la informiamo che

La informiamo che il suo credito sta per scadere in quanto inferiore a 3 euro – dice la signorina al telefono, ed io ascolto le sue parole calpestando a piedi nudi pini secchi sulla veranda di casa, qui nel mezzo del Salento, con la faccia cioccolato e i capelli crespi di sale.

Ma io ci vado avanti due settimane, con tre euro, standoci attenti, chiamando gli amici per pronunciare pochissime parole che tanto ci capiamo subito e comunque più tardi ci vediamo di persona.

Dieci giorni di vacanza – io sono uno che pensa alla fine già dal secondo giorno.

Saramago proprio non si legge, ha periodi troppo lunghi e virgole e apre parentesi senza mettere le parentesi. Abbandonato dopo venti pagine.

Mi porto il retino al mare ma poi non lo uso troppo ché sono cose da bambini e ti guardano male. La pesca sportiva da retino significa catturare micropesci fra i più stupidi del creato e ributtarli a mare.

Passeggiando per il centro storico immagino me stesso vivere in quel palazzo antico, appollaiato sul quel balcone, e come potrebbe essere la quotidianità del vivere lì, le mozzarelle buone sotto casa, e il novantanove virgola nove nove per cento di gente che parla la mia stessa lingua attorno.

La gente sui flyer delle discoteche scrive cose folli.

per quest'anno

Per quest’anno, e per questo compleanno, per evitare di parlarne, mi ero pure preparato la battuta.

"30?" "
"…e lode"

che pero’ non fa per niente ridere, e comunque funzionerebbe solo dopodomani in vacanza in Salento, mentre qui in Paese Barbaro non sarebbe nemmeno capita.

Sono molto disappointed, sia chiaro, che’ mi pare un’ingiustizia, eppure nel mio essere perennemente sospeso fra impressioni contrarie, se proprio dovessi sforzarmi, non li farei a cambio con nessuno che conosco.   

cose 24settedieci

Dopo aver conosciuto lui su youtube ho deciso che devo ricominciare a studiare la lingua barbara.
Ho ricominciato.

Il problema è che se vuoi veramente una cosa, la fai. Se la desideri davvero, allora fai in modo di raggiungerla. Però prendiamo la lingua barbara: non mi piace. Mi devo sforzare tanto per parlare poi una lingua che non mi piace? Diamo un esempio di lingua barbara per dare un’idea ai telespettatori a casa.

Non mi piaccio: sono vendicativo nei confronti delle falene che si intrufolano in camera. Falene, voi entrate? Voi entrate e frullate con le vostre ali per ore contro i muri, contro i vetri, sul mio naso, e non mi fate concentrare? Falene, io vi lascio morire qui in camera mia. Si chiama selezione naturale della camera mia. Siete portatrici di informazioni genetiche fastidiose che vi spingono ad entrare in camere di persone tranquille e posate come me – nonostante solo un piccolo pertugio sia aperto, e tutto il resto chiuso. Voi la vostra informazione genetica non potete tramandarla alla prole. Io desidero un mondo di falene educate che al limite – se proprio vogliono entrare – poi sanno trovare da sole la via d’uscita.

dove me oggi

Il posto più a Nord in cui sia mai arrivato guidando. Al pub sulla destra ho guardato la Meisje che finiva la sua birra piccola. Al negozio sulla sinistra comprato le mie scarpe nuove. Che se sei straniero, in quel negozio, c’è un dieci per cento di sconto a prescindere.

http://maps.google.com/maps?q=aarhus&hl=it&ie=UTF8&hq=&hnear=%C3%85rhus,+Danimarca&ll=56.158135,10.212002&spn=0.008676,0.027595&z=14&layer=c&cbll=56.157029,10.206984&panoid=OEYSeHazteiOHQBZGpl-NQ&cbp=12,200.34,,0,6.34&source=embed&output=svembed
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stare in mezzo

Stare in mezzo alla gente – non importa quale gente – per te significa sempre che la testa ti funziona bene per le prime due ore, e poi dopo sbadigli.

