moralista

L’aggettivo ‘moralista’ ha un’accezione negativa solo nelle vostre teste bacate. Sul dizionario ‘moralista’ è chi “per carattere, per educazione o per cultura è portato a esaminare e valutare l’aspetto morale di qualsiasi questione o situazione”.

Se alla testa bacata risulta difficile capirlo, questo significa – concretamente – che il moralista non ruba perche’ lo ritiene sbagliato in base a valori astratti. Il non-moralista invece non ruba perche’ ha paura della punizione. Se non c’e’ punizione, o se e’ sicuro di non essere scoperto, il non-moralista ruba.

Il non-moralista e’ fondamentalmente una testa di cazzo (butta le carte per strada, fotte il prossimo, parcheggia in seconda fila) ma sotto sotto e’ consapevole di esserlo, perche’ i principi morali sono innati dell’uomo come in concetti di bene e male. Quindi un po’ ne soffre, quindi un po’ si sente inferiore. Allora per difendersi dai sensi di colpa, il non-moralista si e’ inventato la definizione di ‘falso moralista’: cioe’ decide arbitrariamente – lui che non segue nessuna morale perche’ pensa solo ai cazzi suoi – che quelli che seguono principi morali in realta’ fanno finta. Che sono ipocriti. Lo decide lui, per stare meglio.

Teste di cazzo.

Vanno di moda le foto nelle quali invecchi in un istante, giusto? Ecco la mia.

ipocriti

Da bambino venivo trascinato in chiesa, e visto che ero obbligato alla presenza domenicale, ascoltavo attentamente i passi del Vangelo, le omelie dei preti.

Sbadigliando, ma ascoltavo.

Avevo gia’ deciso di non interessarmi alla religione, ma da otto-novenne quale ero, ero comunque costretto alla presenza. E allora ascoltavo.

I passi del vangelo, le omelie dei preti, esprimevano principi etici che in gran parte condividevo. Rispetto, misericordia, generosita’, l’integrita’ morale, il senso di comunita’, il fare del bene senza averne nulla in cambio. L’amare il prossimo tuo come te stesso. E se non proprio come te stesso, perlomeno ‘quasi’ quanto te stesso. O almeno amarlo un poco. Il non nominare Dio invano: che per uno non religioso come me, si traduceva in un ‘evita di parlare a cazzo di cane’.

Ma ascoltando tutto questo pensavo: come puo’ tutta questa gente che mi circonda ascoltare i passi del vangelo, dire Amen, tornare a casa? Io lo so, IO LO SENTO, che non vivono secondo questi principi.

Dalle vecchine che spettegolano tutto il giorno, alle madri che crescono figli egoisti, ai ragazzi prepotenti e incivili che vengono in chiesa solo per aspettare le femmine all’uscita. E che poi alla fine si sposano in chiesa per fare contenti i genitori. Sono io che mi sbaglio, oppure questa e’ tutta una gigantesca ipocrisia?

Oggi a distanza di anni, l’unica consolazione e’ che non mi sbagliavo. Era, in effetti, tutta una gigantesca ipocrisia. Come tanta gente ascolta le canzoni alla radio senza badare al testo, tutti quelli che ricordavo seduti sulle panche delle chiese non ascoltavano le parole pronunciate dai preti.

Abbiamo un ministro feciforme che bacia ‘invano’ un crocifisso in conferenza stampa, e i ‘fedeli’ non si rivoltano contro ma anzi apprezzano. Abbiamo una societa’ dove il 70% preferisce che i disperati affoghino in mare piuttosto che salvarli per evitare di vederli sbarcare al TG mentre cenano la sera.

Sia chiaro, vogliono che affoghino: e questo vuol dire acqua che ti entra nella bocca e poi va nei polmoni, nessuno a cui aggrapparsi, vedere tuo figlio che affonda, o non vederlo perche’ e’ notte, e infine morire con lui, nel migliore dei casi.

Per pulirsi la coscienza adottano teorie complottiste parlando di scafisti, traffico di umani, invasioni, di ‘finti’ buonismi, di euri che se vanno al disperato africano poi non vanno al terremotato. Tutte scuse, perche’ e’ sempre piu’ facile credersi sgamati che ammettere a se stessi la propria natura egoista.

‘Ero straniero e non mi avete accolto’ diceva il Matteo (25,43) citato nelle chiese dove ancora entrate a sposarvi per salvare le apparenze.

e giuro che

Talvolta ti vengono in mente ragazze che conoscevi, o le incontri per caso, o le vedi da lontano, e che sai hanno avuto un figlio. E pensi: questa secondo me è diventata una di quelle che se vado a spiare le foto sul su profilo, ci troverò le foto di lei, dei suoi bambini, o di lei con i bambini, e quasi nessuna foto recente del padre.

E giuro che poi vado a spiare sperando di sbagliarmi. E giuro che poi ci resto male perché quasi tutte le volte, non mi sono sbagliato.

