non possono esistere

Non possono esistere tristezze durevoli, o eccessivamente durevoli, o cose che non puoi mai venirne a capo. Si puo’ venire a capo di tutto, ci sono pure i libri che parlano di questo. Figuriamoci. Non li hai mai letti perche’ tanto ci credi a prescindere. Le foglie sono cadute dagli alberi e tutto intorno a casa si crea un materasso morbido e giallastro. E’ bello. Oppure e’ brutto. Dipende dall’umore, e quello – l’umore – cambia velocemente. Ci passi in bicicletta una domenica pomeriggio e ti sembra bello, e poi brutto, e poi bello, e poi brutto. Ma appunto niente e’ eccessivo: tutto deve per forza cambiare, come sempre cambia. Perfino quelle foglie. Sei grande abbastanza da saperlo bene. Presupponi di esistere ancora quando quelle saranno state portate via da spazzini sbrigativi e mulatti. Saranno foglie verdi, e non puoi sapere quale sara’ il tuo modo di vedere le cose quando le foglie saranno verdi. Boh.    

 

la mia libreria

Certe volte guardo la filazza di libri che mi porto appresso di casa in casa, la guardo trattenendo il respiro – le voglio bene, alla mia filazza di libri ingombranti – e penso: questi sono i libri che mi sono portato appresso nell’ultimo anno e mezzo. Li infilo nelle scatole, quelli restano nelle scatole per mesi, poi vengono fuori, poi tornano dentro. Eccetera. E sono solo i libri letti in questo anno e mezzo, e sono tanti, e gli voglio bene. Quello che penso e’: cosa sarebbe successo se avessi sempre avuto i soldi per comprare i libri che volevo, invece di prenderli in prestito per anni dale biblioteche. Cosa sarebbe succeso se avessi vissuto sempre nello stesso posto, o al limite con piccolo variazioni ma non di centinaia o migliaia di chilometri. Sarebbe successo che adesso avrei una biblioteca bellissima, che mi coprirebbe tutta una parete di una camera, o forse due, dal pavimento fino al soffitto. Ci sarebbero libri che si riempiono di polvere, che si accumulano negli anni e dopo anni ti dimentichi la trama e poi tornare a rileggerli, e a volergli bene di nuovo, ad annusare le pagine di nuovo. Se penso alla gioia e al calore che la mia attuale fila di libri mi offre, seppure cosi’ eterogenea e sgualcita, se penso a questo, poi penso alla mia biblioteca che non e’ mai stata, e mai sara’, perche’ pure a vincere alla lotteria e comprarli tutti nuovi non e’ la stessa cosa. Sono pensieri come dopo un aborto, che pensi ad una cosa che sarebbe potuta essere, e non e’ stata, e comunque ci puoi girare attorno quanto vuoi, ma non sara’ mai.

un impensabile botta di culo potrebbe

Un impensabile botta di culo potrebbe risolvere il mio problema della camera. Un impensabile botta di culo che ancora non si è verificata ma potrebbe a quanto pare verificarsi a breve, è solo una possibilità, e per questo motivo avevo deciso di restare nei prossimi giorni con le mie finger crossed. Causa finger crossed questo post non avrei potuto scriverlo, dunque ho scrossato per un momento le mie dita e fare il punto della situazione.

Sono ovviamente le piccole cose – e cosa, sennò – che possono cambiare la luce su tutto. Per esempio l’eventualità che la botta di culo di cui sopra si realizzi. O una giornata di sole molto poco barbaro che ti hanno spinto a rollare sushi e alla fine ci sei riuscito molto bene. O un giro in bicicletta a cercare i cioccolatini della forma giusta, anche se poi non li trovi, e pazienza. La Meisje ha dolore all’anca e io cerco su youtube un tutorial di chiropratica ma lei prontamente dice No grazie non è necessario. Un tizio al bancone del bar che verso le undici di sera gli chiediamo “dovremmo comprare dei biglietti per le esibizioni che fanno in piazza di là” (e si intendeva questa cosa) lui che ci guarda, guarda soprattutto la Meisje e capisce tutto sbagliato, crede che vogliamo acquistare droghe strane e ci dice con sguardo accigliato di cercare fuori dal locale una tizia coi capelli strani che forse lei lo sa dove e come comprare. E poi vorrei crescermi la barba, ne ho poca ma vorrei crescerla lo stesso, solo che in Paese Basso i barbari pur chiamandosi barbari spesso non hanno barba, e se pure ce l’hanno, la tagliano sempre ogni giorno. Allora mi guardo in giro per cercare facce ispide che mi possano incoraggiare, ma ad oggi tranne un paio di papà coi bambini sulle spalle (non ero nemmeno certo fossero barbari) ho trovato solo un parrucchiere per donna vestito da gitano e gli orecchini a cerchietto, e allora se le cose stanno così, davvero non lo so.

