non mi serve

Non mi serve. Non è per i 349 euro, è che non ho spazio. E non lo userei come andrebbe usato. Però..

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cose, 15 sette duemilaeundici

I quasi nani che si ammazzano in palestra per crescere almeno in orizzontale, sono uguali uguali in tutti i paesi del mondo.

 

Mi dicono: giovedì prossimo qui è festa nazionale e non si lavora. Quindi tutti facciamo ponte con venerdì. Tu che fai? Che faccio? E non lo so cosa faccio, non ci avevo pensato: vagherò per la città a spiare gli indigeni? Ma non lo dico. Dico che non lo so, che organizzerò certamente qualcosa, chè è quello che vogliono sentirsi dire.

 

La stazione della metro vicino casa è alla Commissione Europea. Non “vicino” alla Commissione Europea, ma proprio lì. Solo che quando la prendo io – la metro – la Commissione è deserta. Però c'è sempre qualche turista che si fa la foto sotto la scritta “Commissione Europea”. A volte c'è un cinese solitario che vuole che gli scatti la foto. Cinese, ti fidi di me a darmi sta macchinetta fotografica da millemila euri? E quindi da milioni di milioni di yuan? E se scappo come in quel film che non mi ricordo il nome? Ma No tranquillo, ti scatto la foto dove tu fai la parte del Felice sotto la scritta Commissione Europea. Poi vado via, ché devo comprare un vestito per un matrimonio. Ciao, cinese.

 

C'è una segretaria che ogni volta che passo dal suo tavolo, si incurva tutta sulla sedia e mi dice che le sembro impegnato, o che sto bene, o che sembro incazzato. Mi deve dire sempre qualcosa. Lo storyboard del mondo di oggi vorrebbe che io ne approfittassi, ma a me viene il male universale, a pensare di far parte del prevedibilissimo storyboard del mondo.

 

Domani sono ad un compleanno in Germania.

sapevàtelo

Nel 1958 Pierre Culliford stava pranzando con un suo amico.

 

Voleva chiedere al suo amico “passami il sale” ma si era dimenticato la parola “sale”. Noi diremmo passami il “coso”, che devo “cosare”. Lui invece disse passami lo “schtroumpf”. E poi continuò a parlare in francese con il suo amico sostituendo nomi e verbi con ““schtroumpf”, che poi più tardi si era trasformato in “smurf”.

 

Per esempio: dobbiamo “smurfare”, questa cosa mi “smurfa”.

 

In italiano “smurf” è stato poi tradotto con “puffo”. Pierre Culliford, nato a Brussélle e anche conosciuto come Peyo, è stato l'inventore dei Puffi. E ieri (sapevàtelo) è stata la giornata mondiale dei Puffi. Quanto a me, io più che altro sbadigliavo, ma ero ipnotizzato da Gargamella

e appunto dicevo

E appunto dicevo, se mi ringraziano in pubblico finisco per arrossire. Però a tutto ci si abitua.

 

Oggi ho detto addio ad uno dei posti dove lavoro e per la terza volta mi hanno ringraziato in pubblico. Mi sono sforzato di pensare ad altro, e non sono arrossito. Non è timidezza: infatti parlo in pubblico tutto impettito. È mancanza di barriere contro le cose belle. Non sono cosebellofobo. Mi hanno regalato una bottiglia di champagne, ho detto beviamola insieme dopo sta bottiglia di champagne, per esempio con i dolci che vi ho portato.

 

Non ci siamo riusciti, e oggi per la prima volta in vita mia dormirò con una bottiglia di champagne nella camera da letto (ché lasciarla in cucina con Spitty Cash & co potrei ritrovarla piena di mozziconi di sigaretta).

 

Sono giorni da Addio ai Monti, però è tutto piatto, non ci sono i monti. Ci sono solo gli addii.

 

Poi una cosa che mi è spuntata addosso all'improvviso è che mi faccio volere bene. La gente improvvisamente pensa che sono una nice person. In realtà non è così – non credo – la realtà è che invece sono io che ho sempre avuto un istinto nel riconoscere e avvicinare le persone buone. Volete persone buone? Cercate tra le persone con cui parlo di più. Tra le persone che con me durano di più.

