bisogna tener presente

Bisogna tener presente che ho ancora le chiavi della mia casa di Bologna. Bisogna tener presente che sul campanello c'è ancora il mio nome. E poi bisogna tener presente che Bologna con il sole di aprile è bellissima.

 

Ma bisogna pure tener presente che io sono io – e che ho un modo mio di portarmi addosso per sempre le cose e le persone a cui voglio bene, il mio modo che ho di non cancellare mai ma accumulare e accumulare e rimuginare. Con il risultato che per certe cose e luoghi e persone è come “se appena ieri” le avessi lasciate, e sempre sarà così.

 

Per tutto e per tutti.

 

Però anche io cambio. Per esempio adesso parlo con tutti. Vorrei mangiarmi la vita e il punto di vista delle persone; anche solo il tono di voce.

 

Sull'aereo per esempio, con questa barbara che però sembra spagnola, e che condivide con me la sensazione di tristezza verso i lavoratori di treni ed aerei, e poi si finisce a pranzare sotto la torre di Pisa illuminata dal sole che non te lo aspetti, prima di schizzare via in direzioni opposte. Con le persone nei negozi. Con le amiche in preda alle pene d'amore – tu lo sai che parlare non serve a nulla ma ci parli lo stesso e lo fai sinceramente.

 

Con quattro vecchine sull'autobus, tu hai chiesto indicazioni ad una sola ma sono in quattro che ti parlano tutte contemporaneamente. Incontri per caso Ari dove non pensavi di trovarla. Incontri persone di cui non ti ricordi il nome che spingono il passeggino con dentro un bambino vero.

 

Ti metti a galleggiare nella notte bolognese in compagnia di Billigiò: dopo una serie di birre e di Negroni davanti ad un concertino di blues acustico, lui va al bagno e al ritorno ti trova che siedi con un africano coi dread e un metallaro. Poi loro vanno via e c'è questa foggiana che si propone e noi le diciamo Indovina Chi Siamo e Cosa Facciamo: e lei ci assegna 3 e 5 anni di meno di quelli che abbiamo. Io le dico che ha sbagliato tutto e poi mi invento che Billigiò è un chirurgo plastico specializzato in mastoplastiche addittive ed io invece sono il ghost writer di Pierluigi Bersani.

 

Ma vabbé.

 

La mia FU camera è in condizioni penose per colpa di chi ci ha vissuto dopo di me eppure non provo tristezza per questo. Parlo con la segretaria della mia FU facoltà universitaria. Mi racconta delle disperazioni dei laureati che vengono – come sono venuto io quella mattina – dopo alcuni anni a ritirare la pergamena di Laurea. Io invece le dico Ho Un Lavoro, anzi (ma non glielo dico) m'hanno appena chiamato al telefono per propormene un altro. Il fatto è che mi sono venduto al Diavolo, le spiego, qua invece il problema è che la gente vive solo di sogni, e poi pretende un mondo che aderisca ai loro sogni. E' tutto un mondo di giovinotti che si consumano nella frizione fra i loro sogni ed il mondo che non vuole proprio conformarsi, ai loro sogni. E comunque, non vi iscrivete a Medicina Veterinaria. Se conoscete qualcuno che lo fa, colpo in testa e rapimento fino a quando non cambia idea.

 

Parlo pure con la signora che attende il bus insieme a me, è una donna umarell della provincia verso Imola e mi racconta che suo figlio invece niente Laurea. La mia pergamena vola via con il vento e lei per poco non ci muore dalla pena. La riprendo subito. C'è un sole e un caldo tremendo.

ma come si fa

Sono con uno che conosco in un locale. Gli indico una e gli dico all'orecchio:

“Quella sta cercando”

“E tu come lo sai?”

“Da come guarda.”

“Ti guarda?”

“Anche. Ma in generale, guarda.”

“Ma va'” dice l'amico, che però lo dice in inglese e quindi non ricordo esattamente cosa dice.

 

Poi comunque c'avevo ragione io. Questa si avvicina con una scusa e io preso dal fastidio divento carta da parati. L'amico invece è un genio del verbo, riesce a parlarci per un'ora di fila – a quella che cerca – poi si scambiano il numero di telefono e la notte seguente la passa a casa sua. E poi non si vedono più.

 

Benissimo. È la natura delle cose. Solo che io penso Ma Come Si Fa. Ché attenzione non è bigottismo – ci mancherebbe altro – è proprio che vedere l'energia che ci mette certa gente a vomitare parole in continuazione, mi prende una sensazione di Ma Come Si Fa. Tutta quell'energia.

