poi ci sono quelli

Poi ci sono quelli che non ti stanno proprio simpatici ma nemmeno puoi dire che non ti stanno simpatici: stanno li’ in equilibrio in quella zona poco significativa che non hai altro da aggiungere. E che poi ti salutano esclamando cose molto americane, modi di dire che sono capaci di masticare solo quelli che sono madrelingua, o che hanno masticato la lingua fra i madrelingua. Modi di dire che non hanno significato tipo mettere in mezzo le parole “pretty much”, che di suo non significa niente, ma certamente fa molto americano. Tipo dire Ieri ho notato che la cosa sarebbe pretty much conveniente, Qui abbiamo un prodotto pretty much innovativo eccetera eccetera. Hanno anche i loro saluti in lingua molto madrelingua, per esempio quando vi incontrate uno di fronte all’altro e poi ognuno per la sua strada (a proposito, alla domanda How you doin’? si risponde? E cosa si risponde? Sta cosa mi fa impazzire). In ogni caso, davanti a queste relazioni interpersonali molto stile madrelingua, io che in cuore mio restero’ rozzo per sempre – ma senza farlo vedere agli altri – io rispondo a modo, cioe’ con risposte che a loro volta fanno molto madrelingua, pero’ immediatamente sento dentro di me di aver esagerato, e appena vado oltre, e non mi possono vedere, in quel momento, io sibilo fra i denti qualche bestemmia in dialetto strettissimo calcata e sulle consonanti e stanca sulle T salentine, che non é dettata da rabbia, non é giustificata da niente, mi serve solo a controbilanciare tutta la scenografia circostante.

unità d'Italia

Un famoso programma di mtv arriva nientedopodomanimenochè a Corleone, cittadina siciliana nota per le solite storie di mafia, padrini, pizzini eccetera eccetera. I giornalisti di Repubblica.it prontamente si eccitano e titolano Rock antimafia a Corleone.  Cosa fanno i lungimiranti autori del programma, per fare sentire i ragazzi di Corleone uguali sputati a quelli del resto d’Italia, ma proprio sullo stesso livello senza alcuna differenza? Decidono di portare sul palco ragazzi vittime di mafia che raccontano le loro storie di vittime di mafia. Che allegria. Per fortuna la normalizzazione arriva dal basso, in questo caso innescata dalle bambine carampane sguaiate che – come direbbe Camilleri – se ne stracatafottono delle vittime di mafia in processione e portano come vessilli i loro cartelloni disperati fatti coi pennarelli della scuola. I messaggi sui cartelloni sono di notevole spessore come si conviene a questi eventi all’insegna del brufolo e dell’apparecchio per i denti. Si legge su uno di questi (abbiamo una diapositiva): VENGO DA MESSINA. TOKIO HOTEL = TRANS. ANDATE A LAVORARE. FINLEY SIETE VOI LA MIA DOSE DI ADRENALINA. VI PREGO FATEMI SALIRE. 

Tutto ciò è bellissimo e mi ricorda – e non so perchè – quei concorsi di poesia delle scuole medie a partecipazione coatta, che mi causavano orticaria di pensieri retorici e buonisti per cui, per reazione, ci si abbandonava alle peggiori blasfemie durante il quarto d’ora di ricreazione.  

cose da mettere in bocca

Un comico viene licenziato per alcune frasi volgari e gratuite pronunciate alla tivvù. Tu che non hai la tivvù, leggi le frasi sui giornali e pensi che quelle parole fanno davvero un po’schifo. Cacca e pipì in bocca a persone che non c’entrano nulla con quello che sta dicendo. Tanto per dire. Il comico dice che quella è satira, ma tu sta satira non la vedi per niente. Ti sembra tutto un po’  schifoso, e gratuito, e triste. Il comico non ti è simpatico (lo hai ascoltato troppe volte ripetere con orgoglio un suo tristissimo sketch sul matrimonio) e non ti piace nemmeno la censura.

Ma il punto non è questo.

Il punto è che già sai che presto si formeranno due coalizioni, da una parte quelli che urleranno Censura!Censura! con le mani fra i capelli e la bava alla bocca, e dall’altra parte quelli che diranno Ma Quale Censura, quell’uomo è un folle, va messo da parte. Già sai che le fazioni si prenderanno a cazzotti verbali e la storia verrà rivangata per mesi e anni, mentre il comico in questione con la corona di spine sul capo andrà per teatri a fare i miliardi.  

Chi da una parte, chi dall’altra, e giù cazzotti.

Ti viene da pensare che riuscire a restare in Italia vuol dire anche riuscire – quando accadono ste cose – a sentirsi da una parte o dall’altra. E’ quando non ci riesci più, quando ti pare tutto un prendere a schiaffi il vento, che cominci a chiederti cosa ci stai a fare.

che poi, a proposito di creativi

che poi, a proposito di creativi provocatori che proprio c’hanno l’arte e la creatività che gli sprizza fuori da tutti i pori, il posto d’onore nell’ultimo mese lo merita quel gran furbastro di oliviero toscani (che mi viene davvero di scriverlo così, minuscolo minuscolo) con la sua maglietta natalizia per il comune di Milano uscita qualche giorno fa sui giornali, che uno a guardarla oltre a fare considerazioni personali sul livello altissimo dell’artista fotografo creativo oliviero toscani, pensa pure che magari la stessa cagata poteva pure farla – che ne so – con un font un attimo meno banale – che ne so – anche un arial black, ma pure un Courier – che ne so – invece di sto corsivo da caramelle per la tosse.

i pubblicitari hanno sempre ragione

e se hanno deciso che in Italia siamo più ricettivi all’immagine di due donne che si infilano la lingua in bocca (e per estensione a tutti i riferimenti ritenuti generalmente provocatori, quindi mettiamoci pure culi tette froci pipì e popò) allora vuol dire che è così e basta, e c’è poco da discutere.

i cambiamenti

I cambiamenti portano modifiche alla vita. Per adesso mi succede solo che (random):

– Vengo chiamato per fare il fantoccio promozionale di una importante azienda di elettrodomestici e dico No Grazie Non Interessa. 

– Giunge a casa una bella lettera intestata ad un egregio dottore che ancora non mi rendo conto di essere io – l’egregio dottore – zeppa di depliant pubblicitari per una serie di Master post laurea con rette da tantimila euri, una di quelle cose che ti fanno capire come l’Università non si stanca mai di ciucciare cose e soldi e aspirazioni dai suoi bambocci belli. Penso di gettare la lettera direttamente nella spazzatura ma poi noto che sulla sedia c’è una piccola punta metallica che rischia di rovinarmi i jeans nuovi, e allora la lascio sulla sedia con la funzione di salva jeans. 

– I jeans: dopo anni e anni torno ad infilare le pudenda in un paio di Levi’s. La mia epoca di pantaloni bracaloni – sia chiaro – non finisce qui, i pantaloni bracaloni restano ancora i preferiti.

– Le felpe di quel marchio tanto aristocratico denominato De Puta Madre, ne ho incontrate due in poche ore qui vicino casa. Lasciano addosso un senso di vomito come al solito però questo senso di vomito adesso ha un senso di transitorio che mi fa stare tanto meglio.