da circa due giorni

Da circa due giorni me ne vado in giro per la nazione con uno scolapasta verde fosforescente sul sedile del passeggero. Ancora non posseggo una pentola adatta per cuocere la pasta, dunque per adesso non me ne faccio nulla – dello scolapasta, intendo.    

Succedono cose strane, succedono cose che negli ultimi tempi ho voluto tenere nascoste su queste pagine. Cose che cambiano l’ordine degli addendi e forse anche addirittura il risultato.             

Per esempio che da lunedì comincerò a lavorare part time, mentre per il resto del tempo sarò uno studente di Master di una Università del Paese Basso. Di una prestigiosa Università del Paese Basso. Lo faccio perchè mi piace complicarmi la vita, perchè mi piace studiare, perchè sta benedetta nazione mi offre possibilità che mai avrei immaginato. Lo faccio perchè mi piace complicarmi la vita. E perchè «non mi basta». Da circa trenta ore mi pare tutto più bello e più facile, ma negli ultimi mesi la possibilità di questo cambiamento mi ha dilaniato. Farlo o non farlo? Lo faccio? Non lo faccio. Anzi, lo faccio. Mai stato bravo a prendere decisioni. Alla fine sono sempre le decisioni che prendono me.       

Quando esce fuori il sole in Paese Basso, è come una benedizione sulle teste della gente.         

L’altra mattina alla presentazione del corso, una ragazza minuscola siedeva accanto a me, il velo da islamica attorno alla testa, gli occhi orientali e la pelle caffellatte. Ecco, ho pensato, dimmi te se questo non è un ambiente internazionale, se non ho la più pallida idea da dove tu possa venire. Da dove vieni? Com’è che capisci l’inglese? Come ti chiami? Non le ho chiesto nulla, ma sono rimasto a guardare il suo accompagnatore (anche lui minuscolo, occhio orientale e pelle caffellate).            

Sto leggendo questo. Ultimamente scelgo gli autori in base alla loro biografia. Questo scrittore per esempio non era nemmeno una scrittore – perchè non aveva pubblicato nulla – il giorno che decise di suicidarsi a trentadue anni. Sua madre trovò il manoscritto (il manoscritto!) e riuscì a farlo pubblicare postumo. Vinse un Pulitzer.         

Non c’entra quasi nulla, ma a proposito di biografie, non sapevo che Bud Spencer è stato primatista italiano dei 100m stile libero.

ci ho pensato tante volte

Ci ho pensato tante volte e ci ho pensato anche ieri pomeriggio, mentre sgambettavo in pantaloncini corti nel boschetto che lambisce la mia nuova casa. Ci ho pensato mentre correvo lungo questo sentiero fangoso sotto una cupola di foglie fitte e verdissime, fiancheggiando la linea della ferrovia e spaventando i pesciolini nei canali. Ho pensato: mi prendesse un colpo in questo momento e cadessi per terra, chi lo saprebbe? Cadessi nel canale e affogassi in questo momento, chi saprebbe dove venirmi a cercare? Qualcuno sa che sono in Paese Basso, e qualcuno sa in quale paesino mi trovo, ma nessuno conosce l’indirizzo esatto, o come arrivarci. Nessuno. Passerebbero giorni, come i pensionati che si decompongono ad agosto negli appartamenti delle cittá e poi li scoprono dopo tre mesi. Che poi i pensionati, almeno, sono registrati al Comune. Io nemmeno quello. Il mio padrone di casa, il biondo facinoroso, non mi ha nemmeno chiesto i documenti. Ho detto come mi chiamo ma potrei benissimo chiamarmi Matthew, o Ludmillo, o SegreteriaTelefonica. In teoria non esisto. Lascio impronte di scarpe sul sentiero fangoso, ma sono piedi che in teoria non esistono.

Ancora ricordo la prima volta che mi successe di pensare sta cosa – e la ripeto sempre, e sono un po’ ripetitivo – quando sei-sette anni fa stavo trascinando la mia valigia con le rotelle scassate sotto ad un ponte, nella periferia di Londra. Nemmeno io sapevo dove mi trovavo esattamente. C’erano i cartelli del Comune che dicevano: non avere paura delle pistole nel tuo quartiere! Avevo appena lasciato una casa e cercavo l’indirizzo di quella che sarebbe stata la mia nuova dimora per i prossimi dieci giorni. Ricordo che c’era una pozzanghera ovale sull’asfalto. Avevo una camicia verde infeltrita e scarpe scomode. Poi in seguito fui contento di raccontare del ponte, della valigia scassata e della pozzanghera. Anche adesso, potrei parlare di altro, e invece vai a capire perchè, parlo di questo.

avendo ritrovato una connessione internet

Ho trascorso un paio di giorni in uffici postali e demografici del mio paesello, facendo la fila fra i pensionati panciuti e sudati e abbronzati e solcati in faccia che si trovano solo da queste parti. Il pensionato da queste parti è quasi sempre panciuto. Moltissima gente da queste parti è panciuta. La percentuale di obesi qui è davvero elevata, essendo il cibo praticamente l’unico piacere che si può alternare alle fatiche del lavoro. I pensionati in fila all’ufficio postale si sfanculano in allegria, grugnendo minacce sterili e solenni. Sti pensionati in cannottiera e ciabatte sono tutti incazzati, e si fanno accompagnare da nipoti di dieci anni a ritirare la pensione, mentre il nipote – così giovane già con la faccia incazzata – gioca tutto il tempo con i pollici sul telefono cellulare.  

