’abbronzatura, si sa,  devi vestirti di bianco, però se sei pallido e ti vesti di nero non funziona. Il risultato finale è che sembri un fan di Marilyn Manson. Che starnutisce.

Vattene via primavera che potevi aspettare qualche settimana prima di arrivare che c’avevo da studiare duro e tu mi piombi così all’improvviso. Che fretta c’era. Maledetta primavera. Vattene via.

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un paese di poeti, santi e navigatori.

 E di truzzi.

Un paese di artisti, cantanti e stilisti.

E di truzzi.

Un paese con il mare, le colline, le cattedrali, e la Torre che pende da un lato.

E i tamarri.

Ci sono io che entro in un Autogrill dalle parti di Verona. La fame consumava dal di dentro sia me che le mie compagne di viaggio. Al bancone i soliti panini di quattro centimetri per quattro al simpatico prezzo di tre euro e dieci. Uno si consola e pensa: e vabbe’, è comunque meno di un euro al centimetro quadrato. Le bariste sghignazzano. Io scelgo il panino alla cotoletta, perché sono sicuro di non digerirlo, e fa sempre bene avere qualcosa che mi rimane sulla panza, in questi casi.

Poi entra Gallo Cedrone, quello del film di Carlo Verdone. Chiaro, non era proprio lui, ma era come se fosse lui. Indossava un vestito gessato sicuramente già utilizzato per un film sulla mafia in qualche produzione dal budget striminzito. La basetta aerodinamica. La pelle bruciata dalle lampade. La collana d’oro attorno al collo taurino. Era un luogo comune con due gambe e due braccia. Volevo avvicinarlo e chiedergli: ehi, ma lo sai che hanno fatto un film su di te? No, perché se lo sai, come fai ad andare in giro ancora conciato così?

Come si chiamano quei princìpi che sei costretto ad assumere come verità inconfutabili? Si chiamano assiomi, mi pare. Ecco, l’assioma del giovane maschio italiano è questo:

"Dato un maschio italiano sotto i trent’anni, qualora il suddetto giovane maschio sia in possesso di una testa, allora su questa testa sarà certamente presente qualcosa".

E nell’ordine, questo qualcosa può essere:

– Gel per capelli: ma solo in quantità industriale.

– Cappellino hip hop deviato di quarantacinque gradi rispetto all’asse del corpo.

– Occhiali da sole.

Gli occhiali da sole. Il giovane maschio italiano utilizza questo accessorio in tutti i modi possibili, ma non lo vedrete mai con un paio di occhiali sulla faccia in modo che le lenti si trovino realmente davanti agli occhi. Tutte le posizioni sono consentite, ma guai a mettere le lenti davanti agli occhi. Nell’ordine è possibile posizionare il paio di occhiali.

– Stile microfono: ovvero infilate con un’asticina nella camicia appena sotto il collo.

– Stile fermacapelli: poggiate sul cranio. Questa è tutt’ora la posizione più in voga.

– Stile acrobata: un asticina è dietro un padiglione auricolare, il resto pende sotto il mento. Gli occhiali sembrano stare per precipitare al suolo. Ma non cadono. Ci vuole esercizio.

– Stile inspiegabile: ovvero con le lenti sulla fronte.

Adesso mi si verrà a dire: vabbè Rafeli, non fare lo spiritoso. Io dico: ma quale spiritoso. Le strade pullulano di giovani maschi con le occhiali sulla crapa. E non quando c’è il sole su nel cielo. Alle dieci di sera. Di notte, li incontri. Sono preso da un impulso incontrollabile di inseguire tutti questi portatori di occhiali di sbieco, e riposizionare l’oggetto nel suo posto naturale, sopra il naso. Mi viene da piangere, a vederle poggiate sulla fronte. Hanno lo stesso significato estetico del cerotto sulla guancia del rapper Nelly. Nei prossimi anni, si prevede, si utilizzeranno le cravatte attorcigliate attorno ad un dito, o i calzini infilati nel naso. O in bocca. Ecco, si, i calzini Dolce e Gabbana appallottolati in bocca saranno il trend dell’estate 2013. Preparatevi.

