va bene così

Dice la mia capa spiandomi la faccia, stai sorridendo, non è così usuale vederti sorridere. Io che non avevo motivi per sorridere, sorridevo solo perché certe volte al lavoro mi sembra brutto mantenere una espressione neutra per troppe ore, allora prima di girare gli angoli in corridoio, o prima di entrare in una stanza, faccio le smorfie e monto su un mezzo sorriso. Non è usuale vederti sorridere – comunque, mi dice.

E il discorso finisce lì, anche se io volevo dirle No Aspetta, Parliamone. Io non ho voglia di sorridere la mattina appena arrivo, sai? Cioè, a volte succede, ma è raro. Molto più spesso non mi va. Anzi mi chiedo, mentre ticchetto sul computer, come si fa a ridere ogni mattina. A sghignazzare. Non mi da fastidio per niente. Fate fate pure, ma io mi chiedo come sia possibile. Anzi la domanda sarebbe un’altra. Anzi, non sarebbe neanche una domanda.

Sarebbe solo da dire: io Questo Sono. Cioè, mi togliessero questo broncio, non so cosa rimarrebbe. Mi togliessero tutte le cose che ho avuto con un broncio nella mia vita – la mia letteratura con il broncio, e la musica con il broncio, l’interesse per le persone con il broncio, la mia esistenza attorno all’adolescenza con il broncio, le mie prospettive con il broncio, tutto questo disseminato pure di momenti in cui invece ridevo – ecco, non so proprio dire cosa rimarrebbe.

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nella nuova casa

Sono nella nuova casa. Ci sono tante (ma tante) cose da raccontare. Non adesso. Ho una finestra lunga cinque metri e una pianta enorme con le foglie enormi a forma di cuore ritagliato. Il giovane proprietario della camera – di cui già detto qui sotto – la chiama la sua “green girl”. Mi ha lasciato un bigliettino nella camera, mi ha scritto: prenditi cura della mia green girl, perfavore. C’è un piccolo annaffiatoio bianco che potrebbe essere stato di Cappuccetto Rosso, in un tempo lontano. Ho anche un televisore e le pareti della camera sono alternativamente bianche e arancioni. Una bianca e una arancione, una bianca e una arancione. I prossimi sei mesi saranno fra queste mura bianche e arancioni, per la mia casa numero… numero? Non me lo ricordo più.

ogni giorno che passa faccio la sottrazione

Ogni giorno che passa faccio la sottrazione fra tutti i motivi che ho per rimanere a lavorare qui, e tutti i motivi che avrei per non rimanere. Il risultato, cerco di fare in modo che sia ogni volta positivo. Questa si chiama ostinazione positiva. Scriviamolo sulla lavagnetta: Ostinazione Positiva. Così ogni volta poi decido di rimanere. Purtroppo credevo sarei venuto qui a fare chissà cosa, mi ritrovo a fare il burocrate segretario, con la prospettiva di diventare capo burocrate segretario. E la colpa alla fine è tutta mia che ho capito male, mica è loro, la colpa. La colpa è mia. Scriviamo sulla lavagnetta di chi è la colpa: mia. 

Ogni volta cerco di bilanciare la delusione e la disillusione e l’umiliazione con i lati positivi. Il punto è che ci sono tutta una serie di lati positivi che mi arrivano addosso che per adesso l’idea di mollare viene pesantemente respinta. Mi dispiace per il lettore ma da ora in poi ste pagine diverranno anche una specie di taccuino dove segnare tutti sti lati positivi, che da quando c’è il blogghe ho perso tanti quaderni e taccuini mentre il blogghe mica è di carta, quello è difficile perderlo. Il blogghe resta lì. Dunque, lati positivi:     

– Ieri mattina c’avevamo una riunione che io mi sono presentato col taccuino ma poi dopo tre minuti di discorso abbiamo finito per brindare con un bottiglione di champagne e il capo ha pure fatto un regalino stupido a tutti i presenti.

– Non devo timbrare alcun cartellino, entro ed esco più o meno quando mi pare. Non esco mai prima del dovuto per senso del dovere. Che bravo.

– Da un paio di giorni lavoro con l’ipod alle orecchie. Anche la mia capa fa così e pure la collega del tavolo avanti a destra. 

– C’è un gruppetto di persone che ogni giovedì lasciano tutte le carte sul tavolo, si infilano la tutina aderente ginnica e vanno a correre fra i boschi. Poi tornano con le guance rosse e ricominciano a lavorare. Con la tutina e le scarpette da corsa.  

– La città. Bella e rilassante. Gente con la faccia felice.   

  La città. Anche fosse brutta, non potrei mare tornare dove non sanno nemmeno raccogliere la spazzatura.

– A Bologna adesso sarei a distribuire cartoline oppure a fare il cameriere. 

– Pur volendo andare via: dove vado? Cosa faccio? Dove vado?  

