I vetri della macchina la mattina non sono piú congelati, ed il sole non sparisce piú dopo l’ora pranzo. Un altra primavera non mi pare possibile, non così presto, almeno. Ci sono pizze congelate buonissime che meriterebbero accurati revisionismi storici. Io certe volte penso che a fare un lavoro cosi’ noioso in futuro non mi potró lamentare di nulla. Ho un babbo natale di zucchero sulla scrivania, ricordo di essermi ripromesso di metterlo da parte, pareva ieri, e invece sta ancora li’, ed io adesso giá parlo di primavera. Quelli che dicono che bisogna fare solo quello che piace, non ho idea di come facciano a dirlo. Se pensi a quello che stai facendo, e vorresti fare altro – diceva Steve Jobs nel suo discorso famosissimo – e se ti accorgi che é cosi’ per troppi giorni di seguito, allora smetti e fai altro. Sì ma cosa, Steve? E nel frattempo come te le compri, le pizze surgelate? Qui poi mi chiedono di Eluana, che ormai lo sanno tutti, é diventato caso internazionale, ma io cosa posso dire. Ho un numero esagerato di calzini bucati, e devo analizzare la mia vita in dettaglio per capire come mai così tanti, e come mai tutti adesso.
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tu – ovvero me stesso che leggerai queste pagine
Tu – ovvero me stesso che leggerai queste pagine in un futuro di cui ora non so niente – ti stai chiedendo come trascorrevi una giornata di quelle che ti senti di stare bene e non sai nemmeno il perchè?
Mh, te lo stai chiedendo? E allora te lo racconto.
Stamattina ti sei svegliato nemmeno tanto presto, e hai preso l’auto per andare a trovare due dottori che in questo edificio enorme dell’autorità sanitaria del Paese Basso ti aspettavano per discutere la tua ricerca dei prossimi mesi. Non è stato quello che vi siete detto – non è nemmeno il fatto che adesso ti danno retta, mentre parli di cose serie, ancora ti stupisci di questo fatto, ma non è questo – è stato piuttosto che poi quando sei uscito faceva sto freddo da Europa del Nord, e i gli steli d’erba attorno alla strada erano brinati epperò c’era il sole, e sole e ghiaccio assieme ti hanno fatto pensare a quante giornate si perdono, giornate stupende, seduti a lavorare. Non è che lavorare che ti pesi, è solo il perdere queste giornate, che ti basterebbero cinque minuti al giorno di autostrada senza automobili, non chiedi mica cose impossibili.
Sulla strada avevi le cuffie, e nel lettore c’avevi Astor Piazzolla che però hai snobbato ripetutamente a favore di Amy McDonald, e questo perchè sei giovane, e l’album ti piace tutto intero. E poi lei ti sta simpatica, con quella facciotta da bombolona si chiama pure McDonald, hai pensato: chissà quanto l’avranno presa in giro a quando non cantava e andava ancora a scuola.
Arrivato all’università sei andato alla tua scrivania. Adesso buona parte della tua settimana la spendi in questa stanza-alveare condivisa con altri studenti di qualche anno più giovani di te, di cui la metà con origini chiaramente indiane, e l’altra metà non lo sai, e però tutti hanno belle facce, studiano pochissimo e non ti danno fastidio mentre parlottano sullo sfondo. Avevi un panino semi cotto nello zaino, di quelli che vanno riscaldati nel forno o nella piastra sennò li mangi e muori. Hai preso in prestito la piastra da una abitante dell’alveare, ma quando hai infilato la spina è arrivato un Tizio Autoritario a dirti che non si poteva, tu gli hai detto che oggi non avevi altro da mangiare, gli hai fatto vedere il panino che se te lo mangiavi semicotto rischiavi di finire male, allora lui ti ha lasciato fare. Hai preso l’ascensore per recuperare un piatto dalla mensa, e nell’ascensore un signore vestito elegantemente ma con la faccia di Mick Jagger ha scherzato sul fatto che prendere un piatto vuoto dalla mensa non costa nulla. Gli ho detto Sì Sì, non so cosa ci sia da ridere ma comunque Sì. Il panino nel frattempo si era bruciato – e pazienza – lo hai comunque consumato sul tavolo del Dipartimento sfogliando un settimanale locale. Nel paginone centrale c’era la foto di quella che ti ha prestato la piastra che rispondeva all’intervistatrice su cose tipo “verso che età hai intenzione di diventare madre?” solo che non sei riuscito a decifrare la risposta dalla lingua arancione. Glielo avresti chiesto di persona, dopo, “a proposito: a che età avresti intenzione di diventare madre?” ma l’hai trovata che puliva la piastra dai resti del tuo panino bruciato. Le hai detto “lo faccio io, lascia stare” lei ha detto “sono tre settimane che non la pulisco, dovevo farlo prima o poi”.
