sta diventando un rito

Sta diventando un rito quello di trascorrere il giovedì pomeriggio a scarpinare per la città – il giovedì i negozi restano aperti fino a tardi ed è un po’ come una festa di paese – e poi concludere il tutto con una cena a base di wok di noodles e pollo, da consumarsi alternativamente una volta con la forchetta e una volta con le bacchette. Mangiare nella scatola di carta con le bacchette fa tanto agente FBI di un telefilm americano che ha ordinato qualcosa dal cinese. Nel frattempo, nelle cuffie ho le lezioni di storia in poadcast, e così mentre cerco di infilzare il frammento di zucchina ascolto la polemica scatenata nel mondo cattolico sulla sfarzosità della basilica di San Pietro.

Alessia Fabiani invece si è laureata, tanti auguri. Quel prato che si vede sullo sfondo, non vorrei sbagliarmi, ma sembra proprio quello a Milano dove ho inseguito il Cuggino Rasta con una bottiglia di spumante il giorno della sua laurea.

fra le cose che non si possono spiegare

Fra le cose che non si possono spiegare c’è la gioia di avere il confine italiano distante un migliaio di chilometri, e cioè distante quel tanto che basta ad andare in giro in bicicletta ascoltando rino gaetano e morricone nelle cuffie, per sentirsi italiano come pare a te. Perchè io alla fine sono contento di essere italiano, è solo che non mi piacciono gli effetti collaterali.  

Però sono contento, eh. 

Poi sgusci in fra le stradine del centro e devi fermarti un momento perchè c’è l’ingorgo delle biciclette e non si passa più: proprio in quel momento c’è Rino che canta «Ma a tolto il cane/ Escluso il cane /tutti gli altri son cattiviii» e tu ti ritrovi improvvisamente ad abbracciare una ragazza bionda con una collana di fiori attorno al collo che tiene in mano un cartello con la scritta “Free Hugs”. Una ragazza bella che non l’avresti detto mai – a vederla da lontano – che potesse puzzare così tanto di cipolla. Ma le cose per conoscerle veramente devi esserci vicino. E in generale il senso di queste quattro parole, e il succo della sensazioni di questo mio pomeriggio a scarpinare per la città, è che le cose per capirle veramente ci devi essere dentro. Per cui non chiedetemi come sto, venite a toccarmi la fronte di persona, venite a guardarmi negli occhi, e poi fatevi un’idea.


Comunicazione interna per il me stesso fra dieci anni: Non ti ricordi cosa hai comprato coi soldi del tuo primo stipendio? Un paio di pantaloni kaki in offerta a 25 e 90, forse troppo corti ma del colore giusto. Poco prima una commessa obesa è venuta a stanarti in camerino perchè il negozio stava chiudendo. All’uscita sei stato schiaffeggiato dall’odore della Loempia vietnamita, una cosa fritta di verdure e pollo che avevi provato una settimana prima. Non ti era piaciuta, ma già sapevi che l’avresti riprovata per poi poterlo raccontare in giro.

al supermercato vicino casa

Al supermercato vicino casa ti vendono certe zuppe di riso giapponesi col pollo, che poi le apri e scopri l’Operazione Simpatia del produttore: dentro la busta non c’è il riso e non c’è nemmeno il pollo, e se li vuoi ce li devi mettere tu. Metterli come, e metterli in quale ordine lo scopri leggendo le istruzioni dal punto 1 al punto 7 che ovviamente sono in olandese e senza figure. Con la busta di zuppa congelata sulla scrivania, ti aggrappi a Google Translate per capire cosa c’è scritto sulla busta. Poi però al punto 4 ti stanchi e c’è pure la busta che si sta scongelando vicino al mouse, perciò procedi in freestyle dal punto 4 in poi producendo una cosa commestibile che forse è nociva e forse No, però comunque sopravvivi fino a scrivere di sta cosa sul blogghe, sapendo bene che l’immagine di te stesso con la busta che si scongela vicino al computer sarà una dei tanti aneddoti da raccontare ai nipoti.

la prassi ogni mattina

La prassi ogni mattina è uscire di casa che il cielo è ancora tutto nero, e poi fare la mia mezzora di strada cantando le canzoni dei Travis con ampi sbracciamenti che prontamente si interrompono ai semafori per timore del giudizio altrui. Certe mattine poi giungo al lavoro che ho un calamento di palpebra coatto, un fenomeno così coatto e irresistibile, una cosa che non ci posso fare nulla ma sento la palpebra che mi scende e vorrei avere a disposizione quello strumentino perverso di Arancia Meccanica che ti tiene gli occhi aperti contro la tua volontà.