Ti chiedi quante ore una persona normale sia capace di stare con gli altri. Quanto tempo siano capaci di tenere “la porta aperta”. Le orecchie aperte, gli occhi aperti. Senza perdersi come fai tu a osservare le foglie mosse dal vento cinquanta metri piu’ in la’. Come un ebete.

Te lo chiedi, eppure hai gia’ la risposta tra le mani, perche’ a diverse latitudini noti con disappunto che tutti sono molto piu’ bravi di te. Che resistono molto di piu’. Da sempre sei quello che quando si esce poi vuoi tornare a casa prima. E che se lo fai, poi passi il tempo a chiederti perche’ tu vuoi tornare prima e gli altri invece No.

Anversa

Mi piacciono le città con i palazzi di marmo. Anversa ha i palazzi di marmo. Nel luogo barbaro dove vivo invece, di palazzi marmosi ce ne sono pochissimi. Sono appena tornato da Anversa. La Meisje viene a farmi visita dalla Danimarchia. Lei la mattina dopo si sta lavando i denti – fuori dalla finestra ci sono i palazzi di mattoni rossi con pochissimo marmo – e io le dico, senti, chiudi la valigia che andiamo via. Andiamo dove? Andiamo ad Anversa. Non le ho detto così; non ho detto nulla fino a poco prima di entrare in città.

Il signore italiano gestore di ristorante ad Anversa fa il simpatico con tutti. Chiama la Meisje peperino e lei potrebbe pure ucciderlo per questo. Io non lo ucciderei, il signor gestore, però quelli che sono sempre gentili e sorridenti di professione, non lo so. Ecco, quando cominciano con le giovialità e le domandine rituali vorrei dire, non ce n’è bisogno, andiamo al dunque. Come ai lavatori di vetri ai semafori. Non ce n’è bisogno. I lavatori di vetro. Da quanto tempo non ne vedo.

Italiani? chiede comunque il signore gestore. Arrivati da dove? Chiede. Dal Paese Barbaro, dico io, lei invece dalla Danimarchia. E ora siamo a cenare con linguine ad Anversa. Che uno potrebbe credere sia l’inizio di una barzelletta. Invece No. Il Belgio sta in mezzo a tutto. Potrei parlare del Belgio e di Anversa, invece parlo di un paio di cose che hanno molto poco a che fare con il Belgio ed Anversa.

Numero uno. Avere una televisione a disposizione una sera ogni 4 mesi, significa che poi uno la accende e mette su Raiuno, ché quello tanto si prende sempre in Europa. Mi ha rassicurato notare che ancora oggi la formula di Raiuno è la stessa: posizionare davanti alla telecamera dei vecchi che cantano canzoni vecchie o comunque molto conosciute, e condire la scena con un gruppo di giovani che ondeggiano la testa e seguono con il labiale le parole della canzone.

Numero due. Quelli che allo zoo bussano sul vetro delle gabbie degli animali. C’è scritto: non bussare. C’è scritto “non bussare sul vetro” in barbaro e in inglese, e se pure tu non fossi una persona capace di intendere nessun idioma scritto, ti mettono pure l’immagine del pugno sul vetro, con tanto di divieto. Significa: divieto di bussare. E tu comunque bussi. Tu genitore di bambino che vedi tuo figlio bussare sul vetro e rompere i coglioni al rarissimo roditore notturno della Nuova Zelanda dello Zoo di Anversa, lo lasci bussare. Tu genitore, se il tuo bambino se ne fotte del rarissimo roditore notturno della Nuova Zelanda, lo avvicini al vetro e allora sei tu che ti metti a bussare. Per insegnare al bambino come si fa? Tu genitrice, io ti osservo alle spalle, ho capito che sei italiana, e penso che sei come quelli che siccome non c’è la multa allora lo faccio, ché il divieto vale per gli altri, cosa vuoi che sia. Dovrebbe esistere un sistema per cui se tu bussi più di tre volte ti viene impiantato automaticamente sotto pelle un chip, per seguirti tutta la vita, per marchiarti come elemento inutile o dannoso all’economia del mondo, e discriminarti appena possibile, o per sapere sempre dove sei e cosa fai. Oppure se hanno finito i chip, lanciarti subito nella gabbia dei giaguari appeso per un piede.

