che poi diciamola tutta

Che poi diciamola tutta, l’integrazione fra culture diverse é una bella parola, ma poi in pratica anche un bel casino. Insomma, vada pure per le culture diverse, ma mentre faccio ticchi ticchi sulla tastiera qui fuori c’é un mondo che in teoria sarebbe multiculturale (no, davvero, tu guardi ste facce dai colori diversi e pensi: cacchio che multiculturalitá…);  un mondo in teoria di giovani multiculturali – non c’è bisogno di andare lontano, basta uscire da questa stanza e spiare nell’atrio di questa universitá – dove peró nella sostanza i pallidi gialli olandesi sono in gruppo coi pallidi gialli olandesi, gli abbronzati sono con gli abbronzati, cinesi coi cinesi eccetera eccetera. E stiamo parlando di ragazzi tutti nati qui, di seconda o di terza generazione. E d’altra parte non potrebbe essere altrimenti, ché se tu sei iraniana, di solito tracagnotta e c’hai il velo sul cranio – e spesso anche un lungo monociglio che ti taglia orizzontalmente la faccia – poi hai voglia a parlare di integrazione (che, come detto, é una bellissima parola) se poi ti ritrovi in mezzo a dieci coetanee tue peró gialle pallide alte due metri e con le guance rosee.

Te lo dicono alla scuola materna, che siamo tutti uguali, peró a parte le parole (bellissime, come detto), un ragazzino  di sangue nordafricano, anche se nato nel Paese Basso, o a Cernusco sul Naviglio, avrá sempre addosso quella inquietudine e scaltrezza e modo di guardarsi attorno come una volpe che attraversa la strada di notte – cosa ci vuoi fare? é nel sangue – e se lo metti in mezzo a quattro pari suoi con la faccia da Kings of Convenience, calmi e posati, tu vuoi che quello poi si senta a suo agio? Allora é pure comprensibile che vada a cercarsi altri quattro simili di seconda o terza generazione per formare il gruppetto di scugnizzi con cui andare a farsi i giretti in centro (come infatti fanno, e poi li trovi nell’autobus che parlano perfettamente la lingua del posto, ma che lo stesso di autoghettizzano in gruppetti pseudopatriottici). Il fatto é che certe volte le differenze esteriori sono eccessive, ed il massimo che si riesce ad ottenere é il rispetto della multiculturalitá, la pacifica convivenza, ma quanto a mescolare le persone, quello pare molto piú difficile, perché ci sono monocigli e ricciolini corvini che hanno potenza di gran lunga superiore a tante altre belle parole (che restano comunque bellissime, sia chiaro).

i vetri della macchina

I vetri della macchina la mattina non sono piú congelati, ed il sole non sparisce piú dopo l’ora pranzo. Un altra primavera non mi pare possibile, non così  presto, almeno. Ci sono pizze congelate buonissime che meriterebbero accurati revisionismi storici. Io certe volte penso che a fare un lavoro cosi’ noioso in futuro non mi potró lamentare di nulla. Ho un babbo natale di zucchero sulla scrivania, ricordo di essermi ripromesso di metterlo da parte, pareva ieri, e invece sta ancora li’, ed io adesso giá parlo di primavera. Quelli che dicono che bisogna fare solo quello che piace, non ho idea di come facciano a dirlo. Se pensi a quello che stai facendo, e vorresti fare altro – diceva Steve Jobs nel suo discorso famosissimo – e se ti accorgi che é cosi’ per troppi giorni di seguito, allora smetti e fai altro. Sì ma cosa, Steve? E nel frattempo come te le compri, le pizze surgelate? Qui poi mi chiedono di Eluana, che ormai lo sanno tutti, é diventato caso internazionale, ma io cosa posso dire. Ho un numero esagerato di calzini bucati, e devo analizzare la mia vita in dettaglio per capire come mai così tanti, e come mai tutti adesso.  

tu – ovvero me stesso che leggerai queste pagine

Tu – ovvero me stesso che leggerai queste pagine in un futuro di cui ora non so niente – ti stai chiedendo come trascorrevi una giornata di quelle che ti senti di stare bene e non sai nemmeno il perchè?
Mh, te lo stai chiedendo? E allora te lo racconto.         

Stamattina ti sei svegliato nemmeno tanto presto, e hai preso l’auto per andare a trovare due dottori che in questo edificio enorme dell’autorità sanitaria del Paese Basso ti aspettavano per discutere la tua ricerca dei prossimi mesi. Non è stato quello che vi siete detto – non è nemmeno il fatto che adesso ti danno retta, mentre parli di cose serie, ancora ti stupisci di questo fatto, ma non è questo – è stato piuttosto che poi quando sei uscito faceva sto freddo da Europa del Nord, e i gli steli d’erba attorno alla strada erano brinati epperò c’era il sole, e sole e ghiaccio assieme ti hanno fatto pensare a quante giornate si perdono, giornate stupende, seduti a lavorare. Non è che lavorare che ti pesi, è  solo il perdere queste giornate, che ti basterebbero cinque minuti al giorno di autostrada senza automobili, non chiedi mica cose impossibili.              