Sei sceso poi a prendere pezzi dell’ultimo sole sulla panchina, lì un ragazzo di due metri e dieci ti ha dato del francese, c’hai proprio l’accento francese, ha detto. Tu gli hai detto subito: ma quale francese, sono italiano, e allora quello ha cominciato a dire che c’è la mafia a San Marino, che tu sta cosa non l’avevi mai sentita prima. A San Marino? Per bruciare il silenzio hai detto Burocrazia, Governo, Always, e lui ha detto Sì. Era un po’ confuso. Di dove esattamente? ti ha chiesto. Del Sud Est, gli hai risposto, e quello ha battuto le mani e ha detto Aaaah! Cievo Veronna! No No, hai detto tu, da Lecce. Aaaaahh! Lecce in italiano significa Latte! No, quello è spagnolo, gli hai detto tu. Quando sei andato via ti ha salutato con un Take it Easy e poi urlando un EPERRICULOUSU SPARGARSAI. Tu gli hai ripetuto, non sono francese, quello ha detto che era una frase in italiano, e tu solo alla quarta volta hai capito che intendeva È PERICOLOSO SPORGERSI, frase letta su qualche espresso dalle parti di Venezia.
Sei andato ad una conferenza sulle macromolecole che passano o non passano la barriera ematoencefalica. Non ti interessava, ci eri costretto. La presentava Phil Collins. Tu osservandolo durante l’orazione, intristendoti della sua enfasi e delle risate che si procurava da solo commentando grafici di Excel, e seguendo attentamente la grandissima capacità che aveva di sollevare e abbassare le sopracciglia (trascinando di conseguenza tutto il cuoio capelluto e il ciuffetto di capelli rimasti al centro) hai pensato che tu non ce la faresti mai – ma davvero mai – a dedicare la tua intera vita ad una sola cosa come fanno gli scienziati.
Sei andato in palestra – adesso hai ricominciato con queste cose, ti costa solo 11 euri al mese – e hai pensato per l’ennesima volta che a fare girare il sangue poi gira tutto il resto, anche le idee, anche la voglia di fare, e infatti poi sei tornato a casa e hai messo le robe in lavatrice prima di pistolettare come uno scemo su internet.
Hai preparato la cena, e nel frattempo hai parlato con due dei tuoi coinquilini, lo psicologo metallaro innocuo, e il super uomo biondo gay. Gli hai parlato di Phil Collins, e per questo siete finiti a parlare delle diverse forme di intelligenza toerizzate da quelli che ste cose le studiano, dei Nerd e dei fisici premiatissimi che poi finiscono male. Nel frattempo, gli spagnoli che dovevano venire a visitare il super uomo erano in ritardo di due ore, lui mescolava l’impasto per il pancake e li immaginava caduti nel fiume.
Hai pensato – non c’entrava niente ma lo hai pensato lo stesso – che ci sono amici tuoi che stanno diventando proprio quello che non volevano essere. Ci sono quelli che si sposano in Chiesa sennò sembra brutto, per fare un esempio.. Tu non stai diventando quello che volevi essere – cioè, non lo sai, non hai mai avuto le idee chiare in merito – però non stai nemmeno diventando l’opposto. È complicato da spiegare, ma io mi sono capito, e tutta sta cosa come ho detto all’inizio, la scrivo soprattutto per me.
stai perdendo l'introspezione
«Stai perdendo l’introspezione» dice una voce dentro di me. Ma com’è mai possibile – rispondo alla voce – se proprio tu mi parli da dentro? Sono una voce da dentro, dice la voce, sono quindi una intro-voce, e posso benissimo esistere senza confutare il fatto che tu stia perdendo l’introspezione. Significa che non mi guardo dentro? Potrebbe essere così – dice la voce – forse lo fai ma poi non lo descrivi, forse dovresti ricominciare, non credi? Ma io non mi annoio affatto, sai? Come diceva il padre di Natalia Ginzburg, ricordi? «Voi non avete una vita interiore, ecco perchè vi annoiate!» diceva. Io ci credo, e quindi, se non mi annoio, evidentemente è anche grazie alla mia vita interiore, no? Lasciamo perdere – dice la mia voce interiore – non mi va di polemizzare con te.
