ma quindi perché di certe persone

Ma quindi perché di certe persone ne vuoi godere e basta, mentre di altre vorresti prendertene cura? E sai che ti farebbe bene farlo? E sai che ne saresti contento? Perché alcune persone le vuoi consumare mentre ad altre vorresti dire siediti qui che ci penso io, e vorresti farlo proprio nei giorni che ci sarebbe bisogno, di qualcuno che ti dice siediti qua che ci penso io?

E perché ti imbarazzi mentre ti racconto ste cose? Sì che sto parlando di te. Va bene la smetto. Epperò tu non considerare questa stradina con le lucine al posto giusto, deserta al punto giusto che pare un set cinematografico. Ignorala. E’ solo un caso – estremamente fortunato ma soltanto un caso – quindi a questa bellezza per favore non ti ci abituare. Promesso? Non ti ci abituare. Non credo di poter garantire tanta bellezza e perfezione abbastanza spesso come vorrei. Non ti ci abituare.

Ma quindi mi chiedevo: perché alcune persone Sì ed altre invece No? Quali sono le caratteristiche che innescano questa voglia? Va bene non rispondere, però la domanda me la devo fare ugualmente, almeno per rendermi conto che mi sto ponendo il problema. Perché comunque da qualche parte nella mia testa ero convinto di non pormi più di questi problemi. L’unico rischio che sento veramente/ è quello di non riuscire più a sentire niente.

Ma pure questo tramonto che arriva al momento giusto al porto mentre il mare sbuffa nervoso, e questi ristoranti vuoti e perfetti come se uno spaccone avesse prenotato tutti i posti per fare lo splendido, non ti ci abituare. Cosa c’è di più snob di un jazz bar? Andare in un jazz bar ma non seguire il concerto, e invece sedere nella stanza appena di fianco a parlare di altro. E cosa c’è di hollywoodiano in un jazzbar in un centro storico salentino? Sedere nella stanza di fianco e ascoltare il sassofonista chiedere se può lasciare un momento lo strumento lì al tavolo mentre beve una cosa al bancone. Sarà bello ma non ti ci abituare.

02012014

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m’ha preso sta mania

M’ha  preso sta mania della casa nuova, pur non avendo davvero bisogno della casa nuova.

E cercando case nuove – e non avendo fretta,  e permettendomi di essere addirittura choosy – scopro cose di me stesso, delle mie pretese estetiche, che ignoravo. Mi accorgo che pretendo porte e infissi bianchi. Mi accorgo che sopporterei solo determinati colori di parquet, e che non sopporterei di non camminare sul legno, nonostante le mie origini mediterroniche dove la fredda mattonella di ceramica regna incontrastata da sempre.

E poi – seppure tutte queste cose fossero rispettate -se anche  la bellezza interiore fosse accettabile, deve essere accettabile pure la bellezza esteriore (oddio: e’ una metafora?) e quindi, se uscendo di casa non dovessi vedere neanche un albero, quella non potrebbe essere la mia casa.

Averci un blog significa pure tenere il polso delle proprie evoluzioni – cose non possibili per i twittaroli e facebookkini. Per esempio scrivendo queste righe mi viene in mente questo pezzo del 2006.

qui sotto: una opzione depennata perché in una strada che mi metteva tristezza.

ad un certo punto avevo un asciugamano

Ad un certo punto avevo un asciugamano che mi calava sulla testa, come un turbante. Nella vasca da bagno l’acqua faceva rumore a causa dei getti laterali troppo potenti, regolabili con dei pulsantini difficilmente decifrabili. Una piccola placca di ottone riportava le istruzioni: “non usare troppo bagnoschiuma mentre sono in azione i getti di acqua, perché l’intero bagno potrebbe riempirsi di bolle“.  Mentre io ero disteso tra i getti e le bolle, D. era invece in piedi nella vasca, i capelli bagnati anche se non avrebbe dovuto, anche se a Londra l’altro ieri faceva un cazzo di freddo –  ero di nuovo da quelle parti – e lei il giorno dopo avrebbe dovuto difendere una madre di cinque figli in tribunale per una storia di violenze domestiche che non avevo compreso nei dettagli. In piedi, con l’acqua agli stinchi, si è portata alla bocca un pezzo di cioccolata ripiena di peanut butter. Dopo aver finito di masticare mi ha guardato e mi ha detto, seria:

Comunque la Smirnoff è da quindicenni

Allora ho posato la bottiglia sul pavimento, ma la bottiglia è caduta lateralmente. Ho ripensato a come avevo trascorso la mattina e il pomeriggio, a come (solo due piani più in giù nello stesso hotel) mi ero sistemato dritto sulla sedia per esprimere concetti brillanti rivolto ad un professore in cravatta rossa che aveva scovato il segreto dell’eterna giovinezza, e cioè la passione infinita per studi intricatissimi. E poi ho messo insieme l’immagine dell’asciugamano sulla testa, della cioccolata, del tatuaggio a forma di stella di D., la facciata del Victoria and Albert Museum appena fuori dalla porta, insomma tutto, e come alle volte mi succede avrei voluto averci una registrazione, di questo tutto.

“Bella battuta” le ho risposto  “no davvero, se un film cominciasse con una scena del genere, vorrei sapere come va a finire”
“Devi trovare un regista disposto ad ascoltarti”

Mi piace chiedermi se certe cose possano avere un significato e poi trovare la risposta subito dopo, nel modo più inaspettato possibile. Non avevo neanche cominciato a rimuginare nella testa l’appriopriatezza delle mie azioni, che avevo una testa piangente sulla pancia. Forse lo stereo mandava Edith Piaf, e nel frattempo mi venivano raccontate storie di malattie incurabili di parenti prossimi, e della tristezza e frustrazione che ne deriva. Ecco la risposta – mi dicevo – ecco che trovavo una connessione fra leggerezza e sofferenza potenziale. Niente di particolare, del resto è sempre la solita filosofia da quattro soldi: vivere il momento sapendo che tutto potrebbe finire da un giorno all’altro. E viverlo con stile – verrebbe pure da aggiungere. Niente di particolare, la cosa che mi divertiva era soltanto la velocità con cui trovavo risposta ad un interrogativo di pochi minuti prima.

Non mi piacciono le camere d’albergo dove non puoi aprire la finestra. Oltre al problema di non poter cambiare aria, hai il sospetto che vogliano evitare che qualcuno si lanci di sotto. Mi piacciono le omelette british con i funghi. Mi piace addormentarmi in treno per venti minuti dopo anni che non succedeva.

consideravo che alla fine il dolore

Consideravo che alla fine il dolore che uno riceve in dono – volontariamente oppure No – poi finisce per restituirlo ad altri.

Ma non secondo il principio dei vasi comunicanti: tanto mi hai causato, tanto causero’. O almeno non per me: mi vedo piuttosto come uno di quei cristalli dalla superficie irregolare, che attraversati da un raggio di luce, la scompongono in tanti colori ed in tante direzioni diverse. 

In effetti ci sta bene proprio come immagine, perche’ restituisco qualcosa di gioioso e colorato (ai miei occhi) che pero’ e’ comunque dolore, in un certo senso, e’ comunque mancanza, in un certo senso. E mi diverto pure.

Bah.

ho ancora

Ho ancora un'abbronzatura indecente sulla faccia, che morirà lenta sotto ste nuvole brussellesi. Sento la melanina delle guance che si chiede Ma Cosa Cazzo e' Successo?

 

Mi innamoro dei sassi, l'ho già detto, questa è una cosa molto pericolosa. Certe volte immagino di indossare un morso metallico come quello che si mette in bocca ai cavalli – che tira sotto la lingua e li fa frenare – ma è una metafora che se non hai mai messo le mani dentro la bocca di un cavallo, allora non si capisce.

 

Le canzoni degli Strokes al solito cominciano bene, pulite pulite, poi finiscono in caciara. Vorrei un disco delle canzoni degli Strokes troncate al primo minuto.