Scrivo di questo perché oggi non mi è successo un cazzo.

Ho visto Bologna. Ci siamo detti: come stai. Ho fatto un esame.Ho visto un po’ di gente. Ci siamo detti : come stai. Sono andato alla Coop, e alla cassa ho incrociato Cristina D’Avena che comprava le mozzarelle.

Non era arrabbiata con me.

La Deutche Vita che poi mi finisce così.

La nostalgia delle cose mi fotte.

Sempre.

C’è poco da fare.

Io sono uno che è capace di provare nostalgia di tutto. Ma tutto tutto. Io sono uno che mentre siede sul cesso, se vede il rotolo di carta igienica che si assottiglia allora ci parla, col rotolo.

Ehi, rotolo, ci dobbiamo salutare. Da quel che vedo stai per morire. Già mi manchi, lo sai? Dopo di te ne arriverà un altro, ma non sarà più la stessa cosa.

E così adesso c’ho già nostalgia di sta città, e di questa casa. E vorrei abbracciare questi muri, ma i muri non si possono abbracciare. Abbraccio una sedia, come un gesto simbolico. Abbraccio la porta. Mi abbraccio da solo, per darmi forza.

Siccome sono un nostalgico, ho spulciato tra i vecchi file del Pc, e ci ho trovato delle righe che ho scritto nei primi giorni di soggiorno a Monaco. Adesso le infilo qui. Questo è puro Rafeli vintage, e per l’occasione cambio anche il font. Direi che un Times New Roman faccia abbastanza vintage. O no?

 No Title. 

“…ho guidato dall’Italia attraverso l’Austria fino a qui. Ho varcato il confine in Trentino e appena giunto in Austria sono stato colto da un mutismo inspiegabile. Tutto quel poco di tedesco che avevo studiato se ne è andato via dalla mia testa . Puuf! Sparito. 

La cassiera del casello mi dice 19 euri e io capisco 9. La cassiera mi dice Danke schon e io NON rispondo Bitte schon.

Mi limito a balbettare: grazie.

Ciao, mi risponde.

Più avanti parlo col benzinaio e riesco a comunicare solo in inglese. In effetti riuscirei anche a dire ciò che voglio in tedesco maccheneso, mi vergogno. Mah.

Quasi un muto idiota.

Senza il quasi.

Però poi varco il confine austriaco e sono in Deutschland. Mi fermo ad una stazione di servizio dove mi rendo conto che sta iniziando la mia trasformazione: dovrei dire Danke, mi viene da dire Thank you, e nel ribollire del cervello alla fine mi esce fuori un “dankiu” che neanche Aldo Biscardi avrebbe concepito.

Cioè , non so se mi spiego.

Per il resto la casa non si trova. Ne avrei trovata anche una, ma c’è una piccola postilla che mi inquieta. Per poterci entrare dovrei cambiare sesso, in quanto da ragazzo  non vado bene al padrone di casa. Femmine, le vuole.

Maschi nein.

Nein. 

Mah.

Tutto  sto casino della stanza che non si trova mi deprime. Ma giusto un attimo. Mentre sono seduto al McDonald con il mio McQualcosa in mano, circondato da biondi tedeschi sorridenti -che dopo andranno a casa loro in una stanza tutta loro- io con la fanta nel bicchiere di carta come sempre con un eccesso di cubetti di ghiaccio, io che si vede benissimo che questa mattina mi sono svegliato alle sei, in quel preciso istante mi sento un po’ un Toto Cutugno incompreso, ancora più sfigato perché non c’ho manco la chitarra in mano, ancora più cretino perché se pure mi mettessi a cantare, non potrei, che sono troppo stonato. Che almeno Toto Cutugno quando canta seppure che ha la faccia che ha, almeno è intonato. E se dice Buongiorno Dio Lo Sai Che Ci Sono Anch’Io almeno è credibile.