Sul divano vorrei chiudere gli occhi e dormire, ma la Meisje mi mette un dito sul naso, poi me lo schiaccia e lo solleva fino a farlo diventare il muso di un porco. Poi mi guarda.
«Fossi stato così non ti avrei voluto. » dice lei.
« E ci credo.» dico io.
Poi si schiaccia il naso da sola, fino a diventare anche lei una porcella, e dice:
« Fossi stata io così, mi avresti voluta.»
«Mmmh, penso di No.»
« Lo vedi quant’è semplice? Lo vedi quanto basta poco?»
se stanotte non ho dormito
Se stanotte non ho dormito, in parte é per colpa di Tolstoj, in parte non lo so. É sempre la parte che non so, a crearmi grossi problemi. Devo cercare di risincronizzarmi con il mondo circostante: ultimamente mi sfugge il motivo dell’affannarsi dietro alla moneta, per esempio. Stamattina il sonno era uno svergognato, non aveva nessuna remora ad attaccarsi al mio cranio come fosse stato una zecca enorme. L’ho presa con ironia, sorridendo piú del necessario e lavorando come se davvero non volessi fare altro se non esattamente quello. Questi giorni senza valigia mi hanno fatto sentire come un San Francesco spogliato di tutti i miei averi, solo che una parte degli averi mi era rimasta, ed era sufficiente per contare su di un ricambio di mutande. Adesso mi sento ricchissimo, e quindi non capisco tutto sto affannarsi per la moneta. Ho visto YesMan di Jim Carrey, film che consiglio, e cerco anche di consigliarlo a me stesso, il film vorrebbe averci un significato di fondo che dovró tenere bene a mente in futuro. Resta il fatto che in lingua originale il sottoscritto comprende soltanto la metá. É proprio una questione di pigrizia mentale, dopo dieci minuti di attenzione sull’accento americano comincio a focalizzarmi sui colori delle cravatte e la curvatura del mento.
ho preso una penna
Ho preso una penna – fossile fra i regali di Laurea – ed esattamente sulla natica settentrionale, alla Meisje, le ho scritto YesWeCan, non come motto d’incitamento, ma solo per avere una natica al passo coi tempi. È la frase dell’anno, si dice in giro.
Abbiamo i topi in casa. Ma come, è del tutto normale in Paese Basso: non lo sapevi? Non lo sapevo, e comunque sono riuscito a scovare un topino minuscolo infilato all’interno di una busta della pasta. Volevo rinchiuderlo lì dentro usando la piastra per capelli della Meisje, ma lei ha detto No. Lo fracasso di mazzate, allora, ho proposto, e lei di nuovo ha detto No, mi dispiace. La colpa di tutto questo ovviamente è sua. D’altra parte, quando lei il giorno dopo ha scoperto di avere l’intero ripiano cucina, pentole e cassetti scacazzati da un orda di topini incontinenti, ha deciso che Va bene, si poteva anche passare alla guerra chimica. Adesso però si è scoperto nel battiscopa un buchino ad arco tale e quale a quello dove si nascondeva Jerry di Tom e Jerry. Allora lei dice che abbiamo ammazzato Jerry.