in questi giorni

Mi sono tagliato un dito. Ho celebrato lo sbarco sulla luna in casa privata di (per me) sconosciuti. Ho ucciso due ragni su richiesta della Meisje. Ne ho mancato uno che si stava intrufolando nel letto e me lo ha fatto pesare: lei poi si è addormentata sul divano per la paura dei ragni. Ho abusato di cereali al cioccolato con il latte. Ho pedalato controvento in salita lamentandomi per scherzo. Ho spiegato dove si fa il prelievo di sangue ai felini. Sono andato al concerto di Regina Spektor: lei – Regina – si è incavolata per i troppi flash in faccia. Ho mangiato messicano in centro ad Amsterdam. Ho visto gente leggere libri sulle panchine della stazione dei treni, di notte. Ho fatto due conti e praticamente fra poco è Salento.   

scioperanti

Quelli che si fanno chiamare “popolo dei blogger” sono oggi in sciopero per una legge che dice tante cose – non entro nel dettaglio – ma che dice soprattutto una cosa (ed é per questo soprattutto che i blogger – i blogger? – scioperano). Un articolo della legge dice che nel caso di un post o commento potenzialmente diffamatorio….

"Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono".

Se non lo fai, ci sono svariate migliaia di euro di multa. La critica predominante all’articolo é la seguente:

"pretendere che un blogger per diletto in vacanza, se disconnesso per più di 48 ore, corra il rischio di dover pagare 25 milioni di vecchie lire per non aver rettificato un post asseritamente diffamatorio, sembra eccessivo"

Tutta da verificare é l’esistenza del blogger che non si connette per piú di 48 ore. Magari esiste davvero, eh, chi lo sa. Detto questo, bisogna capire cosa é piú grave: un mondo dove puoi diffamare chi vuoi e rettificare se e quando ti pare, o un mondo dove se diffami e subito dopo te ne vai in vacanza per una settimana in una sperduta isoletta del Pacifico che le notizie ti arrivano solo in bottiglia, poi ti tocca pagare 15mila euro di multa.

poi uno si chiede

Poi uno si chiede perchè mai il Paese Basso, ed io non so dare una spiegazione valida e comprensiva di tutto. Però lo scorso weekend i miei datori di lavoro mi hanno offerto due giorni in una ridente cittadina del Belgio a fare la caccia al tesoro, così senza motivo preciso, e poi tutti assieme a bere qualcosa in centro; e da qualche giorno la mattina prendo la bicicletta e costeggiando il fiume vado a seguire un corso in un museo della scienza, che le pareti sono di vetro e ci sono sempre le bevande fredde e calde a disposizione sul tavolo casomai ti venisse il bisogno impellente di ingurgitare qualcosa, e se si deve discutere dell’articolo scientifico allora ci si va a sedere sul prato nel bel mezzo di un orto botanico – in linea di massima non mi piace sedere nei prati a studiare, ma è per rendere l’idea.

85/100

Tutti sti personaggi che si ricordano del giorno del loro esame di maturità… Io non ricordo quasi nulla. Quale traccia scelsi. Se fu difficile o No. I miei vestiti. Niente. Faceva caldo, questo Si’. Ma se non fa caldo giu’ al paesello a fine giugno… Ricordo l’orale, con il presidente della corte giudicante grasso e sudato. Si alzo’ dalla sedia per urlare agli altri studenti fuori dall’ aula di fare silenzio. Mo e che é, una Babbilounia, qui? disse. Era di Bari. Una Babbilounia é? Moooo.. disse. Il prof di matematica e la buonanima della prof di disegno si spartivano un vassoio di cornetti alla crema. Lo zucchero filato volato via, sporcava un poco la cattedra. Dopo andai al mare con la sensazione di eroe dalla pancia svuotata.

