ci ho pensato tante volte

Ci ho pensato tante volte e ci ho pensato anche ieri pomeriggio, mentre sgambettavo in pantaloncini corti nel boschetto che lambisce la mia nuova casa. Ci ho pensato mentre correvo lungo questo sentiero fangoso sotto una cupola di foglie fitte e verdissime, fiancheggiando la linea della ferrovia e spaventando i pesciolini nei canali. Ho pensato: mi prendesse un colpo in questo momento e cadessi per terra, chi lo saprebbe? Cadessi nel canale e affogassi in questo momento, chi saprebbe dove venirmi a cercare? Qualcuno sa che sono in Paese Basso, e qualcuno sa in quale paesino mi trovo, ma nessuno conosce l’indirizzo esatto, o come arrivarci. Nessuno. Passerebbero giorni, come i pensionati che si decompongono ad agosto negli appartamenti delle cittá e poi li scoprono dopo tre mesi. Che poi i pensionati, almeno, sono registrati al Comune. Io nemmeno quello. Il mio padrone di casa, il biondo facinoroso, non mi ha nemmeno chiesto i documenti. Ho detto come mi chiamo ma potrei benissimo chiamarmi Matthew, o Ludmillo, o SegreteriaTelefonica. In teoria non esisto. Lascio impronte di scarpe sul sentiero fangoso, ma sono piedi che in teoria non esistono.

Ancora ricordo la prima volta che mi successe di pensare sta cosa – e la ripeto sempre, e sono un po’ ripetitivo – quando sei-sette anni fa stavo trascinando la mia valigia con le rotelle scassate sotto ad un ponte, nella periferia di Londra. Nemmeno io sapevo dove mi trovavo esattamente. C’erano i cartelli del Comune che dicevano: non avere paura delle pistole nel tuo quartiere! Avevo appena lasciato una casa e cercavo l’indirizzo di quella che sarebbe stata la mia nuova dimora per i prossimi dieci giorni. Ricordo che c’era una pozzanghera ovale sull’asfalto. Avevo una camicia verde infeltrita e scarpe scomode. Poi in seguito fui contento di raccontare del ponte, della valigia scassata e della pozzanghera. Anche adesso, potrei parlare di altro, e invece vai a capire perchè, parlo di questo.

bene, eccomi di nuovo

Bene, eccomi di nuovo qua.     
Non c’è solo un’estate moribonda a instillarmi gocce di tristezza, c’è pure un Paese Basso nuvoloso e grigio che mi accoglie – sono tornato l’altroieri – mentre le mie braccia sono ancora bruciate dal sole del Salento. La scuola ricominciava sempre a settembre, ogni anno sempre a settembre, e così quando arriva settembre c’è questa sensazione forgiata negli anni che qualcosa è finito e qualcosa sta per cominciare. Quando qualcosa finisce mi prende la tristezza. Quando qualcosa comincia, mi prende la tristezza. Se ci metti pure le mie braccia bruciate dal sole sotto un cielo grigio nuvoloso, allora è ancora più tristezza. Ho scritto troppe volte tristezza, lo faccio apposta per esagerare nel lamento. Ad esagerare nel lamento, poi succede improvvisamente di sentirsi bene.   

Prima di andare oltre: il Salento. Non so cosa dire di questa estate in Salento. So che non sarò mai olandese e mai tedesco e mai dell’Azerbaijan. Questo è anche scontato. Forse – e qui viene il bello – non sarò mai nemmeno completamente salentino. È troppo lungo da spiegare. Domanda: sono stato bene? Sono stato molto bene. Molto molto.    

Cerchiamo di capirci, qualche sera fa ho dormito nella mia camera giù al paesello, con il solito geco estivo che passeggia sul soffitto. Poi sono partito e ho trascorso la notte per metà nei treni olandesi e per metà a casa della Signorina. Poi il giorno dopo io e la Signorina – grazie per avermi accompagnato – si è dormito nella mia casa di Utrecht. Poi stamattina ci siamo svegliati, abbiamo impacchettato tutta la mia vita, e sono venuto nella camera dove vivrò per i prossimi due mesi, in una zona residenziale di un piccolo paesino infilato nel verde. Cerchiamo di capirci, in quattro giorni ho trascorso la notte in quattro letti diversi, e tutte e quattro i letti rientrano – più o meno alla lontana – nel concetto di «casa».       