Essere in Paese Basso significa anche uscire a correre la domenica mattina che c’è meno cinque, e appena fuori in strada, siccome qui la strada costeggia il fiume, spaventare le coppie di cormorani che riposano sulle barche, e che vedendomi arrivare – è mattina presto, e sono vestito malissimo per questo freddo – scappano via svolazzando sguaiati e inciampando nell’acqua come anziane signore nelle buste della spesa.
in questo preciso momento
Mi trovo in un letto non mio, in una casa non mia, nel centro di Bruxelles. Niente era programmato. I perchè e i percome verranno esposti appena possibile. Nel frattanto mi rendo conto che come conseguenza di tutto questo dovrei essere di molto incazzato, ma invece non lo sono affatto. Quindi ne deduco che il sottoscritto è invecchiato d’un botto.
natale con i tuoi 2008
Alla filiale delle Poste del Paesello una ragazza in scarpe da tennis dorate e occhiali Vogue chiede informazioni circa la ricarica della sua Social Card – che invece pare si chiami Carta Acquisti. Detto, questo, potrei terminare qui di parlare del Paesello per sempre. Ma invece No.
Avvicinandoci alla scogliera in una giornata di particolare tersezza (tersità? tersismo? tersa, insomma) , l’amico Bollo scruta l’orizzonte del mare Ionio. Poi esclama che Cazzo, la Terra è proprio rotonda, e si vede benissimo, e com’è mai possibile che ci abbiano messo tanti secoli prima di giungere a questa conclusione che da qui, dalla riva salentina del mare Ionio di un giorno di dicembre, pare estremamente evidente.
Alle Poste – io finisco sempre alle Poste quando sono qui, ed è ogni volta un esperienza esaltante, da un punto di vista sghembo e antropologico – alla fine, dopo la signorina in occhiali Vogue, riescono a rifilarmi come resto una moneta da cinquecento lire al posto di una da due euri.
Amici e conoscenti lontani mi incontrano e mi definiscono pallido. Dopo la terza volta, abbandono il sospetto di un’anemia silente e mi guardo attorno. E noto, infatti, che fra i miei compaesani coetanei di sesso maschile, la lampada abbronzante ha finalmente fatto breccia nei cuori.
Domani sera a Lecce c’è una festa a tema, dove il tema è quello delle scuole medie. Si viene vestiti come si era vestiti ai tempi delle scuole medie. Il che significa che di fatto io non avrei nulla da mettermi, ma comunque ci andrò. E venga chi può.
Sono riuscito a scaricare queste vacanze da ogni aspettativa possibile. E la conseguenza è che me le sto godendo per davvero. Mi hanno regalato il libro di Maksim Cristan e lo leggo nei pomeriggi, godendo del divano comodo del salotto, ignorando le decine di punti esclamativi seminati in eccesso lungo le pagine. Ovvio che per mantenere questo plateu di goduria scarna di aspettative, al primo che mi chiederà cosa faccio a Capodanno, dovrò chiedere se per caso ha uno di quei flash cancella-menmoria che Will Smith usava in Men in Black. Al primo che mi chiede cosa faccio a Capodanno, prendo questo flash, se lo trovo, e me lo sparo in faccia.
annaffiare
E ogni tanto mi capita di pensare alla gentilezza ed alla disponibilitá come concetti astratti, e penso che vorrei averceli, questi concetti astratti, inculcati nella mia testa, e che non fossero affatto astratti. Che poi, invece di dire gentilezza e disponibilitá, sarebbe meglio dire bilancio negativo fra dare e avere, ovvero dare piú di quello che si riceve. Non so se riesco a renderlo chiaro, sto concetto del bilancio negativo.
La prima fase – peraltro involontaria – è stata quella di prendere pochissimo, prendere quasi niente, e su questo mi sono spinto anche troppo oltre, sconfinando largamente nell’eremitaggio, soprattutto negli anni passati. Poi è venuta quella di non ritenere scontato nulla di quello che si riceve, e poi dopo tutto questo dovrebbe arrivare la fase in cui si apre il rubinetto – lo si pulisce del calcare accumulato per l’eremitaggio di cui sopra – e si fa uscire piú acqua di quella che entra. Per adesso sto studiando le tubature, sto cercando uno sturalavandini adatto, e sto cercando di convincermi che non è importante dove e su chi si spruzza, l’importante è spruzzare. Annaffiare, che poi tanto qualcosa cresce.
La fase ancora ulteriore – quasi fantascienza, a sto punto – sarebbe quella di annaffiare, anche sapendo che non cresce nulla. Farlo per il gusto di annaffiare. Il giardinere ispirato e benevolo. Ma non montiamoci troppo la testa.
stesi a pancia in sù
Stesi a pancia in sù, io e la Meisje a discutere sul titolo di Baricco, Oceano Mare, che secondo lei suona bene e non da fastidio, secondo me invece non vuol dire nulla, come non significherebbe nulla Imbarcazione-Nave o Pianta-Albero.