 

E siccome sono giorni da Addio ai Monti ci metto tantissimo ad andare in qualsiasi luogo. Faccio lunghi giri con la macchina per prendere nota. Ci ho messo il triplo del tempo per andare in un posto che potevo trovare vicino a casa, solo per comprare dei tappi di gomma per le orecchie. Al ritorno, ho preso una strada alternativa che costeggiava un canale. Ad un certo punto ho dovuto fermare la macchina, le anatre volevano attraversare la strada.

 

 

(clicca sulla foto per ingrandire)

cose 24settedieci

Dopo aver conosciuto lui su youtube ho deciso che devo ricominciare a studiare la lingua barbara.
Ho ricominciato.

Il problema è che se vuoi veramente una cosa, la fai. Se la desideri davvero, allora fai in modo di raggiungerla. Però prendiamo la lingua barbara: non mi piace. Mi devo sforzare tanto per parlare poi una lingua che non mi piace? Diamo un esempio di lingua barbara per dare un’idea ai telespettatori a casa.

Non mi piaccio: sono vendicativo nei confronti delle falene che si intrufolano in camera. Falene, voi entrate? Voi entrate e frullate con le vostre ali per ore contro i muri, contro i vetri, sul mio naso, e non mi fate concentrare? Falene, io vi lascio morire qui in camera mia. Si chiama selezione naturale della camera mia. Siete portatrici di informazioni genetiche fastidiose che vi spingono ad entrare in camere di persone tranquille e posate come me – nonostante solo un piccolo pertugio sia aperto, e tutto il resto chiuso. Voi la vostra informazione genetica non potete tramandarla alla prole. Io desidero un mondo di falene educate che al limite – se proprio vogliono entrare – poi sanno trovare da sole la via d’uscita.

(endorsement)


Questa domenica se uno si trovasse dalle mie parti dovrebbe fare qualcosa per lui. Si tratta di mettere una crocetta. Io c’ho un duemila chilometri circa ad impedirmelo. Ma allora sei comunista? Mai stato, e non credo di cambiare oggi. E’ solo che uno ascolta le parole, vede i fatti, e finisce per crederci. E se poi dovesse rivelarsi tutta una finzione, allora sarà stata una crocetta per quello che ha saputo fingere meglio.

faccio cose 090909

E quindi non dormo abbastanza. Gia’ so di avere le occhiaie prima di tirarmi su dal letto. Dietro la porta il nuovo coinquilino tedesco dice: qui invece ci vive un ragazzo italiano. E poi una voce femminile che ride. Dev’essere la nuova coinquilina indonesiana. Io gli indonesiani onestamente non ce la faccio piu’. La puzza di cucina indonesiana pensavo di avere chiuso, e invece No.

Eppoi almeno in italiano dici indonesiano, che suona bene, in inglese invece dici indoníscia, aggettivo indoniscian, che non suona tanto elegante. Cerco casa. Mi chiamano per una casa. Ti piace la camera? mi chiede sto bovino barbaro. Mi piace. Anche senza pavimento? (non c’é il pavimento) senza intonaco, senza frigorifero e lavatrice e piano cucina (che non ci sono, li devi comprare a parte e metterli vicino al letto). Sí sí mi va benissimo, dico io. Dividerai il water – solo il water, eh! – con quello che vive di la’. Comunque é per poco, perché poi lo mandano via. Anzi, adesso é pure in galera. Ma va’? Vuoi la sua camera? Te la faccio vedere, li’ pero’ c’é il pavimento.

La porta é chiusa. Il bovino – é una bovina – infila una mano nella finestra, dal balcone, e sposta la tenda. Un tugurio, ma enorme, e col pavimento. Col pavimento! Ci mettiamo a discutere: secondo te lo portano via, il pavimento, prima di lasciare la camera?  Va be’, dico mi piace di piu’ quella di prima, Sí Sí tranquilla – bovina! – mi piace tantissimo. Poi invece quando torno a casa parcheggio la macchina, affloscio la testa fuori dal finestrino, ci penso due minuti e infine le mando un sms dicendo che mi dispiace, ma forse é meglio di No. Oh, fa lei – eri la mia prima scelta. In quel momento, dall’altra parte della strada, una ragazza si affaccia a intervalli regolari dalla finestra e chiama qualcuno, non capisco chi, ma dal tipo di nome dev’essere – lo spero per lui – al limite un gatto.