Sulla strada avevi le cuffie, e nel lettore c’avevi Astor Piazzolla che però hai snobbato ripetutamente a favore di Amy McDonald, e questo perchè sei giovane, e l’album ti piace tutto intero. E poi lei ti sta simpatica, con quella facciotta da bombolona si chiama pure McDonald, hai pensato: chissà quanto l’avranno presa in giro a quando non cantava e andava ancora a scuola. 

Arrivato all’università sei andato alla tua scrivania. Adesso buona parte della tua settimana la spendi in questa stanza-alveare condivisa con altri studenti di qualche anno più giovani di te, di cui la metà con origini chiaramente indiane, e l’altra metà non lo sai, e però tutti hanno belle facce, studiano pochissimo e non ti danno fastidio mentre parlottano sullo sfondo. Avevi un panino semi cotto nello zaino, di quelli che vanno riscaldati nel forno o nella piastra sennò li mangi e muori. Hai preso in prestito la piastra da una abitante dell’alveare, ma quando hai infilato la spina è arrivato un Tizio Autoritario a dirti che non si poteva, tu gli hai detto che oggi non avevi altro da mangiare, gli hai fatto vedere il panino che se te lo mangiavi semicotto rischiavi di finire male, allora lui ti ha lasciato fare. Hai preso l’ascensore per recuperare un piatto dalla mensa, e nell’ascensore un signore vestito elegantemente ma con la faccia di Mick Jagger ha scherzato sul fatto che prendere un piatto vuoto dalla mensa non costa nulla. Gli ho detto Sì Sì, non so cosa ci sia da ridere ma comunque Sì. Il panino nel frattempo si era bruciato – e pazienza – lo hai comunque consumato sul tavolo del Dipartimento sfogliando un settimanale locale. Nel paginone centrale c’era la foto di quella che ti ha prestato la piastra che rispondeva all’intervistatrice su cose tipo “verso che età hai intenzione di diventare madre?” solo che non sei riuscito a decifrare la risposta dalla lingua arancione. Glielo avresti chiesto di persona, dopo, “a proposito: a che età avresti intenzione di diventare madre?” ma l’hai trovata che puliva la piastra dai resti del tuo panino bruciato. Le hai detto “lo faccio io, lascia stare” lei ha detto “sono tre settimane che non la pulisco, dovevo farlo prima o poi”.          

Sei sceso poi a prendere pezzi dell’ultimo sole sulla panchina, lì un ragazzo di due metri e dieci ti ha dato del francese, c’hai proprio l’accento francese, ha detto. Tu gli hai detto subito: ma quale francese, sono italiano, e allora quello ha cominciato a dire che c’è la mafia a San Marino, che tu sta cosa non l’avevi mai sentita prima. A San Marino? Per bruciare il silenzio hai detto Burocrazia, Governo, Always, e lui ha detto Sì. Era un po’ confuso. Di dove esattamente? ti ha chiesto. Del Sud Est, gli hai risposto, e quello ha battuto le mani e ha detto Aaaah! Cievo Veronna! No No, hai detto tu, da Lecce. Aaaaahh! Lecce in italiano significa Latte! No, quello è spagnolo, gli hai detto tu. Quando sei andato via ti ha salutato con un Take it Easy e poi urlando un EPERRICULOUSU SPARGARSAI. Tu gli hai ripetuto, non sono francese, quello ha detto che era una frase in italiano, e tu solo alla quarta volta hai capito che intendeva È PERICOLOSO SPORGERSI, frase letta su qualche espresso dalle parti di Venezia.  

Sei andato ad una conferenza sulle macromolecole che passano o non passano la barriera ematoencefalica. Non ti interessava, ci eri costretto. La presentava Phil Collins. Tu osservandolo durante l’orazione, intristendoti della sua enfasi e delle risate che si procurava da solo commentando  grafici di Excel, e seguendo attentamente la grandissima capacità che aveva di sollevare e abbassare le sopracciglia (trascinando di conseguenza tutto il cuoio capelluto e il ciuffetto di capelli rimasti al centro) hai pensato che tu non ce la faresti mai – ma davvero mai – a dedicare la tua intera vita ad una sola cosa come fanno gli scienziati.  

Sei andato in palestra – adesso hai ricominciato con queste cose, ti costa solo 11 euri al mese – e hai pensato per l’ennesima volta che a fare girare il sangue poi gira tutto il resto, anche le idee, anche la voglia di fare, e infatti poi sei tornato a casa e hai messo le robe in lavatrice prima di pistolettare come uno scemo su internet. 

Hai preparato la cena, e nel frattempo hai parlato con due dei tuoi coinquilini, lo psicologo metallaro innocuo, e il super uomo biondo gay. Gli hai parlato di Phil Collins, e per questo siete finiti a parlare delle diverse forme di intelligenza toerizzate da quelli che ste cose le studiano, dei Nerd e dei fisici premiatissimi che poi finiscono male. Nel frattempo, gli spagnoli che dovevano venire a visitare il super uomo erano in ritardo di due ore, lui mescolava l’impasto per il pancake e li immaginava caduti nel fiume.