A me Dio direbbe:  Ma Vattene Va’, cretino.

Continuerei a scrivere, ma non posso mica fare tardi, sono le nove e diciassette. E’ tardissimo. Es ist zu spat. Spat andrebbe scritto con la dieresi, ma non so come cazzo si mette.

Ed è scattata pure l’ora legale.

Un ora in meno di Erasmus.

Sgrunt.

congedi di un certo tipo

– Che bel culo che c’hai-

– Be’, grazie. – mi dice, mentre si stropiccia gli occhi assonnati.

– Quanti anni c’hai, che adesso l’ho dimenticato? –

– Ventitre ne ho, quante volte te lo devo dire?-

– Ah, già –

– E con questo? –

– Niente, pensavo che il tuo culetto sembra avere circa diciassette anni, non di più –

Poi se ricordo bene, mi sono addormentato così, completamente nudo sul pavimento, con le mie membra offerte all’aria della mia stanza. E’ durato solo cinque minuti ma sono bastati per farmi svegliare la mattina dopo con la febbre, che mi accompagna ancora adesso. Lei non ha dormito qui, per fortuna. Ho anche bluffato, chiedendole:

– Vuoi rimanere a dormire qui? –

[Dio per favore, fa che dica di no, fa che dica di no]

– No non posso, mi dispiace. Domani devo lavorare tutto il giorno. Devo svegliarmi presto. –

Non ho insistito, forse c’è rimasta male.

Poi se ricordo bene, ho cercato di riaddormentarmi, ma non ci sono riuscito. Lei era lì che voleva parlare con me, perché sapeva che quella era l’ultima volta che mi vedeva, dato che tra qualche giorno torno in Italia.

Io, che se voglio so essere davvero romantico, non mi andava l’altro giorno di essere romantico per niente. E allora, in mancanza di argomenti immediati, ho ricominciato a parlarle del suo culo.

– Bello il culo che c’hai. Diciassette anni, non di più.-

– Mmppfff… – ovvero un sospiro di finta irritazione.

– E queste mutandine? Non le avevo notate, queste mutandine. Sono belle, me le regali?-

– Non posso. –

– Perché? –

– Me le hanno regalate.-

– E allora? Sarebbe un regalo speciale per una persona speciale, no? –

A questo punto credo di aver prodotto un sorriso, che se lo dovessi classificare in una categoria di sorrisi, lo infilerei senza dubbio nel settore “ Sorrisi del Cazzo”. Posso giustificarmi dicendo che avevo bevuto un po’. Circa tre Rum e Cola. Il Rum lo aveva portato Lei per ringraziarmi dell’ospitalità. Io continuavo a ripetere: Un Cuba Libre? E lei: no no, grazie. Io poi il Cuba Libre lo facevo lo stesso, per me e per lei,e finivo per berli tutti e due.

– Allora me le regali? –

– Ti ho detto che non posso.-

– Dai, sono così belle, sono così…come dire, sono così rosse.-

– Be’ se è per questo, poi ne ho un altro paio rosse, quelle te le posso dare.-

– E quando, scusa?-

– Te le spedisco per posta.-

Ecco, ho pensato, questa si chiama mancanza di poesia.

Cazzo significa che me le spedisci? Cazzo significa? Non siete capaci di carpire la magia del momento, voi germaniche pulzelle. Ma cosa ve lo spiego a fare. Perle ai porci, sarebbero. Le Perle ai crucchi porci, io non le butto.

Sta di fatto che parto e torno a Bologna, e questo succede domenica.

La Mamma Italia mi rivuole con sé. Io vorrei rimanere qui, dove la birra nei locali mi costa  al massimo due euri e novanta.

