l'ultimo esame che resta

L’ultimo esame che resta per completare la mia fulgida carriera universitaria di fulgido studente universitario dallo splendente libretto di giada, è un misero Esame Pernacchia. I professori degli Esami Pernacchia sono generalmente dei bonaccioni – di solito anzianotti – che se pure ti presenti il giorno dell’esame vestito da Pulcinella, saltando e ballando e suonando le ascelle e recitando all’incontrario la Vispa Teresa con intenti satanici, quelli sono capacissimi di dirti che va bene così, che forse potevi fare di più ma che comunque può andare bene così.

E allora succede che le motivazioni devo sforzarmi di  trovarle fra le pieghe delle lenzuola sfatte della mattina. E allora succede che certe mattine mi sveglio e davvero mi chiedo perché devo tirarmi su dal letto, e chi me lo fa fare. Siccome poi non trovo neanche un motivo per rimanere disteso, alla fine succede che mi tiro su. Un anno fa ero così impegnato con lo studio che la mattina mi svegliavo già nervoso e bestemmiante, mi tiravo su di scatto e consumavo i cinque passi di pavimento che mi separavano dal tavolo col libro già aperto, e con gli occhi stropicciati e il pigiama ancora caldo cominciavo a rimuginare di emoglobina e ormoni tiroidei, senza neanche aver sollevato la tapparella, senza essermi lavato, senza avermi pisciato, senza avermi colazionato, senza avermi caffeinato. L’impellenza del bagno e la fame servivano a tenermi sveglio, almeno fino alle dieci di mattina, poi di solito mi sentivo svenire. Dopo una giornata trascorsa così arrivavo addirittura a considerarmi un eroe, e la mia lotta libresca contro i parametri biochimici dell’insufficienza cardiaca congestizia assumeva i contorni epici di una battaglia in cui io prendevo (idealmente)  a pugni il mio libro di clinica medica. Un pazzo furioso che la mattina si svegliava e ringhiava al suo libro: adesso ti faccio vedere io, adesso ti faccio.

adesso ti faccio vedere io, adesso ti faccio.

A proposito di ripetizioni nella prosa, l’altra sera sono andato a sentire parlare Paolo Nori, in un posto in piazza maggiore che faceva un caldo bestiale. Adesso c’ho pure sta sciarpettina sottile e bellissima che mi ci sono subito affezionato, e dimentico sempre di srotolarla dal collo e metterla in tasca, nei momenti in cui andrebbe srotolata, e me ne ricordo solo quando ormai sto schiattando dal caldo. Quando Paolo Nori ha finito di parlare ha chiesto ci sono domande?, e io la domanda ce l’avevo pure nella testa, ma era una domanda caustica e polemica circa una frase che lui aveva pronunciato poco prima. Poi sarà stato il caldo – che ne so – o chissà cosa, la domanda alla fine non l’ho fatta. E per fortuna che la domanda non l’ho fatta, ché dopo si è andati con Paolo Nori, Stefano e altri personaggi a bere una cosa tutti assieme, e non mi sarebbe piaciuto andare lì col fastidioso precedente di una domanda polemica e caustica sul groppone. Che in fondo basta un niente per farmi sentire a disagio, a me.

Ma dicevo, studiare.

L’Esame Pernacchia mi racconta dei metodi di macellazione degli animali, metodi di preparazione allo squartamento e delle opportune operazioni da effettuarsi nella fase post squartamento. Una cosa molto splatter, insomma. Una cosa che provoca subito lo sbadiglio e che mi viene da giocare agli equilibrismi delle penne tenute fra il naso e il labbro superiore contratto all’insù. Uno di quegli equilibrismi che poi la penna ti cade sul tavolo e ricominci daccapo, ci provi di nuovo, ti casca di nuovo, e ricominci daccapo. Poi la penna cade sotto al tavolo e ti incazzi.  

Ma ci devo trovare l’interessante, in tutto sto splatter, sennò diventa impossibile andare avanti.