Hai pensato – non c’entrava niente ma lo hai pensato lo stesso – che ci sono amici tuoi che stanno diventando proprio quello che non volevano essere. Ci sono quelli che si sposano in Chiesa sennò sembra brutto, per fare un esempio.. Tu non stai diventando quello che volevi essere – cioè, non lo sai, non hai mai avuto le idee chiare in merito – però non stai nemmeno diventando l’opposto. È complicato da spiegare, ma io mi sono capito, e tutta sta cosa come ho detto all’inizio, la scrivo soprattutto per me.

stai perdendo l'introspezione

«Stai perdendo l’introspezione» dice una voce dentro di me. Ma com’è mai possibile – rispondo alla voce – se proprio tu mi parli da dentro? Sono una voce da dentro, dice la voce, sono quindi una intro-voce, e posso benissimo esistere senza confutare il fatto che tu stia perdendo l’introspezione. Significa che non mi guardo dentro? Potrebbe essere così – dice la voce – forse lo fai ma poi non lo descrivi, forse dovresti ricominciare, non credi? Ma io non mi annoio affatto, sai? Come diceva il padre di Natalia Ginzburg, ricordi? «Voi non avete una vita interiore, ecco perchè vi annoiate!» diceva. Io ci credo, e quindi, se non mi annoio, evidentemente è anche grazie alla mia vita interiore, no? Lasciamo perdere – dice la mia voce interiore – non mi va di polemizzare con te.

Sul divano vorrei chiudere gli occhi e dormire, ma la Meisje mi mette un dito sul naso, poi me lo schiaccia e lo solleva fino a farlo diventare il muso di un porco. Poi mi guarda.

«Fossi stato così non ti avrei voluto. » dice lei. 
« E ci credo.» dico io. 
Poi si schiaccia il naso da sola, fino a diventare anche lei una porcella, e dice: 
« Fossi stata io così, mi avresti voluta.»  
«Mmmh, penso di No.»  
« Lo vedi quant’è semplice? Lo vedi quanto basta poco?»

se stanotte non ho dormito

Se stanotte non ho dormito, in parte é per colpa di Tolstoj, in parte non lo so. É sempre la parte che non so, a crearmi grossi problemi.  Devo cercare di risincronizzarmi con il mondo circostante: ultimamente mi sfugge il motivo dell’affannarsi dietro alla moneta, per esempio. Stamattina il sonno era uno svergognato, non aveva nessuna remora ad attaccarsi al mio cranio come fosse stato una zecca enorme. L’ho presa con ironia, sorridendo piú del necessario e lavorando come se davvero non volessi fare altro se non esattamente quello. Questi giorni senza valigia mi hanno fatto sentire come un San Francesco spogliato di tutti i miei averi, solo che una parte degli averi mi era rimasta, ed era sufficiente per contare su di un ricambio di mutande. Adesso mi sento ricchissimo, e quindi non capisco tutto sto affannarsi per la moneta. Ho visto YesMan di Jim Carrey, film che consiglio, e cerco anche di consigliarlo a me stesso, il film vorrebbe averci un significato di fondo che dovró tenere bene a mente in futuro. Resta il fatto che in lingua originale il sottoscritto comprende soltanto la metá. É proprio una questione di pigrizia mentale, dopo dieci minuti di attenzione sull’accento americano comincio a focalizzarmi sui colori delle cravatte e la curvatura del mento.   

cose che non c'entrano niente

Sono sul balcone a riflettere sul significato del mondo, circondato da tre sacchi di spazzatura e un floscio pungi ball rossonero. Forse anche qui ci sono i topi ma io non li ho mai visti. I pantaloni che indosso sono troppo leggeri per queste temperature. La strada è molto piú giú, dove macchine scorrono illuminate da una luce giallina. Un ragazzo corre al ciglio della strada, poi attraversa sballonzolando con lo zaino sulle spalle. Al centro della strada noto che due cose – dal mio balcone non capisco cosa siano, sembrano mutande – si staccano dal suo zaino. Lui non se ne accorge. Interrompo la mia riflessione sul senso del mondo e gli urlo: “ Tu! Tuuuuu! Hai perso qualcosa per strada!”  Lui sente la mia voce, si gira per un attimo, non mi vede  – potrebbe convincersi di essere in un Truman Show – rallenta il passo e si guarda attorno. Ma non torna indietro. Io urlo di nuovo – stavolta non mi vede nemmeno, è andato piú lontano. Non vuole saperne di tornare. Io mi dico che tanto non torna, ed entro in casa chiudendo la finestra.              