Adesso vivo qui, in una grande camera che si apre su di un giardino di mattoni. Ho anche un barbecue all’angolo che quando l’ho notato la prima volta ho esclamato: «toh, il barbecue!» anche se poi so bene che non lo userò mai. Al piano di sopra vive una coppia di indigeni tranquilli in compagnia di un gatto affetto da insufficienza renale cronica. Il posto è bello e pulito, però non ho una cucina vera e propria, ma un microonde e un fornelletto elettrico posati in un angolo. Il frigorifero invece è in garage. Fuori, nel giardino di mattoni, un ombrellone chiuso nella sua custodia di plastica mi fa capire che anche da queste parti, magari non troppo spesso, può capitare di vedere uscire il sole. Queste frasi e questi dettagli sono messi a caso, perchè come ho già detto, ad esagerare nel lamento, poi succede improvvisamente di sentirsi bene.

mi fa male un po' tutto

Mi fa male un po’ tutto, e la novità degli ultimi due giorni è che mi fa male pure una gamba. Una soltanto, senza bisogno che io la muova. Mi sveglio presto la mattina per andare dal dottore o per farmi tirare un quattro cinque bottigliette di sangue. L’infermiera è una ragazza giovane che ha deciso di diventare vecchia molto presto. Si è costruita un culo enorme e culo ha fasciato con una gonna grigia di tela, e una zazzera di capelli tenuti come ne “La casa nella Prateria”. Chiudo gli occhi e mi chiedo se abbia già capelli bianchi e mi rispondo di Sì, poi apro gli occhi e invece è No. L’infermiera non parla inglese ma io mi lancio con le mie quattro parole di olandese, e le condisco con rotazioni del braccio a mulinello. Poi mi succhia via il sangue e sono costretto a tener fermo il batuffolo di cotone, per cui niente braccio a mulinello e di conseguenza calo drastico della comprensione reciproca.      

Due settimane fa ho visto un gabbiano spiaccicato al centro della strada. Come un gatto, però era un gabbiano.      

I castelli di sabbia artistici dicono che li fanno con la sabbia, ma non è niente vero. Ci mettono pure la colla. Mischiano colla e sabbia. Non è che in questo modo siamo bravi tutti, però insomma diciamo le cose come stanno veramente.      

Mi annoio a non sentirmi bene. Mi annoio. Quando non sto bene mi invento tutta una serie di cose che potrei fare se invece stessi bene, che poi tanto non farò comunque. Questa è la fase di progettazione della mia malattia. È più o meno così da dieci anni. Intendo la progettazione inconcludente.         

Dodici anni fa mi sono ammalato per tre mesi di fila. Che uno se ci pensa tre mesi sono tanti.
Questa però la racconto la prossima volta.

nel treno fra firenze e perugia

Nel treno fra Firenze e Perugia un ragazzo con un paio di occhiali enormi con sopra scritto RICH e un ciuffo a fontanella sugli occhi, e un tatuaggio attorno al bicipite, questo ragazzo che mi stava di fronte era impegnato a parlare al telefono, e io gli stavo di fronte, e lui gridava nel telefono, e spiegava  che vabbè, sarebbe andato a cantare al compleanno del vicesindaco non tanto per i soldi, quanto piuttosto perchè aveva saputo che fra gli ospiti ci sarebbe stata la Rosi Bindi, e con la Rosi Bindi fra gli ospiti – giuro che l’ho sentito dire così, non sto esagerando – poi magari ci scappava la raccomandazione per un programma alla Rai, che uno ci prova sempre magari gli va bene.             

Dicevo, sei mesi e mezzo fuori dall’Italia, poi torni e ti trovi il lampadato che si aspetta il favore dalla Rosi Bindi. Che magari si potrbbe credere che esagero, che mi invento tutto, ma se trovo la conferma che la Rosi Bindi è stata ospite a qualche festa di vicesindaco fra Firenze e Pisa allora è fatta.            

La campagna umbra è Italia da cartolina, e con tutti sti agriturismi che escono come funghi assomiglia sempre di più ad una cartolina. La campagna umbra è bella, ci sono solo ampissimi tratti di territorio che non ci vive nessuno. Qualche casa sperduta, e poi basta. Che sarà anche bella ma poi alla fine non ci vive nessuno. Però è bella.              

Perugia è in salita oppure in discesa. Se giochi a palla, se sei un ragazzino che giochi a palla e poi perdi la palla, ti rotola giù fino alla spiagga tirrenica e addio palla. Dev’essere colpa di sti traumi infantili che poi da adulti se ne vannoa vivere in zone a pendenza minore.               

Sto divagando.           

No, l’Italia non mi è mancata. Va bene un po’ mi è mancata. Acquistati in Felitrinelli i seguenti autori: S.Agnello Hornby, P.Roth e Marek van der Jagt. Copriranno Luglio e Agosto, come minimo. Il primo e il terzo li consiglio a priori, basta leggere le loro biografie. Io  per adesso ancora non ho letto niente, ma promettono bene.           

A grande richiesta – e tu è inutile che protesti, che tanto non funziona – tornano le mirabolanti avventure del Cuggino Rasta, sempre alla ricerca dell’amore della sua vita, o qualcosa che vagamente gli somigli.              