Allora pare che gli ebrei e i musulmani non accettino lo stordimento pre-squartamento degli animali. Noi cattolici (Dico per dire) gli animali li stordiamo fracassandogli il cranio o gasandoli col monossido di carbonio, e poi dopo li dissanguiamo. Ebrei e musulmani No, loro li dissanguano quando sono ancora coscienti.  

(questo e molto altro, su Rieducational Splatter Channel)

E poi ebrei e musulmani c’hanno i loro animali impuri, noi (“noi” in senso lato) invece ci ingurgitiamo tutto l’ingurgitabile. Io adesso non posso dire che esiste un passo del Vecchio Testamento (questo qua) che in casa usavamo recitare per farci delle grasse risate alla sera discutendo di animali puri e impuri secondo la tradizione ebraica, dopo aver ingollato il tradizionale paio di litri di birra del dopo cena. Non lo posso dire ché potrebbe suonare blasfemo, e allora non lo dico. 

Anzi, non dico più niente che si è fatto tardi.

P.S. per eventuali anatemi e/o maledizioni, usare l’indirizzo di posta qui a lato.

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vengo a sapere che

Vengo a sapere che nel mio letto – durante la mia assenza – si è consumato dell’amore saffico. Accolgo la notizia con indifferenza, anche perché in quel letto ci ha dormito mezzo mondo e figurati se adesso mi devo far impressionare da un po’ di lesbo. A quanto pare, anche per l’amore saffico è necessario avere a disposizione un pacchetto di fazzoletti vicino al letto. Non si smette mai di imparare. Uno vede ste cose e poi di conseguenza si fa delle domande. E le domande  – ahimè – restano domande. Tanto per restare in tema, vado dal coinquilino Billigiò che studia nella stanza a fianco e gli chiedo:

– Pensavo: dato che in Italia fra poco ci saranno i Dico, perché non ci sposiamo?
– Eh, lo pensavo anche io. Ma ci conviene davvero?

Epperò così mi passa tutto il romanticismo, e non mi va di preparare il corredo per un matrimonio di interesse. E comunque pare che il governo sia caduto, o forse è solo inciampato, e quindi per adesso niente Dico, niente di niente. Ieri mattina, immerso nella mia attuale nullafacenza, ho seguito alla tivvù il discorso del ministro col baffo che tentava di convincere la platea delle sue ragioni in politica estera. La platea alla fine non l’ha convinta, però a me, che sprofondavo nel divano coi pantaloni del pigiama, mi ha convinto eccome. Mi sono detto: ma guarda che personaggi lucidi ed equilibrati abbiamo al governo! Ma che bello averci un ministro che dice queste cose e che le dice in modo così convincente! Ovviamente quando una cosa – o una persona – è di mio gradimento, automaticamente quella cosa o quella persona non può essere gradita alla maggioranza. E infatti il ministro col baffo è stato bocciato per pochi voti. Forse dovrei cominciare una carriera di consulente per politici: tu politico vuoi fare carriera? Non devi piacermi. Devi starmi antipatico. Ti dico io come fare, devi sforzarti di non piacermi. Si potrebbero fare dei bei soldi, con questa carriera di consulente per politici, no?

Narra la leggenda che il ministro col baffo bazzicasse in gioventù dalle mie parti, e che talvolta si trovasse con mio zio a passeggio. Narra la leggenda che il ministro col baffo da giovane giocasse appassionatamente col flipper di mio zio, questo flipper anni 70 che in seguito mi ha accompagnato in tutta l’era pre-videogiochi della mia infanzia terronica.