Due considerazioni velocissime da ignorante quale sono sulla cattura dell “imprendibile cammorista:” di cui parlano oggi i giornali. Punto Uno: sto presunto successo non è il frutto dell’indagine della polizia, ma solo il risultato di una soffiata. Io dico: ma se qualcuno che lo conosce ti viene a dire a te, poliziotto, dove sta nascosto il camorrista, tu poi ci vai e lo trovi davvero lì, come cazzo ti viene, dopo, di festeggiare? Voglio dire: non ti senti un  burattino? Ma proprio per niente? Se ti hanno fatto la soffiata, o poliziotto che ora festeggi (e ministro che ora ti complimenti) è evidente che volevano farlo fuori, no? è evidente che c’era il bisogno – da parte della camorra stessa – di farlo fuori, e tu poliziotto hai fatto solo la parte del burattino che esegue gli ordini della camorra. Lo avessi lasciato lì, si sarebbero scannati fra di loro. E invece tu fai pulizia per conto di qualcuno – quello che ti fa la soffiata anonima – che non sai nemmeno chi è. Dopodichè arriva il Punto Due, che sarebbe: ma è possibile, viene da chiedermi, che ogni volta che ne prendono uno devono farci vedere queste scenetta di macchine della polizia che arrivano strombazzando, parcheggiano concitate davanti alla questura e poi spintoni e urla ai giornalisti di farsi da parte, e nervosismi, e arrestati che vengono fatti uscire dalle auto fra spintoni e schiamazzi, e flash dei fotografi – e poliziotti che si incazzano coi fotografi e coi curiosi – e poliziotti che imbacuccano gli arrestati per non farli fotografare in faccia? Io dico: ma non è proprio possibile fare altrimenti? Non esiste un vialetto interno (o non si può predisporne uno) nelle questure e nei carceri, dove svolgere queste operazioni? Se non lo fate, o poliziotti, allora vuol dire che i fotografi e i giornalisti possono benissimo stare lì dove sono, e possono benissimo accalcarsi davanti agli arrestati, e tutto sta concitazione e ste urla mi paiono – a me che sono ignorante – una cosa tanto per fare, tanto per urlare, tanto per fare gli oranghi che si battono sul petto. E se uno pensa che tutto accade perchè qualcuno vi ha fatto la telefonata, allora mi viene da pensare che fareste meglio ad stare tranquilli, invece di…

Chiudo la finestra, la faccio scorrere fino all’ultimo – è una grossa lastra di vetro che va dal pavimento al soffitto – fino a che non sento il click. Per strada allora vedo lui, che finalmente ha deciso di tornare (perchè ci hai messo tanto?) e mi rendo conto che anche io, certe volte, capisco quello che mi è stato detto solo dopo un po’ di tempo. Come quelli che quando gli dici qualcosa, ti rispondono “Eh?” in modo preventivo, ma poi subito dopo rispondono per davvero. Che c’hanno bisogno di quel mezzo secondo per sistemarsi le parole in testa.   

È  inutile che insisto, le camicie non mi stanno mai bene.  Porta nuvole fino a mercoledì . La valigia è tornata, poi.

ieri sera l'automobile

Ieri sera l’automobile che mi ha riportato a casa era ripiena di curdi, e l’autoradio mandava un disco di canzoni arabeggianti con tanti nghh ngmmmm nggh e miiiii proprio come aldo di aldogiovanniegiacomo. Un curdo, in questa fine di 2008, è una delle persone con cui ho legato di più in questo Paese Basso. Con gli arancioni servirà forse più tempo, o forse più volontà.  

Due sere fa sono entrato in cucina e ho conosciuto due ragazze  -una tedesca e un aranciona – mai viste prima di allora, e mentre ci parlavo insaponando i piatti non sapevo perchè erano lì nella mia cucina, e se erano ospiti di qualcuno della casa, e se pure erano ospiti, ospiti di chi. Si è parlato dei Cristiani Malgiogli dell’Europa Nord Occidentale, di polizia tedesca, e di vecchie bacucce con i cani per la strada. Un gatto è zompato in casa dalla finestra come fosse casa sua.   

Fra le chiavi di ricerca vince quella di Cristina, quella di Fonzie viene squalificata perchè come hanno fatto notare erano i versi di una canzone.     

Il mio coinquilino gay superbello si fa una caffettiera da quattro di espresso solo per lui, alle dieci di sera. No, non è per studiare, ti spiega, è per trovare la forza di pulire la camera.   

Io invece domani mattina prendo un treno che mi porterà prima a Rotterdam, poi a Parigi, e poi un aereo mi catapulterà giù fino in Salento. C’è voglia di vedere gente, e di sentirsi raccontare storie. Non c’è voglia di portare a termine la valigia. Intanto leggo Lev Nikolaevič Tolstoj senza premeditazione. Mi diventa ogni giorno più evidente di quanto internet faccia male al cervello e alle intenzioni. Il mio 2009 deve essere più denso e povero di silenzi, ché ne ho fatto una sufficientissima scorta. Non devo dimenticare le pantofole. Ci si sente da laggiù.