Il Cuggino Rasta è seduto ad un tavolino del bar in zona universitaria a Perugia. Una ragazza lo guarda insistentemente. Il Cuggino se ne accorge, io me ne accorgo. Le ragazze che non lo conoscono sono attratte sempre da lui. È il latin lover degli amori approssimativi e interinali. Lui promette ogni volta austerità e vita da bravo ragazzo, e così anche oggi, ma già sappiamo che non sarà così. La ragazza si avvicina e il Cuggino comincia con le sue radiografie. La scruta.    

«Smettila» dico io. 
«Smettila cosa?»  
«Quello che stai facendo»  
«Ma è necessario.» dice lui.   
«E perchè mai? »   
«Devo valutare bene adesso che c’è luce, altrimenti poi stasera nella confusione, al buio… »  
«…»   
«Meglio farsi un’opinione attendibile adesso. Non si sa mai.»      

Il Cuggino Rasta è proprio quando si sforza di essere serio e ragionevole, che mi fa ridere fino alle lacrime, e poi ha pure il coraggio di chiederti il perchè.

quasi tutti i libri

Quasi tutti i libri che ho nella mia camera sono stati letti due volte. L’altra notte mi sono arreso, ed ho cominciato la terza lettura di uno dei miei preferiti di sempre. Voglio dei libri. Voglio una libreria dove poter comprare dei libri nella mia lingua. Voglio solo dei libri. No voglio (come è successo appena qualche minuto fa) che la libreria online della Feltrinelli, dopo avermi fatto girare nel suo bellissimo sito, e avermi fatto riempire il carrello con libri che non vedo l’ora di avere fra le mani, mi dica che i loro bellissimi libri si possono spedire solo in Italia. Ci mettono pure il menú a tendina, quei maledetti, per scegliere il Paese, poi premi sul menú a tendina, e fra le opzioni c’è solo l’Italia. Ah, feltrinelli maledetti.

non lo so

Non lo so, comincio a non sopportare la mia compagna di bagno, quella con cui condivido il cesso e la doccia. Sono indeciso, non so ancora dire cosa mi provoca più fastidio in lei. Avevo pensato alle sue scarpe con il tacco, e alle sue colannine di perle, e mi ero detto: sono i tacchi e le collanine di perle.  

Poi il suo lampadario di plastica finto antico. Poi mi ero praticamente deciso che invece la colpa era della lametta per la depilazione delle gambe lasciata nella doccia. E le sue docce che non finiscono mai. Poi ho pensato al fatto che non condivide i piatti e le pentole con gli altri, ma c’ha i suoi personali nascosti in camera e li tira fuori quando servono. Che la vedi arrivare ad orario di cena con le pentole e un timer a forma di ovetto per misurare i tempi di cottura. Che io dico, va bene che usi l’ovetto timer, ma perchè non lo lasci in cucina che non te lo rompe nessuno?


Alla fine ho stabilito che è per sta risata che gli viene ogni volta che mi parla. Forse lo fa per essere ospitale, che ne so, ma qualsiasi cosa io dico, lei si fa la risata. Ma cosa ti ridi? Cosa? Che io provo a non parlarti per evitare di farti ridere, ma te ridi se pure ti dico Buongiorno. Io ti dico Buongiorno e tu te la ridi: ma cosa ti ridi cosa?

ecco, appunto

Io c’ero. Questa è una cosa che posso dire di aver provato. Erano tutti arancioni attorno a me, e mi facevano le smorfie alla Marlon Brando ne Il Padrino. Bisogna esserci e provare, per poi raccontarlo da vecchi. Una simpatia che non si può spiegare. Sono pure dovuto tornare a casa in una macchina di indigeni che strombazzava per le strade. Il secondo tempo rifugiato in un kebabbaro etiope che chissà perchè era fan sfegatato degli olandesi. Con sta trombetta arancione che faceva pe pe pe. Ma io dico, etiope, se sei etiope: rimani etiope, no? Che figura di cacca, proprio.

adesso piove ed hanno anche aperto le finestre

Adesso piove ed hanno aperto anche le finestre. Ma poco fa non si respirava. Sono dieci giorni che qui non si respira, piú o meno da quando ha iniziato a fare piú caldo. Il mio vicino di tavolo, uno studente francese che è qui per un tirocinio, ogni giorno verso le due del pomeriggio comincia ad emanare puzzo di sudore. Ogni giorno verso le due di pomeriggio. Non è che posso girare la sedia – ce l’ho ad un metro e trenta di distanza – e dirgli simpaticamente che puzza. Non sta bene, non è simpatico. Voglio dire, con amici cari e parenti potrei farlo, ma con lui proprio No. È giá timidissimo di suo, bofonchia le parole e inframezza le frasi con lunghissimi Eeeee, Oooooo che tra l’altro, trattandosi di un francese, non sono da intendersi come i nostri Eeee, Ooooo, ma un po’ diversi, perchè sapete che i francesi c’hanno ste vocali che stanno lì nel mezzo, non sono proprio come le nostre, sono degli ibridi che vai a capire come si scrivono, dovendole scrivere.    