Io continuo a pensare che non si può trascorrere una vacanza in un posto che conosci così bene. Passo il tempo a salutare personaggi che per me sono assolutamente sconosciuti, non so niente di loro, della loro vita e dei loro luoghi: so solo che li devo salutare ogni estate ed ogni natale. Cosa fate, come vi chiamate?      

Io e il Cuggino Rasta siamo seduti al tavolino di una trattoria sul mare, bruciati dal sole aspettiamo le nostre linguine alle cozze, quando dietro di noi una famiglia al completo decide di posizionare il loro bambino più piccolo – avrà avuto dieci mesi – sul tavolo,  a un metro da noi, giusto di fianco al pane, e poi di aprire il pannolino pregno di cacca lì davanti a tutti, e poi di spruzzarlo di borotalco, che l’odore del borotalco misto a cacca di bambino dovete sapere è proprio quello che ci vuole prima di un piatto di linguine alle cozze.     

I pensionati sono incazzati, ma più in generale sono tutti incazzati, c’è questo sole assassino che ti costringe ad aggrottare la fronte e a creare una espressione di perplessità e arrabbiatura che poi col tempo ti rimane stampata in faccia. Osservo le persone che fanno la fila con me negli uffici postali e penso che se li incontrassi in Paese Basso, anche senza ascoltare l’accento capirei immediatamente che vengono dal mio paesello, o almeno da un posto qui vicino. E certe volte quando trovo la mia immagine riflessa in un vetro noto la stessa espressione anche sulla mia faccia. Il Salento è così, è aspro, poi possono dire quello che vogliono per ragioni turistiche, ma aspro è il clima e aspra è la gente, ed è anche per questo che poi ci adattiamo a vivere ovunque.         

Il Cuggino Rasta è al meglio di sè in questi giorni, il solito distributore seriale di saliva. Tutte le ragazze sono innamorate di lui e lui si concede poco e poi subito sparisce, alla ricerca spasmodica di una nuova esperienza, che di solito arriva verso le cinque della mattina, quando ha finito le parole e le Heineken, e allora non sapendo cosa fare per continuare la serata si getta sulla prima che passa, che puntualmente si dimostra disponibile nei suoi confronti.           

Il Cuggino Rasta sta scrutando il mare seduto sulla spiaggia, ci sono onde increspate e un cielo pulito. Il Cuggino si porta una mano sugli occhi per farsi ombra. Scruta l’orizzonte, poi indica con il mento un punto in mezzo al mare e dice:        

« La vedi quella con il costume bianco? »           
« Sì » dico io.            
« Quella lì, anni fa, devi sapere che… »            

Eccetera eccetera.

E poi gli spiego che la cosa si fa preoccupante, se di vittime ce ne sono così tante in giro che comincia a vederle dappertutto, anche fra le onde del mare. Lui scuote la testa e poi ride, anche se poi la sera stessa cadrà nuovamente nel paradigma di cui sopra: cinque della mattina, Heineken, un modo per continuare la serata.                  

Una mia vecchia amica mi dice che ha mandato un sms al suo ragazzo “per farlo incazzare” ma dopo aver visto che lui non si è incazzato, ci è rimasta male. Questa cosa è molto molto italiana. Molto femmina e molto italiana.             

Nel frattempo io mi proclamo vecchio, la gente ride ma io mica scherzo. Torno a casa alle due di notte e mi dicono vecchio, poi vengo a sapere che hanno fatto le sei e se la differenza di queste quattro ore è davvero tanta, allora vuol dire che sono proprio vecchio. Però ancora non ho capito se per gli altri essere in vacanza significa anche stare soli. Per me è fondamentale stare da solo. Certe volte me lo chiedo, siete in giro a parlare e parlare per tutto il giorno e per tutta la notte, non siete mai da soli. Come fate? E il silenzio? E un libro? Come fate senza un libro? Come fate senza il silenzio? Sono proprio vecchio, sono.

le mucche nei campi quando piove

Le mucche nei campi quando piove si mettono a brucare l’erba tutte nella stessa direzione. Le ho viste nei campi due sere fa mentre calava il sole e la pioggia forte offuscava il bordo della strada. Forse lo fanno per non dare il fianco alla direzione della pioggia? Probabile. Non lo so.

Qui piove forte solo d’estate, per il resto sputacchia timidamente. Guardavo le mucche e pensavo: fosse vera questa cosa delle mucche laterali nei giorni di pioggia, se fosse vera ed io fossi nato qui, allora questa cosa la conoscerei sin da bambino. Mi sarebbe stata spiegata dal papá durante un viaggio in auto, oppure ci sarei arrivato da solo inginocchiato fra l’erba, calpestando le girelle di merda bovina. Siccome sono arrivato sette mesi fa, se questa cosa è vera, la sto scoprendo solo adesso. Che poi sarebbe come dire che sto imparando di nuovo, in zone nuove del cervello che altrimenti sarebbero rimaste vuote. E poi sto imparando – va bene, non proprio come un bambino – ma quasi.