 

La mia guerra contro l'infighettimento coatto a cui sono sottoposto ora che faccio parte della metà quasi benestante del mondo – mentre tutto il resto sprofonda? – segna due nuove pesanti sconfitte: avrò un insegnante personale di franscese (io volevo una classe, porcamiseria, una classe, e gomito a gomito a prendere appunti con gli altri come a scuola) e un telefono di quelli che si tocca lo schermo e che però non ho mai chiesto. Era sulla scrivania stamattina. Se lo do indietro poi sembro che faccio la parte di quello che da indietro i telefoni che si tocca lo schermo. Ecco perché torno a casa dal lavoro e mi travesto da pazzo per andare al supermercato.

 

Colleghi perché mi chiedete delle vacanze? È come quando dici Come Va? È come chiedere Plans for The Weekend? È domanda tanto per domandare che io proprio non sorreggo. La mia risposta è sempre: lo vuoi sapere davvero? La gente si sorprende, la gente. Lo vuoi sapere davvero? Non te lo dico. Anzi te lo dico: vieni a vedere le cartoline che mi sono appiccicato al mio tavolo e crepa di invidia. No No aspetta non andare via che ti racconto TUTTI i particolari. Ti racconto il tramonto, di sto cuore che necessita morsi da cavallo e delle olive e del caldo. Crepa. Plans For The Weekend? Che cazzo ne so. Sai qual'è il problema di ste domande? Che sembra che la gente viva in galera, a pensare alle Vacanze e ai Weekends. Lo dice pure la compagnia telefonica, Life is Now, porcamiseria. Plans for the Next Five Minutes? Sorridere di nuovo alla signora che pulisce i cessi. L'ho fatto una volta, ne è stata riconoscente, mi cerca sempre con lo sguardo, anche perché io sono uno di quelli che quando lavano il pavimento poi cammina sui talloni ché si sente troppo in colpa. Scrivo sempre le stesse cose. Non sembra ma sto quasi bene. Scrivo sempre le stesse cose, ma tanto voi mica siete sempre gli stessi no? Corsi e Ricorsi storici. Chi lo diceva? GianQualcosa Vico. Si vede che ho fatto il liceo.  

bisogna tener presente

Bisogna tener presente che ho ancora le chiavi della mia casa di Bologna. Bisogna tener presente che sul campanello c'è ancora il mio nome. E poi bisogna tener presente che Bologna con il sole di aprile è bellissima.

 

Ma bisogna pure tener presente che io sono io – e che ho un modo mio di portarmi addosso per sempre le cose e le persone a cui voglio bene, il mio modo che ho di non cancellare mai ma accumulare e accumulare e rimuginare. Con il risultato che per certe cose e luoghi e persone è come “se appena ieri” le avessi lasciate, e sempre sarà così.

 

Per tutto e per tutti.

 

Però anche io cambio. Per esempio adesso parlo con tutti. Vorrei mangiarmi la vita e il punto di vista delle persone; anche solo il tono di voce.

 

Sull'aereo per esempio, con questa barbara che però sembra spagnola, e che condivide con me la sensazione di tristezza verso i lavoratori di treni ed aerei, e poi si finisce a pranzare sotto la torre di Pisa illuminata dal sole che non te lo aspetti, prima di schizzare via in direzioni opposte. Con le persone nei negozi. Con le amiche in preda alle pene d'amore – tu lo sai che parlare non serve a nulla ma ci parli lo stesso e lo fai sinceramente.

 

Con quattro vecchine sull'autobus, tu hai chiesto indicazioni ad una sola ma sono in quattro che ti parlano tutte contemporaneamente. Incontri per caso Ari dove non pensavi di trovarla. Incontri persone di cui non ti ricordi il nome che spingono il passeggino con dentro un bambino vero.

