chi stupra il primo dell'anno

Lo stupratore di Capodanno – quello che drogato e alcolizzato ha violentato una ragazza chiuso in un bagno chimico durante una festa –  viene definito dal poliziotto che lo ha arrestato «un ragazzo di buonissima famiglia, non certo un criminale» e che adesso si trova «in stato di profonda prostrazione e pentimento». In particolare non mi capacito di quel «buonissima famiglia»: cosa significa? Perchè il capo poliziotto è così magnanimo nel definire il ragazzo in questo modo? Non è vero che «non è un criminale», eccome se lo è (lo stupro è un crimine, vero?) e cosa c’entra indicare la provenienza da una «buonissima famiglia»? Perchè allora non parlare del suo gruppo sanguigno, o del colore dei capelli? Il pregiudizio ce lo vedi tutto, ce lo vedi davvero lampante in queste frasi (e cioè: in certe famiglie “buone” queste cose non succedono, mentre invece sono normali nelle famiglie “cattive”). Invece la verità è che in quelle famiglie che il poliziotto considera «buonissime» può benissimo succedere che il ragazzo si sfracelli il cervello di droga e poi vada a commettere crimini in giro (caro poliziotto, è possibilissimo che lo faccia anche tuo figlio, sai?). E poi lo vedi, questo poliziotto, con il suo pregiudizio luminosissimo, che gira per strada intransigente con quelli che non sembrano di «buona famiglia» mentre gli altri, se sono di «buona famiglia», sono compatiti a prescindere (il ragazzo, poverino, si trova «in stato di profonda prostrazione e pentimento» quando nell’interrogatorio di tre giorni prima negava tutto). E quali sarebbero poi i criteri per dire che la famiglia è «buonissima»? E’ una certificazione rilasciata dal ministero? Quali sono i parametri? Io non posso guidare se sono ubriaco, altrimenti potrei combinare dei guai, ma un poliziotto che se ne va in giro con questi pregiudizi nella capoccia invece va benissimo?

invece di lavorare

A leggere le indiscrezioni sulla canzone di Povia (il gay che si è sbagliato, che scopre che invece non è gay) ti verrebbe da dare uno spintone sulla spalla di Povia e dirgli qualcosa come «ma come caz*o ti viene in mente, Povia, di uscirtene con una cosa del genere? », oppure una smanacciata sul naso, o un dito nelle orecchie, ma poi comunque ti fermeresti lì, quando vieni a sapere che lui parla per sé e non a nome di qualcun’altro (è sposato in Comune, e le figlie non sono nemmeno battezzate). Quindi questo ti verrebbe da fare: uno spintone, come a dirgli, ma vai a cagare, Povia, va’, te e i tuoi piccioni. Dopodiché però, quando vieni a sapere che il parlamentare europeo Agnoletto ha deciso di presentare una interrogazione parlamentare urgente alla Commissione Europea per discutere di questa canzone, ti verrebbe invece da andare da Agnoletto e spianarli il cranio pelato con la grattugia, altro che Povia.


se stanotte non ho dormito

Se stanotte non ho dormito, in parte é per colpa di Tolstoj, in parte non lo so. É sempre la parte che non so, a crearmi grossi problemi.  Devo cercare di risincronizzarmi con il mondo circostante: ultimamente mi sfugge il motivo dell’affannarsi dietro alla moneta, per esempio. Stamattina il sonno era uno svergognato, non aveva nessuna remora ad attaccarsi al mio cranio come fosse stato una zecca enorme. L’ho presa con ironia, sorridendo piú del necessario e lavorando come se davvero non volessi fare altro se non esattamente quello. Questi giorni senza valigia mi hanno fatto sentire come un San Francesco spogliato di tutti i miei averi, solo che una parte degli averi mi era rimasta, ed era sufficiente per contare su di un ricambio di mutande. Adesso mi sento ricchissimo, e quindi non capisco tutto sto affannarsi per la moneta. Ho visto YesMan di Jim Carrey, film che consiglio, e cerco anche di consigliarlo a me stesso, il film vorrebbe averci un significato di fondo che dovró tenere bene a mente in futuro. Resta il fatto che in lingua originale il sottoscritto comprende soltanto la metá. É proprio una questione di pigrizia mentale, dopo dieci minuti di attenzione sull’accento americano comincio a focalizzarmi sui colori delle cravatte e la curvatura del mento.   

hasta la victoria




Sì va bene faceva tenerezza, ma uno fra me e lui qui dentro era di troppo. La Meisje, che pure aveva seminato gruzzolini di semi avvelenati per la casa, proprio come avevo fatto io, una volta saputo del ritrovamento continuava a saltellare coi pugnetti vicino alla bocca, dicendo che poverino, così piccolino, così carino, era proprio una cosa da esseri brutti e crudeli.