Non solo le mucche, ma anche con tante altre cose che non sto a spiegare. La mucca è l’esempio che m’ è venuto fuori stamattina. Perciò non importa se le mucche si dispongono laterali sotto la pioggia forte oppure No. Quello che importa è che se ti chiedono a cosa serve mai viaggiare, a cosa può servire davvero questa cosa di essere cresciuto in un posto che poi all’improvviso decidi di andare a vivere in un altro, e poi cambiare ancora, allora l’idea della mucca laterale può servire, in quanto riassunto stiminzito di un discorso troppo lungo e complesso, che se dovessi mettermi a farlo dall’inizio, servirebbe troppo tempo. Dovessi mai avere qualche tipo di dubbio, devo ricordarmi della Mucca Laterale. E se dovessi dimenticarmi e in un momento di sconforto non trovare il motivo, lasciatemelo scritto qui sotto “mucca laterale” e io me ne ricorderò. Promesso.

mi fa male un po' tutto

Mi fa male un po’ tutto, e la novità degli ultimi due giorni è che mi fa male pure una gamba. Una soltanto, senza bisogno che io la muova. Mi sveglio presto la mattina per andare dal dottore o per farmi tirare un quattro cinque bottigliette di sangue. L’infermiera è una ragazza giovane che ha deciso di diventare vecchia molto presto. Si è costruita un culo enorme e culo ha fasciato con una gonna grigia di tela, e una zazzera di capelli tenuti come ne “La casa nella Prateria”. Chiudo gli occhi e mi chiedo se abbia già capelli bianchi e mi rispondo di Sì, poi apro gli occhi e invece è No. L’infermiera non parla inglese ma io mi lancio con le mie quattro parole di olandese, e le condisco con rotazioni del braccio a mulinello. Poi mi succhia via il sangue e sono costretto a tener fermo il batuffolo di cotone, per cui niente braccio a mulinello e di conseguenza calo drastico della comprensione reciproca.      

Due settimane fa ho visto un gabbiano spiaccicato al centro della strada. Come un gatto, però era un gabbiano.      

I castelli di sabbia artistici dicono che li fanno con la sabbia, ma non è niente vero. Ci mettono pure la colla. Mischiano colla e sabbia. Non è che in questo modo siamo bravi tutti, però insomma diciamo le cose come stanno veramente.      

Mi annoio a non sentirmi bene. Mi annoio. Quando non sto bene mi invento tutta una serie di cose che potrei fare se invece stessi bene, che poi tanto non farò comunque. Questa è la fase di progettazione della mia malattia. È più o meno così da dieci anni. Intendo la progettazione inconcludente.         

Dodici anni fa mi sono ammalato per tre mesi di fila. Che uno se ci pensa tre mesi sono tanti.
Questa però la racconto la prossima volta.

uscendo dal parcheggio

Uscendo dal parcheggio del lavoro ho incrociato un tizio in sedia a rotelle che con la testa piegata di lato guidava la sedia mediante un sensore infilato in bocca. Tipo con la lingua, credo, ma non mi sono fermato a chiedere spiegazioni. Qui intorno si vedono tante carrozzine spinte da infermieri che traportano vecchissimi a fare un giro sotto gli alberi. I vecchissimi, molto spesso, dormono per tutto il tragitto del viaggio. Stamattina ho ucciso un centinaio di moscerini che mi hanno assalito sulla scrivania. Minuscoli e fastidiosissimi, ho provato prima con le dita, poi ho trovato un sistema comodissimo con un pezzo di scotch usato come carta moschicida mobile. Da un paio di settimane –saranno tutte ste carrozzine, saranno particolari malori che mi affliggono da qualche tempo – penso che potrei morire all’improvviso. E se dovesse succedere, se non fosse che sono morto, non me ne meraviglierei affatto (questa è complessa). Però oggi c’è il sole e nonsotante i moscerini non mi sembra un giorno accettabile per morire. Ma la morte è comunque un punto di vista, tu puoi parlare di tutto ma se poi ci includi la possibilitá della morte hai un nuovo punto di vista. Per esempio ho detto alla Signorina, non aspirare i ragni che ti infestano la casa con l’aspirapolvere, piuttosto schiacciali con i piedi, che con l’aspirapolvere non è detto che muoiano subito e poi gli fai fare la fine dei fratellini di Gravina. Lei ride ma io mica dico per scherzare.

Per chi fosse interessata, una fugace apparizione del Cuggino Rasta pronto per la firma degli autografi.

questo, quello

Questo nella foto lo ha fatto la Signorina. Io ci ho messo solo il pavimento graffiato che fa da sfondo. Queste invece sono le oche che ho trovato domenica passeggiando fuori dalla sua casa, avvicinate col pane invecchiato fatto a pezzettini. Questi invece sono i miei piedi dopo una mezza giornata a montare mobili ikea fallati o sbagliati. Questa invece, a proposito di Ikea, è un’idea macabra che però mi trova molto d’accordo.   

nel treno fra firenze e perugia

Nel treno fra Firenze e Perugia un ragazzo con un paio di occhiali enormi con sopra scritto RICH e un ciuffo a fontanella sugli occhi, e un tatuaggio attorno al bicipite, questo ragazzo che mi stava di fronte era impegnato a parlare al telefono, e io gli stavo di fronte, e lui gridava nel telefono, e spiegava  che vabbè, sarebbe andato a cantare al compleanno del vicesindaco non tanto per i soldi, quanto piuttosto perchè aveva saputo che fra gli ospiti ci sarebbe stata la Rosi Bindi, e con la Rosi Bindi fra gli ospiti – giuro che l’ho sentito dire così, non sto esagerando – poi magari ci scappava la raccomandazione per un programma alla Rai, che uno ci prova sempre magari gli va bene.             

Dicevo, sei mesi e mezzo fuori dall’Italia, poi torni e ti trovi il lampadato che si aspetta il favore dalla Rosi Bindi. Che magari si potrbbe credere che esagero, che mi invento tutto, ma se trovo la conferma che la Rosi Bindi è stata ospite a qualche festa di vicesindaco fra Firenze e Pisa allora è fatta.            