Ricordo che da bambino mi dicevano: vedi quel flipper? Ebbene, devi sapere che quel flipper bla bla bla. Di tutte queste storie sul flipper anni 70, di tutti questi bla bla bla ricordo gli aneddoti sul ministro col baffo che da giovane si accaniva sui tasti per far sbalzare la pallina di acciaio del flipper. Molti anni dopo il ministro col baffo, sullo stesso flipper mi ci sono accanito io. Ho cominciato che ero piccolissimo e non arrivavo a vedere la pallina, epperciò dovevo salire su di una cassetta di plastica di quelle che si usano per vendere la frutta al mercato. Ho tante foto di me in bilico su varie cassette della frutta, o su sedie di plastica, che  a cinque anni abbraccio il flipper enorme per arrivare con le mani da un tasto all’altro. La passione per la pallina di acciaio era travolgente, e se un mio fratello si avvicinava per giocare, dovevo scegliere fra un pugno in piena faccia e la magnanima concessione di uno dei due tasti del flipper. Il più delle volte erano pugni in piena faccia. Del resto in tutte le aggregazioni umane, la democrazia è solo un passo successivo. All’epoca vigeva incontrastata la dittatura.

La passione per il flipper era davvero travolgente, al punto che un giorno mi pisciai addosso mentre picchiavo sui tasti in bilico sulla cassetta della frutta. Avevo avvertito lo stimolo, ma non potevo assolutamente abbandonare la postazione perché ero in lotta per un nuovo record di punteggio. Eppoi, abbandonare la postazione voleva dire offrirla ad un fratello che aspettava come un avvoltoio nei paraggi, e di conseguenza voleva dire inaugurare una nuova guerra di tirate per i capelli e pizzicotti sulle braccia abbronzate di cinquenni. Così mi pisciai addosso, fra le gran risate degli adulti presenti. Ovviamente mi feci fotografare anche così, coi pantaloncini abbassati e le mutande inzuppate di urina da cinquenne invasato del flipper. In quella foto, se si toglie la mutanda pisciata, sono davvero bellissimo, sono uno splendido bambino abbronzato degli anni 80.  Quella foto so benissimo dov’è nascosta, e la lascio nascosta che è mooolto meglio così.

Come si può notare sono bravissimo a cambiare discorso, e oggi c’è proprio bisogno di cambiare discorso, visto il senso di schifo e di vergogna e di sconforto che mi prende ad ascoltare le notizie di queste ore alla tivvù.

Sob.

ho capito di essere giunto in patria

Ho capito di essere giunto in patria al lavandino di una toilette di un autogrill vicino Trento, mentre mi sciacquavo le mani ed osservavo nello specchio i tre personaggi alle mie spalle. Un tizio è uscito dal cesso abbottonandosi i jeans in quel modo molto patriottico di abbottonamento dei jeans che consiste nell’inarcare il culo all’indietro per farsi spazio davanti. Un suo amico ha dimostrato la propria contentezza per il fatto che il compagno avesse portato a termine con successo il suo urinamento con quel modo molto patriottico di dimostrare la felicità, ovvero sferrando una serie di pugni sulla spalla del compagno che intanto se la rideva e continuava – lentissimo – ad abbottonarsi i pantaloni. Quindi si è passati ad una ulteriore manifestazione patriottica di amicizia che consiste nel cercare di acchiappare – mediante un movimento lesto e improvviso della mano – l’organo sessuale dell’amico che ti sta vicino. Molto spesso questo gesto è soltanto un bluff che serve a spaventare l’amico di turno, mentre l’organo (salvo rarissimi casi) resta tranquillo al suo posto. Questa simpatica riunione di vecchi amici in una toilette di autogrill vicino Trento ha avuto il suo apice patriottico quando l’amico abbottonato ha tirato fuori il suo modernissimo telefono cellulare e ha filmato gli altri due amici che si abbracciavano e urlavano, appoggiati al ventilatore di aria calda: Italiaaa U-no!  Ho cominciato ad avvertire una sensazione di patriottismo molto forte, quasi insopportabile, come se un enorme Elmo di Scipio avesse improvvisamente cinto la mia testa.

scavarsi la fossa da soli

Dice: hai mai visto uno che si scava la fossa da solo?
Dico: mi pare di No.
Dice: sei sicuro che non lo hai mai visto?
Dico: ma intendi proprio uno che…
Dice: uno che si scava la fossa da solo.
Dico: no, non credo.