cose che non c'entrano niente

Sono sul balcone a riflettere sul significato del mondo, circondato da tre sacchi di spazzatura e un floscio pungi ball rossonero. Forse anche qui ci sono i topi ma io non li ho mai visti. I pantaloni che indosso sono troppo leggeri per queste temperature. La strada è molto piú giú, dove macchine scorrono illuminate da una luce giallina. Un ragazzo corre al ciglio della strada, poi attraversa sballonzolando con lo zaino sulle spalle. Al centro della strada noto che due cose – dal mio balcone non capisco cosa siano, sembrano mutande – si staccano dal suo zaino. Lui non se ne accorge. Interrompo la mia riflessione sul senso del mondo e gli urlo: “ Tu! Tuuuuu! Hai perso qualcosa per strada!”  Lui sente la mia voce, si gira per un attimo, non mi vede  – potrebbe convincersi di essere in un Truman Show – rallenta il passo e si guarda attorno. Ma non torna indietro. Io urlo di nuovo – stavolta non mi vede nemmeno, è andato piú lontano. Non vuole saperne di tornare. Io mi dico che tanto non torna, ed entro in casa chiudendo la finestra.              

Due considerazioni velocissime da ignorante quale sono sulla cattura dell “imprendibile cammorista:” di cui parlano oggi i giornali. Punto Uno: sto presunto successo non è il frutto dell’indagine della polizia, ma solo il risultato di una soffiata. Io dico: ma se qualcuno che lo conosce ti viene a dire a te, poliziotto, dove sta nascosto il camorrista, tu poi ci vai e lo trovi davvero lì, come cazzo ti viene, dopo, di festeggiare? Voglio dire: non ti senti un  burattino? Ma proprio per niente? Se ti hanno fatto la soffiata, o poliziotto che ora festeggi (e ministro che ora ti complimenti) è evidente che volevano farlo fuori, no? è evidente che c’era il bisogno – da parte della camorra stessa – di farlo fuori, e tu poliziotto hai fatto solo la parte del burattino che esegue gli ordini della camorra. Lo avessi lasciato lì, si sarebbero scannati fra di loro. E invece tu fai pulizia per conto di qualcuno – quello che ti fa la soffiata anonima – che non sai nemmeno chi è. Dopodichè arriva il Punto Due, che sarebbe: ma è possibile, viene da chiedermi, che ogni volta che ne prendono uno devono farci vedere queste scenetta di macchine della polizia che arrivano strombazzando, parcheggiano concitate davanti alla questura e poi spintoni e urla ai giornalisti di farsi da parte, e nervosismi, e arrestati che vengono fatti uscire dalle auto fra spintoni e schiamazzi, e flash dei fotografi – e poliziotti che si incazzano coi fotografi e coi curiosi – e poliziotti che imbacuccano gli arrestati per non farli fotografare in faccia? Io dico: ma non è proprio possibile fare altrimenti? Non esiste un vialetto interno (o non si può predisporne uno) nelle questure e nei carceri, dove svolgere queste operazioni? Se non lo fate, o poliziotti, allora vuol dire che i fotografi e i giornalisti possono benissimo stare lì dove sono, e possono benissimo accalcarsi davanti agli arrestati, e tutto sta concitazione e ste urla mi paiono – a me che sono ignorante – una cosa tanto per fare, tanto per urlare, tanto per fare gli oranghi che si battono sul petto. E se uno pensa che tutto accade perchè qualcuno vi ha fatto la telefonata, allora mi viene da pensare che fareste meglio ad stare tranquilli, invece di…

Chiudo la finestra, la faccio scorrere fino all’ultimo – è una grossa lastra di vetro che va dal pavimento al soffitto – fino a che non sento il click. Per strada allora vedo lui, che finalmente ha deciso di tornare (perchè ci hai messo tanto?) e mi rendo conto che anche io, certe volte, capisco quello che mi è stato detto solo dopo un po’ di tempo. Come quelli che quando gli dici qualcosa, ti rispondono “Eh?” in modo preventivo, ma poi subito dopo rispondono per davvero. Che c’hanno bisogno di quel mezzo secondo per sistemarsi le parole in testa.   