La campagna umbra è Italia da cartolina, e con tutti sti agriturismi che escono come funghi assomiglia sempre di più ad una cartolina. La campagna umbra è bella, ci sono solo ampissimi tratti di territorio che non ci vive nessuno. Qualche casa sperduta, e poi basta. Che sarà anche bella ma poi alla fine non ci vive nessuno. Però è bella.              

Perugia è in salita oppure in discesa. Se giochi a palla, se sei un ragazzino che giochi a palla e poi perdi la palla, ti rotola giù fino alla spiagga tirrenica e addio palla. Dev’essere colpa di sti traumi infantili che poi da adulti se ne vannoa vivere in zone a pendenza minore.               

Sto divagando.           

No, l’Italia non mi è mancata. Va bene un po’ mi è mancata. Acquistati in Felitrinelli i seguenti autori: S.Agnello Hornby, P.Roth e Marek van der Jagt. Copriranno Luglio e Agosto, come minimo. Il primo e il terzo li consiglio a priori, basta leggere le loro biografie. Io  per adesso ancora non ho letto niente, ma promettono bene.           

A grande richiesta – e tu è inutile che protesti, che tanto non funziona – tornano le mirabolanti avventure del Cuggino Rasta, sempre alla ricerca dell’amore della sua vita, o qualcosa che vagamente gli somigli.              

Il Cuggino Rasta è seduto ad un tavolino del bar in zona universitaria a Perugia. Una ragazza lo guarda insistentemente. Il Cuggino se ne accorge, io me ne accorgo. Le ragazze che non lo conoscono sono attratte sempre da lui. È il latin lover degli amori approssimativi e interinali. Lui promette ogni volta austerità e vita da bravo ragazzo, e così anche oggi, ma già sappiamo che non sarà così. La ragazza si avvicina e il Cuggino comincia con le sue radiografie. La scruta.    

«Smettila» dico io. 
«Smettila cosa?»  
«Quello che stai facendo»  
«Ma è necessario.» dice lui.   
«E perchè mai? »   
«Devo valutare bene adesso che c’è luce, altrimenti poi stasera nella confusione, al buio… »  
«…»   
«Meglio farsi un’opinione attendibile adesso. Non si sa mai.»      

Il Cuggino Rasta è proprio quando si sforza di essere serio e ragionevole, che mi fa ridere fino alle lacrime, e poi ha pure il coraggio di chiederti il perchè.

solo due cose

Solo due cose da aggiungere sui cellulari ultramoderni, come per esempio l’iPhone ma non necessariamente soltanto l’iPhone.

Mi si dice che ognuno i suoi soldi li spende come vuole. Questo è vero. Il punto è che le persone non spendono i soldi “come vogliono”, ma solo come vuole la pubblicitá. Voglio dire, cosa puoi fare con un iPhone che ti manca su un telefono normale? Puoi sfogliare le fotografie con il touch pad invece dei tasti, per fare un esempio. Lo so che c’è altro, ma è per fare un esempio. Non è che stai a casa tua e prima di sapere dell’esistenza dell’iPhone cominci a pensare “Oh, madonna vorrei sfogliare le foto con le dita invece di premere i pulsantini! Oh madonna, ne ho assoluto bisogno! Come posso andare avanti con questi miseri pulsantini?!? ”     

No.

Funziona che vedi la pubblicitá, e mentre affermi che la pubblicitá su di te non fa nessun effetto, in quel momento ti accorgi che hai proprio bisogno di sfogliare le foto con il touch pad invece dei pulsantini. La pubblicitá ti ha creato il bisogno che fino a cinque minuti prima non avevi. La pubblicitá ti fa vedere tante bellissime cose e improvvisamente ti accorgi che ne hai bisogno. Lo dico tranquillamente, non sono un extraterrestre, succede anche a me se cammino per negozi, è un impulso che devo spesso impegnarmi di frenare.          

E allora sapete cosa? Il benessere piú o meno tocca tutti, in questa parte di mondo. E allora avendoci soldi in tasca – e qualche soldo ce lo abbiamo tutti – davanti a tutte ste proposte, davanti a tutto sto superfluo hai due scelte: comprare o non comprare. E se decidi di comprare, hai fatto la scelta piú facile. Comprare è troppo facile. Io ci casco, a volte, e me ne rendo conto. Molto piú difficile e fermarsi e dire: non ne ho bisogno, non lo compro. Tutto attorno è costruito appositamente per farti credere a bisogni che invece non hai, ma se tu lasci perdere e passi avanti, hai vinto. È una cosa da niente che non cambia quasi niente, ma l’hai vinta.          

Non bisogna mai perdere di vista il tamarrone con la cinta e il fibbione di D&G. Noi in fondo siamo lui, ma con qualche sovrastruttura di contorno. Noi siamo lui, ma non lo sappiamo.

update: le ridicole petizioni per avere le tariffe piu’ convenienti.

differenze cromosomiche

IO: “Almeno io sono sincero quando parlo con te!”
LEI: “In che senso?” 
IO: “Nel senso che rispondo sinceramente alle domande che mi fai. Quasi sempre.”
LEI: “Ed io no?”
IO:“No, non rispondi alle mie parole.”
LEI:“Ma come No?”
IO:“Tu in realtá rispondi alla parole che tu credi siano nascoste dietro le parole che ti sto dicendo. E quindi in pratica rispondi a qualcos’altro che non ti ho chiesto.”
LEI: “Ma è normale.”
IO:“Eccerto, adesso è pure normale.”
LEI “È quello che fanno tutte le persone sensibili.”

sabato e domenica

Con uno sbadiglio esagerato ho sentito la mia mandibola scricchiolare e sono rimasto per qualche secondo con la bocca aperta. Ho ancora male.  

