Seppure la ricerca di una casa nuova è in pausa, continuano ancora adesso i miei sforzi per assegnare alla ricerca di una casa – e alle case in generale – significati altri.

Per esempio ho preso consapevolezza che il mio progressismo ha definitivamente perso, ora che fortissimamente voglio una casa in una zona a prevalenza etnica europea, non mediorientale, non nordafricana. Argomento questo difficile da snocciolare e da comprendere, se non si ha vissuto non dico a Brussèlle, ma almeno in una grande capitale europea.

Per esempio leggendo questo post sulla difficoltà di trovare una casa decente a Milano per i giovani professionisti di oggi con gli stipendi da fame – salvo che poi i giovani professionisti con stipendi da fame desiderano un appartamento proprio nelle zone più trendy della città. Leggo il curriculum dell’autore, leggo i commenti, e non so spiegare il motivo, ma subito penso che in una vita conta pure – e meno male – quante volte potendo scegliere hai imboccato la strada più difficile, invece della più facile, o della più attraente.

Lo so che è sempre lo stesso argomento – a partire dalla cicala e la formica questo è sempre lo stesso argomento – ma oggi mi viene in forma di strade: quella più facile e attraente e fica, e quella più complicata, e mi vengono in mente le volte che hai imboccato la strada più complicata, e mentre ti ci trovavi dentro, ancora potevi scorgere quelli che erano sulla strada più facile, e un poco li invidiavi, un poco ti bruciava il culo, a te che intanto eri dall’altra parte.

(E a proposito di case, e di imboccare strade complicate e di soddisfazioni collegate, ci metto pure queste foto del balcone di Andima)

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m’ha preso sta mania

M’ha  preso sta mania della casa nuova, pur non avendo davvero bisogno della casa nuova.

E cercando case nuove – e non avendo fretta,  e permettendomi di essere addirittura choosy – scopro cose di me stesso, delle mie pretese estetiche, che ignoravo. Mi accorgo che pretendo porte e infissi bianchi. Mi accorgo che sopporterei solo determinati colori di parquet, e che non sopporterei di non camminare sul legno, nonostante le mie origini mediterroniche dove la fredda mattonella di ceramica regna incontrastata da sempre.

E poi – seppure tutte queste cose fossero rispettate -se anche  la bellezza interiore fosse accettabile, deve essere accettabile pure la bellezza esteriore (oddio: e’ una metafora?) e quindi, se uscendo di casa non dovessi vedere neanche un albero, quella non potrebbe essere la mia casa.

Averci un blog significa pure tenere il polso delle proprie evoluzioni – cose non possibili per i twittaroli e facebookkini. Per esempio scrivendo queste righe mi viene in mente questo pezzo del 2006.

qui sotto: una opzione depennata perché in una strada che mi metteva tristezza.

anche quest'anno, a grande richiesta

E anche nel 2010 siamo di nuovo alla ricerca di una casa. Trasloco numero 5 o 6, non ricordo più, ho perso il conto. Tra due settimane devo andare via da questa camera. e ancora non ho nulla di sicuro.

Il meccanismo è sempre uguale, rispondere ad annunci e poi andare a vedere le case facendo il simpatico tutto il tempo sperando di essere preso fra le decine di pretendenti. Come un colloquio di lavoro, solo che non vinci un lavoro. Breve riassunto delle case viste fino ad ora:

Mansarda terzo piano.
Tetto spiovente e finestra obliqua che se la apri e ci infili la testa, la tua testa sbuca fra le tegole del tetto. Ci vivevano due ragazze. Dicevano di essere francesi, poi si scopre che una di loro è  invece della provincia di Bari. Io tutto il tempo a cercare di capire se fossero una coppia, mi pareva evidente di Sì, eppure non potevo chiederlo. Fosse stato vero ok, ma non fosse stato vero, insomma, meglio evitare di dire Ah, No, Sai, Pensavo.

Palazzone in ghetto islamico.
Il potenziale coinquilino è uno studente nigeriano che appena arrivo mi dice aspettami di là che ho da parlare con il mio amico. Io seduto in poltrona li ascolto che scherzano per venti minuti. Quindi viene da me ed esce fuori che l’affitto sarebbe illegale ma non è poi così importante. Io noto che usa quella stanza come un’immensa scarpiera e mi distraggo un attimo quello già mi parla di crisi del credito mondiale e di ricadute sulla legislazione del paese barbaro. La casa però è pulita. Lui parla un inglese incomprensibile. Per dire “dutch” dice "dash"e io mi chiedo chi sono questi dash. Gli dico che se resto senza niente magari lo richiamo. Lui mi dice vabbene, però non ti garantisco nulla.