È  inutile che insisto, le camicie non mi stanno mai bene.  Porta nuvole fino a mercoledì . La valigia è tornata, poi.

cose

Studio e lavoro in inglese, eppure non ho ancora capito come cavolo si pronuncia la parola “literature”. Siccome non lo so – perchè magari lo so eppoi lo dimentico – allora vado sui dizionari online che ti dovrebbero schiarire le idee. Secondo questo sito, per fare un esempio, la giusta pronuncia inglese sarebbe Li-ccia-ccià, mentre quella americana (si deve cliccare sull’iconcina con la bandiera, per ascoltarla) sarebbe addirittura Bli-dar-Ciàr, che somiglia di molto al ruttino post prandiale.  

Ora.

I topi non sono stati sconfitti, per la cronaca. Ogni notte consumano dosi massiccie di veleno. Allora delle due l’una: o il veleno non funziona, o nelle fessure della casa si nascondono migliaia di topi. Da capirsi.  

Qualcuno fra i commenti chiede del Cuggino Rasta. Posso solo dire che quello che non doveva succedere, è successo. Per il resto, le conseguenze sono state talmente deleterie che per motivi umanitari preferisco evitare di scriverne.  

L’ultima baggianata dei giornalisti italiani è quella di condire notizie da nulla con l’esclamativo di Facebook. Del tipo: questa cosa fa discutere molto «se ne discute su Facebook » oppure (peggio) il gruppo a sostegno di Pinco Pallino su Facebook «ha raggiunto i totmila iscritti». Utilizzando questo metodo precisissimo, questi alchimisti dell’informazione si sono scervellati a lungo, hanno analizzato tabulati complicatissimi, interpretato grafici intricaterrimi, e infine sono giunti alla conclusione che le tette grosse fanno audience

Il mio coinquilino biondo dagli occhi azzurri sembra tirare su con il naso mentre si fa il tè. Ha gli occhi rossi. Forse è raffreddato, forse è altro. È altro? mi interrogo. Se non glielo chiedo, allora sono io ad essermi «raffreddato». Infatti poi non glielo chiedo, non trovandomi d’accordo con me stesso.

ho preso una penna

Ho preso una penna – fossile fra i regali di Laurea – ed esattamente sulla natica settentrionale, alla Meisje, le ho scritto YesWeCan, non come motto d’incitamento, ma solo per avere una natica al passo coi tempi. È la frase dell’anno, si dice in giro.

Abbiamo i topi in casa. Ma come, è del tutto normale in Paese Basso: non lo sapevi? Non lo sapevo, e comunque sono riuscito a scovare un topino minuscolo infilato all’interno di una busta della pasta. Volevo rinchiuderlo lì dentro usando la piastra per capelli della Meisje, ma lei ha detto No. Lo fracasso di mazzate, allora, ho proposto, e lei di nuovo ha detto No, mi dispiace. La colpa di tutto questo ovviamente è sua. D’altra parte, quando lei il giorno dopo ha scoperto di avere l’intero ripiano cucina, pentole e cassetti scacazzati da un orda di topini incontinenti, ha deciso che Va bene, si poteva anche passare alla guerra chimica. Adesso però si è scoperto nel battiscopa un buchino ad arco tale e quale a quello dove si nascondeva Jerry di Tom e Jerry. Allora lei dice che abbiamo ammazzato Jerry.  

Essere in Paese Basso significa anche uscire a correre la domenica mattina che c’è meno cinque, e appena fuori in strada, siccome qui la strada costeggia il fiume, spaventare le coppie di cormorani che riposano sulle barche, e che vedendomi arrivare – è mattina presto, e sono vestito malissimo per questo freddo – scappano via svolazzando sguaiati e inciampando nell’acqua come anziane signore nelle buste della spesa.

che il signore li abbia in gloria

Questo viaggio ha inizio nella fornitissima libreria dell’Aereoporto di Brindisi, dove il sottoscritto prende in mano un libro ancora non letto di Amélie Nothomb, autrice belga, e invece di portarselo via come avrebbe fatto negli anni passati, decide di lasciarlo al suo posto. Questo smacco al Belgio verrà poi pagato nel seguito di questa storia. Una troupe televisiva intanto cerca qualcuno da intervistare riguardo ai disguidi aerei del giorno prima, io dico che No, non ho niente di cui lamentarmi (ancora non sapevo).             

