sei rimasto per nove giorni

Sei rimasto per nove giorni col culo nell’acqua di mare, a mangiare e dormire e risolvere problemi del tipo dove si va a mangiare stasera, quali infradito indosserò, quante ore posso restare buttato sul letto di pomeriggio a guardare il soffitto senza sentirmi in colpa. Ho corso sulla costa, ho osservato nonni rotondi che sedevano su una panchina ad osservare le onde al tramonto, ho spiato per mezzora un pescatore di polpi mentre lanciava la sua lenza nel mare con un gesto tanto fluido che lo si capiva benissimo, erano anni che faceva la stessa cosa.

E se pure lo so che quella non e’ la vita reale, che non esiste una vita che continua cosi’ all’infinito – e  se pure esistesse ti annoierebbe dopo un po’  – lo stesso poi quando torni, sei triste. In realtà sei triste appena prima di partire, di fatto e’ una tristezza preventiva, si innesca ancora prima ancora di andare via, dando per scontato che sarai triste.

Poi invece No.

Poi invece torni a Brusselle, e c’e’ un poco di sole, parli con una dottoressa gentile e premurosa, c’e’ una cassiera che si scusa di non averti visto e in francese ti spiega che era distratta, c’e’ il Parc Leopold con le foglie illuminate, una ragazza che cammina sul marciapiede a fianco con l’aria di non sapere dove andare, ci sei tu che vorresti fermare l’auto e chiederle spiegazioni.

Annunci

se mi offrissero

Devo spesso rispondere alla domanda: “se ti offrissero un lavoro in Italia, torneresti?“. Ogni volta devo rispondere utilizzando argomenti e logiche sconosciute da chi ascolta (ché spesso la domanda mi arriva da chi non è mai partito, neanche per brevi periodi).

La questione non è cercare tra tutti il luogo più bello del mondo e andare a vivere in quello. Oppure cercare il luogo più bello del mondo, il lavoro più bello del mondo, e cercare di combinare le due cose. Viviamo nell’epoca dei compromessi: chi non lo ha ancora capito piange alla tivvù nei programmi di denuncia, perché lavora come editor in una casa editrice che sta fallendo, mentre nel frattempo ha messo al mondo due figli che non sa come mantenere. Viviamo nell’epoca degli adattamenti e dei compromessi, e chi non lo capisce, nella scala evolutiva,  io lo vedo come un dodo che si rifiuta di imparare a volare, quando è ovvio che gli sarebbe necessario.

Se ricevo la domanda, cerco di infarcire la risposta con immagini concrete che possano essere visibili a chi ascolta.

Racconto che il posto dove mi trovo attualmente mi offre delle cose belle e incredibili, praticamente inimmaginabili qualche anno fa; ha pure dei lati negativi che però – lo ripeto sempre –  I can handle . Se mi offrissero un posto a Bologna, Verona o Firenze (e recentemente mi era pure successo), oltre ad accettare di guadagnare la metà e lavorare tante più ore al giorno, mi ritroverei a vivere in un luogo bello oltre certi limiti. Voglio dire, di un bello oltre un limite per cui – una volta arrivati a quel livello – sarebbe difficilissimo tornare indietro.

Se tutto questo poi un giorno venisse a mancare – di questi tempi queste mancanze improvvise sono la regola, con un futuro che promette nuvole nere – e se dovessi trovarmi di nuovo a smontare tutto e ricominciare altrove, per il me stesso di qualche anno più vecchio tutto questo sarebbe drammatico. Se poi dovessi ritrovarmi per bisogno a vivere chessò, a Dusseldorf, a Manchester o di nuovo in Paese Basso, o in determinata Scandinavia, ma pure a Londra, ecco, sarebbe impossibile da sopportare. Questo non è l’unico motivo, ma è uno dei motivi, e purtroppo a me riesce di spiegarli solo uno alla volta, con spiegazioni lunghissime, tanto che certe volte non vorrei affatto cominciare a farlo.