Casa in vendita.
Mansarda in questa bella casa in zona molto triste della città. Ci sono alberi e mattoni e parchi giochi per bambini. La casa è bella, la stanza sarebbe bella, epperò c’è un dettaglio, la casa è in vendita, non si sa come non si sa quando, e però se la vendono ti danno un mese per andare via. Guarda – dico alla ragazza che mi pare pure simpatica ed è fidanzata con un italiano, a me va benissimo. A proposito, mi vendi questo tavolo? le chiedo. Lei mi dice ti richiamo domani ti faccio sapere. Sulla porta mi parla del suo ragazzo italiano laureato in Storia che non riesce a trovare lavoro in Paese Basso e mi chiede come invece ci sono riuscito io. Il giorno dopo non mi chiama ed io penso che sembrava simpatica, forse non lo era per niente. Poi invece mi manda un messaggio mi dice c’è un imprevisto, forse la casa la vendono subito e non si affitta più. Però non è sicuro, appena so qualcosa ti faccio sapere. Si attende.

Stanza in nanovillaggio.
C’è questa camera grandissima col parquet tutto nuovo, ampia finestra e grandi mobili. Costa pure poco. Però è infilata nella periferia di un piccolo villaggio sperduto nel nulla del Paese Basso, circondato da laghi e boschi e sterpaglie. La padrona di casa mi accoglie sulla porta con il marito. Entrambi mi paiono sporchi e decadenti, ma la casa è pulita. Lei in particolare puzza di un profumo orrendo che si è messa addosso. Nella camera ancora da sistemare c’è un materasso ad acqua e una lampada solare, quelle cose che vedi alle televendite e che pensi non se le compra nessuno, e invece. Io dico la camera mi va bene ma senza sto coso ad acqua e lampada solare,. Loro mi dicono E’ ovvio che non te lo diamo il materasso ad acqua,  cosa ti credevi, e me lo dicono  sprezzanti come se non capissi le finezze loro nel gestire l’arredamento. C’è pure un gatto. La padrona di casa è lei, ma in casa ci vive invece il figlio, che paga a lei l’affitto (il figlio paga l’affitto alla madre? Non chiedo di nuovo ma ho capito così). E mi dice che la casa resta a lei fino a quando il figlio non diventa abbastanza grande da fare un mutuo con la banca e comprarsi la casa dalla madre (ah ma allora ho capito bene). Mi dicono se la camera ti va bene ti chiamiamo noi per la conferma. C’è pure una ragazza che la vuole ma mio figlio preferisce i ragazzi. No, non è che non le piacciono le ragazze, solo dice lui le ragazze si lamentano sempre.

E intanto siamo qui in attesa, come d’autunno sugli alberi eccetera eccetera.

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Qui ho un tetto obliquo e due finestroni che si aprono sul tetto obliquo.  

Metto la testa fuori dalla finestra sul tetto obliquo – la chiameresti mansarda se non l’avessi vista, ma siccome la conosci non la chiami così che ti pare troppo nobile – metti la testa fuori dicevo e respiri l’aria della sera.

Avevi un appuntamento per vedere una nuova camera. Ti cambi la maglietta per fare bella figura e siccome sei vittima di un torcicollo maledetto ti prendi pure un antiinfiammatorio. Non vorresti arrivare lì all’appuntamento per la camera e farti vedere così tutto rattrappito – sono uno che va in palestra, io, altro che rattrappito. E poi pensi che vorresti non avere più questo tetto obliquo che ti stringe attorno l’esistenza. Arrivi all’indirizzo prestabilito e ti apre la porta un ragazzo sorridente – è quello con cui hai parlato al telefono, ti pareva una persona normale, infatti è una persona normale, ti fa entrare in cucina.

In cucina c’è una di quelle luci fioche che dal soffitto creano le ombre sulle facce delle persone, e poi ci sono tutti i concorrenti per la camera, quelli che dovrebbero lottare, sembrare simpatici e irresistibili per farsi scegliere per la cazzo di camera.  C’è una lesbica che assomiglia a Paolo Bonolis  ma coi capelli lunghi e ingelatinati, si è portata pure la fidanzata nel caso non fosse chiaro il concetto, come misura precauzionale, visto che dall’annuncio si capiva che era una casa di soli uomini.