Che poi, questa storia comincia in realtà a Barcellona, dove l’aereo che mi avrebbe riportato a Parigi (e da lì in treno fino in Paese Basso) va a scontrarsi con un muletto porta bagagli. Niente aereo Myair quindi (Sì, diciamolo, Myair, che poi se vogliono querelano). Al suo posto, si presenta un anonimo aeroplanino tutto bianco, che poi si scopre essere aeroplanino moldavo. E munito di personale di bordo anch’esso moldavo. Il personale di bordo (Myair, se non è vero querelami) è costituito da uomini vestiti alla bavarese e chiaramente incinti, una palla sferica al di sotto della camicia. L’aereo, sgarrupatissimo, non riesce neanche a trasmettere le comunicazioni attraverso gli altoparlanti, che la voce va e viene. Tranquillità e fatalismo nei sedili sgarrupati, traducendo a caso le pubblicità moldave per ingannare la paura. Al posto delle solite pizzette e coca cole, vengono distribuiti bicchieri di plastica e acqua direttamente dalla bottiglia, ovviamente aggratis. Robe d’altri tempi, o anche – se vogliamo – robe da sequestro di ostaggi in banca.          

Arriviamo a Parigi con due ore di ritardo, io che smadonno dentro di me – ho un treno per il Paese Basso che non devo perdere – ma poi gli smadonnamenti diventano inutili quando non vedo arrivare il mio bagaglio, e capisco che non solo il treno è palesemente perso, ma pure il bagaglio è anch’esso perso; il mio autcontrollo invece No, nonostante mi trovi nel mezzo dell’Europa privo di ricambio di mutande. La signora dell’ufficio bagagli arringa la folla inferocita, squittendo in francese. Io mi avvicino e le chiedo qualcosa in inglese, lei strabuzza gli occhi e vomita parole a caso. Non parla inglese. Io vorrei prenderla per le orecchie come il manubrio di una motocicletta e urlarle che Cazzo, non si può lavorare in un aereoporto internazionale, e non sapere l’inglese. Sta cosa mi irrita, lo ammetto, e vorrei davvero tenerla per le orecchie, così per fare, e recitarle il Sabato del Villaggio nell’italiano arcaico di Leopardi tanto per fare, perchè se lei si ostina a dire Oui Oui allora perchè io non posso dirle che «I fanciulli gridando/su la piazzuola in frotta,/e qua e là saltando,/ fanno un lieto romore;/e intanto riede alla sua parca mensa,/fischiando, il zappatore »?   

Lascio perdere, e mi precipito scapicollandomi alla stazione dei treni. Nella metro che porta in stazione, un fisarmonicista suona La vie en Rose e a me viene da ridere, nonostante un termolìo della palpebra che vorrebbe dirmi qualcosa di diverso.

In stazione mi fanno notare che il mio biglietto per il Paese Basso, a quell’ora, posso anche usarlo per fare un aeroplanino. Ne compro un altro, allora,  dico io. Niente treni a quest’ora, mi dicono. Niente treni!?! Niente, mi dice la Maria Maddalena della biglietteria, e tra l’altro, se ne vuoi uno fino a Bruxelles dimmelo ora, che io chiudo fra quattro minuti, altrimenti Taci Per Sempre. Aspetta, fammi pensare, dico io. Tre, dice lei. Tre cosa? Tre minuti. Dammi sto cazzo di biglietto. Tra parentesi, un’ora e ventitre di viaggio per modici novanta euro.  

Nel treno scopro la superiorità delle Ferrovie dell Stato italiane che almeno hanno inventato quei portelloni a scorrimento per i cessi. In questo treno da novanta euro per ottanta minuti di viaggio (quasi un euro al minuto, se ci pensi) le porte si chiudono all’interno, così poi succede che se c’hai uno zaino sulle spalle, puoi anche pisciare, ma poi ti devi rassegnare a trascorrere il resto della tua vita incastrato lì dentro.           

A Bruxelles ci sono meno nove gradi, e una volta giunto lì chiamo amico compare che pratica la sua avvocatura da quelle parti.Gli spiego la cosa nel metodo più scarno possibile. Sono ostaggio di forze avverse in paesi stranieri, gli dico, e non so dove andare. Lui, gentilissimo, mi dice che mi verrà a prendere volentieri in stazione. Io che mi porto una sfiga addosso che ormai credo sia diventata visibile pure ai passanti, scopro in seguito che l’ho chiamato nel mezzo di una litigata con la sua ragazza. Io non so cosa dire, penso solo ai meno nove gradi di Bruxelles. Gli dico che evidentemente è colpa mia, di sta nuvola di cacca che mi segue dal Salento. Ho visto per la prima volta la sede della Commissione Europea, comunque. Spero che emanino regole condivise sulla portellatura dei cessi di treno, perlomeno, in futuro.              