portare me stesso

Portare me stesso al concerto di Roy Paci in un parco di Amsterdam una domenica pomeriggio che profuma di barbecue e di vento e di sedile di treno, e vedere un Roy Paci saltellante con gli occhi allegri da italiano in gita e la corporatura panciottosa proprio come ci si aspetta debba essere un italiano – addirittura urla dal microfono un “are you TirEd?” dando notevole importanza a tutte le vocali, tutte – ecco, tutto questo nel 2009 da emigrante all’ estero é come se negli anni 60, ma pure 70, fossi andato coi baffoni e i basettoni ad un concerto di Mino Reitano in una birreria di Francoforte. Scoprire che nel gruppo ci suona il tuo amico del paesello che dodici anni fa ci suonavi assieme, e vedere che lui ancora suona e gira il mondo cosi’, non ha prezzo. Non é vero: ha un prezzo. Il prezzo da pagare é quello per cui ti chiedi cosa significherebbe per te fare solo quello ti piace fare, e il misurare il coraggio che ti manca, eccetera eccetera, eccetera eccetera che tanto é inutile soffermarsi su sta cosa é la solita domanda che arriva, poi se ne va, ma poi torna.

update: Toh! contributo video.

di cinesi, di diete

Il cinese torna dalla Cina e mi ferma sulle scale mentre salgo in camera. Mi dice aspetta aspetta. Entra nella sua camera, torna con un secchio pieno di cioccolatini cinesi. Ne prendo uno sorridendo ma solo dal naso in giù. Prendine di più mi fa. Mannò grazie, uno è sufficiente. Mentre entravo in camera poi ho pensato a sto gioco che mi sono messo a fare della dieta che non mi serviva.

Due mesi fa ho deciso che dovevo dimagrire 4 chili. Mai stato grasso in vita mia, anzi. Mi proponevo al mondo con ottantadue chili per un metro e ottantacinque – record assoluto di sempre – di cui una porzione significativa di cervello (certo). Ho letto su di un sito di cose serie che per capire il peso giusto devi anche misurare la circonferenza del polso, e a quanto pare in base a questa misura ho le ossa sottili, e avendoci le ossa sottili, mi si informava che il mio peso ideale era 4 chili in meno. Allora ho deciso che pure non esssendo strettamente necessario, avrei fatto la dieta. Anche per capire perchè tutti parlando di diete, e di quanto è difficile perdere peso, e di tutti quelli che dicono che loro mangiano pochissimo però non perdono peso. Ho cominciato così sta dieta fantasiosa ed estemporanea per perdere 4 chili, e ho perso 4 chili. Le prime settimane però non ho perso niente, ma subito ho capito una cosa: che per perdere peso la cosa prinicipale non è muoversi (io mi muovo, eh) nè nutrirsi di scemenze dietetiche. La cosa principale è avere fame. Hai fame? Stai dimagrendo. Non hai fame? Non stai dimagrendo. È semplicissimo. Quindi tutta la questione si riduce ad un semplice punto: sei disposto a convivere con la fame per un certo periodo della tua vita? Se Sì. Ok. Se No, lascia stare.

Ma il cinese, adesso me lo ricordo, era tornato in Cina per suo zio che aveva avuto l’infarto. Io ho preso il cioccolatino e non ho chiesto niente, come sta tuo zio eccetera eccetera. Non ho chiesto niente. Che bestia.

 

poi ci sono quelli

Poi ci sono quelli che non ti stanno proprio simpatici ma nemmeno puoi dire che non ti stanno simpatici: stanno li’ in equilibrio in quella zona poco significativa che non hai altro da aggiungere. E che poi ti salutano esclamando cose molto americane, modi di dire che sono capaci di masticare solo quelli che sono madrelingua, o che hanno masticato la lingua fra i madrelingua. Modi di dire che non hanno significato tipo mettere in mezzo le parole “pretty much”, che di suo non significa niente, ma certamente fa molto americano. Tipo dire Ieri ho notato che la cosa sarebbe pretty much conveniente, Qui abbiamo un prodotto pretty much innovativo eccetera eccetera. Hanno anche i loro saluti in lingua molto madrelingua, per esempio quando vi incontrate uno di fronte all’altro e poi ognuno per la sua strada (a proposito, alla domanda How you doin’? si risponde? E cosa si risponde? Sta cosa mi fa impazzire). In ogni caso, davanti a queste relazioni interpersonali molto stile madrelingua, io che in cuore mio restero’ rozzo per sempre – ma senza farlo vedere agli altri – io rispondo a modo, cioe’ con risposte che a loro volta fanno molto madrelingua, pero’ immediatamente sento dentro di me di aver esagerato, e appena vado oltre, e non mi possono vedere, in quel momento, io sibilo fra i denti qualche bestemmia in dialetto strettissimo calcata e sulle consonanti e stanca sulle T salentine, che non é dettata da rabbia, non é giustificata da niente, mi serve solo a controbilanciare tutta la scenografia circostante.