Di tanto in tanto si sentono di giovani in salute che all’improvviso si accasciano e muoiono. Io sta cosa mi fa diventare isterico, che è un tipo di morte che la vedo bene addosso, e dopo poi mi devo informare e voglio sapere cosa è successo esattamente, e voglio conoscere i dettagli dell’autopsia. Non ho particolari vizi, e il mio equilibrio diventa sempre più stabile. È normale quindi che un’ isteria, ogni tanto, devo pure farmela venire.
La Meisje monta l’albero di Natale, io la aiuto e aspiropòlvero via i frammenti di albero sintetico sul pavimento. Seguirà certamente foto. La declinazione aspiropòlvero è un’invenzione del momento, e me ne complimento con me stesso.
Pensavo che quelli dell’Ikea – va bene, multinazionale eccetera eccetera – alla fine non fanno pubblicità ingannevole, le foto dei divani sono uguali ai divani che ti monti (non come le pubblicità dei panini, o dei gelati), se serve sostituiscono qualsiasi cosa e i costi sono quelli per davvero, non come i piani telefonici o le maionesi dei fast food.
Chi ha messo la foto di Samuele Bersani sulla pagina di wikipedia, gli vuole male, ché sembra un geco con la miopia. E con l’anemia. Baricco direbbe Patologia Ematica-Anemia. E si vede infatti che ha tutta un’altra poesia.
mantenere la concentrazione
Ho un nuovo paio di jeans che se mi metto le mani in tasca e spingo nelle tasche, mi si apre la cerniera sul davanti. Siccome se parlo o ascolto mi perdo in me stesso e non penso a quello che faccio, succede che invece di parlare e ascoltare sto attento a non spingere nelle tasche, così la cerniera non si apre ma intanto non ho capito nulla di quello che mi viene detto.
Poi invece poco fa salgo in cucina, e come succede spesso in questa casa portodimare, incontro qualcuno che non conosco, e come ogni volta dico Ahi, oppure Ehi, e cominciamo a parlare. Stavolta dovevo lavare numero un piatto e numero una forchetta nel lavandino, ma nel frattempo parlavo con una ragazza mai vista prima, che parlava giuliva e mi spiegava della sua scivolata in bicicletta sul ghiaccio (siamo in Olanda, e fa freddo) e dei supermercati in Perù che non è come qui, lì sono aperti fino a tardi. Il collegamento fra scivolata e Perù l’ho perso a causa delle sue orecchie, due orecchie improponibili su di un ragazza in fondo anche carina. Due orecchie enormi e pendenti verso il basso. Non orecchie a sventola, che sarebbe troppo facile, ma qualcosa di espanso. Carne espansa nello spazio circostante. Mentre parlava la guardavo in faccia, in un punto preciso fra i due occhi, e mi sfrozavo di non guardarle le orecchie. È stato molto difficile. Ce l’ho fatta. Ma alla fine, anche in questo caso, cerniera oppure No (in questo caso No) non ci ho capito nulla. E comunque i supermercati in Perù – sennò chiudo un pezzo e non ho fornito nemmeno un messaggio che sia uno – chiudono tardi, più tardi che qui. E qui, invece, sappiatelo, in bicicletta di questi tempi sul ghiaccio, si scivola.
non so voi
Ma qui fiocchissimi di neve si conficcano negli occhi controvento.
La mia mediterronicità si misura con il ritorno dell’inverno nordeuropeo. I tetti si imbiancano ed io mi spavento a pensare di dover guidare sulle strade sputacchiate di neve – strade peraltro sicurissime. Le strade sono lunghe, in Paese Basso, ma mai troppo, e dopo cento chilometri di solito sei arrivato dove avevi intenzione di arrivare.
Ascoltano musica anni 80, gli abitanti del Paese Basso, è come se si fossero cristallizzati in quell’epoca e non vogliano evolversi.La radio lungo l’autostrada sputtacchiata di neve manda per l’ennesima volta I want to know what love is. Che non lo sai se ti piace. Forse non ti piace. Però se avessi avuto diciotto anni negli anni 80, ti sarebbe piaciuta.