Ci sarebbero tante cose da dire, su questi sei mesi a Monaco. Quando pensavo: ma sei mesi non passano mica subito, ce n’è di tempo. E ora il tempo è finito e c’ho il groppo in gola, e di tutte le cose che potrei dire non dico niente. Non adesso.

Dico solo che c’ho il groppo in gola grosso come un pompelmo e credo con questo di dire abbastanza.

 

ma come fan presto, amore, ad appassire le rose

Io e Lei abbiamo mischiato il nostro sudore per tre anni.

Ci siamo attorcigliati e abbiamo detto alle nostre epidermidi: fate, fate pure.

Fate, per tre anni.

Poi un giorno è finita, e il cielo è diventato viola. C’è stato un momento che non si poteva più tornare indietro. Sono stato seduto lì al tavolo col mio dolore, io e lui seduti uno di fronte all’altro, e ci siamo conosciuti meglio. Io e il mio dolore. Fuori dalla finestra il cielo è rimasto viola per lunghi mesi. Certe volte capisci bene come un mese sia fatto soprattutto di lunghe notti.

Siamo stati insieme tre anni, mica tre giorni, io e Lei. Poi invece niente più. Dopo, quando si è consumato il dolore, si è formata una grossa cicatrice, e lo sai come sono di solito le cicatrici, sono una cosa che non fa più male, eppure non le puoi nascondere. La cicatrice rimane lì. Lo vedi benissimo che sta ancora lì.

Io e Lei adesso non siamo più niente. Anzi, siamo amici, che poi per queste cose è come dire che siamo niente. E va bene così.

Lei è stata qui da me, qualche giorno fa, perché aveva bisogno di un letto dove dormire in attesa di prendere un aereo. Le ho detto: si vieni, certo che te lo do un posto dove dormire, ci mancherebbe altro.

Le cose finiscono.

Questa cosa, poi, è finita da anni.

Io la osservo mentre mangiucchia nel piatto come ha sempre fatto, con la forchetta che disegna strani percorsi. Un po’ mangiucchia e un po’ disegna, seduta di sbieco con lo sguardo obliquo. La osservo e capisco davvero che non c’è più niente, che siamo niente. Mi passa accanto e mi sfiora nel corridoio e allora penso: ma è davvero lei quella con cui ho mischiato il mio sudore per tre anni? Cosa è rimasto? E’ rimasto niente.

E’ rimasto niente, ma io sono un anatroccolo.

Gli anatroccoli, quando escono dall’uovo, subiscono l’imprinting. E cioè nascono, e la prima cosa che vedono, quando hanno ancora le piume gialline bagnate, quella cosa che vedono iniziano a seguirla. Potrebbe essere anche un carro armato o una palla da basket, loro la seguono e quell’immagine resta registrata nella loro testolina bagnata e giallina di anatroccoli. Si forma, anche in quel caso, una cicatrice. Nella testolina.

Ed io che un po’ sono un anatroccolo ho le mie cicatrici che non fanno male ma che sono lì e non le posso nascondere. Così quando vedo Lei, succede che se mi distraggo, per qualche secondo il passato torna a bussare alla porta. Io dico : chi è? E dalla porta sento rispondere: il tuo passato, ecco chi sono, apri la porta. E allora mi incazzo con le sue labbra, perché sono ancora le stesse, e si muovono come si muovevano allora. Mi incazzo con la sua pelle, che non è cambiata neanche lei. E con il suo odore.

Il passato, quello si, fa un po’ più male. Ma solo un poco.

Ed ogni volta, quando vedo Lei, è come quando si accende un fiammifero, che per qualche secondo crea una fiamma intensa che fa ffffffffssssshhh, e fa molta luce e molto calore. Ma poi è solo un fiammifero e lo vedi che subito dopo è solo un pezzetto di legno bruciacchiato e nero. Niente di importante. Ogni volta vedo Lei e il mio fiammifero fa quella fiammella che poi si spegne. Meno male.