 

Perché mi ci trovassi io – se non lo facessi apposta a diventare carta da parati – sono sicuro che il mio cervello comincerebbe a ticchettarmi qualcosa del tipo “Eh, ci sei tu, ma ci potrebbe essere un altro. Ci sei tu ma potrebbe essere un altro. Sei tu ma anche un altro. Tu e un altro non cambia. Sei tu, ma non importa. Sei tu, ma che importa.” eccetera eccetera. E invece la gente ha la forza di vomitare parole. Deve essere un problema di libido. Ma che ne so. Che poi va bene l'approccio fulmineo – figuriamoci se mi scandalizzo – ma a quel punto deve essere proprio fulmineo. Tipo i pesci. Tipo i galli e le galline. Fulmineo. Le parole, quelle dovrebbero essere il minimo indispensabile. Che le parole sono importanti. Non è che posso mettermi a dedicare parole a chiunque.

negli anni novanta al liceo mi occupavano il liceo

Negli anni novanta al liceo mi occupavano il liceo. Allora io giravo per il liceo dicendo che non dovevano occuparmelo, il liceo. Era divertente dormirci dentro la notte per vedere l’effetto che fa. La mattina alle sei farsi portare i cornetti solidali alla crema da quella del quinto anno che mi pareva una donna e che se ci penso adesso, se ci penso, vabbe’.

 

Pero’ dicevo guardate che mi pare na stronzata e non si conclude niente. Facciamo la figura degli scemi, possibile che non ve ne rendiate conto (dicevo nel microfono). Rischiavo il linciaggio. Dovevo passare il microfono.

 

Quelli che invece non si ponevano domande se la godevano e basta. C’erano aborti epici delle benefattrici dell’epoca. Io mi arrovellavo e rischiavo linciaggi. Sistematicamente quelli che se la godevano poi sono diventati tutti tutti ometti mogi e istituzionali. Militari di carriera. Io mi arrovellavo e mi arrovello ancora. Il loro spirito rivoluzionario mi sembrava di zucchero filato.

 

E gia’ negli anni novanta prevedevo che sarebbero diventati ometti mogi e istituzionali – protagonisti perfetti di un film monicelliano appunto – che’ lo zucchero filato si affloscia presto. Sono passati gli anni e nelle scuole ancora ci sono quelli che se la godono e basta. Mi viene da pensare che alla fine c’hanno ragione loro, se la sono goduta e poi si sono bellamente dimenticati cos’e’ la rivoluzione, cos’e’ l’impegno. Cosa significa tenere le antenne dritte e allenare giornalmente il senso critico. Ma si nasce rompicoglioni ed io modestamente lo nacqui. Pero' se hanno ragione loro, quest’anno un po’ mi dispiace per loro, soprattutto per quelli delle superiori, che hanno occupato le scuole e la riforma e’ passata il 30 novembre, adesso come fanno ad arrivare alle vacanze di Natale.       

per quest'anno

Per quest’anno, e per questo compleanno, per evitare di parlarne, mi ero pure preparato la battuta.

"30?" "
"…e lode"

che pero’ non fa per niente ridere, e comunque funzionerebbe solo dopodomani in vacanza in Salento, mentre qui in Paese Barbaro non sarebbe nemmeno capita.

Sono molto disappointed, sia chiaro, che’ mi pare un’ingiustizia, eppure nel mio essere perennemente sospeso fra impressioni contrarie, se proprio dovessi sforzarmi, non li farei a cambio con nessuno che conosco.   

vivere in un posto che ci sei arrivato già grande

Vivere in un posto che ci sei arrivato già grande significa che le persone che cominci a conoscere, non le conoscevi quando loro erano più giovani. Le conosci direttamente con l’età che c’hanno. Quando li guardi in faccia – come invece succede con gli amici del paesello – non ci puoi sovrapporre l’immagine di quando erano più giovani. Non puoi. Tu non c’eri. Neanche loro. C’era qualcun’altro. E allora siccome non puoi sovrapporre l’immagine di loro versione più giovane, ti rendi conto che pure tu potresti dare quell’impressione. L’impressione che ti stanno dando a te. Di sembrare così incredibilmente “cresciuto”. Ti preoccupi. Solo che poi ti guardi allo specchio, e quello dentro lo specchio è la persona che conosci da più tempo in assoluto, e proprio a lui, hai voglia a sovrapporre, non finiresti mai. Non so se mi spiego.

come i padri con il carosello che poi si andava tutti a letto

Volevate sentirvi vecchi? No perche’ il corriere.it ieri scrivendo degli oscar, e del primo oscar ad una donna regista, titolava "La prima Lady Oscar". Quindi praticamente chi ai bei tempi andati vedeva Lady Oscar e’ ormai cosi’ adulto da arrivare a decidere i titoli del Corriere usando un gioco di parole che lo puoi capire solo se da pidocchio avevi visto il cartone.  (e volendo vederla in positivo:  vista la frociofilia che imperversava nel cartone, forse i pacs arriveranno quando gli stessi diventeranno cosi’ vecchi da scrivere le nuove leggi).