mentre siedo in poltrona

Mentre siedo in poltrona, la Meisje – che invece è in piedi – accavalla una gamba e riesce a sedersi anche lei nella stessa poltrona, ma dietro di me. Come due che vanno insieme in motorino, di quei motorini dove la sella è una sola. Mi dice che servirebbe un filo conduttore per trasmettere meglio l’affetto. Io le chiedo se intende qualcosa come quel gioco da bambini del telefono fatto coi bicchieri di plastica collegati con un cordino e lei mi risponde di Sì (ma allora non si giocava solo al Sud, con sta cosa del telefono di bicchieri!) epperò poi penso che il cordino, in quel gioco, per farlo funzionare bene bisognava tenerlo teso, e se ci mettiamo ad usare un cordino così, poi dovremmo stare lontani almeno per la lunghezza del cordino, per mantenerlo teso, altrimenti l’affetto non riuscirebbe a trasferirsi. E allora le propongo come alternativa il tubetto giallo delle tastierine a fiato che si usavano a scuola nell’ora di musica, lei dice che schifo si riempivano di saliva che era uno schifo, ma io sono convinto invece che servirebbero molto meglio lo scopo del cordino.  

Paolo Virzì che si sposa la ventinovenne, aveva un faccione simpatico, adesso mi sta simpatico di meno.   

gli appuntamenti imprescindibili

Gli appuntamenti imprescindibili con la vita di un giovane uomo sono per esempio il diploma, la laurea, il dente del giudizio e cambiare una ruota alla macchina. Io che in questo campo di appuntamenti imprescindibili mi difendo bene, ed ho provato tutto tranne il dente del giudizio, ero quindi pronto per ricevere uno dei rimanenti flagelli imprescindibili della vita di un uomo che ancora non avevo provato. E non sto parlando del dente ma sto parlando invece del computer che ad un certo punto gli viene da morire, e all’improvviso – tu nel frattempo hai la bocca semiaperta che non ci vuoi credere – muore.       

L’area commenti è interdetta a tutti i possessori di Mac che diranno che a loro ste cose non succedono, e non perché queste cose ai Mac invece succedono, ma perchè qui si parla di computer e di sfiga, non di religione. Il fatto che poi io ora riesca a scrivere qualcosa solo grazie ad un Mac gentilmente prestatomi, da’ una misura della mia incoerenza, oppure – volendo vederla sotto una luce tutta positiva – è un accento di oro e di miele sulla mia assoluta incorruttibilità.          

Comunque, il caro Toshibu (la U finale è stata adottata per salentinizzarlo), un anno e qualche mese, mi muore fra le mani verso le dieci di ieri sera. Ma Toshibu, che caz^o mi fai! gli urlo. Grave sgomento e bestemmie rivolto all’albero di natale (da notarsi la sottile blasfemia indiretta).             

Stamattina, mi presento alla clinica dei computer dove una signora rotondissima prima mi chiede informazioni sul mio problema, e poi dopo sette secondi di spiegazioni mi blocca, prende il telefono e chiama Tizio, chiedendo a Tizio di venire. Verrà Tizio a interessarsi del suo caso, mi spiega, e Tizio quando arriva mi mette paura, bruciato com’è sulla faccia (o congelato? o scarnificato?) i denti neri, qualcuno d’oro e forse masticando in quel modo che hanno gli anziani con la dentiera, solo che lui dimostra all’incirca una trentina d’anni. Tizio ascolta la mia storiella aprendo e chiudendo le palpebre spessissimo, come se fossero gli occhi a catturare le parole, e non le orecchie. Tizio fa pause lunghissime fra una domanda e l’altra, e con la penna pare che stia per annotare qualcosa sul modulo con il mio nome, pare, ma invece di scrivere continua a seminare puntini, come se le parole non gli venissero fuori. Prende la rincorsa con la penna e poi arrivato al foglio ricalca un puntino già fatto, oppure ne crea uno nuovo.             

Io adesso ancora non lo so cosa è successo al mio Toshibu: se l’ influenza, danni irreparabili agli organi interni o altro. So solo – e questo è il punto dove volevo arrivare – che quando l’ho visto svenire, nei momenti che precedevano il trapasso, ho seriamente pensato: facciamo che adesso riesco a salvare tutti i dati prima che questo muoia, e giuro che in futuro farò sempre backup regolari delle mie cose, oh ti prego fa che sia così e giuro che sarò regolare e precisino, in futuro, ti prego. Ho pregato. Il computer moriva fra le mie mani, ed io per un istante – è chiaro che secoli di cultura cattolica non si cancellano facilmente – ho fatto qualcosa di non molto diverso dalla promessa di un fioretto alla madonna.

stesi a pancia in sù

Stesi a pancia in sù, io e la Meisje a discutere sul titolo di Baricco, Oceano Mare, che secondo lei suona bene e non da fastidio, secondo me invece non vuol dire nulla, come non significherebbe nulla Imbarcazione-Nave o Pianta-Albero.             

Di tanto in tanto si sentono di giovani in salute che all’improvviso si accasciano e muoiono. Io sta cosa mi fa diventare isterico, che è un tipo di morte che la vedo bene addosso, e dopo poi mi devo informare e voglio sapere cosa è successo esattamente, e voglio conoscere i dettagli dell’autopsia. Non ho particolari vizi, e il mio equilibrio diventa sempre più stabile. È normale quindi che un’ isteria, ogni tanto, devo pure farmela venire.             