Il passato.

Mi vuoi bene? Certo che ti voglio bene, lo sai. Ma quanto me ne vuoi? Tanto così, ti voglio bene. Io invece di più. Ti voglio bene di più. No, non è vero. Sono io che ti voglio bene di più. E allora ogni volta, mentre si era ancora attorcigliati e il sudore si stava appena asciugando, ci si sussurrava nell’orecchio: di più. E non c’era bisogno di dire altro. Ehi  tu, dormi? No, non ancora. Ascolta: di più. Io anche, io anche: di più.

Qualche mese fa, ero ad una festa e una tipa era avvinghiata a me. Una di quelle situazioni che so come vanno a finire. E che di solito faccio finire sempre allo stesso modo. Quella sera, le dico, alla tipa: scusa, ascoltami, con te non posso fare niente. Mi guarda stranita: e perché? Allora le dico: il tuo profumo, il profumo che hai addosso. Non ti piace? No, no, mi piace, ma non posso. Era il profumo che metteva sempre Lei.

Perchè io, per quanto posso, i ricordi cerco di difenderli con i denti. E’ l’unica forma di fedeltà che mi riesce. All’anatroccolo come cazzo glielo spieghi che quella è solo una palla da basket che rotola. I ricordi, quelli si, io li difendo con le unghie.

Lo so, troppa melassa in queste righe. Per compensare scriverò per giorni solo di cazzi e fighe. Promesso.

il babbo degli sbrodeghezzi è sempre incinto

Cosa succede se fai cagare il tuo cagnolino sulla superficie di un lago ghiacciato?

L’ho scoperto ieri, e tra l’altro era la prima volta che ci camminavo, sopra ad un lago ghiacciato. Mentre facevo i primi passi già credevo di sprofondarci dentro, nell’acqua ghiacciata, e di morirci ibernato, nel lago ghiacciato. Qualcuno avrebbe tirato fuori la sua telecamera e mi avrebbe filmato mentre subivo la trasformazione in un ghiacciolo al sapore di carne umana. Poi avrebbe mandato il filmato a Real Tv, e lì avrebbero commentato : ecco, lo vedete il  pirla che cammina sul lago ghiacciato, incurante del pericolo?

Ecco, lo vedete? 

Ma dicevo della cacca di cane.

Se ci porti il cagnolino, ma meglio ancora un cagnolone, e se il cagnolone in questione decide di produrre uno stronzetto proprio nel mezzo del lago ghiacciato, ma meglio ancora uno stronzone, il risultato è che la cacchetta, essendo calda fumante, fa sciogliere il ghiaccio sottostante.

Si scioglie quel tanto che basta a far sprofondare lo stronzetto al di sotto della superficie ghiacciata. Quindi l’acqua che a questo punto ricopre lo stronzetto, ghiaccia nuovamente. Il risultato finale è che si trovano degli stronzetti di cane- si suppone che siano di cane- praticamente incastonati nel ghiaccio. Come in vetrina. Come in una confezione regalo col cellophane che li avvolge. Stronzetti confezione regalo. Stronzetti da collezione. Stronzetti in pacco formato famiglia. Formato convenienza.

Va bene mi fermo.

Perché l’altro giorno mi si diceva, mentre la birra scorreva e scorreva: va bene Rafeli, ma tu scrivi scrivi, ma alla fine cosa scrivi? Cioè alla fine- mi si diceva –  tutte queste parole, che senso c’hanno? Dove vuoi arrivare? Dov’è il significato? Dov’è il contenuto? Eh, Rafeli ? Non arrivi da nessuna parte, Rafeli, non dici niente.

A questo punto mi vengono in mente tre cose:

Prima Cosa che mi viene in mente : è tutto vero, è proprio così. Però lo stesso c’ho una voglia di scrivere un post sulla pallina di cotone che mi si forma nell’ombelico. Sarebbe uno sbrodeghezzo niente male.