I treni olandesi partono in orario e arrivano in orario, però nonostante questa precisione si fanno comunque prendere sbagliati, e io ieri l’ho preso sbagliato – per esempio – e mi stavo facendo trasportare in luoghi che non so e che non volevo sapere. Ho smadonnato in italiano soffiando sui vetri, il mio vicino di treno ha sicuramente imparato qualche parola truce nella mia lingua, durante i quaranta minuti che siamo stati seduti assieme. Ho aperto il computer e per far passare il tempo ho visto il finale di 8 e ½ che dicono essere uno dei più grandi film di Fellini. Io sono ancora perplesso, ma con la mia cinefilia ritardata preferisco non esprimere giudizi. 

Ho trascorso una domenica a farmi prendere a schiaffi dal vento, nella nuova città della Signorina. Lei ha trovato casa, finalmente, e ha trovato una bella casa, con tanto di giardinetto per nani fornito di rose già sbocciate e di i gabbiani che si posano sul tetto. E l’altalena appena fuori dalla porta. E un canale navigabile con le barchette parcheggiate appena dietro l’angolo. E i cigni che ti guardano in cignesco dal bordo dell’acqua. Che poi capiamoci, i cigni: non una papera, i cigni. Tantissimi cigni. Che io vorrei fermare il primo che passa e dire: dì la verità, tu che lo sai, questo è un Truman Show e i cigni li avete messi apposta perchè sapevate che stavamo per arrivare. Dì la verità. Dimmi dov’è la telecamera. Dimmi dove devo guardare. Giochiamo a pubblicizzare la nuova varietà di Coca Cola? Guardo in camera e sorrido, ma dimmi dove devo guardare. E poi quando vado via dove li mettete tutti sti cigni? Voglio dire, scappano via se non li chiudete, no? No? Dimmi la verità.

Poi mi ha pure permesso di entrare nel suo hotel a cento stelle con i salotti in pelliccia di orso bruno e Sara Ferguson alla reception. Ho rubato la colazione e ho guardato case da milioni di dollari appena fuori la finestra. C’avevano i pacchettini mono dose di cereali al cioccolato. E tutto lo yogurt del mondo affondato nel ghiaccio. E fuori, di nuovo i gabbiani. Gliel’ho pure detto, alla signorina: prova a non ridere, vediamo se ci riesci. Vediamo se – contenta come sei in questo momento – riesci a non ridere. Non ce l’ha fatta. E adesso vediamo se riesci a ridere di più. E non c’è riuscita. Ferma immobile sul massimo possibile del sorriso, impossibile da smuovere.  Io a colazione ho mangiato troppi donuts al cioccolato con il succo d’arancia.

cose

La televisione qui è sempre spenta. Quando l’accendo, sono contento di averci la Cnn coi presentatori di plastica che raccontano cose incomprensibili sui finanziamenti della campagna elettorale americana. Poi da queste parti si prende benissimo Raiuno, vai a capire come mai. Al telegiornale di Raiuno mandano servizi su Fiorello che pare abbia ormai raggiunto la santità, o qualcosa del genere. Capiamoci, il successo è il successo, ma se arrivi ad un livello tale di successo per cui ti dedicano un servizio al telegiornale sul niente (nel servizio c’era Fiorello che cantava con gli amici suoi) e se poi ci sono le parole incensanti di Vincenzo Mollica, allora quello è livello di successo che non si può sopportare, un livello quasi da Padre Pio.  


La pubblicità degli antidiarroici, invece, cambiano le marche ma è sempre la stessa. C’è sempre qualcuno salvato dalla diarrea che grazie a questo farmaco può riprendere la sua vita bellissima e interessantissima piena di sorrisi e cinema e incontri galanti. Io secondo me c’è gente che vorrebbe averci apposta la diarrea per poter dire avere una scusa alla mancanza di vite interessantissime piene di cinema e incontri galanti.


Ho dei fiori secchi sul tavolo. Da vivi erano bellissimi, sono belli anche da morti. Stavo pensando che alla mia età dovrei smetterla di mangiarmi le unghie. La signorina mi guarda le dita e dice che si capisce benissimo che sono anni che mi mangio le dita. In effetti sono anni che mi mangio le dita e poi finisce che mi faccio male da solo. Io tipo oggi mi prometto di smetterla, se non ci riesco queste righe serviranno da promemoria per farmi sentire in colpa.              

Ma io mi accontento di poco, comunque. Per esempio la mia nuova padella al teflon che non lascia incollare il cibo, mi sta dando grandi soddisfazioni. Perchè poi dicono Ah, sti giovani di oggi. Per quanto mi riguarda, mi accontento di poco.    

La signorina: «Stavo pensando che aguardarci da fuori siamo proprio a posto. »  
Io: « In che senso? »     
Signorina : « Nel senso che nessuno dei due pare aver vinto alla lotteria, con l’altro.»    
Io: «E cioè? »    
La signorina: « Nel senso che nessuno dei due è esageratamente più bello dell’altro. »      
Io: « Ah, ecco. »

è tutto da vedere

Se vogliamo fare una vita roack and roall, e se vogliamo cominciare oggi, allora basta metterci d’accordo, ho detto alla Signorina fresca emigrante come me, appena arrivata qui in Paese Basso. Adesso anche tu c’hai un lavoro da queste parti – le ho detto – e siamo diventati vicini di casa. Adesso c’hai un lavoro da queste parti, e davvero chi lo avrebbe mai detto. Tu lo avresti mai detto? Io non lo avrei mai detto. Nemmeno nella mia più selvaggia fantasia, avrei potuto immaginarlo. Ma adesso siamo qui, ed è tutto da vedere.  