Sono riuscito ad arrivare a casa verso le due del pomeriggio, oggi, dopo un viaggio di ventisei ore. C’era il sole. Ho sbagliato pure l’ultimo treno, estasiato dal sole, quando ero a due chilometri da casa. Alla fine tutto sto casino, è vero che palle, ma c’era comunque il sole. Amelie Nothomb la comprerò sempre, prometto. Mi portavo appresso invece “Brothers” di Yu Hua e l’ultimo di Paolo Villaggio. Ed il Corriere, che a comprarlo all’esterno non solo costa il doppio, ma macchia pure le mani. E poi non penserò che i musicisti da metropolitana danno fastidio. Anzi, certe volte fanno pure ridere, senza motivo.

in questo preciso momento

Mi trovo in un letto non mio, in una casa non mia, nel centro di Bruxelles. Niente era programmato. I perchè e i percome verranno esposti appena possibile. Nel frattanto mi rendo conto che come conseguenza di tutto questo dovrei essere di molto incazzato, ma invece non lo sono affatto. Quindi ne deduco che il sottoscritto è invecchiato d’un botto.

natale con i tuoi 2008

Alla filiale delle Poste del Paesello una ragazza in scarpe da tennis dorate e occhiali Vogue chiede informazioni circa la ricarica della sua Social Card – che invece pare si chiami Carta Acquisti. Detto, questo, potrei terminare qui di parlare del Paesello per sempre. Ma invece No.              

Avvicinandoci alla scogliera in una giornata di particolare tersezza (tersità? tersismo? tersa, insomma) , l’amico Bollo scruta l’orizzonte del mare Ionio. Poi esclama che Cazzo, la Terra è proprio rotonda, e si vede benissimo, e com’è mai possibile che ci abbiano messo tanti secoli prima di giungere a questa conclusione che da qui, dalla riva salentina del mare Ionio di un giorno di dicembre, pare estremamente evidente.             

Alle Poste – io finisco sempre alle Poste quando sono qui, ed è ogni volta un esperienza esaltante, da un punto di vista sghembo e antropologico – alla fine, dopo la signorina in occhiali Vogue, riescono a rifilarmi come resto una moneta da cinquecento lire al posto di una da due euri.                

Amici e conoscenti lontani mi incontrano e mi definiscono pallido. Dopo la terza volta, abbandono il sospetto di un’anemia silente e mi guardo attorno. E noto, infatti, che fra i miei compaesani coetanei di sesso maschile, la lampada abbronzante ha finalmente fatto breccia nei cuori.  

Domani sera a Lecce c’è una festa a tema, dove il tema è quello delle scuole medie. Si viene vestiti come si era vestiti ai tempi delle scuole medie. Il che significa che di fatto io non avrei nulla da mettermi, ma comunque ci andrò. E venga chi può.  

Sono riuscito a scaricare queste vacanze da ogni aspettativa possibile. E la conseguenza è che me le sto godendo per davvero. Mi hanno regalato il libro di Maksim Cristan e lo leggo nei pomeriggi, godendo del divano comodo del salotto, ignorando le decine di punti esclamativi seminati in eccesso lungo le pagine. Ovvio che per mantenere questo plateu di goduria scarna di aspettative, al primo che mi chiederà  cosa faccio a Capodanno, dovrò chiedere se per caso ha uno di quei flash cancella-menmoria che Will Smith usava in Men in Black. Al primo che mi chiede cosa faccio a Capodanno, prendo questo flash, se lo trovo, e me lo sparo in faccia.

ieri sera l'automobile

Ieri sera l’automobile che mi ha riportato a casa era ripiena di curdi, e l’autoradio mandava un disco di canzoni arabeggianti con tanti nghh ngmmmm nggh e miiiii proprio come aldo di aldogiovanniegiacomo. Un curdo, in questa fine di 2008, è una delle persone con cui ho legato di più in questo Paese Basso. Con gli arancioni servirà forse più tempo, o forse più volontà.  

Due sere fa sono entrato in cucina e ho conosciuto due ragazze  -una tedesca e un aranciona – mai viste prima di allora, e mentre ci parlavo insaponando i piatti non sapevo perchè erano lì nella mia cucina, e se erano ospiti di qualcuno della casa, e se pure erano ospiti, ospiti di chi. Si è parlato dei Cristiani Malgiogli dell’Europa Nord Occidentale, di polizia tedesca, e di vecchie bacucce con i cani per la strada. Un gatto è zompato in casa dalla finestra come fosse casa sua.   

Fra le chiavi di ricerca vince quella di Cristina, quella di Fonzie viene squalificata perchè come hanno fatto notare erano i versi di una canzone.     

Il mio coinquilino gay superbello si fa una caffettiera da quattro di espresso solo per lui, alle dieci di sera. No, non è per studiare, ti spiega, è per trovare la forza di pulire la camera.   