La Meisje monta l’albero di Natale, io la aiuto e aspiropòlvero via i frammenti di albero sintetico sul pavimento. Seguirà certamente foto. La declinazione aspiropòlvero è un’invenzione del momento, e me ne complimento con me stesso.            

Pensavo che quelli dell’Ikea – va bene, multinazionale eccetera eccetera – alla fine non fanno pubblicità ingannevole, le foto dei divani sono uguali ai divani che ti monti (non come le pubblicità dei panini, o dei gelati), se serve sostituiscono qualsiasi cosa e i costi sono quelli per davvero, non come i piani telefonici o le maionesi dei fast food.                

Chi ha messo la foto di Samuele Bersani sulla pagina di wikipedia, gli vuole male, ché sembra un geco con la miopia. E con l’anemia. Baricco direbbe Patologia Ematica-Anemia. E si vede infatti che ha tutta un’altra poesia.

update: foto.

non so voi

Ma qui fiocchissimi di neve si conficcano negli occhi controvento.   

La mia mediterronicità si misura con il ritorno dell’inverno nordeuropeo. I tetti si imbiancano ed io mi spavento a pensare di dover guidare sulle strade sputacchiate di neve – strade peraltro sicurissime. Le strade sono lunghe, in Paese Basso, ma mai troppo, e dopo cento chilometri di solito sei arrivato dove avevi intenzione di arrivare.

Ascoltano musica anni 80, gli abitanti del Paese Basso, è come se si fossero cristallizzati in quell’epoca e non vogliano evolversi.La radio lungo l’autostrada sputtacchiata di neve manda per l’ennesima volta I want to know what love is. Che non lo sai se ti piace. Forse non ti piace. Però se avessi avuto diciotto anni negli anni 80, ti sarebbe piaciuta.   

Al ritornello verrebbe da prenderli in giro, sti olandesi fissati con gli anni 80. D’altra parte oggigiorno ci sono i concerti di Rhianna, e allora per essere al passo coi tempi dovresti andarci, a sti concerti di Rhianna. Invece tu, in preda allo sconforto musicale di non sapere cosa ascoltare oggiogiorno, ti porti in giro nel lettore l’album Freak di Samuele Bersani, e passi il tempo a scoprire i pezzi che a quei tempi non diventarono famosi. Belli.  

facebook, il manifesto

Premesso che un iscrizione a Facebook non è da escludersi, ma solo in un ipotetico futuro, se mai Facebook dovesse diventare indispensabile alla mia vita su questo pianeta.     

Premesso che parlare di Facebook non è cosa da poco, perchè significa parlare di comunicazione e di quello che sta diventando oggi la comunicazione, e di come tutto questo influenzi la nostra concezione di comunicazione (per noi che esistevamo anche prima di Facebook) senza contare che questo sarà più o meno il modello di riferimento per quelli che verranno dopo di noi (perchè non sapranno com’era la vita prima del social networking).        

Dichiaro che la mia opposizione a Facebook è dettata dai seguenti motivi:

Se non ci fosse, non ci sarebbe assolutamente bisogno di inventarlo.         
FB non aggiunge niente a quello che già c’era. Vuoi comunicare con qualcuno in particolare? Vuoi comunicare col mondo? Oppure solo con una ristretta cerchia di amici? Bene, hai la mail, Skype, Messenger, i blog (privati, o pubblici), gli spazi web gratuiti, i siti per caricare fotografie e video, siano essi privati o pubblici. Te li scelgli tu, come piacciono a te. La differenza è che con FB è tutto integrato in una sola cosa. Che poi vuol dire, in altre parole: ci sono molti più vincoli. Ma soprattutto: è un bisogno che ti è stato proposto. Non ne avevi bisogno, poi te lo hanno proposto ed hai pensato: cacchio, ne ho proprio bisogno! Lo voglio! Come i telefoni zeppi di optional che poi alla fine non usi. Non ne avevi bisogno, ma poi lo hai comprato lo stesso perchè era troppo bello. E adesso con FB i vostri dati sono tutti lì, non più sparpagliati nella marea di internet, ma belli incasellati e pronti per la consultazione. Contenti voi.        

Io di amici ne ho al massimo, ma proprio volendo stare larghi, una quindicina.           
Con FB invece si raggiungono le centinaia, se ci si lascia andare a considerare “amici” anche vecchie conoscenze, colleghi e il fratello della fidanzata della zia morta vent’anni fa in Lussemburgo. Una cosa bella di FB è che pure non essendo iscritto, posso vedere chi sono gli amici delle persone che conosco. Ed io so benissimo che alcuni fra quelli che vedo non sono nemmeno lontani conoscenti. Alcuni proprio si odiano. Il numero di “amici”, poi,  è una delle prime informazioni che ti danno, e sta sempre lì in evidenza.. Tizio ha tanti amici, mentre Caio qualcuno di meno, ma promette bene. Nasce il sospetto che per il Facebokkiano diventi una gara ad accumularne sempre di più. Nella mia vita normale non mi sono mai posto il problema di pensare quanti amici ho – tranne in questo momento – o quante persone conosco. È irrilevante. È qualcosa che fa parte dei telefilm americani, dove si parla della ragazza pon pon “popolare” confrontata con la “sfigata” che sta sempre nell’angolo che ha solo due altre amiche sfigate come lei.       

