quelle che seguono

Quelle che seguono sono considerazioni di una banalità forse sconcertante.

I soldi non fanno la felicità, ma d’altra parte senza soldi la felicità è più lontana.

E fin qui ci siamo.

Epperò la mancanza di soldi ha un vantaggio: ti mette davanti ad una mancanza tangibile, a cui sono associate altre mancanze tangibili: probabilmente non c’è un lavoro, e quindi non c’è una casa confortevole, e quindi non ci sono le cose che vorresti nel frigorifero, non ci sono ipotesi di viaggi etc.

Puoi dare a queste mancanze la colpa di eventuale pomeriggio di insoddisfazione che ti salta addosso all’improvviso. Quando tutte queste mancanze non sono più mancanze (hai il lavoro, hai la casa, nel frigorifero ci metti quello che vuoi, quanto ne vuoi) allora quel pomeriggio di insoddisfazione è tutto tuo. Non puoi dare la colpa a niente. E’ una produzione purissima e indiscutibile di te stesso.

Non puoi dire “ah, ma se riuscissi a fare quel viaggio che ora non posso fare, sono sicuro che sarei meno triste”. Quel viaggio lo puoi fare. Fallo. Ma non lo fai, perché ora lo sai: non è quello il punto.

Sono considerazioni di una banalità forse sconcertante perché si può rifare lo stesso (banale) ragionamento sostituendo i soldi con un amore, con un’aspirazione.

Benedette mancanze. Benedette attese.

e poi ci sono quelli

E poi ci sono quelli che nelle conversazioni sembrano ascoltare chi sta parlando, sembrano interessati a quello che viene detto – come anche tutta la gente attorno a loro – ma poi quando prendono la parola riescono a portare la discussione su sé stessi nel giro di pochi secondi.

Quindi se qualcuno sta raccontando di propri successi o sofferenze o desideri, questi individui appena possibile – ovvero appena ci sarà uno spiraglio di silenzio – pronunceranno cose del tipo:

“hai ragione, a me per esempio è capitato che…” 
“sono d’accordo con te, io normalmente faccio così..”
“ho pensato la stessa cosa, ieri quando stavo…”

… e così introdurranno una nuova conversazione incentrata su sé stessi, sostituendosi forzatamente al soggetto della discussione.

Capiamoci: il parlare di sé stessi è uno sport ampiamente praticato, e ci sono dentro nel momento in cui scrivo queste righe. Quello che non riesco a sopportare è l’imposizione di sé stessi anche quando l’interesse è altrove; non riesco a sopportare la voglia incontenibile di sovrapporsi al prossimo.

Qualche giorno fa mi è capitato di assistere ad una conversazione tra due persone durante le quale ognuna parlava di sé senza tenere conto delle parole appena pronunciate dall’altra persona: ognuna delle due cominciava la frase con “Io…”, fino a quando l’altra non interrompeva con un’altro “Io…”.  Visto che non era la prima volta – ché era successo diverse volte, nel giro di poco tempo – sono sbottato e ho lasciato cadere la forchetta e ho chiesto, per favore, di rendersi conto di quello che stavano facendo, ché ognuna stava solo parlando di sé ignorando completamente le parole dell’altra. Di provare – perdio – a concepire un soggetto di conversazione che non fosse la propria stessa persona. Ché quella non era comunicazione, è piuttosto imporsi davanti alle telecamere dell’esistenza come fanno i disturbatori dei telegiornali dietro gli intervistati (quest’ultima non l’ho detta, l’ho pensata ora, lo ammetto).

Mi è stato risposto che quello è un modo normale di parlare.

e lo so che non ha molto senso

Quando si dice che bisogna riformare la legislazione sul lavoro per renderla attuale e in grado di affrontare le dinamiche contemporanee, il sottoscritto involontariamente mette la propria esperienza al centro del mondo e pensa che – ancora prima dell’articolo 18 – un diritto fondamentale di tutti i lavoratori dovrebbe essere quello di poter ascoltare della musica in cuffia durante l’orario di lavoro.