quella striscia

Quella striscia di cacca nel cesso che resiste nel tempo. Guardo il mio coinquilino maschio coi peletti di barba bianchi sulle guance.

So che e’ stato lui.

Abbiamo il bagno dei maschi e il bagno delle femmine. Su tre maschi, ora uno e’ partito in Indonesia tre mesi. Dunque, se prima dietro quella striscia di cacca potevo costruire delle ipotesi, adesso ci sono solo certezze. E’ lui. Erano meglio le ipotesi delle certezze. Collegare la faccia alla cacca, non lo so.

Preferivo prima. Prima si era fermi al concetto vago di cacca, dove la relazione causa effetto restava indefinita. Fra causa e cacca.


sti giorni

Casa salentina era immersa nel sole, sti giorni. Al paesello le cameriere delle gelaterie mentre sudano raccogliendo scontrini, indossano occhiali di Dior. La gente invecchia. La lunghezza della vita si misura in base a quanti giorni diversi uno dall’altro si riescono a vivere, diceva quello. Poi tu incroci le facce e riesci a contare il numero di giorni ugualissimi che hanno vissuto. O forse e’ solo tua presunzione che osservi di passaggio. Adesso ci sono aerei che al prezzo di mezzo occhiale di Dior potrebbero portarti in Salento dal Paese Basso quasi ogni volta che vuoi. Devi volerlo e prenderti un giorno di vacanza. Potrebbero non farti piu’ le feste, se ti vedessero troppo spesso in giro.    

ogni volta

Indossare un paio di pantaloni nuovi, significa che la prima volta che faccio scendere la zip in bagno penso a chi sono cosa faccio in quel momento storico, e chissa’ come saro’ cosa faro’ l’ultima volta che faro’ scendere la zip prima di buttarli via. E se mi ricordero’ della prima volta – anche se di solito non me ne ricordo.

dovendo trovare i lati positivi

Dovendo trovare i lati positivi del trovare il finestrino della propria macchina sfondato dai ladri (sì, giusto un mese dopo questo), i lati positivi sono che il ladro è così fesso da non trovare niente di quello che avrebbe potuto portare via, tipo lo stereo, o il navigatore. E il secondo lato positivo è che la riparazione ti costa il doppio di quanto avevi pagato l’ultima volta a Bologna per lo stesso motivo, epperò l’aggiustatore dei vetri ha una sala d’aspetto con televisione satellitare, caffè, riviste e wireless libero per tutti. Ultimamente non mi incazzo più per nulla.

A proposito di incazzature.

L’incazzatura e il litigio saranno l’argomento del mio programmino in onda  in diretta questa sera  dalle 20.00 su RadioFlo (ascoltabile online dal sito). Questa cosa di averci il programmino radiofonico e di spargere on air parolone in accento mediterronico va avanti da qualche mese ormai, però viene inspiegabilmente pubblicizzato su queste pagine soltanto adesso.

fino all'altroieri

Fino all’altroieri non avevo mai messo piede in Danimarca. Ora l’ho messo.
La prima giornata l’ho trascorsa da solo, in una stanzina a guardare fuori dalla finestra, e fuori dalla finestra non passava nessuno. Forse quindici macchine in tutta la mattina, e due ragazze in bicicletta – che la spingevano, la bicicletta – però. Ma questo è una zona della Danimarca che c’è pochissima gente.