– Essere costretti a svegliarsi presto la mattina che è ancora buio ti fa vedere le cose in modo diverso. Scegliere una direzione quando sei in vacanza per mesi che ti tiri dal letto a mezzogiorno è una cosa, scegliere una strada che devi tirarti su alle sette e lavorare tutto il giorno, è un’altra. E’ come se qualcuno ti prendesse per l’orecchio e ti dicesse: dai, su, scegli, fai, prendi una direzione, su’, fai presto, su’, veloce! 

E questo si chiama Bilancio Provvisorio.
E adesso da bravi, scriviamolo sulla lavagnetta: Bilancio Provvisorio.

ultimamente mi tiro su dal letto

Ultimamente mi tiro su dal letto che c’ho una porzione di cranio ricoperta di capelli ritti. Si drizzano solo da un lato – e generalmente questo lato cambia sempre – e non vogliono tornare giù. Devo passare la capoccia sotto il rubinetto dell’acqua calda, solo dal lato coi capelli rizzati. Questa operazione si chiama lo shampoo laterale, e l’ho inventato una settimana fa. Questo è l’elemento più tangibile dei miei sogni irrequieti e delle mie notti insonni.

Il pavone comincia a diventare un elemento preponderante di questo luogo. Il pavone davvero bussa alla finestra per farsi dare il pane. Il pavone davvero si ingozza con certi pezzi di pane che neanche il mio cane. Il verso del pavone – l’ho scoperto ieri mentre ero a colloquio con la mia capa – è un miao felino molto più acuto e stirato di quello del gatto. Ero di fronte alla mia Capa e all’improvviso da dietro la finestra: Miaoooooo!

Ora tu lettore diffidente dirai: eh, dici così per fare il simpatico, figurati se il pavone miagola. E invece No, giuro che è così. 

L’inquietudine di cui già detto qualche giorno fa resta inquietudine, però ci sto lavorando su. Gli elementi che mi aiutano in questo senso sono:

– La lenta costruzione di una Prospettiva. Sta cosa per adesso non la posso spiegare. Ci sto lavorando su, alla mia Prospettiva. Ci sono ricerche da fare sul webbe con la gola che si asciuga e la sensazione di averci la febbre. Ma ci sto lavorando su.
– Aver sbirciato quanti soldini riceve la mia Capa per una sola ora di consulto. Io a quella cifra non ci arrivavo neanche con tre settimane del caro vecchio lavoro di distributore di cartoline, e io sono il suo assistente, e queste son cose.
– La signorina.
– La consapevolezza che se non stringo i denti adesso, allora vuol dire che non valgo niente.

E comunque dalla regia mi avvertono che il pavone non miagola, bensì paupula.

seduto alla mia scrivania

Seduto alla mia scrivania – la scrivania che mi hanno assegnato al lavoro – guardo fuori la finestra un enorme pavone che mette il becco nel prato e un galletto con la coda rizzata che lo segue poco distante. Il pavone – mi viene da pensare – è proprio un uccello anni 80. Quelle piume, quei disegni. Avrebbe bisogno di un restyling ma è solo un uccello, purtroppo per lui.   

Al lavoro – perchè adesso abbiamo cominciato con sto benedetto lavoro – condivido la stanza con altri personaggi che perlopiù non ricordo come si chiamano, ché i primi giorni sono di assestamento e nelle prime ore già ti dicono tanti nomi che li dimentichi praticamente all’istante. Nella mia stanza c’è il fratello di James Blunt che se non è il fratello allora è il cugino, e un capetto con gli occhi a mandorla con un cervello da sette chili e mezzo che è sempre contento e lavora anche mentre mangia. C’è pure un italiano coetaneo e gentilissimo che se non fosse stato per lui, adesso non potrei usare neanche la posta sul computer. Per fargli percepire la mia gratitudine l’ho riaccompagnato a casa in macchina per evitargli la biciclettata di quindici chilometri nel freddo della madonna.   

Posso bere tanto caffè e tante tazze di the quante ne voglio, al lavoro, e nessuno protesterà mai perchè pare che sia un mio diritto. Ho pure una sedia comodissima che scivola con le rotelle. Se poi vogliamo parlare del lavoro, cosa dire del lavoro. Cosa dire. Qualche ora fa avevo un umore nerissimo che avrei voluto mollare tutto per vendere frittelle per strada, poi mi sono calmato. Poi di nuovo mi hanno infilato in una riunione che ho capito il 3% di quello che hanno detto ma non se ne è accorto nessuno, ché io sono bravo a sfoderare le facce interessate e concrete senza alcun fondamento. Poi all’uscita volevo di nuovo scappare piangendo col pavone sotto braccio. Poi però sono rimasto.     

Il destino degli indecisi in fondo è questo: se non sai scegliere un lavoro, è il lavoro che sceglie te, e a quel punto c’è solo da stringere i denti e tenere botta. Con l’espressione “tenere botta”  si capisce bene che io – seppure tanto terrone – ho vissuto tanti anni al nord. E questa ultima digressione è solo un artifizio stilistico per cambiare argomento all’improvviso ed evitare di cadere in considerazioni lacrimevoli. Fregati.  