E lo so che non ha molto senso ma ci sono certi pomeriggi senza niente di piacevole fuori dalla finestra, e con poche prospettive per il resto della giornata, dei pomeriggi nei quali avere in cuffia la musica che vuoi al volume che vuoi diventa l’unica ancora di salvezza, l’unico modo per renderti sopportabile la cosa.

E se invece al contrario fuori dalla finestra c’è quello che vuoi e sei contento di quello che farai dopo aver finito – e magari sei pure contento di quello che stai facendo – in questi momenti, senza la musica che vuoi al volume che vuoi, potrai benissimo essere felice: ma solo fino ad un certo punto. Se invece vuoi essere felice ulteriormente e irrazionalmente, allora in certi pomeriggi seduto alla scrivania di fronte ad uno schermo potrai esserlo solo grazie alla musica. E questi momenti di felicità ulteriore e irrazionale dovrebbero – io credo, ed io lo farei fossi il capo indiscusso del mondo – essere garantiti per legge infrangibile e imperitura.

ad un certo punto avevo un asciugamano

Ad un certo punto avevo un asciugamano che mi calava sulla testa, come un turbante. Nella vasca da bagno l’acqua faceva rumore a causa dei getti laterali troppo potenti, regolabili con dei pulsantini difficilmente decifrabili. Una piccola placca di ottone riportava le istruzioni: “non usare troppo bagnoschiuma mentre sono in azione i getti di acqua, perché l’intero bagno potrebbe riempirsi di bolle“.  Mentre io ero disteso tra i getti e le bolle, D. era invece in piedi nella vasca, i capelli bagnati anche se non avrebbe dovuto, anche se a Londra l’altro ieri faceva un cazzo di freddo –  ero di nuovo da quelle parti – e lei il giorno dopo avrebbe dovuto difendere una madre di cinque figli in tribunale per una storia di violenze domestiche che non avevo compreso nei dettagli. In piedi, con l’acqua agli stinchi, si è portata alla bocca un pezzo di cioccolata ripiena di peanut butter. Dopo aver finito di masticare mi ha guardato e mi ha detto, seria:

Comunque la Smirnoff è da quindicenni

Allora ho posato la bottiglia sul pavimento, ma la bottiglia è caduta lateralmente. Ho ripensato a come avevo trascorso la mattina e il pomeriggio, a come (solo due piani più in giù nello stesso hotel) mi ero sistemato dritto sulla sedia per esprimere concetti brillanti rivolto ad un professore in cravatta rossa che aveva scovato il segreto dell’eterna giovinezza, e cioè la passione infinita per studi intricatissimi. E poi ho messo insieme l’immagine dell’asciugamano sulla testa, della cioccolata, del tatuaggio a forma di stella di D., la facciata del Victoria and Albert Museum appena fuori dalla porta, insomma tutto, e come alle volte mi succede avrei voluto averci una registrazione, di questo tutto.

“Bella battuta” le ho risposto  “no davvero, se un film cominciasse con una scena del genere, vorrei sapere come va a finire”
“Devi trovare un regista disposto ad ascoltarti”

Mi piace chiedermi se certe cose possano avere un significato e poi trovare la risposta subito dopo, nel modo più inaspettato possibile. Non avevo neanche cominciato a rimuginare nella testa l’appriopriatezza delle mie azioni, che avevo una testa piangente sulla pancia. Forse lo stereo mandava Edith Piaf, e nel frattempo mi venivano raccontate storie di malattie incurabili di parenti prossimi, e della tristezza e frustrazione che ne deriva. Ecco la risposta – mi dicevo – ecco che trovavo una connessione fra leggerezza e sofferenza potenziale. Niente di particolare, del resto è sempre la solita filosofia da quattro soldi: vivere il momento sapendo che tutto potrebbe finire da un giorno all’altro. E viverlo con stile – verrebbe pure da aggiungere. Niente di particolare, la cosa che mi divertiva era soltanto la velocità con cui trovavo risposta ad un interrogativo di pochi minuti prima.