Ma dicevo, è troppo timido, e se gli faccio notare una cosa del genere io giá me lo vedo che muore sulla sedia. Io giá me lo vedo che mi arrossisce tutto e poi mi esplode davanti preceduto da una serie di Eeeeee, Oooooo che ho giá detto non so come si scrivono, insomma avete capito, quelle vocali lá.       

La collega mi ha raccontato che il capo ha percepito il puzzo, mentre passava da queste parti, ma ancora non ha identificato il responsabile. Quindi adesso c’ho pure sto problema che devo fare capire a tutti che non sono io, l’emanatore di puzzo delle due del pomeriggio. La collega giá lo sa, spero che sparga la voce. Nel frattempo, per evitare fraintendimenti, quando vedo qualcuno avvicinarsi al mio tavolo diretto verso di me, io balzo in piedi e mi allontano, così se proprio vogliono parlarmi devono farlo in una zona neutrale esente dal puzzo, dove io magari mi avvicino il piú possibile per fare capire che, insomma, non sono io che puzzo.          

A proposito, questa è vecchia di due anni, la fanno anche in Italia? Fa ridere anche alla seconda visione, e mica è poco.  

io c'avevo bisogno di fermarmi un attimo

Io c’avevo bisogno di fermarmi un attimo che a pedalare col peso della signorina seduta dietro – la Signorina in questi giorni è qui– e poi anche tutto il peso delle buste dei miei acquisti del fine settimana, tutto insieme al peso della bici, ero sfinito e le gambe non ce la facevano più. Ci siamo seduti alle poltrone di un bar all’aperto, con la piazza assolata piena zeppa di gente sorridente e la pinta in mano. Pochi metri più in là tre ragazzi giocavano a Jenga, questo gioco che si devono costruire delle torri coi mattoncini di legno e poi il primo che provoca il crollo della torre paga da bere a tutti. Questa cosa del pagare da bere era una regola aggiunta da loro, abbiamo scoperto in seguito. Lo abbiamo scoperto perchè quelli avevano notato che noi li stavamo spiando, e allora hanno avvicinato il tavolo alla nostra poltrona e ci hanno coinvolto nel gioco. Eravamo a giocare alle torri di legno in un bar di un paese straniero con tre sconosciuti. Un paio di giri di birre più tardi ci avevano invitato a casa di uno di loro, la casa del Ciccione Alto, per una cena a base di Sushi. Io non ci volevo andare, e la Signorina nemmeno ci voleva andare, ma questo lo avremmo scoperto solo il giorno dopo, quando io avrei detto: «Ma io non ci volevo andare, a casa di quelli!», con la Signorina che avrebbe subito risposto «E nemmeno io ci volevo andare, credevo ci volessi andare tu!».

Vabbè.   

Il Ciccione Alto ospitava gli altri due nel suo monolocale: il suo amico Ciccione Biondo – in libera uscita grazie alla temporanea assenza delle moglie dall’Europa, e che a fine serata avremmo salutato mentre era addormentato sul divano – e il Ciccione Basso, che aveva imparato l’inglese grazie a cinque anni di lavoro a Londra e che per questo parlava velocissimo smozzicando le parole. Io al Ciccione Basso in due ore ho rivolto tanti Sì Sì alle sue battue ma ne ho comprese nemmeno il venti per cento. Aveva sto problema di ridere delle sue battute e di prodursi in espressioni facciali da talk show americano una dietro all’altra, che alla fine potevi solo dire Sì Sì, sperando di non fare figure di merda. Tre bravi ragazzi di trent’anni, ma con una insana passione per il Death Metal e la techno tedesca, musica prelibata che amavano ascoltare a volume massimo anche durante la cena. Il Ciccione Biondo, quello che si addormeterà poi sul divano, aveva incontrato sua moglie ad un concerto metal chissà dove. Tre bravi ragazzi, comunque, e qui si scopre la superiorità di un popolo dove è normale invitare a cena due sconosciuti conosciuti in un tavolino all’aperto, giocando a costruire torri con i mattoncini di legno. Tre bravi ragazzi, solo che la techno berlinese durante la cena proprio No, e nemmeno sta brutta abitudine di leccarsi rumorosamente le dita prima di avvolgere il sushi dentro i fogli di alga nera. In particolare questa cosa di leccarsi le dita preparando la cena, devo dire che proprio No.    