Per riformulare tutto in pochissime parole: sarebbe come stare con una ragazza bellissima che però lo sai da subito, è una che cambia facilmente idea.

alt prnt scrn

Quando il cameriere viene a portare altro vino bianco smettiamo per un momento di parlare. Lei ha molti anni meno di me e quasi non la conosco. Viene dalle coste del Mar Nero, studia cose che hanno a che fare coi soldi e quindi in pratica vuol dire che viene da un mondo diverso. Eppure la conversazione procede liscia. Siamo andati a finire sull’essere o meno analitici o osservatori. Ha cominciato lei ed io la seguo. Mi aspetto però che non dica la verità: si è vestita troppo bene – è evidente che vuole fare bella figura, e se vuoi fare bella figura l’onestà è spesso soltanto un’eventualità.  Ad un certo punto divento anziano.

“Anni fa ero orgoglioso come te di scovare i dettagli, di riuscire spontaneamente ad analizzare minuziosamente le persone e le situazioni. Oggi penso che sia allo stesso tempo un vantaggio ed uno svantaggio. Quando i dettagli ti saltano agli occhi più facilmente che agli altri, quando anche non volendolo analizzi la realtà più a fondo rispetto agli altri, succede pure che giungi a conclusioni molto più velocemente degli altri, e a quelle conclusioni gli altri – a volte – non ci arrivano per niente. A quel punto ti puoi fermare e fare notare agli altri tutte le cose che non hanno visto, e quindi farli arrivare alle tue stesse conclusioni. Una volta fatto questo gli altri saranno d’accordo con te e forse ti osserveranno con occhio ammirato.  Ma prima, ecco, prima di questo sforzo, tu sei da solo. Questo talento che hai ti trascina continuamente alla solitudine.”

alt prnt scrn

Eri nella hall dell’albergo e hai notato questa ragazza tagliare la stanza da parte a parte, in quel modo che hanno le ragazze di muoversi ben sapendo di essere osservate, e quindi con occhio nervoso passo svelto e dita che vanno a sistemare ciocche di capelli che non ne avrebbero bisogno. Hai osservato il passo deciso e la giacca di pelle e le caviglie perfette. Hai pensato che stai muovendoti verso una fase della tua vita in cui non puoi tollerare la mancanza di eleganza, nelle movenze e nelle proporzioni. Ti trovi spesso in disaccordo con te stesso su questo punto, sai che non dovresti essere così, ti rendi conto che l’estetica è solo estetica, ma poi ti arrendi e pensi che non puoi farci nulla, se sei così è molto meglio accettarlo che nasconderlo, è molto più conveniente vivere il fastidio piuttosto che fingersi diversi, e vivere la frustrazione che ne consegue.

Molto meglio.

Causa nebbia il battello che doveva accompagnarti dall’altra parte del Thames – eri a Londra, difatti – non è partito, e quindi per la fretta hai saltato la colazione e ti sei infilato in un bus prenotato da una collega. Hai poi fatto colazione da Starbucks ricordando il grembiule verde che per anni è stato utilizzato nella tua casa bolognese, residuo bellico di un estate dei primi anno zero, rubato non ti ricordi bene da chi. Il grembiule verde di Starbucks – mancando Starbucks a Bologna – appeso  nello stesso angolo per tanti anni, è stato sempre collegato nella tua testa ai pomeriggi mogi di vita casalinga bolognese, piuttosto che alla vita da metropoli, come invece dovrebbe essere.

Più tardi eri seduto in questa sala conferenze, e in un momento di estrema noia hai preso le cuffie posate sul tavolo, quelle che a volte utilizzano per inviare le traduzioni simultanee ai delegati, hai staccato lo spinotto e lo hai infilato nel tuo lettore mp3. E mentre sul tuo monitor passavano le slides di una presentazione e tu annuivi convinto, nelle orecchie avevi i The Killers.

c’ho la testa

C’ho la testa talmente piena di cose e la vita talmente piena di fatti che le dita non si muovono tanto facilmente sulla tastiera, si impapocchiano, e non si tira fuori nulla.

La verità è che si vorrebbe ambiziosamente descrivere tutto, non soltanto i dettagli. Vorrei poter catturare tutto ma purtroppo sono molto più bravo con i dettagli.