Seconda Cosa che  mi viene in mente: io mi scopro assorto e meravigliato davanti ad un pezzo di cacca incastonato nel ghiaccio.Sono un pinguino grasso che si guarda l’uovo. E sono contento di me stesso.

Terza Cosa che mi viene in mente: la verità è che sto divagando, la sto prendendo alla larga, perché se adesso avessi davvero coraggio, mi dovrei mettere a scrivere di Lei.

E invece No.

Berlino. Cosa te ne parlo a fare.

Cosa te lo dico a fare, che sono stato a Berlino.

Cosa ti dico Cosa, com’è fatta Berlino. Questa è una città che arrivi lì, ti metti la mano sul mento, ti guardi in giro e dici: mah. Al massimo dopo ventiquattrore sei pure capace di partorire un : boh. Ma sempre con la mano sul mento.

Una città che stai sempre in giro a cercare il centro, e il centro non lo trovi mai. Poi magari ti trovi sperduto in uno stradone dove ci sei solo tu e un corvo appollaiato sul ramo, e allora cerchi di fermare il primo passante che ti capita a tiro, per chiedere: scusi ma dov’è il Zentrum? Il Centro, ti dicono, è questo dove sei adesso. Poi magari il passante ti chiede: hai mica qualche cent? Perché Berlino è una città povera, tra l’altro.

Ogni giorno dalla Porta di Brandeburgo parte un tour turistico cosiddetto Free, nel senso che se vuoi puoi dare qualche euro al povero cristo che si sgola per te, se invece non vuoi allora ti alzi il bavero e te ne vai poco prima che il tour finisca, con la tua coscienza che ti tira piccoli calci sugli stinchi.

La Guida Turistica ( userò l’iniziale maiuscola per nobilitarla, a causa dei piccoli calci sugli stinchi che continuo a ricevere) ci ha portato in giro. Poi si è fermata ed ha detto: Qui, dove vedete una linea per terra, una volta c’era il Muro. Ma Adesso Non C’è Più. Poi dice: adesso andiamo tutti insieme da quella parte che vi faccio vedere una cosa. Ecco, vedete questa strada? Qui una volta, dove vedete la linea per terra, ci passava il Muro, ma adesso non c’è più. Poi ci fa pascolare come un gregge ancora per un isolato, punta il dito verso un palazzo grigio, e declama: Vedete quel Palazzo? Ecco, lo vedete? Lì ci abitava il signor Tizio Von QualcheCosa, ovvero il vecchio progettista che ha progettato il Muro (progettato?) Ma adesso non ci abita più.

Ehi, Guida Turistica, mi stai a prendere per il culo?

Allora riprende: non abita più lì, il Signor Tizio Von QualcheCosa , ma adesso si è trasferito nel palazzo di fronte, che potete vedere lì. E la sapete una cosa? No, Cosa? Può capitare alle volte di vedere il Signor Vecchio Progettista uscire di casa e andare a fare la spesa nel Market qui vicino. ( La Guida Turistica inizia a mimare il Signor Tizio che avanza appesantito dalle buste piene della sua spesa) . Temo per un attimo che voglia farci rimanere appostati lì, ad aspettarlo. Non lo si aspetta, invece, e si va oltre.

Perché basta continuare a seguire la linea per terra, dove Prima C’era il Muro, Ma Adesso Non C’è Più, e finalmente un pezzetto di muro lo trovi. E allora via con le macchinette fotografiche digitali lo si tempesta di foto, per la paura che da un momento all’altro anche quel pezzetto di muro Non Ci Sia Più.

Poi cosa abbiamo fatto.

Come delle trottole, siamo stati in giro. Per capire la metafora non bisogna pensare ad una trottola che è stata appena lanciata, che ruota bella dritta e regolare, quanto piuttosto ad una trottola verso la fine della sua corsa, quando inizia a perdere potenza e sbanda di qua e di la’. Quando verso la fine della sua corsa si piega su di un lato e assume un moto disordinato e incontrollabile.