sono impegnato in questi giorni

Sono impegnato in questi giorni a fare il Cicerone a porzioni della mia famiglia arrivate qui in Paese Basso. Ho misurato lo stupore, il numero di Oooh, e la classifica momentanea vede al primo posto le biciclette – in particolare le biciclette in giro per le strade anche quando piove – , il verde sfrenato (che però è uno stupore accentuato dallo sbalzo Paesello mediterronico in piena siccità vs Paese Basso immerso nell’acqua) e infine il numero sconfinato di pecore e mucche ai lati delle strade. I quartieri a luci rosse non entrano in classifica.

L’altro giorno al mercato dei fiori di Amsterdam ho visto due coppie di italiani, italiani riconoscibilissimi. Il primo maschio portava a tracolla un enorme borsello rettangolare di Louis Vouitton, condito da cappellino e occhiali da sole. L’altro maschio, il maschio dell’altra coppia, al a tracolla, portava lo stesso identico borsello.

andato a vedere

Andato a vedere Gran Torino di Clint Eastwood, un film che se lo vedi in lingua originale i farfugliamenti di Clint non riesci a coglierli fino in fondo – mentre i barbari invece Sì, perchè loro c’hanno i sottotitoli in barbaro – e mi sono trovato un paio di volte nel bel mezzo di una platea che esplodeva in una risata fragorosa e coordinata, mentre io impassibile ciucciavo Coca Cola da una cannuccia gialla troppo stretta. Comunque è un film dove nel finale la metà delle persone piange senza ritegno, un terzo compreso il sottoscritto ha gli occhi lucidi, la restante parte non lo so.        

Ho un giacchettino primaverile bellissimo che siccome la primavera non arriva, non posso mettere mai. Dopo un mese filato di non primavera l’ho rimesso per guardarmi nel bagno e confermare la mia bellissimità.  

Ho trovato casa, ma la storia merita di essere approfondita a parte.    

Mi piacciono le ciambelle uguali identiche alle donuts di Homer, e mangiarne una quantità esagerata di mattina tardissima, aggravata dal cambio dell’ora, coi miei quattro peletti di barba incolti, mi sento molto Homer pure io.  

Vorrei degli amici che non devi organizzarti prima per andarli a trovare, che puoi passare sotto casa e citofonare all’improvviso, ma forse questi sono irrealizzabili desideri anni novanta.

credevi sarebbe stato facile

Invece proprio per niente. Breve rivisitazione delle recenti mie esperienze alla ricerca di una nuova camera qui in Paese Basso. Un breve riassunto che tiene conto del fatto che le mie esperienze non sono mica finite, ho da continuare ad esperare chissà per quanto. Espera e spera che poi si avvera, direbbe il saggio.

Casa numero uno. Tristezza cosmica. Casa che si preannuncia lugubre già all’ingresso, con una montagnetta di scarpe abbandonate appena dietro la porta di ingresso. Soggiorno illuminato da luce fioca cimiteriale e tavolino rotondo attorniato da tre sedie degne dei miei incubi peggiori. Sensazione di Hansel e Gretel. Uno degli inquilini è ben vestito e mi scruta sorridendo senza sosta, viene da pensare che da un momento all’altro dica che si tratta di uno scherzo, che non è vero che vogliono affittare la camera. Poi mi indicano un corridoio che sarebbe la cucina, e praticamente di fianco al fornello c’è una porta, e dietro la porta, il cesso. Più tardi qualcuno mi spiegherà che questa cosa di associare cucina e cesso oggi non è più legale, in Paese Basso. Un altro coinquilino esce dalla sua camera per presentarsi, ha una strana escrescenza sulla fronte, occhiali spessi a montatura nera e si spaccia per illustratore “free lance”. La mia camera è al piano di sopra. Scopro che essa, la camera, non è una camera ma in realtà sono due micro camere, in una c’è il letto, nell’altra la scrivania. Non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi di sdoppiare così la mia vita – sebbene qui poi non si fa altro che sdoppiare e sdoppiare e sdoppiare. La sera stessa mi inviano un sms per dirmi che hanno scelto un altro. Ma pensa, dico io. Io leggendo l’sms ripenso all’escrescenza dell’illustrator “free lance” ed ho un brivido. 