L’altra sera – invece – mi sono trovato seduto al tavolo di un ristorante spagnolo, e c’avevo di fronte un sosia di Franco del famoso duo Franco e Ciccio che mi cantava i Gipsy King con la chitarra a quaranta centimetri dall’orecchio, producendo vibrati con la voce e occhi semichiusi come ci si aspetta da un cantante spagnolo in un ristorante spagnolo. Era ispiratissimo. Ad un certo punto si è aperta la porta del locale ed è entrata una sorta di Virgina Woolf di sessantacinque anni che danzando si è tolta sciarpa e cappotto ed ha cominciato a ballare freneticamente vicino a me e al Franco con la chitarra. Muoveva i fianchi sfidando il concetto di osteoporosi, ma confermando allo stesso tempo quello di demenza senile precoce. Io non mi vooevo permettere di ridere, e ho cercato di stare buono, però poi non ce l’ho fatta e ho cominciato a ridere piano, invece di esplodere, sempre piano ma in modo continuo, e quando è partita Volare in versione spagnola ho avuto anche qualche sussulto, però – in linee generali – posso dirmi abbastanza soddisfatto della mia capacità di autocontrollo.

breaking new (s)

Numero uno.
Il ragazzo che mi ha lasciato la camera in questa casa? Quello di cui tanto ho parlato bene? Quello che avevo detto che era il ragazzo perfetto per ogni ragazza? Quello che avevo detto che bla bla bla? E’ gay.  

Ed io che dicevo che non era gay. E invece è gay. Me lo hanno confermato i conquilini tutti in coro dopo una cena a base di pancake alla banana. Pancake alla banana, che poi uno dice l’importanza dei simboli premonitori. E i miei coinquilini che se la ridono dicendomi Pensa Cosa E’ Successo in Quel Letto! (ah ah ah ah) e poi, appena le risate si smorzano: Pensa Cosa E’ Successo in Quella Doccia! (ah ah ah ah). Che grasse risate, eh? Maledetti.

Numero due.
La coinquilina Fiocco di Neve, la ragazzina bionda e delicata di qualche post fa? Indovina indovinello? E’ gay. La sua ragazza è praticamente un rinoceronte, però femmina. Si vogliono bene, abusano di budini alla fragola e di telefilm americani. Vorrei fare notare l’elevatissima percentuale, due su otto, siamo al venticinque per cento. Un partito di governo, in pratica.

Numero tre: 
non ho capito se il cespuglio è obbligatorio oppure No, comunque pare che dal prossimo autunno da queste parti la libertà diventerà ancora più libertà. 


Signore abbi pietà di noi miseri peccatori.

Abbi? Abbi, abbi.

nella nuova casa

Sono nella nuova casa. Ci sono tante (ma tante) cose da raccontare. Non adesso. Ho una finestra lunga cinque metri e una pianta enorme con le foglie enormi a forma di cuore ritagliato. Il giovane proprietario della camera – di cui già detto qui sotto – la chiama la sua “green girl”. Mi ha lasciato un bigliettino nella camera, mi ha scritto: prenditi cura della mia green girl, perfavore. C’è un piccolo annaffiatoio bianco che potrebbe essere stato di Cappuccetto Rosso, in un tempo lontano. Ho anche un televisore e le pareti della camera sono alternativamente bianche e arancioni. Una bianca e una arancione, una bianca e una arancione. I prossimi sei mesi saranno fra queste mura bianche e arancioni, per la mia casa numero… numero? Non me lo ricordo più.

che poi a proposito

Che poi a proposito di musica, in questo palazzone dove mi trovo attualmente – di cui ho parlato quasi per nulla perchè tra poco vado via – la connessione internet via cavo è in comune a tutti gli altri inquilini, e questo fatto crea una comunicazione fra le librerie Itunes di tutti i personaggi che hanno il computer acceso in quel momento. Quindi in pratica tutti possono ascoltare la musica di tutti: sta cosa mi permette di mettere su certi b-side di Britney Spears mentre cucino che non si può avere idea, e che mai avrei pensato di poter osare in vita mia.  

Il pavone ieri ha aperto il ventaglio della sua immensa coda, e tutti abbiamo pensato che la primavera sta per arrivare. Perchè, insomma, il corteggiamento, la primavera, ste cose vanno insieme, no? Solo che poi si è scoperto che il pavone in verità stava corteggiando il lavavetri magrebino che era lì in giardino, che a sua volta se la tirava non poco.

grossi come meloni

Son giornate di scoramento e pensieri a lungo termine, queste giornate qua. Certi pensieri a lungo termine che vanno lontano lontano e poi fanno Plof da qualche parte, così lontano che non senti neanche il rumore del Plof. Dubbi grossi come meloni che se non fosse per la città stupenda e le persone gentili che trovi al lavoro, ti verrebbe da lasciare perdere tutto e andare via.    

Per chi si chiedeva cosa faccio. Il mio lavoro consiste nel controllare carte e archiviare cose burocratiche, qualcosa per cui la mia laurea non serve a nulla. E io già lo sapevo che non sarebbe servita a nulla, però trovarsi di fronte alla concretezza delle cose, è tutta un altra storia. E vedersi circondati da laureati come te, dove il chimico lavora da chimico e l’ingegnere lavora da ingegnere, finisce che ti senti un cretino, perchè tu sei un niente che si arrabatta per fare qualcosa di cui non sai e che neanche ti interessa.   