Che poi cosa intendi per vita roack and roall, fammi capire bene?  

Intendo esattamente quello che stiamo facendo: lasciare tutto, tapparsi il naso e ricominciare da un’altra parte. Ho sentito dire che mantiene giovani. Tra l’altro noi siamo ancora giovani, e quindi insomma, meglio di così si muore.  

No, non morire, altrimenti mi offendo.    

Ma insomma dicevo, lasciare tutto e ricominciare: ti va? Perchè a me va. Ho una voglia di problemi da risolvere e nuovi lavandini che perdono acqua, che non ti dico. Davvero, non scherzo. Eppoi di padroni di casa con strani tic facciali, e nuove fermate di autobus, e pizze al taglio da mangiare per terra la sera del trasloco. Voglio dire, tutte queste cose, piuttosto che non provarle più, io preferisco avercele di nuovo. Questo vuol dire roack and roall. Vuol dire che non dovevamo per forza venire fino a qui, eppure ci siamo. E siccome ci siamo, allora balliamo. Roack and roall, appunto.         

Poi succede che nel centro città si cerchi un posto per farsi un panino, ma nel frattempo la squadra nazionale del Paese Basso sta strapazzando la Francia agli europei, e quindi non c’è nessuno disposto a fabbricarti un panino. L’alternativa sarebbe spostarci in Danimarca, ma è un attimo fuori mano, preferirei restare nei paraggi. Facciamo un pollo al turco sotterrata di maionese, e poi si torna a casa. L’azienda ti paga l’albergo cento stelle, posso venirci a fare la pipì che mi scappa? Ti giuro mi scappa, non ce la faccio a guidare così fino a casa, dall’altra parte della nazione.      

No no, non ti faccio entrare che sennò quelli dell’albergo cosa devono pensare? Niente, che saliamo un momento in camera, cosa devono pensare? No no, sono appena arrivata, e qui nessuno deve pensare male di me. Va bene, allora niente pipì nel bagno dell’albergo a cento stelle, resto qui nel parcheggio ad aspettarti, con le gambe strette a non farmela scappare. Tira pure un vento freddo, porca miseria, e questo peggiora le cose. Certamente fra le cose da raccontare, un giorno, ci sarà pure questa, ci sarà quella volta che rimasi con le game incrociate strette in un parcheggio di albergo a cento stelle, per fare in modo che nessuno potesse pensare male di te.
Roack and roall, appunto.

ma che bello



Dice: che cos’è? Ebbene, è lo strumento del mio nuovo sport. Dopo un mese di prova, posso dirlo con sufficiente sicurezza: è il mio nuovo sport. Si chiama floorball, ed è una derivazione dell’hockey. Si pratica senza pattini, si corre e si suda. Ci si prende a mazzate sui piedi e a volte, come ieri, se non resti vigile ti prendi una pallinata diretta nell’occhio.    

Si sente ssstassch!!! e poi tutti intorno a chiedere come va.      

Io sono contentissimo, sono il giocatore peggiore della storia mondiale di questo sport. Io sono il peggiore giocatore e contemporaneamente il piú contento giocatore di questo sport. Faccio schifo, mi alleno con quelli del livello piú basso che hanno cominciato giá a settembre, e quindi fra i principianti sono il piú principiante. Ma va benissimo così. Sta cosa di correre con la mazza e spintonarsi come gorilli, va bene così. Le istruzioni vengono date in olandese, per cui ho pochissime speranze di migliorare. Qualcuno si offre di tradurre, di solito nel momento in cui cerco di riprendere fiato e sono ad un passo dalla morte, quindi non mi arriva comunque niente. Una ragazza in particolare parla un inglese british impeccabile, e di conseguenza per me incomprensibile, e per sfoggiarlo si offre spesso di tradurre le istruzioni per me. Ha una faccia da gerarca nazista invasa da un tripudio di brufoli. È devastata da un acne carnevalesco, per cui anche quando potrei capire le sue parole non le capisco lo stesso, perchè penso: pattapatapapatpaa! Che poi sarebbe il rumore dei brufoli che scoppiano tutti  assieme a mitraglietta.         

Perchè fra di noi principianti terremotati, si gioca maschi e femmine insieme. Ci sono almeno altri tre femmine gerarchi nazisti e un paio di bomboloni che cominciano a sudare non appena c’hanno la mazza in mano. E poi è uno sport poco diffuso, popolare solo in Svezia e conosciuto in qualche Paese del Nord. Quindi la mia spocchia può avere campo libero, posso dire floorball di qua e floorball di la’, è uno sport nordico poco conoscituo, e bla bla bla e nessuno può capirci niente.         

Qui invece una partita giocata da gente che ne sa, tanto per avere un’idea.       

poi io ogni tanto

Poi io ogni tanto non dormo. Dovrei dormire e non dormo. Sveglio ancora alle tre del mattino, decido di mettermi a sedere sul letto per calmare il nervosismo che non sto dormendo, e il nervosismo non riesco a calmarlo. Oggi poi avevo cose importanti da fare, e proprio per quello non ho dormito. Perchè il mio corpo spesso si ribella, sa che ho biosogno di lui, e si ribella. Maledetto. 