Casa numero due. Mi accoglie una damigiana bionda che mi presenta alla sua coinquilina, la brutta copia della brutta copia di Kate Winslet in quel film, come si chiama, Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Dev’essere per la tinta dei capelli. Qui la camera sarebbe anche buona, supera i 15 metri quadri – che da ste parti è un lusso –  ma la cucina è nel corridoio, senza porte, di nuovo di fianco al cesso. Scopro che hanno avuto 70 richieste e che io sono uno dei fortunati Quattordici ad essere stato invitato. In quel momento me la gioco con una matricola che sputacchia saliva mentre parla della sua confraternita universitaria Pace e Amore. Kate intanto fuma quattro sigarette in mezz’ora, e secondo me la pelle del suo braccio è troppo bianca per essere vera, pare ricotta, potrebbero addirittura vedersi le ossa. Alla fine io vado via prima degli altri perchè mi è parso di aver lasciato la Meisje da sola a casa attorniata da una combriccola di motociclisti omosessuali. Il giorno dopo mi fanno sapere che non sono il prescelto. I motociclisti non erano omosessuali. Peggio.  

Casa numero tre. L’intervista me la fa un turco che subito mi fa sapere che lui non vive lì. Chi ci vive, allora? Altri, dice. Ad un certo punto passa di lì un nano capelluto ed il turco si rianima e mi dice, ecco lui, per esempio, vive qui. Il nano ride e si presenta. Il momento più bello è quando vogliono mostrarmi la doccia. Per di la’, mi dicono, e mi indicano un tunnel nero – giuro, era nero – e mi incitano, se vai oltre, si può accendere la luce. Io faccio tre passi nel buio più totale e torno indietro. Per quanto mi riguarda potrei risvegliarmi John Malkovic. Il turco sparisce nel tunnel e infine accende la luce, perchè la luce c’era davvero. Ed io che non mi fidavo. La cumpa allegra di turchi, nani e ballerine, comunque ha imbrogliato sulla metratura della camera, è almeno la metà di quello che avevano detto. Al posto dei mobili ci sono due bauli da isola del tesoro. Uno dei lati è lungo quanto il letto, l’altro lato sono tre passi e mezzo dei miei. Improvvisamente mi sento un criceto, dico che ci devo pensare, che al massimo entro la serata farò sapere se mi va bene, nonostante l’imbroglio sulla metratura. Ed è proprio quello che farò, appena finisco di scrivere qui, mandare sta benedetta mail e dire al turco col nome che comincia e finisce per U che mi dispiace, sono contento che mi abbiano invitato – frase che ruffianissimo ripeto sempre – ma non se ne parla proprio di fare il criceto, nei tempi prossimi venturi.

si diceva di Parigi

Parigi ci abbiamo camminato tantissimo. Lo so non é italiano, ma suona bene. Parigi ci abbiamo camminato tantissimo, io e la Meisje, che poi mi sono venuti due polpaccioni alle gambe che di solito non ho. Due polpaccioni cosí evidenti che al ritorno, in un autogrill da qualche parte nel Belgio, li ho scoperti tirandomi su il bordo dei pantaloni facendo lo scemo sulla porta del bagno delle donne, mentre la Meisje faceva le smorfie allo specchio.      

Parigi praticamente pullula di francesi. Parigi praticamente scopri che i francesi, a differenza degli altri europei, li piace il capello spettinato e la sciarpa la portano diversamente dagli altri europei. Capisco che potrebbe essere poco interessante – ché ste cose per notarle bisogna girare per l´Europa e fare i confronti – ma loro i francesci la sciarpa non la attorcigliano piú volte attorno al collo come gli italiani, ma la girano sul collo e poi la fanno cadere lunga sul davanti o sul didietro. Tipo Piccolo Principe per capirci. Sono francesi.      