2007 natale nel paesello

C’è troppa troppa gente che vedo solo a natale e pasqua, tutti questi anni da emigrante si fanno sentire. Troppa gente a cui stringo la mano due volte l’anno e ci conosciamo da sempre ma non sappiamo più cosa dirci. Cosa ci diciamo? Io non so cosa dire, certe volte sono bravo a riempire il vuoto con parole insignificanti e battute analcoliche ma poi ci guardiamo in silenzio, e finisce lì. E poi ci sono quelli che si sposano e fanno figli. Che si sono riprodotti. I tuoi coetanei che si riproducono. Con quelli che si sono riprodotti, parli del figlio. Cacca e pipì tutto bene? Dorme? Mangia? Per riempire il vuoto saresti capace di metterti a recitare una poesia di natale o a suonare Bianco Natale con le pernacchie.

Il Cuggino Rasta ha accorciato i rasta e i pezzi di rasta tagliati sono conservati in uno scatolo di telefono cellulare. Il Cuggino Rasta ha detto che una sua collega di lavoro – perché adesso il Cuggino lavora – che una sua collega gli suscita delle emozioni, ma che nel frattempo si tiene allenato con altre due o tre. Ha detto esattamente Tre ma io tendo a minimizzare sennò poi dice che esagero quando scrivo di lui. Il Piccolo è stato bocciato all’esame e ci pensa spesso, si ferma nel bel mezzo dei discorsi e ti dice: Mi hanno bocciato, ma ti rendi conto?  Il sabato sera in tutto il paesello non trovi nessuno, trentacinquemila abitanti e per strada non c’è nessuno. Nella piazza centrale siamo quattro pazzi che ci scrutiamo nelle palle degli occhi mentre un cane randagio miscellaneo scodinzola ai piedi di Billigiò, il quale prontamente risponde mollando uno scorreggione etilico che ci fa muovere tutti di venti metri, per riposizionarci in cerchio un po’ più distanti da questa hiroshima improvvisata e simpaticissima. In tutto il paesello ci sono più Mini bmw e Smart ForFour di tutta l’Olanda messa insieme. Colgo l’occasione per un caloroso augurio di buona natale e felice anno nuovo a tutti i possessori di Mini bmw e Smart ForFour del mondo ma soprattutto a quelli del mio paesello. Siete fortissimi, siete ricchissimi e bellissimi. E anche al possessore di sto enorme macchinone che ieri mi ostruiva il passaggio in una strada scassata. Qui a macchinazze chiccose siamo i primi e non ci batte nessuno.

Per la maggior parte del tempo ho un certo freddo e non mi va di vedere nessuno. Mi piace solo dar da mangiare ai pesci nell’acquario e grattarmi in un posto preciso del cranio che a parole non mi viene da descrivere. Cosa posso dire, i tempi sono questi. Ovviamente l’augurio di cui sopra è esteso – in una declinazione diversa – anche a tutti i palloni Wilson che passano da qui. Tante belle cose.

e l'avevo pure proposto io

E l’avevo pure proposto io, di andare a fare un giro fino in spiaggia, che io da bravo mediterronico dovevo vederlo per forza sto benedetto mare del nord, e poi poter pensare di aver spaccato l’europa in solitaria da parte a parte, vuoi mettere? Che poi arrivare in bicicletta fino alla spiaggia del mare del nord, succede che ti senti sopraffare dalla natura, dai cavalli che galoppano nei prati e dai torrenti di acqua verde che ci sono per davvero e non è che dico così tanto per impressionare gli impressionabili. E la spiaggia sconfinata e piatta che ti pare di essere, che ne so, a Malibu, anche se a Malibu non ci sei mai stato però hai visto tante puntate di Baywatch, e se trovi una spiaggia più chilometrica e più piatta di quella del tuo paesello – che comunque resta imbattibile sul colore dell’acqua – allora ti viene da pensare alle coste americane di quando David Hassellhoff era ancora una persona normale.

E comunque – senza girarci attorno –  nel silenzio che ti avvolge mentre pedali fra le dune di sabbia, cominci a pensare Ah la Natura, Ah i Cavalli liberi nei prati, Ah i torrenti di acqua verde, Ah gli Uccelli nel cielo. Poi nel silenzio più assoluto ovviamente succede che ti scivola via un piede dal pedale della bicicletta – e non sai perchè o percome – ti incastri nel telaio e fai un volo lento e rumoroso, tanto lento e tanto rumoroso che la ragazza che ti precede sullo stesso percorso fa in tempo a sentire i tuoi grugniti e una bestemmia in puro dialetto salentino – a cento metri dal mare del nord! – e a voltarsi per vederti lottare contro l’inevitabile, cincischiare un paio di secondi con il busto tutto davanti al manubrio e poi finalmente accartocciare sulla striscia di asfalto fra le dune di sabbia del mare del nord, che tu (e qui sta la morale della favola) giustamente se proprio devi fare una figura di merda ti piace scegliere le location più suggestive. E tu neanche hai posato il culo per terra che già ti viene da ridere.