Io invece domani mattina prendo un treno che mi porterà prima a Rotterdam, poi a Parigi, e poi un aereo mi catapulterà giù fino in Salento. C’è voglia di vedere gente, e di sentirsi raccontare storie. Non c’è voglia di portare a termine la valigia. Intanto leggo Lev Nikolaevič Tolstoj senza premeditazione. Mi diventa ogni giorno più evidente di quanto internet faccia male al cervello e alle intenzioni. Il mio 2009 deve essere più denso e povero di silenzi, ché ne ho fatto una sufficientissima scorta. Non devo dimenticare le pantofole. Ci si sente da laggiù.

qui praticamente ci si vanta

Qui praticamente ci si vanta di avere le chiavi di ricerca piú belle di tutta l’intera blogopalla, e poi ci si dimentica miseramente di selezionare le nominations per quattro mesi di fila. Per mettere una toppa a questo scempio, la competizione questo mese si svolgerá fra le chiavi dei mesi di settembre fino a dicembre. Quindi le candidate sono un po’ piú numerose del solito, ma come sempre di altissima qualitá ed alto contenuto sociologico.  Le nomination per il l’ultimo quarto di duemilaeotto sono dunque le seguenti:           

1.  "vedere l’uomo nero" psichiatria *

2.  al mio coniglietto nano gli è rimasta la cacca attaccata  *

3.  corrado guzzanti seduto sulla tazza del cesso  *

4.  giuliano sangiorgi peloso *

5.  in vino veritas in scarpe adidas che vuol dire? *

6.  conoscete qualcuno che si è laureato su virzì *
7.  toto cutugno male alle gambe *
8.  1000 modi per uccidere un gallo *
9.  chi ha il contatto di una pischella che si spoglia gratis 20 punti *
10. come cucinare un piccione * 
11. come si dice tu non mi pensi proprio in tedesco *       
12.
mi guardo quando passo sui vetri dei negozi, mi accorgo che con lei mi sento proprio fonzie *
13. perchè si vomita al primo incontro con un ragazzo *
14. cosa significa facebook? *
15. come fare a convincere cristina a fare l’amore con me stasera  *
16. come prendere la febbre entro stasera  *
17.
sono innamorata in mio cuggino ma lui so cosa devo fare?  *
18. percentuali delle cazzate dette dalle persone * 
19. una smodata passione per ascelle pelose  *   

È’ aperto il televoto.

dopo undici anni

Dopo undici anni mi ritrovo a leggere alcune pagine del Jack Frusciante – romanzo adolescenziale and generazionale and epocale and irripetibile successo commerciale  di Brizzi – che all’epoca, la seconda metà degli anni 90, era impossibile non aver letto. Oggi rileggo queste pagine e mi sorprendo a trovarci dentro dei caz*o scritti con la kappa (una “kaz*o di famiglia borghese, scriveva Brizzi, ma scriveva anche cose come “kranio” ed “elettriko”) e nel rileggerle oggi, chiedermi come mai ai tempi non mi fossi sorpreso né fossi stato disgustato da questo uso diabolico della lettera kappa. Forse perchè ancora non esistevano gli sms, mi viene da pensare, e queste mitragliette di kappa erano Sì indecenti, ma comunque limitate all’interno di certi campi, come i diari scolastici, i graffiti sui muri, le scritte sugli zainetti. I quattordicenni di oggi hanno ancora gli zaini scribacchiati? Questo proprio non lo so, ma mi piacerebbe pensare di Sì.             

E poi comunque pensavo che il corrispettivo attuale del Jack Frusciante, se proprio vogliamo trovarlo – non se la prendano gli estimatori dell’uno e dell’altro, anche se qui chiaramente si parteggia per l’uno e non per l’altro – sarebbe Tremetrisoprailcielo di Moccia. Il punto è, lasciando perdere tutte le critiche facilissime in cui si potrebbe perdersi non appena si mettono in fila le sei lettere che compongono la parola Moccia, di cui peraltro già si è discusso tempo fa, il punto è, dicevo, che il successo di una cosa, o il suo insuccesso, sono un segno dei tempi. E se il Jack Frusciante negli anni 90 venne fuori da un Brizzi appena diciannovenne, che nel momento in cui scriveva  le sue righe aveva le mani e gli occhi ancora brucianti delle esperienze vissute da diciassettene, o se anche la Ballestra produsse la Guerra degli Antò a vent’anni, con i protagonisti del romanzo anch’essi appena ventenni, invece Moccia scrittore era autore e regista televisivo e cinematografico trentenne, e praticamente quarantenne al momento della riscrittura del romanzo stesso. Cioè uno che le storie le raccontava già per lavoro. E non storie d’amore, capiamoci. Semplicemente storie, quello che serviva in quel momento. La sceneggiatura de “I ragazzi della terza C”, per esempio.                   