Poi ci sono certe giornate che nemmeno te ne rendi conto, ma potrebbero cambiare il corso delle cose di tutta una vita. Per esempio oggi era un giorno di quelli. Hai passato una vita a dare importanza a cose da nulla, a farti venire il batticuore per cose da nulla, tipo – per fare un esempio – il giorno della laurea o del primo dente caduto, e poi invece i giorni importanti sono altri. Un mercoledì qualsiasi con le nuvole e poco traffico, era un giorno importante. Te ne dimenticherai. Eppoi, che ne sapevi, tu. Non ne sei nemmeno cosciente, ma i giorni importanti sono altri, e ci arrivi con molto meno batticuore di quanto sarebbe adatto, oppure – al massimo – mordicchiandoti la pelle di un dito. 

Questa la sigla di chiusura di stasera, costruita appena oggi dall’amica Xxxna «perchè non aveva tanta voglia di studiare».

il fatto è che mi ostino

Il fatto è che mi ostino a considerare ogni essere umano che incontro come un entità complessa. Tutti nessuno escluso. Sei un essere umano? E allora per quanto mi riguarda sei un qualcosa di complesso. E mi devi dare risposte complesse. E devi fornirmi input complessi. Vuoi fare il cazzone? Vogliamo andare a rilassarci? Va bene, però devi farmi comunque intravedere la tua complessità. Devo intravedere l’ironia e la capacità di riflettere, sennò mi deludi e ci metto tre secondi a fare partire il primo sbadiglio. E poi il secondo. E poi il terzo.   

Non so se mi spiego. Va bene non mi spiego.   

Allora, facciamo un esempio, poniamo che io stia parlando con te, essere umano – magari stiamo parlando di cose di pochissima importanza, futilità amene, stiamo parlando di quello che vuoi – ma io purtroppo anche in questi casi devo percepire il tuo cervello che in qualche modo scoppietta, sbrilluccica. Se non tiri fuori niente dal cappello, una battuta fra le righe, un minimo segno che mi faccia intuire le tue capacità di analisi, io non ce la posso fare. Basta anche un movimento degli occhi a sottolineare il passaggio di una frase. Guarda, credimi, ci posso mettere tutta la buona volontà di questo mondo, ma non ce la faccio: mi annoio. Purtroppo sono nato con questa devianza, c’ho sto problema che la comunicazione per me è estremamente importante. Ti pare che c’avrei un blogghe se non c’avessi sto problema della comunicazione? Ne fare i benissimo a meno. E invece No, cosa ci posso fare, mi annoio. Ma proprio sbadiglio. A piena bocca. Con le lacrime agli occhi. E mi dispiace pure, perchè non vorrei farlo. Ma se voglio avere a che fare con esseri semplici,allora  vado dagli animali. Io ho vissuto gran parte della mia vita con gli animali. Guarda, credimi, li amo. Ho passato giornate intere ad osservare le anatre in solitudine. Tante bellissime storie da raccontare. Ma se c’ho davanti una persona, poi ci sono determinate aspettative che non riesco a sopprimere. E mi dispiace. E succede che mi annoio. E mi dispiace. 

– Razzista, ecco cosa sei.    
– Non lo escludo. Anzi sai cosa?
– Cosa.
– Direi meglio Autosufficiente.
– Ma questa non è un’offesa.  
Dipende dalla gravità dell’autosufficienza. La mia è una forma gravissima. 
E supponente, anche.   
– Non esageriamo. 
Che poi, tu cosa offri in cambio?  
Mah, guarda: pochissimo, sono antipatico e intrattabile. 
– E allora? E allora niente. 
– Dove vuoi arrivare? 
– Ma che ne so. 
– Cosa scrivi a fare, allora?  
– E me lo chiedo pure io certe volte.      

Sfogo che finisce qui.

ogni scarrafone

Scrivere, la scrittura – e di conseguenza la lettura – sono fra le cose che mi interessano di piú. Ne avevo parlato anche ai tempi dell’anatema moccioso, no? Ecco, magari a leggere tutti questi accenti sbagliati si potrebbe benissimo dire il contrario. La colpa in realtá è delle tastiere straniere che non contemplano gli accenti e che facilitano questi errori. E comunque l’ordine esatto sarebbe l’inverso. Dovrei dire: leggere, la lettura – e di conseguenza la scrittura – sono fra le cose che mi interessano di piú. Il blogghe in un certo senso è un esercizio di stile continuo che serve a lubrificare il flusso, a mantenerlo liscio e sbrilluccicoso come piace a me. Ma questa è un’altra storia.   

Dicevo, scrivere.  

Quante righe servono per giudicare male uno scritto? Credevo fosse un’operazione complicata dove ti devi armare del miglior oggettività possibile. E invece No. Per giudicare uno scritto bastavano davvero poche righe. Io non ci credevo, e invece.     

In questi giorni la Repubblica ha lanciato un’offerta chiamata ilMioLibro.it, dove chiunque può farsi stampare la sua operetta (dal libro di cucina al romanzo nel cassetto, annunciano). I romanzi nel cassetto fanno la parte del leone, a quanto pare. Io consiglio vivamente di farci un giro, si possono scaricare le anteprime dei libri in pdf e leggere le prime pagine. Facciamo a meno dei giudizi. Facciamo che copio e incollo qualche titolo e poi le anteprime – se proprio vi interessa l’argomento- ve le leggete voi. Io per una volta mi sento come Nanni Moretti e mi viene da urlare che le parole sono importanti, che le parole sono importanti, che insomma, per diamine, le parole sono importanti.