 

Ti metti a galleggiare nella notte bolognese in compagnia di Billigiò: dopo una serie di birre e di Negroni davanti ad un concertino di blues acustico, lui va al bagno e al ritorno ti trova che siedi con un africano coi dread e un metallaro. Poi loro vanno via e c'è questa foggiana che si propone e noi le diciamo Indovina Chi Siamo e Cosa Facciamo: e lei ci assegna 3 e 5 anni di meno di quelli che abbiamo. Io le dico che ha sbagliato tutto e poi mi invento che Billigiò è un chirurgo plastico specializzato in mastoplastiche addittive ed io invece sono il ghost writer di Pierluigi Bersani.

 

Ma vabbé.

 

La mia FU camera è in condizioni penose per colpa di chi ci ha vissuto dopo di me eppure non provo tristezza per questo. Parlo con la segretaria della mia FU facoltà universitaria. Mi racconta delle disperazioni dei laureati che vengono – come sono venuto io quella mattina – dopo alcuni anni a ritirare la pergamena di Laurea. Io invece le dico Ho Un Lavoro, anzi (ma non glielo dico) m'hanno appena chiamato al telefono per propormene un altro. Il fatto è che mi sono venduto al Diavolo, le spiego, qua invece il problema è che la gente vive solo di sogni, e poi pretende un mondo che aderisca ai loro sogni. E' tutto un mondo di giovinotti che si consumano nella frizione fra i loro sogni ed il mondo che non vuole proprio conformarsi, ai loro sogni. E comunque, non vi iscrivete a Medicina Veterinaria. Se conoscete qualcuno che lo fa, colpo in testa e rapimento fino a quando non cambia idea.

 

Parlo pure con la signora che attende il bus insieme a me, è una donna umarell della provincia verso Imola e mi racconta che suo figlio invece niente Laurea. La mia pergamena vola via con il vento e lei per poco non ci muore dalla pena. La riprendo subito. C'è un sole e un caldo tremendo.

a roma

A Roma le ragazze rom sfoggiano la mammella e allattano il bambino in metropolitana. Tengono il bambino con una mano mentre con l'altra premono il pulsante della biglietteria automatica al posto tuo. Quindi ti chiedono un contributo per il lavoro (svolto benissimo, peraltro) di spingitrici di pulsanti di biglietterie automatiche. Io però fossi in loro mi sputerei sul dito per rendere più conveniente il servizio (cioé se non vuoi lordarti della mia saliva dammi venti centesimi). Ma comunque.

 

A Roma mangio pizze. Tre in un giorno. E pilucco gelati camminando verso piazza Navona e penso che sta città è una fantastica segregazione fra privilegiati e formiche, ed io conosco solo formiche mentre potrei solo immaginare chi sono gli eletti. Però c'è il vantaggio che con la mia coppetta di stracciatella passeggiare vicino all'enormità di piazza Venezia diventiamo di colpo uguali io le formiche e i privilegiati. Con la differenza che io poi dopo prendo la metropolitana. Una livella della bellezza, praticamente.

 

Non ascoltavo un clacson da mesi. Poi sono venuto a Roma. E poi pensavo che un turista per spiegargli Roma, e quindi l'Italia, e quindi noi tutti che ci siamo nati in Italia, devi portarlo a vedere i semafori pedonali di certe zone periferiche con l'arancione che dura un'enormità. Questo arancione lunghissimo che non vuol dire né No, né Sì: è un limbo, vuol dire Fai un Po' Come Ti Pare, epperò stacci attento.

 

Il paesello all'arrivo è ventoso e lugubre, foglie volano via vorticose. Chiamo una persona al telefono che tossisce, stava dormendo; ne incontro un'altra per strada che si è appena svegliata. Sono le quattro del pomeriggio.

 

E pensavo, finirà con l'indifferenza, altro che razionalità e anti consumismo. C'è stata una lunghissima fase di viva il Natale coi suoi strascichi tossici fino ad oggi, e un ondata di reazionaria di Affanculo il Natale. Ne arriverà una terza, che per quanto mi riguarda comincia oggi – diciamo così, vediamo se funziona – nella quale chi se ne frega di tutto.