E dunque,  il romanzo giovanilistico di maggior successo degli anni duemila è stato scritto (anzi riscritto, perchè è stato modificato dopo la stesura originale) da uno che poi ha continuato a fare l’autore dei programmi di Bonolis alla tivvù. Negli anni novanta invece le storie venivano fuori da chi ci stava ancora dentro, a quelle storie raccontate, o da chi ne era appena uscito fuori con la testa ancora fumante. Poi noi possiamo anche perdere qualche ora a discutere cosa è cambiato nel mondo adolescenziale fra gli anni novanta e gli anni duemila, ma sta cosa del Raccontare da una parte, e del Farsi Raccontare dall’altra, già da sola rappresenta abbastanza bene – secondo me – questa differenza.           

"Guardando l’azzurro del cielo si capiva che stava tornando primavera?
No, non credo. Però
lui lo capiva. E insomma, vi giuro, qualsiasi immagine
si potesse avere di lui dall’esterno, illo si sentiva
aperto e spontaneo come mai in vita sua."

E.Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

mentre siedo in poltrona

Mentre siedo in poltrona, la Meisje – che invece è in piedi – accavalla una gamba e riesce a sedersi anche lei nella stessa poltrona, ma dietro di me. Come due che vanno insieme in motorino, di quei motorini dove la sella è una sola. Mi dice che servirebbe un filo conduttore per trasmettere meglio l’affetto. Io le chiedo se intende qualcosa come quel gioco da bambini del telefono fatto coi bicchieri di plastica collegati con un cordino e lei mi risponde di Sì (ma allora non si giocava solo al Sud, con sta cosa del telefono di bicchieri!) epperò poi penso che il cordino, in quel gioco, per farlo funzionare bene bisognava tenerlo teso, e se ci mettiamo ad usare un cordino così, poi dovremmo stare lontani almeno per la lunghezza del cordino, per mantenerlo teso, altrimenti l’affetto non riuscirebbe a trasferirsi. E allora le propongo come alternativa il tubetto giallo delle tastierine a fiato che si usavano a scuola nell’ora di musica, lei dice che schifo si riempivano di saliva che era uno schifo, ma io sono convinto invece che servirebbero molto meglio lo scopo del cordino.  

Paolo Virzì che si sposa la ventinovenne, aveva un faccione simpatico, adesso mi sta simpatico di meno.   

gli appuntamenti imprescindibili

Gli appuntamenti imprescindibili con la vita di un giovane uomo sono per esempio il diploma, la laurea, il dente del giudizio e cambiare una ruota alla macchina. Io che in questo campo di appuntamenti imprescindibili mi difendo bene, ed ho provato tutto tranne il dente del giudizio, ero quindi pronto per ricevere uno dei rimanenti flagelli imprescindibili della vita di un uomo che ancora non avevo provato. E non sto parlando del dente ma sto parlando invece del computer che ad un certo punto gli viene da morire, e all’improvviso – tu nel frattempo hai la bocca semiaperta che non ci vuoi credere – muore.       

L’area commenti è interdetta a tutti i possessori di Mac che diranno che a loro ste cose non succedono, e non perché queste cose ai Mac invece succedono, ma perchè qui si parla di computer e di sfiga, non di religione. Il fatto che poi io ora riesca a scrivere qualcosa solo grazie ad un Mac gentilmente prestatomi, da’ una misura della mia incoerenza, oppure – volendo vederla sotto una luce tutta positiva – è un accento di oro e di miele sulla mia assoluta incorruttibilità.          

Comunque, il caro Toshibu (la U finale è stata adottata per salentinizzarlo), un anno e qualche mese, mi muore fra le mani verso le dieci di ieri sera. Ma Toshibu, che caz^o mi fai! gli urlo. Grave sgomento e bestemmie rivolto all’albero di natale (da notarsi la sottile blasfemia indiretta).             

Stamattina, mi presento alla clinica dei computer dove una signora rotondissima prima mi chiede informazioni sul mio problema, e poi dopo sette secondi di spiegazioni mi blocca, prende il telefono e chiama Tizio, chiedendo a Tizio di venire. Verrà Tizio a interessarsi del suo caso, mi spiega, e Tizio quando arriva mi mette paura, bruciato com’è sulla faccia (o congelato? o scarnificato?) i denti neri, qualcuno d’oro e forse masticando in quel modo che hanno gli anziani con la dentiera, solo che lui dimostra all’incirca una trentina d’anni. Tizio ascolta la mia storiella aprendo e chiudendo le palpebre spessissimo, come se fossero gli occhi a catturare le parole, e non le orecchie. Tizio fa pause lunghissime fra una domanda e l’altra, e con la penna pare che stia per annotare qualcosa sul modulo con il mio nome, pare, ma invece di scrivere continua a seminare puntini, come se le parole non gli venissero fuori. Prende la rincorsa con la penna e poi arrivato al foglio ricalca un puntino già fatto, oppure ne crea uno nuovo.             