Per esempio. Per esempio. O per esempio.

fotografia

Sabato mattina. Volevo uscire per correre nei prati qui vicino con la mia nuova micro palla da calcio, ma piove. Smette di piovere. Corro giù per strada e scappo fra le pozzanghere fino al campetto da calcio circondato dagli stagni. Il terreno è fangoso ma sono contento così. Arriva di corsa un dobermann senza guinzaglio seguito dal padrone. Il padrone lancia il frisbee e quello si precipita ad acchiapparlo al volo, come nelle pubblicità del mangime salutista per cani. Il dobermann scopre me e la mia palla e comincia ad ignorare il frisbee per correre dietro alla micro palla. La afferra in bocca e me la riporta, è tutto contento, ma non riesce a lasciarla andare perchè ha i canini infilzati dentro la palla. Il padrone che mi sembrava un uomo, quando si avvicina per togliere la palla di bocca al cane scopro che invece è una donna. Lancio il frisbee lontanissimo e torno a casa pieno di fango, contento delle mie scarpe sporche.    

Ci sono tre anatre che volano sempre qui attorno alla casa. Sono sempre le stesse tre che hanno deciso di mettere casa nel prato di narcisi. Le incontro fuori dalla porta del supermercato o le spio dalla mia finestra mentre attraversano la strada in fila indiana. Le tre anatre a volte rimangono in due, una di loro va in giro a fare chissà che. Le anatre del quartiere ieri hanno mangiato il pane dalle mie mani. Questo potrebbe essere un dettaglio da niente, ma per il sottoscritto – cresciuto fra le papere domestiche – questa cosa di averci le anatre libere svolazzanti attorno alla finestra, e poterle riconoscere mentre sono in volo, che poi si avvicinano e non hanno paura, è una cosa meravigliosa, e probabilmente se me lo avessero chiesto da bambino mi sarebbe piaciuto immaginarmi così.

la prassi ogni mattina

La prassi ogni mattina è uscire di casa che il cielo è ancora tutto nero, e poi fare la mia mezzora di strada cantando le canzoni dei Travis con ampi sbracciamenti che prontamente si interrompono ai semafori per timore del giudizio altrui. Certe mattine poi giungo al lavoro che ho un calamento di palpebra coatto, un fenomeno così coatto e irresistibile, una cosa che non ci posso fare nulla ma sento la palpebra che mi scende e vorrei avere a disposizione quello strumentino perverso di Arancia Meccanica che ti tiene gli occhi aperti contro la tua volontà.

Questo problema della palpebra che crolla possiamo pure scherzarci sopra ma di fatto è un problema serissimo, anche se limitato alla prima ora, ora e mezza della giornata. Ci sono mattine che arrivo con certe palpebre di due chili l’una e vengo messo al centro di discussioni interessantissime su cose incomprensibili tipo il documento che si è perso, la firma che manca. Io davvero ci metto tutto l’impegno che posso, mi mordo la lingua per stare sveglio, mi do pizzicotti fortissimi sulle cosce.  Che poi il problema non è tanto stare sveglio, il problema vero sarebbero le palpebre, perchè a restare sveglio io sarei pure capace. Il problema sono le palpebre da due chili l’una: se non fosse scandaloso mi piacerebbe davvero poter seguire tutte queste interessanti discussioni con gli occhi chiusi facendo Sì Sì con la testa, come fanno certi preti quando ascoltano le confessioni dei fedeli. Sì Sì, certo certo. Sì Sì. Il problema poi è che a fare la faccia interessata e rilassata, diventa più difficile tenere le palpebre sollevate. Il problema è che mi trovo costretto a fare delle facce preoccupate, perplesse, una di quelle facce che devi aggrottare la fronte, perchè ho scoperto che in questo modo ci sono una serie di muscoli facciali in contrazione che ti permettono di tenere la palpebra sollevata come un impalcatura.  

Vabbè.
Poi cos’altro.

Non voglio che cade il governo.

Billigiò mi informa di un nostro conoscente che è entrato nella casa del grande fratello.

Poco fa al supermercato ho incontrato il sosia di Benicio del Toro e uno squatter scalzo e in cannottiera con la cresta fucsia. Io ho comprato le patate già tagliate per il forno e una cosa melmosa e gialla che non so cosa sia. L’attuale politica nel fare la spesa è questa: mi permetto un venti percento di sperimentazione sul totale e poi come va, va.

Speriamo che va.

Che poi mi chiedo se i preti che parlano con gli occhi chiusi gli ho incontrati solo io o se è un fenomeno comune.

Speriamo che va.

cosa ho fatto

Cosa ho fatto oggi? Ho preso una violenta craniata contro un mobile in cucina, piccolo taglio sul cranio e sangue che lo tengo bloccato dentro di me  premendo con il dito sulla testa. Prima di sta piccola tragedia, mi ero fatto assalire da uno dei miei momenti di operosità: Faccio, Pulisco, Sistemo. Ve li raccomando, i miei momenti di operosità. Ma comunque niente, il momento è stato breve perché ho cominciato col Pulisco, e per andare a gettare una confezione di biscotti in cucina ho preso sta craniata che ho bestemmiato in dialetto serbocroato. Quando ho smesso di tenere il dito premuto sulla capoccia, non ho continuato col Faccio e Sistemo ma sono uscito a correre nel freddo gelido fra le papere e i laghetti, che questa è una di quelle cose che sul momento non le gradisci però poi quando ritorni a casa sei contento, c’è una soddisfazione low cost tutta particolare, ché il freddo gelido non c’è più, che non devi correre più e ti puoi infilare tutto ansimante sotto l’acqua della doccia. Che poi sarebbe come andarsi a cercare la Quiete dopo la Tempesta, ma in termini molto più banali e contemporanei.