La Signorina è partita questa mattina prestissimo, e ci siamo svegliati alle quattro per arrivare ad Amsterdam che non era nemmeno l’alba. Adesso ho due belle tovagliette per farci la cena e un tappetino del bagno a forma di stella blu. Due cose che se non fosse stato per lei, io non avrei mai preso, che io quando faccio l’emigrante finisce che mangio sopra ai fogli di giornale. Vedere la stellina blu sul pavimento nel bagno – bisogna ammetterlo – fa sentire bene, e non aggiungo altro.

Fa sentire bene.  

Sono andato a vedere una camera in affitto, poco fa. Mi hanno convocato con una telefonata mentre scolavo la pasta. Il padrone di casa era Rupert Everett incrociato col cantante dei Travis. Aveva una pelliccia bagnata e gli stivali sado-maso. La camera era enorme e vuota, e la casa puzzava di muffa. In cucina c’erano duecento piatti sporchi e nel bagno una cornice con la fotografia di una sosia di Condoleeza Rice che tiene sottobraccio un cagnetto. O forse era la zia morta di qualche coinquilino della casa. Ma la zia in bagno, ho pensato, non è probabile. Sarà la sosia di Condoleeza Rice. Ho detto a Rupert Everett che gli avrei fatto sapere entro un paio di giorni, poi sono andato via e al terzo passo ho schiacciato un gelato alla vaniglia che però era già morto sul marciapiede da qualche ora.

seduto alla mia scrivania

Seduto alla mia scrivania – la scrivania che mi hanno assegnato al lavoro – guardo fuori la finestra un enorme pavone che mette il becco nel prato e un galletto con la coda rizzata che lo segue poco distante. Il pavone – mi viene da pensare – è proprio un uccello anni 80. Quelle piume, quei disegni. Avrebbe bisogno di un restyling ma è solo un uccello, purtroppo per lui.   

Al lavoro – perchè adesso abbiamo cominciato con sto benedetto lavoro – condivido la stanza con altri personaggi che perlopiù non ricordo come si chiamano, ché i primi giorni sono di assestamento e nelle prime ore già ti dicono tanti nomi che li dimentichi praticamente all’istante. Nella mia stanza c’è il fratello di James Blunt che se non è il fratello allora è il cugino, e un capetto con gli occhi a mandorla con un cervello da sette chili e mezzo che è sempre contento e lavora anche mentre mangia. C’è pure un italiano coetaneo e gentilissimo che se non fosse stato per lui, adesso non potrei usare neanche la posta sul computer. Per fargli percepire la mia gratitudine l’ho riaccompagnato a casa in macchina per evitargli la biciclettata di quindici chilometri nel freddo della madonna.   

Posso bere tanto caffè e tante tazze di the quante ne voglio, al lavoro, e nessuno protesterà mai perchè pare che sia un mio diritto. Ho pure una sedia comodissima che scivola con le rotelle. Se poi vogliamo parlare del lavoro, cosa dire del lavoro. Cosa dire. Qualche ora fa avevo un umore nerissimo che avrei voluto mollare tutto per vendere frittelle per strada, poi mi sono calmato. Poi di nuovo mi hanno infilato in una riunione che ho capito il 3% di quello che hanno detto ma non se ne è accorto nessuno, ché io sono bravo a sfoderare le facce interessate e concrete senza alcun fondamento. Poi all’uscita volevo di nuovo scappare piangendo col pavone sotto braccio. Poi però sono rimasto.     

Il destino degli indecisi in fondo è questo: se non sai scegliere un lavoro, è il lavoro che sceglie te, e a quel punto c’è solo da stringere i denti e tenere botta. Con l’espressione “tenere botta”  si capisce bene che io – seppure tanto terrone – ho vissuto tanti anni al nord. E questa ultima digressione è solo un artifizio stilistico per cambiare argomento all’improvviso ed evitare di cadere in considerazioni lacrimevoli. Fregati.  

il punto non è che mi fa schifo l'italia

Il punto non è che mi fa schifo l’Italia, che uno potrebbe pensare che schifo l’Italia ma anche FacciamociForza, NonPerdiamoLaSperanza, Costruiamo Insieme un Futuro Migliore. Il punto è che se fai il punto della situazione siamo tutti d’accordo che viviamo in un presente di Cacca, e su questo – come si dice – non ci piove. Quello che spaventa – e che ti fa perdere ogni speranza nel domani – è che ci sono tutte le premesse per un futuro altrettanto di Cacca. Ma cosa dico Altrettanto, molto peggio della Cacca del momento attuale.     

