dice il saggio

Dice il saggio: vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo. Dico io: ma come si fa? Vivessi questo giorno come fosse l’ultimo, secondo te sarei qui a leggere pdf sul monitor sorseggiando caffe’ tiepido e sciapo? Dimmelo: potrei restare chiuso in questo ufficio sapendo che ci sono forse persone interessanti li’ fuori che devo conoscere tipo immediatamente, trascinarle per i capelli a compiere cazzate incredibili? Ma tu lo sai cosa ho mangiato ieri sera per cena? Ero in auto ed era tardi e non volevo cucinare a casa. Mi sono fermato in un posto e dentro c’era sto cinese che parlava barbaro – e sua figlia cinese di due anni che si intossicava coi fumi della cucina – e mi ha preparato un hamburger di plastica condito con cipolla e una salsa dolce che pareva marmellata. Hai presente lo schifo? Se questo giorno fosse l’ultimo ma anche il penultimo mettiamo, potrei io convivere con il rimorso di aver buttato cosi’ il tempo e 4 euro e 90? Fosse questo il mio ultimo giorno: scriverei questo post?    

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volevasi segnalare

Leggo di quella che vince il milione in televisione e allora cerco i video sul tubo. La signora praticamente sa tutto di qualunque cosa. Ma soprattutto: la signora e' laureata e disoccupata, e vive nel ricco Nord Italia.

 

Io prenderei questo caso e lo metterei come punto definitivo a tutte le discussioni e forum dove i laureati impugnano il titolo di studio e si lamentano di non avere un lavoro. Guardo il video sul tubo e intuisco perche' la signora possa non aver trovato ancora un lavoro a 43 anni. Che questo esempio venga preso come tenaglia che pizzica il culo a tutti quelli che si nascondono dietro il diploma. Che lo impugnano e poi dicono: eh, ma io c'ho questo! E poi a seguire qualcosa riassumibile in "gneee".  Ah poi certo, e' un Paese di merda se con la cultura non vai da nessuna parte. Puoi ripeterlo una due tre volte ma poi dopo la decima basta. Lo dice uno che si e' preso una laurea considerata (a torto) difficile. Tenaglia sul culo per costringerti ad uscire dall'angolo. Ecco cosa.

 

Ma poi: la signora parla di letteratura e arte e scienza e quellochevuoi con assoluta cognizione di causa. Poi senti parlare il marito operaio albanese in una ditta di mangimi per animali e capisci che con lui non parla di ne' di letteratura e arte e scienza e quellochevuoi, eppero' – questa e' l'impressione che rimane – pare una persona felice.

arrivo al cinema

Arrivo al cinema con mezzora di ritardo. Fa caldissimo che ho corso in bicicletta lungo i canali, tenendo la mappa stretta fra i denti. Si doveva vedere La Nostra Vita di cui non sapevo nulla, sapevo che c'era Elio Germano. Entro in sala e mi butto sulla poltrona. Fa caldissimo, mi tolgo la sciarpa.

 

C'è una scena in cui parlano italiano, però dov'è Elio Germano? Non lo vedo. Passano cinque minuti e non lo vedo. Però sullo schermo vedo una ragazza con la faccia triste, che zoppica. Zoppica! Allora improvvisamente mi ricordo del cartello visto all'entrata, con la faccia inconfondibile della copertina de “La Solitudine dei Numeri Primi”. Ho letto il libro e mi ricordo di quella che zoppica. Ho sbagliato sala. Ecco perché intorno a me non riconosco nessuno. Ecco perché non c'è Elio Germano. Ma va bene, io poi cambio sala in tempo per (spoiler) vedere una bara sullo schermo e capisco l'andazzo del film.

 

Ma piuttosto, apriamo una parentesi sulla lingua barbara. La Solitudine dei Numeri Primi sarebbe uno dei titoli più efficaci ma anche più belli della storia della letteratura italiana. Oltre a rendere l'idea, suona bene. Ha un ritmo: la solitùdine dei nùmeri prìmi. Suona bene giusto? Ecco, in barbaro questo titolo si scrive: “De Eenzaamheid van de Priemgetallen”. E questo è niente. Vuoi sapere come si dice? Copia e incolla qui e poi premi su ascolta. Ecco, per dire.

Vabbé.

 

Questo qui sotto invece è il pezzo che mi pungola il muscolo cardiaco negli ultimi mesi. Venire a scoprire che nel video ci hanno messo gli ulivi salentini è stata la mazzata finale.

 

 

ricostruzione giorno 41

Una delle conseguenze immediate è che se fino a poco fa mi sentivo volpe addomesticata di Saint Exupery, in pochi giorni torno ad essere lumaca – ma non nel senso di lentezza, quanto piuttosto di entità che si porta appresso tutta il suo mondo sulle spalle, e non ha davvero bisogno di tornare a casa, ché tanto la casa ce l'ha sulle spalle e tutto il resto vaffanculo.

 

Da volpe addomesticata a lumaca nomade, dunque.

 

Che poi uno potrebbe dire: e perché non la tartaruga, allora. Perché la lumaca ha anche questi occhi che spiano il circondario, che se li sfiori quelli si ritraggono immediatamente. Questo ritrarsi immediatamente lo sento abbastanza mio attualmente – io che adesso (forse) non mi fido più di nessuno.

ci sono sti cacciatori di teste

Ci sono sti cacciatori di teste che ti chiamano al lavoro per sapere se vuoi un altro lavoro – questo sarebbe uno dei vantaggi di vivere in un paese barbaro ma prospero e fare lavori non esaltanti, come sarebbe stato per me se avessi fatto il veterinario che salva i cavalli sul dirupo come nella pubblicità dell'averna.

 

Ci sono insomma sti cacciatori di teste che cacciano la mia testa e poi ci sono io che rispondo al telefono impostando la voce e lasciando vuoti di silenzio come se pensassi a complessità, quando invece mi gratto il polpaccio e mi accorgo che mi sono infilato due calzini di colore uguale mi di lunghezze troppo diverse.

 

Ci sono sti cacciatori che poi ad un certo punto ti chiedono quanto vuoi, e tu che conosci il mercato spari cifre assurde, enormi, e loro però non si scompongono: lo ritengono normale. E poi ci sei tu che hai sparato la cifra assurda che loro ritengono normale, ci sei tu che ti guardi allo specchio del bagno e  nel riflesso ci vedi un cetriolo, e come fanno a dire di Sì ad un cetriolo del genere, ti chiedi. Ad un cetriolo.

 

Questo si chiama essere (ancora) giovani.

notte molto fonda

Notte molto fonda fra sabato e domenica: sedevo sul divano della casa di un mio collega. Il collega dormiva. Tutti dormivano in quella casa. Io attendevo che la birra nel sangue scendesse per tornare tranquillo nel mio letto, che’ avevo da percorrere un percorso in bicicletta e poi una ventina di chilometri in auto e non volevo che i poliziotti del luogo mi fucilassero per via della birra nel sangue. Io che di solito faccio vita da prete. Attendevo con la testa rivolta all’indietro, come uno che muore sul divano – a meno che uno non muoia con la testa in avanti.  E proprio in quel momento, non lo sapevo ancora ma proprio in quell momento, lontanissimo da me, ad un amico che ci sono cresciuto insieme, succedeva di moltiplicarsi – nella forma di una cosa piccola e femmina. Le distanze sono una merda.