Al ritornello verrebbe da prenderli in giro, sti olandesi fissati con gli anni 80. D’altra parte oggigiorno ci sono i concerti di Rhianna, e allora per essere al passo coi tempi dovresti andarci, a sti concerti di Rhianna. Invece tu, in preda allo sconforto musicale di non sapere cosa ascoltare oggiogiorno, ti porti in giro nel lettore l’album Freak di Samuele Bersani, e passi il tempo a scoprire i pezzi che a quei tempi non diventarono famosi. Belli.
lucidissimo
Un anno di Olanda. Comunque vadano le cose in futuro, qui ci siamo fatti un anno di Olanda. Non ho moltissimi anni, e quindi un anno è tanto.
Non disfo le valigie da un anno. Ho fatto quattro traslochi in un anno. Ormai trasloco così spesso che non ne parlo nemmeno sul blogghe. Mi porto appresso sempre un paio di mutande che non si sa mai. Le mutande, l’ombrello, un cavo Usb e chiavi di case diverse. Non uso piú il telefono cellulare. Arrivati a fine 2008, il cellulare lo dimentico a casa per giorni consecutivi.
Nella mia nuova camera ho un telecomando per la televisione con l’adesivo di Leonardo di Caprio. Non guardo la televisione. Una settimana che ho cambiato casa, e ancora non ho acceso la televisione. Non guardo la tv. Non messaggio (dal verbo messaggiare) col telefono, non faccio uso di Facebook e in genere mi astengo dal chatta chatta dei tempi moderni. Non è una costrizione, il tempo mi passa così e forse il punto è che non sono figlio di questo tempo.
Poi come ho detto, ognuno fa quello che vuole. Il mio coinquilino è quasi mio coetaneo, e trascorre le giornate a lanciare bombe in un videogioco di guerra. Fino a tarda notte. Se ad un figlio del nostro tempo ci togli i videogiochi, e Facebook, e il chatta chatta, e il telefono cellulare, e la televisione, nessuno può dirti che il risultato sia un figlio del nostro tempo migliore, forse piú stupido perchè si astiene da tutto sto divertissement che c’è in giro, e quindi resta lucidissimo. Pi vedi le cose del tuo Paese da lontano, le vedi meglio, le capisci meglio. Unisci i puntini e ti compare la figura.
Ecco cosa sono dopo questo anno, sono lucidissimo.
io non ce la faccio
Io non ce la faccio. Io non ce l’ho il Facebook, va bene? Non ce l’ho e sono pure anni che cavalco sta cosa del blogghe, quindi internet diciamo che un po’ lo conosco. Ci sguazzo, dentro internet, da un po’. E quindi non sono uno che non sa di cosa parlo.
Internet, io so di cosa parlo se mi metto a parlare di internet. Ma Facebook non ce l’ho. E non è che tutti sti Facebookkiani per me sono dei pazzi. Facebookkiani, vi rispetto. Accetto la vostra esistenza, fate quello che volete (a proposito, cosa fate con sto bendetto Facebook?) ma perfavore lasciatemi in pace quando vi rispondo che io Facebook non ce l’ho. Non ce l’ho. Provo a darmi una ragione per averlo, e non la trovo. La storia dei compagni di classe perduti per strada non regge. Per me è cosa buona e giusta che siano perduti per strada. Provo a focalizzare l’immagine di qualcuno di loro, invecchiata di quindici anni e penso: meno male, che esiste la strada, e che ci si può perdere, lungo la strada.
Dopodichè, i contenuti. Io non lo so, ma alla fine internet è sempre quella cosa dove migliaia di blogghe nascono e muoiono e nel frattempo tra nascere e morire ci trovi solo canzoni copiate e incollate, o citazioni, o fotografie copiate e incollate o altre cose copiate e incollate. Oppure le mail a catena, dove uno si mette a costruire un power point simpatico (punto interrogativo) e poi centinaia e migliaia si inoltrano la mail piena di Fwd Fwd Fwd. Ora, già lo sappiamo che internet è uno strumento potente, così potente che dato in mano a gente poco potente, finisce inevitabilmente per essere povero di contenuti. Detto questo (si può negare?) la nascita di Facebook come fenomeno a propagazione mooolto più ampia dei blog, era largamente prevedibile.
