Le cose che ho imparato

Le cose che ho imparato in questi giorni di Bruxelles “blindata” causa terrorismo sono almeno due.

Ho imparato sulla mia pelle che i giornalismo è fondato sull’esagerazione. Ok è risaputo, ma qui l’ho visto concretamente. Non si tratta di esagerare la realtà dei fatti raccontando falsità (si fa anche quello). Si tratta piuttosto di decidere di raccontare alcune cose e non altre. Per esempio in questi giorni di allerta i giornalisti hanno cercato selettivamente di raccontare determinate storie e non altre. Per esempio, ho trovato un giornalista alla ricerca di madri che avessero deciso di accompagnare i loro figli a scuola personalmente in automobile piuttosto che farli andare da soli coi mezzi pubblici, causa terrorismo. E’ chiaro che su una città intera alcune madri abbiano preso questa decisione. Ma cercare selettivamente queste madri (ancora prima di sapere che esistano), per poi produrne un servizio televisivo, non vuol dire informare.

Ho imparato che se il terrorismo serve a creare paura, funziona. La gente effettivamente ha paura. Non solo: la gente ha anche paura di ammettere di avere paura. Ho visto gente che vive qui da vent’anni raccontare di non uscire di casa a causa del freddo. Nell’inverno più caldo della storia. Ho imparato che la gente ha paura e non combatte per nulla: la gente si nasconde nel proprio guscio e attende la pace. Evidentemente ci hanno riempito la testa con parole come “la nostra cultura” e “libertà”, ce le hanno ripetute così tante volte che poi – queste parole – hanno perso il loro significato originario.

Combattere per la nostra cultura e la nostra libertà – in quei giorni – significava semplicemente non chiudersi in casa, avere il coraggio di essere in un bar: la nostra cultura era rappresentata materialmente dal bicchiere di birra davanti a noi. Chiudersi in casa – suona retorico, lo so – significava non combattere, ammettere la sconfitta. Ancora prima della paura (della codardia?) sono rimasto stupito dall’apatia. Com’è possibile, mi sono chiesto notando meno gente per strada, che non sentano l’obbligo civile di essere presenti per strada proprio adesso, che non vogliano celebrare la loro cultura e libertà con un bicchiere di birra? Com’è possibile che non si sentano sfidati e non reagiscano? Ci dovrebbe essere più gente in giro, ancora più del solito, piuttosto che meno.

Mentre scrivo tutto è tornato normale, e anche questo non ha senso. Perché come la paura era largamente irrazionale, anche il dissolversi della paura, semplicemente dettata dallo scorrere dei giorni piuttosto che da una reale diminuzione del pericolo, è pure quella totalmente irrazionale.

la guerre

Quando all’una di notte ho incrociato dei ragazzi correre tutti nella stessa direzione, appena vicino casa a Brussélle, il primissimo pensiero (e questa è la prima volta) è stato che ci fosse un problema, uno di quelli di cui parlano alla TV.

Poi invece correvano per non perdere l’autobus.

Essenzialmente questo è l’unico impatto della massima allerta di cui si parla alla TV. E se vogliamo dirla tutta, l’altro impatto è che ho trovato parcheggio davanti ad una pasticceria dove di solito non ne trovo. E che dopo aver prenotato un ristorante venerdì sera – in una zona dove se non prenoti non ti siedi – quando sono arrivato c’era solo un tavolo occupato. Ok, e mettiamoci pure il tizio con il mitra incontrato ieri pomeriggio aprendo il portone di casa.

Quindi al netto di tutto quello che si legge sui giornali, la guerra, per ora, praticamente significa trovare posto al ristorante.

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non lo scrivo mai che i grandi avvenimenti europei

Non lo scrivo mai che i grandi avvenimenti europei mi capitano praticamente sotto casa. Che se la TV racconta della Merkel in riunione con Tsipras, poi sotto casa non trovo parcheggio facilmente. La Commissione Europea è per me un enorme fungo architettonico che osservo sempre chiuso: ci vivo quasi a fianco lavoro lontano da qui. Quando il fungo architettonico è vivo e pieno di gente – quindi durante gli orari di ufficio – io sono altrove impegnato a fare altro. Ci passo spessissimo il sabato mattina per prendere la metro e siamo solo io, lei e pochissimi altri. Rarissimi turisti che a volte mi chiedono di scattargli una foto.

Quando qualche giorno fa sono passato da lì – poco prima della chiusura dei seggi in Grecia – uno dei tanti giornalisti era di fronte alla telecamera vestito con giacca e cravatta, mentre poi sotto indossava un paio di boxer colorati che tanto non entravano nell’inquadratura – faceva molto caldo in quei giorni a Brussélle. La storia era lì a fianco a me ed io andavo a cenare ad un sushi di St Gilles.

Quando dicono che vogliono fare gli Stati Uniti d’Europa come gli Stati Uniti d’America, penso alle difficoltà delle relazioni tra persone già adulte. Fino a quando si è molto giovani e non completamente formati, basta la volontà di stare assieme (gli Stati Uniti d’America). Quando invece hai una personalità già cristallizzata, preferenze e allergie, abitudini e difetti e pregi arrugginiti, la volontà di stare assieme non basta, e la paura di restare da soli non basta: serve uno sforzo maggiore di volontà, con la consapevolezza che di certo andrai a perdere qualcosa.

L’una di notte, bar in centro a Brussélle, semioscurità.
Birra in mano, la quarta.

“La mia amica dice di conoscerti” fa lei.

Allora mi avvicino all’amica.
In un bar in centro a Brussélle. Non mi sembra di conoscerla, l’amica.

“Si mi ricordo di te”

Ho parlato con tantissima gente in questi tre anni e mezzo e quindi mi pare normale aver dimenticato qualcuno.

Poi però lei mi dice che si ricorda di me ragazzino al paesello nel millenovecentonovantadue, di me ragazzino che andavo a cavallo nel millenovecentonovantadue, e nomina una strada precisa, ed un nome di cavallo preciso, e tutto coincide. Non ricordo niente ma è chiaramente tutto vero. Fosse successo a Bologna mi sarei sorpreso. Succede di notte a Brussélle e non so cosa dire, mi pare uno scherzo.