Ma che fine hai fatto? E come stai? E dove stai? Ma pensa te.      
E poi niente più. Voglio dire, puoi pure ritrovare il vecchio amico che non sentivi da dieci anni – questo lo concedo, può succedere, che bello – ma quanti degli amici ritrovati ti eri impegnato a cercare? Chi cerca trova: tu hai cercato? Li hai aggiunti ai tuoi amici perchè FB ti ha fatto nascere il bisogno di «cercare amici perduti» o davvero ci avevi provato in passato, di ristabilire un contatto con loro, e non ci eri riuscito? E quando li hai trovati, hai poi ristabilito un rapporto con loro oppure ci scambi frasi smozzicate in chat? Li hai poi chiamati al telefono, questi amici ritrovati? E adesso vi sentite come prima o è stata solo una carrambata di una sera? E se è stato solo un momento – ma magari No – però adesso questi mezzi sconosciuti verranno a spulciare ogni giorno nelle tue cose, e allora quello che scriverai, le fotografie che metterai, saranno influenzate da questo sbirciare, che per alcuni è anche compulsivo.             

Affezionato a certi ricordi, non mi va di barattarli con nulla.     
Ho pochi amici, alcuni li raggiungo con la voce via internet, mentre alcune persone – che ci sono cresciuto insieme – non le vedo quasi mai. Ci rivediamo una volta all’anno, oppure meno, e ogni volta, quando succede di reincontrarsi sono sinceramente felice di avvicinarmi a loro, di incrociare il loro lo sguardo, della pacca sulla spalla che ricevo, di quella che do,  dell’odore che riconosco e che riporta immagini agli occhi, della mezza ruga che scopro sulla faccia, e di tutto quello che è stato e che ho cristallizzato da qualche parte nella testa. Mi piace il reincontrarsi, mi ricorda la trama di Due di Due, mi pare giusto che le cose vadano così, e se proprio non è giusto – se anche potrebbe andare diversamente – mi piace che nella mia vita vada proprio così, che ci siano questi momenti. Mi piace ascoltare il racconto dei cambiamenti, riconoscere le espressioni facciali mutate nel tempo ma che in un certo senso sono sempre quelle. Mi piace poi dirsi Ciao che tanto prima o poi ci si rivede, e invece già lo sai che passeranno mesi ma anche anni, però comunque la prossima volta sarà bello uguale. Magari si può cancellare tutto questo tenendosi in contatto continuo (con relativo aggiornamento fotografico) e nessuno garantisce che sia sbagliato – fatelo pure, voi Facebookkiani – ma io ste cose voglio tenermele così come sono, e voglio sapere che negli anni potrà essere ancora così.              

Il tempo che porta via.           
Ore e ore. Va bene, tu invece lo sbirci solo una volta al mese. Però si dice in giro che FB porti via molto tempo, e che scateni un atteggiamento compulsivo trascinando verso la dipendenza. Se ho tempo, scrivo. O corro, o leggo. O studio. Soprattutto leggo. Mi manca solo diventare dipendente di un giochino succhia tempo.      

Siamo soli.            
Questo è un concetto filosofico: noi siamo soli, e saperlo fa un po’ male. È una cosapevolezza che si cerca di tappare con le pezze che si hanno a disposizione. La socialità compulsiva, le amicizie morbose – una volta era ciondolare al bar – adesso i messaggini, il social networking, il chatta chatta. Per alcuni queste sono solo delle pezze. Sono solo un rimandare il momento della consapevolezza, oppure per lenire il dolore di questa consapevolezza. Sono molte meno ore da soli con noi stessi, le ore che non va di sopportare. Gli amichetti virtuali, il plin plin dei messaggi che arrivano in chat, tutto questo aggrapparsi ostinatamente agli altri, sono analgesici che funzionano finchè ci credi. Io cosa posso farci, non ci credo. Non ci riesco. Cosa posso farci.           

+961% solo nel 2008, ma si sgonfierà.          
Però intanto siete stati i cerini di questa fiammata. E siete pronti per fare i cerini della prossima che prima o poi arriverà.  

qualcuno mi deve spiegare

Qualcuno mi deve spiegare il fine ultimo di tutte ste raccolte di firme pro Saviano. No, dico, quello rischia di zompare all’aria per la bomba e tu raccogli la firma. Oppure gli fai il club su Facebook.