Mentre guardavo fuori dalla finestra la Meisje era al lavoro, vestita da pirata.  Non vestita "come" un pirata, ma proprio "da".

Poi la sera siamo stati in una casa dove io ho contato 7 statue di Robocop, 4 Micheal Jackson e ben 22 Batman (ma forse ne ho perso qualcuno) e non erano messi lì per l’occasione, erano sempre lì, tutti i giorni. Siccome in Germania sono più alti che in Italia, e in Paese Basso più alti che in Germania, arrivando in Danimarca ti aspettavi altezze ancora più alte, e invece No, sono più bassi. Molto conveniente comprare le mutande in Danimarca, 5 paia di boxer 80 crani (che se non lo sapete, è la moneta daniese corrente).

nuovi orizzonti lapponici

La Meisje l’altro giorno é traslocata in Danimarca per il suo nuovo lavoro. Quindi io adesso rispetto a lei sono a Sud. Gia’ da prima io ero il mediterronico e lei la nordica, ora le giuste distanze sono ristabilite. La Meisje in Danimarca significa che adesso si andra’ a visitare questo nuovo paese lapponico, e per la precisione una zona sperduta di questo paese lapponico, che dalla pagina di wikipedia vengo a sapere ha meno di 1 abitante per km quadrato. E io non lo so se mi spaventa di piu’ avere troppa gente in giro, o averne troppo poca, o avere troppo freddo, o averne troppo poco, il traffico esagerato della mattina, o nessuno per strada alle sette della sera. Non lo so, e comunque sto divagando. Fino ad ora conoscevo soltanto un Daniele, in Danimarca, e quindi erroneamente pensavo che in Danimarca ci potevano andare solo i Danieli e Daniele, toh, al massimo i Danilo, ma non le Meisje.

dopo venti giorni

Dopo venti giorni di mancata automobile per mancanza di targhe, eccomi di nuovo sulle quattro ruote. E il Paese Basso e’ in assoluto il luogo dove ti rendi conto che la macchina certe volte non serve. Io poi vengo dal paesello del Salento dove pure per fare cento metri si prende la macchina, e quando ti capita di muoverti a piedi ti senti come Keanu Reeves in Matrix che esce dalla realta’ virtuale. Va bene, solo per dire che la macchina anche se non ce ne rendiamo conto e’ un lussissimo, una cosa che se ti fermi a pensare, e’ incredibile. Poniamo che devi spiegarlo ad uno che viene da Plutone. C’e’ sto parallelepipedo smussato di acciaio e plastica e vetro – gli diresti – che e’ mio perche’ ci infilo la chiave, e lo uso per muovermi in giro, e occupa un determinato volume di spazio del nostro mondo e gli altri (che pure sono uguali a me) se anche non lo fossero contrari (al fatto che io occupi una porzione di volume del  mondo con plastica e acciaio) non potrebbero farci nulla che tanto io lo faccio lo stesso. E poi pensa – diresti al Plutonese – che in ogni macchina ci sono tipo 5 posti eppero’ 4 di questi sono quasi sempre vuoti. Quelli tre di dietro praticamente sempre a meno che non ti sei riprodotto. A proposito, come vi riproducete voialtri su Plutone? Eccetera eccetera.

non solamente il me stesso che scrive

Non solamente il me stesso che scrive, ma pure questo blogghe ha vissuto la maggior parte degli anni zero a Bologna. E dunque ora che ci sono tornato per una microvacanza di un giorno e mezzo, a Bologna, le sensazioni sono contraddittorie.


La gente dice: " e i ricordi mi assalirono non appena rividi le stesse strade etc etc.". Per me non vale, non mi assale nessun ricordo, ché già dopo dieci minuti di Bologna mi pareva di non essere andato mai via. Le cassiere della Conad sono sempre le stesse. Mentre ero via, ho vissuto in cinque case diverse, parlato con centinaia di persone, visitato città e viaggiato molto, e quelle erano sempre lì. Il mio pakistano di fiducia ha chiuso il suo internet point e ora al suo posto c’è un parrucchiere, pure lui pakistano. Pare che per un certo periodo abbiano mandato avanti internet point e parrucchiere simultaneamente.