Sono giorni che mi piacerebbe essere seguito da una telecamera che descriva tutto, questa vita ispessita ma che vuoi arricchire ancora, queste stanchezze rotonde di giornate tirate al massimo, queste stronzate pronunciate, i libri a far tardi notte, la musica scovata, questa nuova autorevolezza che non ti spieghi, le stupidità ricorrenti, la ricerca morbosa e intermittente di solitudine e poi, subito dopo, di casino.

Inspirare espirare, e rifocalizzarsi sui dettagli.

indosso le scarpe per la seconda volta

Indosso le scarpe per la seconda volta dopo 17 giorni di vacanza. Anche questa estate e’ stata trascorsa sul mare, che non si deve intendere “sulla costa”, “sulla spiaggia”: No, proprio sul mare.

E quando non ero sul mare, vi ero comunque vicino, nutrendomi di birra e olive. La tradizione vuole che l’ultimo giorno io esca dal mare e parta senza farmi la doccia, in modo da arrivare sporco di sale fin dentro la casa nordeuropea. Li’ poi mi lecco un braccio. 

Le questioni – adesso che sono talmente abbronzato che paio sporco (in barbaro si dice “vakantiekleur”) – sono sempre le stesse, che te lo dico a fare: le questioni sono il posto dove vivere, se quello da dove vieni e’ adeguato, se quello in cui vivi  alla fine e’ giustificato.

Cerco di trovare una risposta nella misura del piccolo dolore che mi assale ora, in mancanza della birra e olive, della salsedine sulla pelle, e dell’odore della corteccia dei pini la notte.

La risposta e’ meno male che lo provo, questo dolore, perche’ vuol dire che ho delle radici salde. Ma pure: meno male che non mi uccide, perche’ mi permette di continuare le mie vite che altrimenti non sarebbero mai state.

ciao me stesso del passato

Ciao me stesso del passato.

Siccome sei del passato non puoi sapere che un giorno avresti fatto bella figura guidando colleghi tedeschi e belgi in un villaggio del Paese Basso, che conosci molto bene perché anche se non ci vivevi tu, in quel paesotto ci viveva lei.

Avresti superato il bar dove alcune domeniche si giocava a dama: quando lei perdeva un po’ si arrabbiava, ma solo un poco. La stradina dove c’era il mercato. La salita che era difficile fare tutta in bici quando lei sedeva dietro e allora serviva prendere la rincorsa. Il negozio dove hai comprato i palloncini per la sua festa di compleanno, poco prima della fine. La strada che prendevi per tornare alla tua, di casa, quando a volte ti arrivava un messaggio che diceva grazie di tutto.

Purtroppo poi il navigatore è stato crudele ed ha deciso di passare pure sulle rive di un canale, vicino ad un piccolo prato dove brucavano le oche. Le piaceva portare il pane alle oche quando si usciva senza motivo. Un paio di volte le hai detto: quando te ne andrai, io verrò qui da solo, mi siederò e strapperò gli steli d’erba. Tu mi guardavi come avessi bestemmiato. Ci sono passato, dal prato ma non mi sono seduto – anche se poi scrivere queste righe è un po’ come averlo fatto.

Non mi sono seduto e nel frattempo sono diventato un’altra persona che oggi neanche riconosceresti, che prende la vita e le persone per la nuca e i fatti per quelli che sono – una persona che comunque non ti interessa conoscere.

E quindi.

La cosa che resta però è la consapevolezza profonda che non bisogna mai fidarsi delle parole di nessuno, davvero di nessuno, per quanto profonde e sentite e incredibili siano queste parole nel momento in cui vengono pronunciate. Mai fidarsi e mai pianificare pezzi della propria esistenza sulla base di queste parole, perché tutto può essere spazzato e accartocciato e buttato via in pochi giorni. Non si tratta di essere bugiardi. Certe parole sono sincere quando vengono pronunciate, solo che non sono rivolte proprio a te – sono rivolte alle aspirazioni e ai progetti che ognuno ha per la sua vita. Può capitare  di incarnare (temporaneamente) uno dei personaggi di questo film che ognuno ha progettato per la sua vita, e quindi ricevere queste parole. Ma ecco: si resta fedeli al film, non ai personaggi. Se serve, questi possono essere sostituiti con altri, purché lo spirito della trama resti uguale.

(Le oche erano ancora lì, comunque.)