Non ci si deve stupire

Non ci si deve stupire dell’abusato termine “buonista”. Pare assurdo ma e’ tutta una questione di prospettive.

Dalla prospettiva dell’egoista, del povero di spirito che non prova empatia, dalla prospettiva misera di colui che pensa solo al proprio ritorno personale, del bifolco della macchina parcheggiata in seconda fila che blocca l’ambulanza, della lavatrice rotta scaricata in campagna, da quella prospettiva insomma, pare inconcepibile che altri esseri umani possano provare dei sinceri sentimenti di compassione, di empatia, di dolore pensando al dolore degli altri. Che siano davvero disposti a rinunciare a porzioni di proprio benessere per trasferirlo a chi affoga nel mare di gennaio. Che siano disposti a rinunciare a qualcosa seguendo concetti impalpabili tipo la coerenza a valori etici. La loro intera esistenza e’ fondata sulla sacra legge del fottere il prossimo, del fottere lo Stato. Non sono cattivi per scelta. Sono cattivi perche’ ignoranti come la merda. E per loro un pensiero o un’azione politica fondata sulla generosita’ senza guadagno pare impossibile.

Pare inconcepibile: credono che sia tutto un bluff. E infatti non solo usano la parola ‘buonista’ come fosse un insulto, ma dicono proprio finti buonisti. Finti. E questa e’ la prova definitiva di quello che passa nelle loro teste: ‘finti’. Perche’ non e’ possibile che sia vero.

quelle che seguono

Quelle che seguono sono considerazioni di una banalità forse sconcertante.

I soldi non fanno la felicità, ma d’altra parte senza soldi la felicità è più lontana.

E fin qui ci siamo.

Epperò la mancanza di soldi ha un vantaggio: ti mette davanti ad una mancanza tangibile, a cui sono associate altre mancanze tangibili: probabilmente non c’è un lavoro, e quindi non c’è una casa confortevole, e quindi non ci sono le cose che vorresti nel frigorifero, non ci sono ipotesi di viaggi etc.

Puoi dare a queste mancanze la colpa di eventuale pomeriggio di insoddisfazione che ti salta addosso all’improvviso. Quando tutte queste mancanze non sono più mancanze (hai il lavoro, hai la casa, nel frigorifero ci metti quello che vuoi, quanto ne vuoi) allora quel pomeriggio di insoddisfazione è tutto tuo. Non puoi dare la colpa a niente. E’ una produzione purissima e indiscutibile di te stesso.

Non puoi dire “ah, ma se riuscissi a fare quel viaggio che ora non posso fare, sono sicuro che sarei meno triste”. Quel viaggio lo puoi fare. Fallo. Ma non lo fai, perché ora lo sai: non è quello il punto.

Sono considerazioni di una banalità forse sconcertante perché si può rifare lo stesso (banale) ragionamento sostituendo i soldi con un amore, con un’aspirazione.

Benedette mancanze. Benedette attese.

perché camminare #1


Se non mi si fosse ristretto il tubo tra la vita e le parole sulla tastiera, dovrei raccontare delle cose concrete che mi succedono. Come per esempio i miei quasi 100 km a camminare nel golfo di Trieste, completati tra ottobre e novembre, fatti tutti con Lei. E invece non viene naturale farlo. Allora per stimolarmi la voglia di scriverne, decido di scriverne per convincervi a farlo.

Fatelo.

Innanzitutto di cosa si parla. Si tratta di camminare da città a città, per 4 ,5, 6 ore al giorno. Dormire in un hotel. E il giorno dopo ripartire. Il tutto da ripetere per qualche giorno.

Ah, come il camminodisantiago?

No. Nessun percorso che si trova sulle guide. Anzi, il percorso potrebbe addirittura essere brutto, scomodo, difficile da giustificare. In alcuni punti purtroppo potresti ritrovarti a camminare al bordo di una superstrada, o lungo una terribile zona industriale, in un giorno di pioggia senza tregua – come infatti ci è successo arrivando a Trieste. Però la bruttezza inaspettata condivide qualcosa con la bellezza inaspettata: sono cioè proprio inaspettate. Non sai cosa trovi dietro l’angolo, dopo il prossimo chilometro. Un bidone della spazzatura, una collina verde, un topo morto, un bar di drogati. L’inaspettato ha davvero il sapore della vita per quella che è davvero, piuttosto che la vita come te la programmi. Cioè – e lo sapete, mica ve lo devo dire io – sono molto più vita la collina e il topo morto di quanto non lo siano una foto sotto la Torre di Pisa.

Ah, tipo trekking?

No. Niente montagne o percorsi sterrati. Strade di paese, periferie. Centri di città. L’attrazione di questi percorsi non la riesco a spiegare: però credo che sia la voglia di calpestare le strade d’Italia, per me che non vivo in Italia, e di misurare ogni metro di Italia, e farmi sorprendere dalla bellezza e dal calore dell’Italia insignificante.

E quindi perché camminare?

<CONTINUA>