Non mi piacciono le camere d’albergo dove non puoi aprire la finestra. Oltre al problema di non poter cambiare aria, hai il sospetto che vogliano evitare che qualcuno si lanci di sotto. Mi piacciono le omelette british con i funghi. Mi piace addormentarmi in treno per venti minuti dopo anni che non succedeva.

poi improvvisamente

poi improvvisamente la vita ha certe fiammate improvvise ed opportune che ti dimentichi pure di comprarti da mangiare e di pagare la bolletta della luce e affanculo va bene uguale, c’hai tutta la vita davanti per pagare la bolletta della luce.

dunque, due punti

Se alla nuotatrice ora piace un altro nuotatore oppure No, è poco importante. Perché tempo prima quello stesso nuotatore stava con un'altra nuotatrice. A me fa pena e tristezza a prescindere.

 

Questo comportarsi da femmine da branco, e da maschi da branco. Fai parte di un branco, quindi te lo scegli nel branco. Vi rendete conto quanto poco speciali siete l'uno per l'altra? E quanto invece siete misera coincidenza? Come sul lavoro, come a scuola, come in tutti i gruppi umani, come come come. Non so se mi spiego. Glielo avrei pure spiegato alla collega che prima manco sapevo come si chiamava, prima manco mi cacava, poi un giorno mi vede sudato in palestra e da allora me la trovo sempre appollaiata a fianco. È che bisogna piacersi da lontano porcamiseria. Piacersi da vicino, che cazzo di palle. Non è piacersi: è praticità.

 

È disinteresse verso i dettagli. Mi viene il sangue alla testa se la gente si disinteressa ai dettagli. È incapacità di rompere il vetro (spoiler per post che devo scrivere e che mi trascino da tempo) e mettere la mano oltre e afferrare quello che ti preme.

 

Io questo agosto se vi trovaste a venire in macchina con me, vi accorgereste che ascolto Mezze Stagioni degli Ex Otago e mi struggo pescando in giro (quelli che sono per me) inediti di Troisi. Un giorno che avrò una casa con un corridoio, ci metterò la foto di Massimo. Io questo agosto festeggio l'anniversario di un anno di insonnia, sono diventato uno che corre tantissimo fino a scoppiare, ho sostituito definitivamente il pane con il riso, mangio spesso salmone crudo e compro cibarie costose che poi mi scadono in frigo perché sono distratto.

p.s. ehi, ma io ho una categoria del blogghe che appunto si chiama "mezze stagioni", inaugurata molto prima di sto disco, che se uno fosse affezionato lettore potrebbe cliccarci sopra e fare un tuffo nel passato leggendo un me stesso d'annata.

non solo gli inglesi

Non solo gli inglesi guidano sbagliato, misurano le cose mediante misure sbagliate, e negli alberghi a volte ci trovi un rubinetto per l'acqua fredda E uno per l'acqua calda (così che se vuoi l'acqua tiepida, be', l'acqua tiepida non esiste) ma usano pure delle parole che tu non ce la fai. 

 

Per esempio.

 

“Caffé o te, sir?”

(sono io il Sir, che ci crediate o No)

“Caffè”

“Ah lovely”

“….”

“numero di stanza?”

“734”

“lovely”

 

Fermati un attimo essere umano britannico.

 

Lovely deriva da love, amore. Ma tu lo sai quanto sudore e cretinate e impegno e delusioni e telefoni disubbidienti e unghie mangiate e palpebre che tremano per il nervoso e delusioni e mi lavo la faccia che non si vede e mutande e delusioni e asincronismi dilanianti e madonna non ci credo e altre cazzate ci stanno dietro? E tu – davanti a tutto questo – se ti dico caffé, mi rispondi “lovely”?

 

Siamo due culture diverse.