(…)

Dice: allora non lo hai mai visto.
Dico: te l’ho già detto. Non l’ho visto.
Dice: maaa, dimmi un po’.
Dico: che c’è.
Dice: cosa stai facendo adesso?
Dico: sto scrivendo la Tesi.
Dice: ah, bravo, e perché?
Dico: eh, cosí poi mi laureo.
Dice: ah, bravo.
Dico: eh, grazie.
Dice: e quindi ti laurei.
Dico: e quindi Sí, mi laureo.

(…)

Dice: eeeh… dimmi una cosa.
Dico: sentiamo.
Dice: ti vuoi davvero laureare, tu?
Dico: laureare nel senso laureare?
Dice: in quel senso.
Dico: ah, beh, io voglio passeggiare a piedi nudi su di un prato verdissimo…
Dice: ah, che bello. E laurearsi?
Dico: … e mettere i piedi nudi nell pozze d´acqua dove gracchiano le rane grassoccie…
Dice: …
Dico: …e farmi mordere il pollicione del piede dalle formiche piú grosse e incazzate…
Dice: stupendo.
Dico: … e addormentarmi col naso incastrato nell´incavo di un libro aperto…
Dice: poetico.
Dico: …un libro con le pagine ruvide e spesse, mentre le formiche mi passeggiano educatamente in fila indiana sulla panza…
Dice: bellissimo.
Dico: …
Dice: …
Dico: …
Dice: vabbé, ma quanto a laurearsi?
Dico: non mi va, non ne ho voglia.
Dice: non ne hai voglia.
Dico: ma proprio zero.
Dice: zero voglia.
Dice: …
Dico: anzi sai cosa?
Dice: cosa.
Dico: mi viene proprio la nausea, a pensare che mi devo laureare.
Dice: ma bene.
Dico: proprio così, la nausea.
Dice: ho capito.
Dico: te l’ho detto.
Dice: me l’hai detto.
Dico: cazzo se te l’ho detto.
Dice: senti io devo andare, ti saluto.
Dico: va bene vai, che io continuo a fare sta cosa della Tesi.
Dice: occhei, ti lascio a scav…ehm, a scrivere.
Dico: …
Dice: …
Dico: vafancùlo.
Dice: …

del mistero del fusillo e di altre sciocchezze

Caro coinquilino BravaPersona che mi chiedi se gentilmente posso dare una “pulita generale” alla casa prima di andare via per sempre, io la pulita generale te la do pure – ché mi sembra una cosa civile e ragionevole –  però se fai la cacca nel nostro microcesso verde da shuttle spaziale poi dopo devi sforzarti di pulire tutto e non mi devi lasciare la tua firma nel cesso, ché l’istinto di nascondere le tracce della propria cacca è innato negli esseri viventi, ce l’hanno pure i gatti – i gatti santoiddio, i gatti – che sotterrano i propri stronzetti con diligenza, e i cani siamo d’accordo che non ce l’hanno però se becchi un cane che fa la cacca quello si intimidisce tutto perché anche lui nella sua testa di cane ha un microembrione di idea di pudore circa l’argomento cacca. Non lo sapevi?

Ora lo sai.

E poi se ti chiedo con cosa devo pulire la cucina che non ci sono panni e spugnette apposite, tu non mi puoi dire di usare la spugnetta che ho usato per pulire il bagno firmato, che a sto punto tanto vale ti piscio nel lavandino che l’ammoniaca contenuta nell’urina se vogliamo ha il suo perché – nell’ottica di una disinfezione sommaria – in mancanza di altro prodotto detergente.

E poi non mi guardare così il disordine della mia stanza, ché questo è disordine mica sporcizia – questo è disordine – ovvero è il sintomo di una mente creativa e disinteressata ai vincoli materiali terreni come quelli del mangiare bere dormire e mettere in ordine.