Mi fanno vedere la camera, ed è col tetto obliquo, però ancora più obliquo del mio, che il soffitto scende subito ed io il mio metro e ottantaquattro non so dove metterlo, e l’unica finestra è ancora più piccola di quella che ho qui. Metto la testa fuori dalla finestra e respiro l’aria della sera. Sarebbe in teoria la stessa identica sera che avevo qui, solo che lì fuori c’è l’autostrada. E costa pure una cinquanta euro di più. Con l’autostrada. Dico No grazie e me ne vado, non mi va nemmeno di scambiare due parole. E poi c’è uno dei coinquilini che ha messo gli occhi su una delle candidate, è ovvio che è lei la favorita. Quando arrivo a casa ho ancora il torcicollo e parcheggio senza poter voltare il cranio, le ruote per questo mi finiscono sul marciapiede, che devo tornare dentro  sedermi girare la chiave e fare tutto daccapo.

faccio cose 090909

E quindi non dormo abbastanza. Gia’ so di avere le occhiaie prima di tirarmi su dal letto. Dietro la porta il nuovo coinquilino tedesco dice: qui invece ci vive un ragazzo italiano. E poi una voce femminile che ride. Dev’essere la nuova coinquilina indonesiana. Io gli indonesiani onestamente non ce la faccio piu’. La puzza di cucina indonesiana pensavo di avere chiuso, e invece No.

Eppoi almeno in italiano dici indonesiano, che suona bene, in inglese invece dici indoníscia, aggettivo indoniscian, che non suona tanto elegante. Cerco casa. Mi chiamano per una casa. Ti piace la camera? mi chiede sto bovino barbaro. Mi piace. Anche senza pavimento? (non c’é il pavimento) senza intonaco, senza frigorifero e lavatrice e piano cucina (che non ci sono, li devi comprare a parte e metterli vicino al letto). Sí sí mi va benissimo, dico io. Dividerai il water – solo il water, eh! – con quello che vive di la’. Comunque é per poco, perché poi lo mandano via. Anzi, adesso é pure in galera. Ma va’? Vuoi la sua camera? Te la faccio vedere, li’ pero’ c’é il pavimento.

La porta é chiusa. Il bovino – é una bovina – infila una mano nella finestra, dal balcone, e sposta la tenda. Un tugurio, ma enorme, e col pavimento. Col pavimento! Ci mettiamo a discutere: secondo te lo portano via, il pavimento, prima di lasciare la camera?  Va be’, dico mi piace di piu’ quella di prima, Sí Sí tranquilla – bovina! – mi piace tantissimo. Poi invece quando torno a casa parcheggio la macchina, affloscio la testa fuori dal finestrino, ci penso due minuti e infine le mando un sms dicendo che mi dispiace, ma forse é meglio di No. Oh, fa lei – eri la mia prima scelta. In quel momento, dall’altra parte della strada, una ragazza si affaccia a intervalli regolari dalla finestra e chiama qualcuno, non capisco chi, ma dal tipo di nome dev’essere – lo spero per lui – al limite un gatto.   

perdere il sonno

Perdere il sonno per troppe notti consecutive non mi fa bene. Poi succede di tirarmi su dal letto dopo l’ennesima notte, e non ho nemmeno la forza per muovere le dita. Eppure sto scrivendo, no? Dunque sono vivo. Eppoi, vivere in una micromansarda incastonata fra le tegole del tetto di una casa barbara – dove parte delle tegole sono state sostituite dal vetro delle finestre – significa che quando piove di notte è come se ti stesse piovendo direttamente sul cranio. Ieri tornando a casa ho visto un cowboy – giuro – seduto in salotto assieme alla padrona di casa, che bevevano un the. Poi ho aperto la porta e  invece c’era un filippino mai visto fino a quel momento, che si infilava le scarpe in corridoio. Era il fidanzato filippino di una filippina che avevo visto due volte. Una che le docce la notte se le fa tra l’una e le due, di solito le notti che non piove, così ho una uniformità continuativa di insonnia assicurata.

credevi sarebbe stato facile

Invece proprio per niente. Breve rivisitazione delle recenti mie esperienze alla ricerca di una nuova camera qui in Paese Basso. Un breve riassunto che tiene conto del fatto che le mie esperienze non sono mica finite, ho da continuare ad esperare chissà per quanto. Espera e spera che poi si avvera, direbbe il saggio.