Questo problema della palpebra che crolla possiamo pure scherzarci sopra ma di fatto è un problema serissimo, anche se limitato alla prima ora, ora e mezza della giornata. Ci sono mattine che arrivo con certe palpebre di due chili l’una e vengo messo al centro di discussioni interessantissime su cose incomprensibili tipo il documento che si è perso, la firma che manca. Io davvero ci metto tutto l’impegno che posso, mi mordo la lingua per stare sveglio, mi do pizzicotti fortissimi sulle cosce.  Che poi il problema non è tanto stare sveglio, il problema vero sarebbero le palpebre, perchè a restare sveglio io sarei pure capace. Il problema sono le palpebre da due chili l’una: se non fosse scandaloso mi piacerebbe davvero poter seguire tutte queste interessanti discussioni con gli occhi chiusi facendo Sì Sì con la testa, come fanno certi preti quando ascoltano le confessioni dei fedeli. Sì Sì, certo certo. Sì Sì. Il problema poi è che a fare la faccia interessata e rilassata, diventa più difficile tenere le palpebre sollevate. Il problema è che mi trovo costretto a fare delle facce preoccupate, perplesse, una di quelle facce che devi aggrottare la fronte, perchè ho scoperto che in questo modo ci sono una serie di muscoli facciali in contrazione che ti permettono di tenere la palpebra sollevata come un impalcatura.  

Vabbè.
Poi cos’altro.

Non voglio che cade il governo.

Billigiò mi informa di un nostro conoscente che è entrato nella casa del grande fratello.

Poco fa al supermercato ho incontrato il sosia di Benicio del Toro e uno squatter scalzo e in cannottiera con la cresta fucsia. Io ho comprato le patate già tagliate per il forno e una cosa melmosa e gialla che non so cosa sia. L’attuale politica nel fare la spesa è questa: mi permetto un venti percento di sperimentazione sul totale e poi come va, va.

Speriamo che va.

Che poi mi chiedo se i preti che parlano con gli occhi chiusi gli ho incontrati solo io o se è un fenomeno comune.

Speriamo che va.

in diretta dal bosco

Il nonnetto è una persona simpatica, la sera dopo cena stappa bottiglie di rosso coi suoi amichetti dal baffo bianco. Ho chiesto al nonnetto indicazioni per trovare una copisteria – avevo bisogno di fare un paio di fotocopie – e lui mi ha risposto che non sapeva proprio dirmi un posto “che avrebbe potuto offrire questo servizio”. Del resto siamo nel mezzo della foresta, e non dico per scherzo, qui siamo proprio nel mezzo di una foresta (google map), e nel paesello vicino i negozi sembrano sempre chiusi. 

Vai a capire.   

La fotocopiatrice la trovo in un supermercato (ovvio) mentre sono alla ricerca di cibo, attività che accompagna le altre mie occupazioni attuali, ovvero la ricerca di una camera in affitto in centro città e lo studio di carte chino sul bordo del letto, con una enorme finestra alle spalle che da’ sulla foresta, e la foresta che accompagna il mio studio facendo Uuuuuuhh per il vento e Scrshhhhh per la pioggia. 

Ora, il cibo. 

Al supermercato finisco per acquistare cose abominevoli che andrebbero cotte al microonde prima di essere consumate e che io invece ingurgito così come sono. Oppure costruisco dei panini al salame, dei panini al prosciutto e anche certi panini con dentro un ibrido fra prosciutto e salame che ha un nome che l’ho già dimenticato. Ho anche fatto tre sorsi veloci di un succo di arancia iperconcentrato – di quelli che vanno diluiti con acqua in proporzione 1:10 – in seguito ai quali ho vissuto qualche secondo di smarrimento mistico e mi è parso di vedere Spank di Hello Spank . Ero a conoscenza dei succhi di frutta concentrati – certo che sì – però mi sono confuso al momento dell’incontro inaspettato con la macchina fotocopiatrice vicino al reparto ortofrutta. 

Dopo il lauto pasto, devo nascondere le cartacce per non farle scovare al nonnetto che viene a rifarmi il letto in camera. La mia condizione di terrone in trasferta mi carica di sensi di colpa supplementari e quindi non potrei MAI gettare tutto fuori dall’auto. Questo non lo farei mai neanche in Italia, sia chiaro, però qui c’è sto pensiero martellante nella testa che ti dice di non farlo, di non farlo, di non farlo, come se avessi paura di dimenticare il fatto che NON devo farlo.

Trovo una scatola verde sul ritorno a casa che assomiglia tanto ad un bidone della spazzatura e ci butto tutto dentro. Subito dopo mi accorgo – e ti pareva – che ho gettato cartacce e plastiche sporche di ibrido salame prosciutto nel cestino adibito alle cacche dei cani. E c’era pure il disegnino del cane che si sforza per farla, porca miseria. Ma porca miseria, che sensi di colpa.