Però è anche vero che dovrei cambiare le lenzuola che fra poco diventano come il sudario di GiesuCristu e cominciano a raccontare parabole per conto loro.

Da due giorni in cucina dorme il mio successore, ovvero colui che prenderà il mio posto appena sarò andato via da qui. Il Successore è un tedesco basso e occhialuto coi pantaloni acetati della tuta in perenne accostamento con maglioncini da bravo ragazzo. Il Successore sedeva ieri sera da solo in cucina quando gli ho detto: dai, Successore, ti cucino un po’ di pasta, ti va? Ha accettato subito, si è avvicinato ai fornelli e mi ha chiesto nell’ordine: 1) cosa studi? 2) fai sport?  3) hai la ragazza? 4) vabbè ma in Italia però ce l’hai la ragazza? E questo ordine di domande mi ha già leggermente indisposto. A tavola mi ha mostrato sul cellulare la foto della sua automobile modificata coi cerchioni lucidati e mi ha spiegato che quello è il suo gioiello che c’ha paura di portarlo a Colonia, e che il suo gioiello è dotato di ToTcentinaia centimetri cubici di cilindrata. Io per farlo contento ho esclamato qualcosa che stava a significare più o meno “Mei Coioni!” anche se poi di auto ne capisco così poco che per me una vale l’altra. Davanti alla tristezza infinita della situazione ho deciso di aprire quella bottiglia di Bardolino che conservavo in un angolo da tempo. Mi ha spiegato che il suo lavoro consiste nel guidare il camioncino Spalaneve sulle strade. A quel punto mi sono insospettito e gli ho chiesto Ma Spiegami Un Po’, Successore, in che senso spali la neve? Voglio dire, qui ha nevicato solo due giorni e tra un mese arriva la Primavera, tu che caspita fai tutto il giorno? Allora – mentre io continuavo a ingurgitare sorsi rossi e bardolini – mi ha spiegato che negli altri giorni “aggiusta le cose della strada”. Il mio linguaggio tedesco non mi permetteva di capirne di più e allora lui mi ha fatto un disegnino sulla carta con dei segnali stradali, ne ha disegnati tanti diversi e tutti pendenti da un lato. Poi con le freccette mi ha fatto capire che grazie a lui i segnali da storti ritornavano dritti. In pratica il mio successore fa il raddrizzatore di segnali stradali storti.

Quando più tardi – con quasi una bottiglia di bardolino nel sangue – su msn ho provato a spiegare a Jun la storia del raddrizzamento dei segnali, sono stato colto da una crisi di risate che a momenti soffocavo ingoiando il microfono.

Ma comunque.

Qualche giorno fa – in questo post – ho sghignazzato per il fatto che il fusillo in Crucconia non si chiama fusillo ma si chiama invece Spiralen. Poi dopo ho finito di sghignazzare pensando che forse chiamandolo Spiralen i crucchi hanno voluto assegnare al fusillo un nome dalle sonorità più tedesche, qualcosa che finisse in “–en” come molte delle loro parole. E’ comprensibile, mi sono detto. É giustificabile. É accettabile.

E invece No!

Ecco qua cosa ho trovato. A questo punto il mistero del fusillo si infittisce. A questo punto é lecito pensare che la parola fusillo in tedesco abbia un significato scandaloso, impronunciabile, satanico. Perché Spirilli e non Fusilli? Cosa vuol dire Fusillo in veritá? Cosa potrá mai significare di tanto grave? Vorrà dire: Grandissimo figlio di p***ana? Cog**one? Maurizio Costa*zo? Cosa vorrà dire? Potrei provare a urlare “fusillo fusillo fusillooo!!!” nel corridoio e poi a chiudere in fretta la porta per vedere di nascosto l’effetto che fa, ma la porta della stanza non ha la chiave e quindi è meglio se sto buono e quieto e sto dilemma del fusillo me lo tengo per me.