e lo so che non ha molto senso

Quando si dice che bisogna riformare la legislazione sul lavoro per renderla attuale e in grado di affrontare le dinamiche contemporanee, il sottoscritto involontariamente mette la propria esperienza al centro del mondo e pensa che – ancora prima dell’articolo 18 – un diritto fondamentale di tutti i lavoratori dovrebbe essere quello di poter ascoltare della musica in cuffia durante l’orario di lavoro.

E lo so che non ha molto senso ma ci sono certi pomeriggi senza niente di piacevole fuori dalla finestra, e con poche prospettive per il resto della giornata, dei pomeriggi nei quali avere in cuffia la musica che vuoi al volume che vuoi diventa l’unica ancora di salvezza, l’unico modo per renderti sopportabile la cosa.

E se invece al contrario fuori dalla finestra c’è quello che vuoi e sei contento di quello che farai dopo aver finito – e magari sei pure contento di quello che stai facendo – in questi momenti, senza la musica che vuoi al volume che vuoi, potrai benissimo essere felice: ma solo fino ad un certo punto. Se invece vuoi essere felice ulteriormente e irrazionalmente, allora in certi pomeriggi seduto alla scrivania di fronte ad uno schermo potrai esserlo solo grazie alla musica. E questi momenti di felicità ulteriore e irrazionale dovrebbero – io credo, ed io lo farei fossi il capo indiscusso del mondo – essere garantiti per legge infrangibile e imperitura.

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cosa faccio in una giornata

Cosa faccio in una giornata, devo prenderne appunti.

 

Siedo al mio tavolo al lavoro, parlo al telefono con gente lontanissima, mi accorgo che è normale giocare con la penna e accavallare le gambe quando si parla al telefono. Faccio una presentazione che poi la gente ne è contenta. Quattro delle persone che mi ascoltano poi verso sera saranno in tre nazioni diverse.

 

Prendo appuntamenti per andare a Londra. Mangio cioccolata. Verso sera ascolto uno scrittore che dovrebbe parlare del suo libro, parla invece di se stesso e fa battute che non fanno ridere: possibile che non se ne renda conto? Bevo vino piemontese per dimenticarlo, poi bevo vino salentino.

 

Poi più tardi a casa mi piace la luce che mi arriva sulle mani mentre cucino. Bevo vino francese, adesso. E poi guardo happythankyoumoreplease, che si scrive così, tutto attaccato.

 

In questo film ci sono io e c'è tanta gente che conosco: molto di quello che ho visto, che vorrei vedere e che non sarà mai. Ah quanto mi piace questo dolorino piccolo sotterraneo che mi viene da questa consapevolezza. Film che lo apprezzi se sei pastafrolla come me, ma che vorrei mettere qui in piazza e inviterei pure chi legge a guardarlo. Ci metto anche il link mariuolo guarda, che non dovrei, ma voglio proprio metterlo in piazza. L'attore principale è poi pure il regista e pure colui che lo ha scritto, il film.

 

Ad un certo punto lui viene spinto nella macchina della polizia e dice al bambino al suo fianco, che forse non rivedrà più: vorrei che tu leggessi tanti libri, promettimelo – e vorrei che continuassi a disegnare, promettimelo – tra vent'anni verrò ad una tua mostra. Il bambino risponde Sì.

 

Nella prossima vita voglio fare l'organizzatore del Sundance Film Festival.  
 

e quindi la domanda era

E quindi la domanda era:

 

Dovrei correre via e buttarmi a bocca aperta su di un prato? Addomesticare una zebra e girare i paesini suonando un campanaccio colorato di rosa? Scrivere poesie appoggiato sulle cassette della frutta con indosso un saio e una collana di cipolle? A questo punto mi rispondo di No. 

 

E perché?

La risposta è troppo semplice: perché vivo in questo mondo. E in questo mondo dove vivo, la gente lavora più o meno ogni giorno. Non è conformismo. È per vivere in questo mondo. Lasciamo perdere per un momento che esiste il bisogno di farlo. La gente lavora, e respira i luoghi di lavoro, le metropolitane e gli aeroporti e i bar per prendere un panino e le storie dei colleghi che chissà da dove cazzo vengono. Ve la immaginate la solitudine del figlio del Sultano del Brunei? Non è bla bla bla, dico seriamente: ve la immaginate? Lui che si sveglia la mattina e c'è un mondo intorno a lui che lavora –insomma, la gente normale – e lui No. Ci sono i film, le canzoni e i libri che parlano di gente normale e lui No, non è normale. Lui è escluso dai suoi milioni. 