A Parigi c´erano strade attorno al Tour Eiffel che ti rendevi subito conto di non essere nella barbaria architettonica del Paese Basso, ma con buona approssimazione avresti potuto credere di essere perfino a Lecce. L´architettura parigina ti provocava una forte sensazione di impero romano d´occidente. C´erano i russi che assaltavano il negozio di profumi di un brand particolare che fuori dalla Francia non si trova, e tu che ti sei spruzzato addosso quello sbagliato la notte ti sei poi dovuto alzare dal letto per sciacquare via l´odore. C´erano un cameriere – a proposito di russi – che servendoti il pranzo al Quartiere Latino ti ha chiesto se eri russo o polacco, invalidando in un microsecondo l´effetto suggestivo (credevo io) della mia nuova coppolina francese. C´erano turisti del Colorado che dicevano Sí Sí, sei est europeo, si vede benissimo. No guardi io sono terrone, ho risposto, altro che est europeo. C´era poi la Meisje che si vantava di non essere scambiata per turista nelle stradine della cittá. C´erano quelli del Colorado che peró dicevano tu sei est europeo mentre lei si vede che é italiana. Evidentemente da seduta sembri piú italiana, le ho detto io. C´erano due personaggi – ovvero noi due – che andavamo a fare una visita turistica al quartiere multietnico di Belleville, motivati da ragioni letterarie (che come al solito se le conosci ok, se non le conosci, inutile spiegare).

C´era il sole.

C´era la Meisje che comprava le calze in un negozietto gestito da una signora mesopotamica con la suocera coperta dal velo. C´era il mercato dei pappagalli. C´era la Senna enorme. C´erano le comitive di studenti in gita, e fra loro gli italiani che insomma é definitivo, sono i peggiori di tutti. C´era una crepes al caramello e gelato che dovevamo prenderne due invece di una. C´era poi alla fine l´incontrovertibile consapevolezza che era stato molto meglio andarci, a fare sta cosa, piuttosto che No.

tre cose veloci

Una macchina va a cadere nello stagno qui davanti a casa, dove per "qui davanti a casa" non intendo "nei pressi" o "da queste parti", ma proprio qui, fuori dalla finestra. La macchina ha fatto pluf nel fiume, e io mi chiedo quanto ancora mi serve per abituarmi a questi corsi d’acqua dappertutto, e a queste papere che in coppie la mattina attraversano la strada sculettando, a questi gabbiani ad altezza di balcone.    

Cossiga, scrivendo un libro intitolato "Gli italiani sono sempre gli altri" ha detto in una riga praticamente tutto, al punto che non ci sarebbe bisogno di aprire il libro e non ci sarebbe proprio bisogno di aggiungere altro. Facendo finta di non conoscere questo rigo rivelatore, è molto interessante il risultato di sto sondaggio secondo il quale solo il 4% degli italiani ammette di aver usufruito di una raccomandazione.   

Domani mattina si va a Parigi con la Meisje, a fare finta di essere alta società che si nutre di baguette per qualche giorno. Aprite le finestre di tanto in tanto per cambiare l’aria, mentre sono via sennò poi torno e mi assale il tanfo.

tanto per cambiare

Tanto per cambiare cerco casa. E siamo a cinque, con questa. Da settimane rispondo alle inserzioni su internet – qui non esistono volantini incollati al muro come nelle cittá universitarie italiane – ma nessuno mi risponde. Nessuno. Il mio messaggio non va bene? Sono troppo educato e formale? Ma che ne so. Decido di cambiare il messaggio, lo riformulo da assonnato e sprofondato nella poltrona mentre penso ad altro e ho una doccia in sospeso. Non rileggo quello che scrivo. Premo invio. Siccome siamo in un paese di folli, finalmente qualcuno mi risponde. Vado a rivedere cosa avevo scritto nel mio messaggio, e confermo: siamo in un paese di folli. 

Hello! my name is Raffaele. I am a graduate in Veterinary Medicine from Italy, studying and working in Utrecht. 
I am tolerant and clean, I had many experiences of living with other students and workers, in different countries and with different type of people.
I don’t make problems, I can cook dinners, I can tell stories, I can sing songs, I can stay silent, I can disappear when required, and if you call me for the room, I could also convince you that I am able to fly. Sure!
My interests are music and literature. But if you don’t like, I can also change them.
For further info, photos or anything else, just mail me! 
I really hope to hear from you soon.
Thank you.

vivere in una casa con altre otto persone

Vivere in una casa con altre otto persone significa che finisce il detersivo dei piatti e non sai bene con chi te la devi prendere. E significa anche scoprire che il sapone per le mani funziona bene uguale, se ci metti l’impegno giusto.