I sessantottini hanno sbraitato che volevano un mondo migliore, ma poveretti, loro erano i primi a sbraitare e non avevano alcuna esperienza e prospettiva storica, erano degli innocenti come può essere innocente il bambino che si getta dal balcone col costume di Batman perchè crede di poter volare.      

Noi invece siamo qua che un minimo di prospettiva storica dovremmo avercelo per forza, e la prima cosa che abbiamo imparato con la nostra prospettiva storica è che sbraitare per un mondo migliore non serve a molto. Ti può fornire la scusa per dormire una settimana nei sacchi a pelo del tuo liceo occupato ma poi finisce lì. Noi che viviamo nel 2007 sappiamo che le cose si fanno un poco per volta, costruendo consapevolezze e alimentando i sensi critici dei pargoli di oggi, perchè i pargoli di oggi – detto con tono grave e saggio – saranno gli uomini di domani.    

Ma i pargoli di oggi – porca miseria – te li trovi col naso davanti alla tivvù che guardano Maria De Filippi. Te li trovi col fibbione pesante sulla cintura che parcheggiano la Mini al centro commerciale. Poi, se sono dall’altra parte,te li trovi imbevuti di politicismi estremissimi che spaccano le vetrine del MacDonald. Se si stufano di tutto, li ritrovi a commentare BeppeGrillo, ponendosi automaticamente dalla parte dei buoni e giusti. Oppure, senza andare sul webbe, restano in poltrona a guardare qualche programma-denuncia alla tivvù. La tivvù è ormai piena di programmi denuncia, a tutte le ore, su tutti i canali così come le librerie (uno, due, tre, quattro, cinque, sei etc etc all’infinito) che se uno calcolasse come buoni e giusti tutti i telespettatori/lettori che si indignano davanti all’ennesimo sopruso documentato e filmato, e tutti quelli che commentano i forum e i blog di denuncia, allora questo sarebbe un paese stupendo e perfetto.      

Ma il Paese non è affatto stupendo e perfetto, resta un Paese di cacca. E tutte queste denunce e indignazioni non sono il segno che qualcosa sta cambiando. Ma proprio per niente.     

Bisogna rendersi conto che anche nel peggiore negozio di fregature, dove le fregature e i soprusi fanno parte del sistema quotidiano, ci sarà un Ufficio Lamentele che sarà perfettamente funzionale al resto. Un Benjamin Malaussene fa parte del sistema. A noi qui ci rinpinzano di Uffici Lamentele, e mentre ci lamentiamo/denunciamo/gridiamo allo scandalo facciamo crescere la convinzione che la colpa è sempre di qualcun’altro, del politico, del poliziotto, dell’ultrà, del medico, del notaio, dei petrolieri, delle poste, di quello e di quell’altro. Un paese che non si prende la responsabilità e non è capace di guardare la trave di Cacca nel proprio occhio ma solo le pagliuzze del prossimo, è un paese che affonda nella cacca e – qui viene il bello – non se ne accorge neanche.    

Il fatto è che qui stiamo affondando nella Cacca e continuiamo ad azzuffarci e a strapparci i capelli, facendo crescere i nostri pargoli in un mondo di MarieDeFilippi e Lapi Elkann e modelli di riferimento degni di un pedagogista satanico. Tu puoi anche pensare al futuro migliore in questo paese – puoi pure provarci – ma le migliaia di sbarbati che fanno la fila ai provini del Grande Fratello saranno gli adulti del domani, dove forse farai nascere tuo figlio. Saranno i genitori dei compagni di scuola di tuo figlio. I fighettini rampanti delle università più chic, venuti su con l’ideale supremo della Differenza, con il dogma del Privilegio, proprio quelli saranno i datori di lavoro di tuo figlio. Saranno loro a comandare e non sembra esserci motivo di pensare il contrario.   

E qua scusate ma c’era un certo bisogno di sfogarsi che fra poco si parte.

molto bello

Molto bello fare lo schiavo di notte in un centro commerciale, molto bello, davvero. Ravanare fra gli scatoli di calzini per bimbi “da sei mesi ad un anno” per sette ore consecutive, tornare a casa che sono le cinque di mattina. Molto belli i centri commerciali, sono proprio dei luoghi finissimi, con queste finte palme altissime posizionate al centro di piazzette lastricate col marmo lucido, con automobili fresche di concessionaria piazzate a caso lungo i percorsi, e i clienti dai capelli ingelatinati che sbavano sbriciando attraverso i finestrini. E certi armadi che passeggiano tenendo per mano giovani femmine taccute e pericolanti, masticando chewing gum coi perizomi che sbucano dal bordo dei jeans, mentre indicano attraverso le vetrine certi prodotti griffati che non cito.

Sulla notte trascorsa in quel luogo, poco da dire. I miei colleghi erano un orso Baloo scienziato politico laureato dieci anni fa, un tizio smilzo e tabagista, una muflona femmina taciturna e scura. Il capo, un milanese che mi ha fatto capire che se voglio anche io posso sembrare milanese, dicendo cose del tipo PrAndi La MaGliAtta, Passami La PinzAtta, Portami La MacchinAtta.  