Io adesso ancora non lo so cosa è successo al mio Toshibu: se l’ influenza, danni irreparabili agli organi interni o altro. So solo – e questo è il punto dove volevo arrivare – che quando l’ho visto svenire, nei momenti che precedevano il trapasso, ho seriamente pensato: facciamo che adesso riesco a salvare tutti i dati prima che questo muoia, e giuro che in futuro farò sempre backup regolari delle mie cose, oh ti prego fa che sia così e giuro che sarò regolare e precisino, in futuro, ti prego. Ho pregato. Il computer moriva fra le mie mani, ed io per un istante – è chiaro che secoli di cultura cattolica non si cancellano facilmente – ho fatto qualcosa di non molto diverso dalla promessa di un fioretto alla madonna.

dicono i giornali

Dicono i giornali che 72 infermieri sarebbero stati arrestati perchè sti poveri cristiani avrebbero – e ci sono le prove – comprato il diploma di infermiere. Invece di mettersi da bravi a scuola a studiare, avrebbero comprato sto diploma e cominciato direttamente a lavorare. E tutta sta immensa truffa, che andava avanti dal 1975 (alcuni sono pure andati in pensione, nel frattempo) l’avrebbero scoperta solo perchè un medico un giorno si sarebbe esasperato per l’eccessiva deficienza di un suo infermiere, che forse si era messo a disegnare nature morte con il bisturi sulle panze dei malati. Ora, a parte questo caso singolo di luciditá da parte del medico – che dovrebbe rappresentare la normalitá – di tutti gli altri 71 nessuno se ne è accorto. Questo significa che oggi in teoria potreste prendere un magazziniere dell’esselunga, pettinarlo, lavargli la faccia, vestirlo di camice bianco e infilarlo in una corsia di ospedale, e ci sarebbe una probabilitá pari a 1/72=0,013888 che qualcuno lì nell’ospedale, vedendolo giocare a un due tre stella coi comatosi della rianimazione, si accorga del misfatto. E ovviamente, davanti a tutto sto sfacelo dello 0,013888, la soluzione migliore che viene in mente a quei grossi capoccioni dei procuratori, non è quella di bruciare gli ospedali dove questi lavoravano, nè tantomeno riconvertire quei geniacci dei primari in telefonatori sottopagati da callcenter. No, quelli giustamente se la prendono coi i finti infermieri (dovranno ripagare gli stipendi intascati! urlano con la bava alla bocca) escludendo dalla vendetta solo quelli che hanno cominciato a fottere la sanittá italiana nei lontani anni 70, chè il reato ormai è in prescrizione, quando invece proprio a quelli dovrebbe essere assegnato un premio per averci fatto capire come stanno veramente le cose.   

annaffiare

E ogni tanto mi capita di pensare alla gentilezza ed alla disponibilitá come concetti astratti, e penso che vorrei averceli, questi concetti astratti, inculcati nella mia testa, e che non fossero affatto astratti. Che poi, invece di dire gentilezza e disponibilitá, sarebbe meglio dire bilancio negativo fra dare e avere, ovvero dare piú di quello che si riceve. Non so se riesco a renderlo chiaro, sto concetto del bilancio negativo.

La prima fase – peraltro involontaria – è stata quella di prendere pochissimo, prendere quasi niente, e su questo mi sono spinto anche troppo oltre, sconfinando largamente nell’eremitaggio, soprattutto negli anni passati. Poi è venuta quella di non ritenere scontato nulla di quello che si riceve, e poi dopo tutto questo dovrebbe arrivare la fase in cui si apre il rubinetto – lo si pulisce del calcare accumulato per l’eremitaggio di cui sopra – e si fa uscire piú acqua di quella che entra. Per adesso sto studiando le tubature, sto cercando uno sturalavandini adatto, e sto cercando di convincermi che non è importante dove e su chi si spruzza, l’importante è spruzzare. Annaffiare, che poi tanto qualcosa cresce.

La fase ancora ulteriore – quasi fantascienza, a sto punto – sarebbe quella di annaffiare, anche sapendo che non cresce nulla. Farlo per il gusto di annaffiare. Il giardinere ispirato e benevolo. Ma non montiamoci troppo la testa.