Che poi, è chiaro che se raccogli 200.000 firme, il minimo che può fare Saviano è scrivere la lettera di ringraziamento. Ma in pratica, tutte ste firme, per uno che potrebbe essere ucciso da un momento all’altro, a cosa servono? Che forse Saviano dubitava dell’appoggio morale dei lettori di Repubblica.it? Improbabile. Che forse Saviano dubitava dell’appoggio del Presidente della Repubblica? Improbabile. Lui dubita solo di riuscire a diventare vecchio, perchè qualche camorrista potrebbe farlo saltare all’aria da un momento all’altro. E poi, cosa se ne fa delle firme pro-Saviano dei premi Nobel e di Nanni Moretti?

Come funziona con ste firme pro-Saviano? Che forse il camorrista bombarolo Ciro chiederà al compare camorrista Gennaro – mentre stanno maneggiando la bomba, prima di innescarla – se anche il premio Nobel Orhan Pamuk ha firmato? Se la Rita Levi Montalcini ha firmato? Insomma, qual’è esattamente l’influenza che può avere una firma di Gunter Grass sui bombaroli Ciro e Gennaro?

adesso invece leggo

Adesso invece leggo La Ragazza delle Arance di Jostein Gaarder, un autore che mi è rimasto incollato dalla volta che mi trovai a che fare con un libro che invece si intitolava Maya, scritto sempre da lui, quando in un tempo che ora mi pare lontanissimo – si parla invece di qualche anno fa – se qualcuno mi avesse chiesto qual’era il tuo libro preferito avrei detto sicuramente Maya, anche se poi ho cambiato idea. Ho cambiato idea non perchè il libro non mi piacesse più, ma perchè sta cosa di avere il libro preferito, il cantante preferito, il colore preferito, ho cominciato a non sopportarla più. Io se volete saperlo non ho proprio nulla, di preferito.

Ma dicevo, La Ragazza delle Arance, anzi No, Maya. Il libro Maya è un libro che dice qualcosa. La narrativa sarà quella che è. Però dice qualcosa. E ha il sapore di Nord, tantissimo.  

Eppoi, da Maya in giù, ogni volta che trovo un libro di Gaarder in libreria, trovo scritto sulla copertina: «Dall’autore del Il Mondo di Sofia!» oppure « dallo stesso autore de Il Mondo di Sofia! » e allora io, che oltre a non avere colori preferiti e marca di jeans preferita sono come sono, per cocciutaggine sto Mondo di Sofia ancora non l’ho voluto leggere.

Sempre più spesso usavamo il pronome «noi». È una parola strana.
Domani farò questo o quello, si dice. Oppure si chiede cosa l’altro,
cioè «tu», deve fare. Non è difficile da comprendere.
Ma all’improvviso si dice «noi», e lo si fa con la più grande naturalezza.
«Andiamo in spiaggia sull’isola di Langøy, con il battello? »
«Oppure restiamo a casa a studiare? » «Ci è piaciuto lo spettacolo a teatro? »
e poi, un giorno: «Siamo felici!».


La ragazza delle arance – Jostein Gaarder.

cerchiamo di capire

Cerchiamo di capire cosa significa vivere velocissimo. Chè io, in questi giorni, sto proprio vivendo velocissimo. Chè quando me lo chiedono, quando mi chiedono come sto, dico «occupato», oppure velocissimo, e a vedermi da fuori devo essere proprio una palla, ma una palla. 

Vivere velocissimo, cosa significa – per esempio stamattina bloccato nel traffico aprivo il libro sul volante per studiare, poi lo chiudevo, poi andavo all’università, poi dopo raccontavo tre cazzate per sfilarmi via e veloce correre a lavorare – significa in pratica che i momenti in cui ti accorgi di come stanno andando le cose sono sempre di meno, e sempre più brevi. Succede che te ne accorgi all’improvviso, per un mezzo secondo – in quel mezzo secondo ti rendi conto di chi sei, cosa fai e dove vai, del colore dei muri e delle rughe sulle mani – e poi puf!, niente più, il mezzo secondo è già trascorso, andato via.

Come quando mi succede per qualche istante brevissimo di osservarmi dall’esterno – dura solo qualche momento: io sto parlando in una riunione di lavoro, muovendo le dita nell’aria, oppure con gli scienziati dell’università, e all’improvviso mi vedo dall’esterno, da un punto impreciso dietro la nuca – e allora dico a me stesso: ma com’è possibile che ti trovi qua? Ma come sono andate le cose che adesso ti trovi qua? E soprattutto: com’è che questi ti stanno ascoltando? Ma tu davvero hai voce in capitolo? Ma davvero? Ma fammi il piacere! E niente, non so se mi spiego, probabilmente non mi spiego. Comunque poi dopo mi ricongiungo velocemente con la mia nuca e tutto finisce lì.

sviare dal discorso

Lei: (blab bla bla) …e poi alla fine sembra che mi incazzo “a stecca”!
Io: Per favore non usare questa espressione “ a stecca”, per favore.
Lei: Ma si usa dalle mie parti, queste sono le mie origini!
Io: Le tue origini sono l’Adige che si dice "Adese", le tue origini sono il Prosecco.
Lei: ma non posso mica dire “mi incazzo ad Adese”.
Io: Però potresti dire “mi incazzo a Prosecco”, che secondo me  suona bene.
Lei: be’ Sì, in effetti…