Tutta una serie di incentivi alla tristezza che non hanno avuto alcun effetto. Ormai qui scivola tutto addosso come se fosse niente. E’ tutta acqua fresca e polvere sollevata dal vento.

Tutto scivola via, perfino Bill Corgan che dalle casse gracchianti del negozio canta We Must Never Be Apart mentre faccio il conto delle gonnelline per bambina appese davanti a me. Che voglio vedervi a voi, al momento dell’assolo di sta canzone, a contare gonnelline nella notte a cento chilometri dal letto.

Anche i romanzi di Bukowski erano pieni di esperienze lavorative grame con chiari riferimenti autobiografici, però se poi non arrivano pubblicazioni e fama internazionale a pareggiare i conti, ecco, non ne vale la pena.

questa mattina/mi son svegliato

Il mio scintillante ingresso nel mondo del lavoro si fa sempre più scintillante, e ogni giorno si arricchisce di nuove scintille che brillano, e a forza di scintillare e scintillare è assai probabile che presto io prenda fuoco. Stamattina scintillante colloquio per uno di quei lavori da schiavo che solo io sono capace di scovare.

Apro gli occhi 18 minuti prima dell’ora stabilita con uno strepitoso mal di testa – perchè ieri tanta gente qui in casa fino a notte fonda a festeggiare il compleanno di Billigiò ed io non ci sono più abituato – ma nonostante l’orario riesco ugualmente ad arrivare in tempo all’appuntamento. Miracolo. La mattina uno si sveglia e fa le sue cose, giusto? Per farle tutte in meno di 6 minuti è ovvio che  queste cose non si posson fare una dietro l’altra, ma sarai costretto a farle in contemporanea, giusto? Io adesso non dico Cosa e Come, ma dico solo per star dentro ai 6 minuti ho fatto colazione in bagno. Il Cosa e il Come, sarà per un’altra volta. 

Gli aspiranti a questi lavori da schiavo che solo io sono capace di scovare, sono generalmente disperati sfasciati e con qualche evidente menomazione fisica o mentale. Generalmente. Questa volta, invece, nell’auletta erano tutte persone quasi normali. Dopo un breve test scritto che serviva a dimostrare che tutti i presenti fossero in grado di fare SeiPerOttoQuarantotto ma soprattutto TrePerCinqueQuindici (e non scherzo) una femmina di Barbapapà ci ha descritto il lavoro, e cioè che saremmo stati arruolati per contare tutte le scatole e le confezioni sugli scaffali dei centri commerciali. Un lavoro da svolgere di notte (fino alle tre, alle cinque, all’alba, chi lo sa) con un macchinino in mano capace di misurare in ogni momento la tua produttività, con una pausa di 15 minuti ogni quattro ore ( e che se la fai durare di più il macchinino fa la spia e sei fregato perchè ti fanno la multa sui tre soldi che ti vogliono dare). Contratto che dura un giorno: tu arrivi, firmi e sei assunto. Poi all’alba ti licenziano e ti riassumono il giorno dopo. Una di quelle cose che ora quando sentirò parlare di precariato alla tivvù potrò annuire pure io con faccia grave e smunta, in sincrono con tutti gli altri precari, ognuno da casa sua. Che io non vedevo l’ora di smetterla di considerarmi un privilegiato mentre i politici urlavano in tivvù, e volevo tanto annuire e sospirare pure io.   

Io in realtà volevo parlare della caporale Barbapapà, di come in questo mondo post post post industriale sono le macchine che serviranno veramente, e non le persone. E le persone – per trovare un posto al sole – dovranno sempre più somigliare alle macchine. E di come sarà tutto un casino quando tutti questi ragazzotti che pullulano per le strade di Bologna saranno espulsi dal grembo universitario, loro che si sentono tutti artisti e tutti credono di avere qualcosa da dire. Che io mi adatto pure a far schifezze, in fondo, ma là fuori sono le macchine che davvero servono. Venditrici col sorriso di plexigas e qualche impiegato ingegnere, che poi è come dire quasi-macchine che vanno avanti per atti respiratori.   

Sto esagerando.

Comunque, qualche disclaimer tanto per chiarirsi:

– non sono contrario a priori al lavoro precario.

– non sono un lamentoso come può sembrare, questa è solo catarsi.
– non sono contrario a priori ai barbapapà. 
– vorrei approfondire l’argomento Precariato ma qui c’è l’amico Bollo che racconta degli spezzatini di carne di balena cucinati in Norvegia che hanno un retrogusto dolciastro. 

Il test del SeiPerOttoQuarantotto lo abbiamo superato tutti: solo un tipo ce l’ha fatta ma poi hanno mischiato le carte ed hanno fatto finta che Sì.