 

Ah ma è facile dire che non vuoi essere il figlio del Sultano del Brunei, visto che non PUOI essere il figlio del sultano del Brunei. Si ok, ma ci sono tanti modi per escludersi dalla società. Per esempio una si può fare suora. O scegliere un lavoro di pochissima responsabilità. O fare l'eremita. O scegliere piccoli gruppi di opposizione sterile e autoreferenziale. 

 

Ma è un mondo capitalista di merda!

 

Forse Sì. Non lo so. In ogni caso non ho vissuto in altri mondi per fare il confronto. In ogni caso, se quello che vedo non mi piace, posso cambiare i tre metri quadrati intorno a me. Li posso addolcire. Li posso avvicinare per quanto possibile alla mia idea di mondo non-di-merda. Se poi riesco a crescere – in questo ipotetico mondo capitalista di merda – i tre metri diventano dieci, e poi venti e poi eccetera. Tutto in funzione di quanto vale la mia voce. Se invece dico: questo è un mondo capitalista di merda, e mi rifiuto di scenderne a patti, ecco lui andrà avanti anche senza di te. Quindi – in ogni caso – sempre meglio essere dentro che essere fuori.

 

Non avessi sti tre decimi di febbre, giuro, mi spiegherei meglio.

ultimo giorno di lavoro

Ultimo giorno di lavoro dopo tre anni, tre mesi, ventisei giorni.

 

Ci sono arrivato abbronzato per il sole del Salento preso in faccia di proposito, per presentarmi abbronzato all’ultimo giorno di lavoro. Come gli scemi che vanno nei posti esotici e lo vogliono far notare. Camicia che non mi hanno mai visto addosso (perche’ fra colleghi ci si impara i guardaroba a vicenda) anche questa di proposito, affinche’ vedano qualcuno che prima non hanno mai visto. Al polso un bracciale brutto che pero’ da qualche anno metto quando sono in vacanza.

 

In realta’ sarei tornato dalle vacanze ieri, lo indosso oggi che e’ l’ultimo giorno di lavoro. Compro chili di torte costose da pasticcerie incredibili, e lo faccio per il piacere di farlo ma anche perche’ i barbari sono tirchi e quando tocca a loro portano le cose piu’ economiche che trovano al supermercato, coi prezzi ancora attaccati (in realta’ sta ripicca tutta mia la porto avanti da sempre, non solo ora che e’ l’ultimo giorno).

 

Cosa dire di questi tre anni? Che e’ meglio averli fatti ma – come moltissime scelte nella mia vita – se avessi fatto altro sarebbe stato meglio. Mi trovo sempre nella posizione di notare che mi sarebbe potuto andare peggio (guardando in giu’) o mi sarebbe potuto andare meglio (guardando in su’). Pensa a chi sta peggio di te, dicono i saggi. Dice la mamma quando non mangi. Pensa a chi muore di fame. Nell’invito via email per la torta volevo scrivere “etc etc….we survived to each other etc etc…” ma poi ho sottoposto il testo alla stagista che c’ho di fianco e non ha capito l’ironia, ho lasciato perdere.    

andrebbe pure detto che

Andrebbe pure detto che licenziarsi non significa dire Affanculo me ne vado come nei film, sbattere la porta come nei film, uscire di scena con una musica rombante come nei film. Qui sulla terraferma e in questo momento storico, licenziarsi significa semplicemente chiamare da parte i tuoi capi e pronunciare qualcosa del tipo: Ah, lo sai? Fra poco me ne vo.

 

Significa farglielo sapere e quindi entrare in una fase ectoplasmica dove sei un dead man walking che ci sei ma solo fisicamente, perche’ in realta’ non ci sei, oppure ci sei ma chi se ne frega. Passi le giornate a fare niente. Non sbatto le porte e non brandisco diti indice nell’aria solo perche’ voglio “abbastanza” bene a tutti i compari che ho nell’ufficio. Percio’ quello che dico, preferisco dirlo sorridendo.