Casa numero uno. Tristezza cosmica. Casa che si preannuncia lugubre già all’ingresso, con una montagnetta di scarpe abbandonate appena dietro la porta di ingresso. Soggiorno illuminato da luce fioca cimiteriale e tavolino rotondo attorniato da tre sedie degne dei miei incubi peggiori. Sensazione di Hansel e Gretel. Uno degli inquilini è ben vestito e mi scruta sorridendo senza sosta, viene da pensare che da un momento all’altro dica che si tratta di uno scherzo, che non è vero che vogliono affittare la camera. Poi mi indicano un corridoio che sarebbe la cucina, e praticamente di fianco al fornello c’è una porta, e dietro la porta, il cesso. Più tardi qualcuno mi spiegherà che questa cosa di associare cucina e cesso oggi non è più legale, in Paese Basso. Un altro coinquilino esce dalla sua camera per presentarsi, ha una strana escrescenza sulla fronte, occhiali spessi a montatura nera e si spaccia per illustratore “free lance”. La mia camera è al piano di sopra. Scopro che essa, la camera, non è una camera ma in realtà sono due micro camere, in una c’è il letto, nell’altra la scrivania. Non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi di sdoppiare così la mia vita – sebbene qui poi non si fa altro che sdoppiare e sdoppiare e sdoppiare. La sera stessa mi inviano un sms per dirmi che hanno scelto un altro. Ma pensa, dico io. Io leggendo l’sms ripenso all’escrescenza dell’illustrator “free lance” ed ho un brivido. 

Casa numero due. Mi accoglie una damigiana bionda che mi presenta alla sua coinquilina, la brutta copia della brutta copia di Kate Winslet in quel film, come si chiama, Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Dev’essere per la tinta dei capelli. Qui la camera sarebbe anche buona, supera i 15 metri quadri – che da ste parti è un lusso –  ma la cucina è nel corridoio, senza porte, di nuovo di fianco al cesso. Scopro che hanno avuto 70 richieste e che io sono uno dei fortunati Quattordici ad essere stato invitato. In quel momento me la gioco con una matricola che sputacchia saliva mentre parla della sua confraternita universitaria Pace e Amore. Kate intanto fuma quattro sigarette in mezz’ora, e secondo me la pelle del suo braccio è troppo bianca per essere vera, pare ricotta, potrebbero addirittura vedersi le ossa. Alla fine io vado via prima degli altri perchè mi è parso di aver lasciato la Meisje da sola a casa attorniata da una combriccola di motociclisti omosessuali. Il giorno dopo mi fanno sapere che non sono il prescelto. I motociclisti non erano omosessuali. Peggio.  

Casa numero tre. L’intervista me la fa un turco che subito mi fa sapere che lui non vive lì. Chi ci vive, allora? Altri, dice. Ad un certo punto passa di lì un nano capelluto ed il turco si rianima e mi dice, ecco lui, per esempio, vive qui. Il nano ride e si presenta. Il momento più bello è quando vogliono mostrarmi la doccia. Per di la’, mi dicono, e mi indicano un tunnel nero – giuro, era nero – e mi incitano, se vai oltre, si può accendere la luce. Io faccio tre passi nel buio più totale e torno indietro. Per quanto mi riguarda potrei risvegliarmi John Malkovic. Il turco sparisce nel tunnel e infine accende la luce, perchè la luce c’era davvero. Ed io che non mi fidavo. La cumpa allegra di turchi, nani e ballerine, comunque ha imbrogliato sulla metratura della camera, è almeno la metà di quello che avevano detto. Al posto dei mobili ci sono due bauli da isola del tesoro. Uno dei lati è lungo quanto il letto, l’altro lato sono tre passi e mezzo dei miei. Improvvisamente mi sento un criceto, dico che ci devo pensare, che al massimo entro la serata farò sapere se mi va bene, nonostante l’imbroglio sulla metratura. Ed è proprio quello che farò, appena finisco di scrivere qui, mandare sta benedetta mail e dire al turco col nome che comincia e finisce per U che mi dispiace, sono contento che mi abbiano invitato – frase che ruffianissimo ripeto sempre – ma non se ne parla proprio di fare il criceto, nei tempi prossimi venturi.