Bisogna sapersi adattare, come fa l’avventuriero nella tivú via cavo che cattura a mani nude il coccodrillo e lo squarta con il coltello per poi mangiarlo davanti alla telecamera, mentre la Meisje in poltrona si copre gli occhi per lo schifo. E poi significa pure scoprire gli stampini per fare i cubetti di ghiaccio a forma di cazzo conservati con cura nel mobile dei piatti.

La pioggia mi sbatte sulla faccia mentre la Meisje siede sul portapacchi e sussulta sottolineando le irregolaritá dell´asfalto. Attorno è buio e lei dice che non tornerebbe mai a casa da sola, con un buio cosí. Poi parlando di cinema, invece di dire Mereghetti dice MereNghetti (ma come sbagliato! è tutta la vita che dico cosí!) ed io piú tardi, poco prima di dormire le chiederó se non è per colpa del parco africano del Serengeti, che si è confusa in questo modo. Lei dice ma figurati, quante volte si puó aver ascoltato la parola Serengeti, in una vita? Due volte? Quattro? Le dico per quanto mi riguarda, io ci sono cresciuto, con le zebre del Serengeti, anni e anni prima di sapere del Mereghetti. Lavorare sui propri spigoli per smussarli è un lavoro lungo, ma poi lo spigolo smussato su cui puoi fare appoggiare un´altra persona senza farle del male sarebbe una conquista, non credi? Io credo di Sí, pure se non te lo dico, e pure se non me lo ripeto abbastanza spesso.  

il problema

Il problema é che sto diventando scemo davanti ai computer, troppe ore al giorno, al lavoro e poi all’universitá, e poi quando torno a casa, e poi per studiare fino a tarda sera, per correggere le enormi cazzate scritte da persone che vai a capire perché riescano a frequentare l’universitá, e poi per telefonare, e poi per… allora cosa succede, succede che quando ho qualche minuto in cui posso evitarlo, di stare al computer, allora posso sedere sul letto guardando la finestra enorme della mia camera, quel minuto libero é bello, ed é bello perché lí fuori, mentre io sono immobile mani sulle ginocchia, non succede niente. Un monitor dove non succede nulla, dove le cose appaiono lontane, dove al massimo ci sono le nuvole, e un foglia… forse, la foglia, perché non é sicuro, piú spesso non c’é nemmeno la foglia,  anzi non c’é proprio nulla, non riesci nemmeno ad indovinare se tira un filo di vento oppure No.

se il mio nuovo dottore

Se il mio nuovo dottore qui nel Paese Basso si lascia andare sulla poltrona, mi guarda in faccia e mi chiede: Italiano? E cosa fai qui: studi? Ecco, se mi chiede se sono qui a studiare, nonostante questa faccia deformata dal sonno mancante, allora vuol dire che non sono messo troppo male.

E la notte nel letto, ancora mi succede, e per fortuna mi succede, di dirmi Non Dormire! per continuare a leggere – giá assaporando la stanchezza improponibile del mattino seguente. Quando suona la sveglia mi ripeto che è improponibile, improponibile. La solitudine dei numeri primi ha un titolo insuperabile, e qualunque cosa ci fosse stata scritta in quel libro, il titolo sarebbe stato comunque piú bello. Sono due cose che mi restano da questo libro: la consapevolezza che le cose possono scriversi semplici – e andare bene lo stesso – e una considerazione su De Carlo che però sarebbe lunga da spiegare.

Il mio dottore pare una brava persona, ma si lecca il pollice in continuazione per sfogliare i moduli del sistema sanitario barbaro.

I ragazzi del camion della spazzatura sorridono mentre lanciano i sacchi di plastica nel camion. Vanno avanti, e quando li supero in auto, quelli ridono ancora.

Le avrei volute avere io, quando ero a Bologna, le biblioteche che chiudono alle tre di mattina.

É caduto un aereo a due passi da qui, in territorio Basso. Il cielo come si vede nelle foto é un cielo barbaro e assomiglia a certe pianure lombarde di inverno, per quanto le conosco poco e male, le pianure lombarde d’inverno.

La nuova abitudine di Febbraio 2009 é andare in mensa avendoci, nella tasca dei pantaloni, qualcosa stampato appositamente per essere letto durante il pranzo. Oggi era il turno di Chinaski e Galli Della Loggia.