Io per esempio fra le chiavi di ricerca di sto blogghe, ci trovo da mesi sempre qualcuno che cerca su Google “cose carine da mettere sui blog”. Ogni mese. Ogni mese. Voglio dire, se c’è tanto bisogno di contenuti per riempire uno strumento potente, ecco che ti arriva Facebook, dove ci metti la faccia, non c’è bisogno di altro, e hai finito. Io esisto. Non so bene cosa dire, ma esisto. Eccomi qua.
Poi alla scuola media, per esempio, c’erano quelli che sul diario copiavano compulsivamente le frasi di Jim Morrison. Io il nome Jim Morrison l’ho scoperto così, a undici anni. Oppure scrivevano (brivido lungo la schiena mentre ci ripenso) cose del tipo «come la barca lascia la scia/io ti lascio la firma mia». Solo io ce lo vedo la connessione fra tutte ste cose? Forse sì. Pazienza.
Per sta cosa di Jim Morrison copiato compulsivamente, comunque, io poi Jim Morrison non l’ho mai potuto sopportare.
io c'ero
nel 2001 mi collegavo ad internet
Nel 2001 mi collegavo ad internet una volta ogni tre-quattro mesi. Ricordo di aver trovato un computer a libero accesso in un centro commerciale di Londra e di aver controllato la mia casella di posta (a quel tempo si chiamava angelboom@hotmail.it e non capivo come mai non volesse accettare l’accento dopo il «boom») e di aver anche scoperto che la casella si era praticamente addormentata per il prolungato inutilizzo. Erano i tempi che le caselle di posta si addormentavano per il mancato utilizzo. Insomma, quello era il 2001.
Questo invece è Google come era il primo gennaio 2001 – tirato fuori nell’occasione dell’anniversario – e ci sono dentro solo i siti che c’erano nel 2001. Nel 2001 – sembra ieri – ma praticamente se ci guardi bene non c’era nulla. Potrebbe sembraer una cosa da niente, ma a me pare la cosa più vicina ad una macchina del tempo che io abbia mai avuto a disposizione. Non c’era nemmeno Wikipedia, che è arrivata il 15 gennaio dello stesso anno. Tutto sti fèisbuk e blog e youtube sono arrivati dopo. Siamo solo muschio di superficie.
cerchiamo di capire
Cerchiamo di capire cosa significa vivere velocissimo. Chè io, in questi giorni, sto proprio vivendo velocissimo. Chè quando me lo chiedono, quando mi chiedono come sto, dico «occupato», oppure velocissimo, e a vedermi da fuori devo essere proprio una palla, ma una palla.
Vivere velocissimo, cosa significa – per esempio stamattina bloccato nel traffico aprivo il libro sul volante per studiare, poi lo chiudevo, poi andavo all’università, poi dopo raccontavo tre cazzate per sfilarmi via e veloce correre a lavorare – significa in pratica che i momenti in cui ti accorgi di come stanno andando le cose sono sempre di meno, e sempre più brevi. Succede che te ne accorgi all’improvviso, per un mezzo secondo – in quel mezzo secondo ti rendi conto di chi sei, cosa fai e dove vai, del colore dei muri e delle rughe sulle mani – e poi puf!, niente più, il mezzo secondo è già trascorso, andato via.
Come quando mi succede per qualche istante brevissimo di osservarmi dall’esterno – dura solo qualche momento: io sto parlando in una riunione di lavoro, muovendo le dita nell’aria, oppure con gli scienziati dell’università, e all’improvviso mi vedo dall’esterno, da un punto impreciso dietro la nuca – e allora dico a me stesso: ma com’è possibile che ti trovi qua? Ma come sono andate le cose che adesso ti trovi qua? E soprattutto: com’è che questi ti stanno ascoltando? Ma tu davvero hai voce in capitolo? Ma davvero? Ma fammi il piacere! E niente, non so se mi spiego, probabilmente non mi spiego. Comunque poi dopo mi ricongiungo velocemente con la mia nuca e tutto finisce lì.
sovrappensiero
Oggi guardavo le mie scarpe e pensavo: queste scarpe le ho prese qualche mese fa ad Utrecht. Poi le calze e pensavo: queste vengono dal Salento, invece. Poi i pantaloni, direttamente dal centro di Bologna. E poi la maglietta, comprata un giorno tristissimo a Colonia. Eppoi la felpa nuovissima, che arriva da l’Aja. Le mutande invece, ci ho pensato un qualche minuto, ma le mutande proprio non ricordo.
la canzone dello stupore
Questo blog va in onda in formato ridotto a causa di incasinamenti plurimi del tenutario.