Essere in Italia ed essere a Bologna, significa che me ne vado al bar a compiere gesti italianissimi che quando ero qui non compivo mai, tipo prendere un cappuccino e brioche, al bancone, e ascoltare attentamente tutti i discorsi degli umarells che secondo a me a Bologna sono i migliori di tutti. I giovani italiani soffrono di alberonatalismo nel vestiario, si acconciano come alberi di natale dove più palle metti, e più luccicanti, tanto meglio è. Nella mia camera ci vive da tempo un altra persona, ci passo davanti alla porta e non mi dispiace, non c’è nostalgia, o forse Sì però verrà fuori più avanti.

così tanta pioggia

Così tanta pioggia e vento ieri sera mentre uscivo dal mio studiolo nell’universita’ e cercavo di raggiungere la macchina, cosi’ tante avversita’ una dietro l’altra – la pioggia laterale, il vento che fischiava fortissimo, l’ombrello che si rivoltata dall’altra parte come nei film, l’autobus che passa e ti schizza, un fiume che si forma all’improvviso dove prima non esisteva e che lo devi saltare senza scivolare nel letto di foglie marce, l’ombrello che ti scappa di mano e comincia a rotolare trascinato dal vento in un pozzanghera enorme – tutte queste cose insieme, quando sono arrivato finalmente alla macchina mi aspettavo di trovarci il mostro finale, quello che nei videogiochi anni 80 e 90 dovevi uccidere per passare al quadro successivo.

certe volte averci il blog

Certe volte averci il blog, vorresti che non lo sapesse nessuno. Nessuno nessuno delle persone che conosci – barra – che ti conoscono – virgola – nella vita materiale. Certe volte ti viene da pensare che dovresti chiudere e riaprire da qualche parte sotto un nome ancora meno riconducibile a te di quanto sia questo, che riconduce fin troppo bene a me. Aprire un altro posto sotto il nome per esempio di Ermino Stuffaldini – vediamo un momento su google se esiste, non esiste – e poi giuro sarei curioso di vedere gli effetti delle parole che lubrificate liscie e incontrollate fluiscono direttamente dal mio colon cerebrale. Che siamo a quattro anni e mezzo di scribanza, da queste parti, si cominciano a sentire. Sarei io il primo curioso a quel punto, e a seguire tutti gli altri. Non il contrario.

poi ci sono quelli

Poi ci sono quelli – tipo me – che per essere piu’ credibili sul lavoro si inventano trucchetti semplici semplici e gratuiti. Che alla fine funzionano, e pazienza se uno si impegna tanto in altri modi, alla fine sti trucchetti funzionano. Per esempio – ma questo vale solo per chi ha a che fare con una lingua diversa, in questo caso l’inglese – mi dicono una cosa e non capisco. Allora dico: Mh? Quelli me la ripetono, io se non capivo pure la seconda volta, prima dicevo di nuovo: Mh? Adesso invece faccio: Ah! Come se avessi capito. Ma non ho capito. Pero’ lascio uno spazio di silenzio all’interno del quale prima o poi si inserisce qualcuno. Faccio la figura del riflessivo. L’altro trucchetto é abbastanza simile. Ti dicono una cosa, tu sai gia’ cosa rispondere – lo sai benissimo, lo sai perfettamente, lo sai fin nei minimi dettagli – pero’ fai finta di pensarci. Sposti lo sguardo dal tuo interlocutore verso la finestra, poi verso il pavimento. Fai finta di rispondere, ma ti fermi subito. Di nuovo finestra, di nuovo pavimento, e infine rispondi. Fai la figura del riflessivo. Apparire é meglio che curare.