Ecco, in questo senso, siamo stati in giro.

In Italia andava in onda lo scontro Berlusconi Prodi e noi intanto si trotterellava per le stradine deserte del centro. Volevamo capire dove cazzarola erano tutti i berlinesi, in quali locali si erano rifugiati. Non c’era nessuno in giro. E non è che abbiamo chiesto informazioni al berlinese alternativo con la cresta e le catene al culo. Macchè. Non è che abbiamo chiesto info alla ragazza con i capelli fucsia e le occhiaie da eroinomane. No. Siamo andati a chiedere delucidazioni ad un pizzaiolo di Gallipoli. Per la cronaca Gallipoli è a 10 Km dal mio paese. Sono andato a Berlino per mangiare una pizza al salame e parlare dialetto. Il pizzaiolo ci ha detto: andate di là. Ci siamo andati. Poi volevamo sentire anche qualche altra opinione. E allora non è che abbiamo chiesto qualche dritta al Tipico Berlinese con le cuffie e la zazzera bionda. No. Non è che abbiamo fatto domande alla tipa figa che veniva fuori dalla metro. Macchè. Figurati. Abbiamo chiesto ad un tagliatore di pesce crudo cinquantenne che lavorava in un fast food giapponese.

Alla fine siamo andati a finire in un centro sociale berlinese seguendo un tipo rasta con le gambe amputate che correva veloce sulla sua sedia a rotelle. E , vi giuro, sulla porta di questo posto, il tipo rasta ha legato con una catena la sua sedia a rotelle ed è sceso. Si è messo a camminare su dei monconi di gambe lunghi forse dieci centimetri. Oooh di stupore.

Poi uno pensa: cosa so di Berlino?

So che c’era il muro, ma come diceva il Povero Cristo Guida Turistica For Free, il Muro non c’è più. A Berlino, mi pare, c’è lo Zoo. Ah, già è vero. E  allo Zoo ci dovrebbero essere, se non ricordo male, i Ragazzi dello Zoo di Berlino. Ho visto il film. Ho letto il libro. Pure io. Naaa, pure te? Allora dai, andiamo tutti assieme alla ricerca dei Drogati dello Zoo di Berlino. Dai, che bello. Ci facciamo la foto con il drogato più clamoroso di tutti. Dai, che questa è un’idea mica male. Dai. Magari riesco a portarmi a casa, come souvenir, un laccio emostatico d’epoca, un laccio emostatico dell’era della guerra fredda. Cosa ne sai. Ma come minimo mi faccio la foto col drogato dalle occhiaie più incavate. Dai andiamo.

Niente, non ci sono neanche i drogati.

Mi pare di sentire una voce nell’aria: Ecco, vedete questa linea di aghi arruginiti e siringhe usate? Bene, qui una volta c’erano i Drogati dello Zoo di Berlino. Ma Adesso Non Ci Sono Più.

E allora mancando i souvenirs d’epoca dei Drogati di Berlino, siamo andati per negozietti, come tutti i bravi turisti. Sulle porte dei negozi che esponevano stronzate e cartoline, Franz ha affermato: ma non entrate lì dentro, che queste sono solo Allodole Per Turisti. Più tardi questa frase ha subito una ulteriore modifica, per cui entrare o uscire da un negozietto di souvenirs è diventato “ entrare o uscire da un’ Allodola”.

Ho cacato un post troppo lungo, mi sa.

A proposito di cacare.

Nei bagni dei treni tedeschi, c’è un mensola che serve per cambiare il pannolino al bebè ( anche in quelli italiani). Questa mensola, ho visto, è concepita in modo tale che se ti distrai un attimo, o se il treno accelera improvvisamente, ti cade il bebè nel cesso.

Questo per chiudere degnamente.

Tiro lo sciacquone.