Dato il pareggio multiplo verificatosi fra le chiavi di ricerca, metto io il voto finale che sposta l’equilibrio e dico:
Io lavoro, pensa te.
Torno a casa, pensa te.
Le telefono e intanto, pensa te.
mi piace sto raffreddore
Mi piace sto raffreddore che devo tirare su con il naso, e questa sensazione di stordimento che ne deriva, ovatta incollata ai pensieri a rendermeli insignificanti e spugnosi, e questo dondolarmi nei corridoi con pile di fogli sotto al braccio, tirando su con il naso nella frazione di tempo che intercorre tra l’incrociarsi con una persona e quella seguente, per non farsi sentire da quella che c’è prima e neanche da quella che c’è dopo. Non mi piace non aver tempo per scrivere, non mi piace il concetto del tempo che fa pugni con il concetto di scrivere, chè per scrivere devi far passare il tempo senza fare niente, e non si può.
Siamo andati a vedere la mostra di M.C. Escher, chè se non fosse stato per la Signorina, nella mia immensa ignoranza io non avrei mai collegato il suo nome alle sue opere. Andare alle mostre non lo so, non so cosa dire. Non so se mi piace. Andare alle mostre, la cosa che mi interessa di più sono le altre persone che vengono alle mostre mentre ci sono anche io. Osservare che faccia hanno, e capire se sembrano più intelligenti e acculturati e più o meno in salute di me. Della mostra di Escher, la cosa più interessante è stata una fotografia della moglie di Escher datata 1926. La moglie di Escher, devo dire che in primo piano non veniva tanto bene, in particolare nell’epoca intorno al 1926.
Posseggo uno spazzolino da denti in tre città diverse del Paese Basso, notevolmente distanti fra di loro. Ci pensavo oggi mentre arricciavo i piedi scalzi sul tappeto.
Adesso invece sto leggendo questo. A proposito di biografie che mi rendono i libri interessanti, questo personaggio è diventato per due volte autore rivelazione del Paese Basso, ogni volta con un nome diverso.
Sto abusando di cornetti gelato in pacchi da otto, che in origine erano sei poi ne hanno aggiunti ulteriori due in regalo.
Lo scrivevo qualche anno fa
Lo scrivevo qualche anno fa sulla colonnina del blogghe: «Quando diventerò dolce e disponibile con tutti, allora andrò a fare il missionario in Burundi.». Poi ieri ho scoperto che il mio compagno di corso, quello che ci devo anche lavorare assieme, è proprio del Burundi. Come tutti gli africani in occidente che non siano rapper esagitati, veste abiti formali e rassicuranti. Io quando avevo scritto Burundi manco lo sapevo dov’era sto Burundi, e nemmeno adesso lo so, però la differenza è che adesso c’ho una faccia nera a due metri da me con cui devo discutere di problemi epidemiologici, senza farmi distrarre dall’interno roseo delle sue labbra.
Oggi nell’ordine mi sono imbattuto con: il traffico criminale, la paura di non fare in tempo, la consapevolezza di non aver fatto in tempo, la consapevolezza di non sapere perchè dovevi fare in tempo, una sedia calda, una cosa giusta pronunciata al momento giusto, una canzone che la volevo cantare per forza anche non avendo alcuna voglia di cantare, la sorprendente capacità di rispondere a domande ovvie impostando la voce, la frenesia del lavoro al computer, la frenesia del lavoro al computer, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, una corsa sotto la pioggia con due panini caldi appena usciti dal forno in mano, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, l’indecisione al reparto ortofrutta, una birra in lattina fredda ma non come la volevo io, poco pochissimo tempo per scrivere come invece vorrei scrivere.