 

Fra le reazioni collezionate al mio annuncio:

 

Il sottoscritto: Ah lo sai? Fra poco me ne vo

Capo Supremo: Ohhh, it’s a pity…  

Il sottoscritto (ridendo, e intuendo la frase di circostanza): Oh, come on! (traducibile con un Ma Fammi il Piacere)

Capo Supremo ride con me della sua esagerazione.

 

Capo Supremo (c'e' gente attorno, mi indica con gli occhi): E quindi Rafeli se ne va!  

Collega (con tono sinceramente affettuoso): You Little Bastard! 

Il Sottoscritto (che preferisce il You Bastard all It’s A Pity): …. (allargando le braccia)… 

 

Poi dopo c’e’ il solito gioco nel corridoio dove io la stendo sul pavimento, le sfilo le scarpe e le lancio fuori dalla finestra. 

lezioni

Riferendosi a questo post in cui spiego i miei atteggiamenti telefonici con i recruiter, Franz mi scrive in chat:

 

Franz: oggi mi ha chiamato una per un colloquio di lavoro. mi trovavo in bagno. mi fa "le va bene martedi alle 2?". io temporeggio guardando i tasti della lavatrice. poi dico "si". Raffaello docet!

 

Bravo, hai imparato la lezione. Tranne per quel "raffaello" per cui potrei uccidere.

al telefono

"Ciao Raffaele come va? Puoi parlare adesso?”

Lei è una recruiter barbara però dal nome esotico che in italiano sarebbe un anfibio, per cui la chiameremo Anfibia.

“Sono Anfibia, puoi parlare adesso? Avrei un'offerta per te.”

Ultimamente ho molto spesso a che fare con i recruiter. Tipo almeno uno al giorno. La faccio attendere qualche istante. Sto leggendo sul corriere online che averci il computer sulle ginocchia fa diminuire la fertilità. Faccio finta di essere occupato.

“Un momento, eh. Mmmhh.”

“Se non va bene richiamo, eh."
Clicco a caso con il mouse per fare rumore.

“Un momento. No è ok, possiamo parlare.”

Chiudo la finestra del Corriere online.

“E insomma ci sarebbe sta posizione etc etc. Ti interessa?”

“Mah non saprei….”

Riapro il Corriere online. La scarsa fertilità era data anche dai jeans troppo stretti, mi pare di ricordare.

“Guarda No. Sai Anfibia, avevo visto il tuo nome per altre offerte di lavoro che mi sarebbero interessate. Però richiedevano una perfetta conoscenza della lingua barbara e allora ho lasciato perdere.”

Pure I jeans troppo larghi causano infertilità. E pure il telefono in tasca. Praticamente tutto causa infertilità. Si dovrebbe andare in giro con il coso di fuori, per stare sicuri.

In che senso hai lasciato perdere?”

“Non ti chiamato”

“Ma noo! Non dovevi farlo!”

Intanto, urla in sottofondo, dalla sua parte.

“Ok non parli il barbaro, ma cosa significa? Vedi, uno scrive le cose che vorrebbe, non le cose che poi si aspetta davvero. Capisci?”

“Mbah.”

“È come se tu vuoi una ragazza, no? La vorresti che sa ragionare, cucinare, raccontare storie, cantare e pure bellissima. Però poi la realtà è diversa.”

Anfibia, tu mi poni queste questioni, il mio cervello prende il deltaplano e vola su prati verdi e immensi, e osserva ruscelli delimitati da pietre liscie foglie larghe di piante calpestati da cavalli pezzati e…

“Capito?”

Torno in me.

“Ok, ho capito. La prossima volta rispondo.”

Urla in sottofondo. Qualcuno sta sbattendo ritmicamente contro qualcosa.

“Tutto bene Anfibia?”

“Benissimo. Non ti preoccupare. Sono riusciti a piazzare uno in un posto, e festeggiano.”

“Ah”

“Vabè allora pensa a quello che ti ho detto, ok?”

“Ok”

“Ti richiamo domani.”

 

Non ho inventato nulla. Anzi Sì: il nome.