Tanto traffico e il semaforo sta per diventare rosso.

Automobilista lo sai benissimo che se adesso superi il semaforo, resterai bloccato al centro dell’incrocio, bloccando a tua volta tutti le altre direzioni.

Non esiste una legge che ti impedisca di farlo: tu puoi farlo. Ma la tua coscienza ti permette di farlo perché te ne stracatafotti del mondo. Tu passi perché puoi farlo. E poi quando resti bloccato al centro dell’incrocio e gli altri suonano il clacson – io no, io preferisco lo sguardo mortifero, sperando che si veda attraverso i finestrini – quando gli altri suonano il clacson tu indichi il traffico come per dire: non è colpa mia se sono bloccato qui, è il traffico che non scorre.

Tu sei fratello, figlio – o forse sei tu stesso – di quelli che in aereo abbassano lo schienale del sedile senza chiedere a chi siede dietro. Sei quello che se ti mandano un video su whatzupp in treno, tu devi ascoltarlo ad alto volume. E gli altri devono sentire. Anche se il video dura un minuto e trenta secondi (testimonianza diretta di tre giorni fa sul Londra Bruxelles). Sei la stessa persona. Sei quella cosa che mi raddrizza le giornate, a volte, quando mi sveglio col cruccio di essere forse troppo egocentrico. Mi sveglio e incontro te all’incrocio, in aereo, in treno.

E sto meglio.

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Ecco Sì, una delle cose che mi fa più ribrezzo in assoluto in questo momento storico è il rumore del deodorante spray che certe impiegate si spruzzano in orario di lavoro, al tavolo di lavoro, come se fosse normale.

Non mi fa ribrezzo l’autoconsapevolezza di puzzare – né l’ipotetica mancanza di igiene – quanto l’ignorare completamente le alternative più discrete, come un deodorante non spray che non produca il pssszzzzz nel silenzio, il non chiudersi un momento nel cesso se proprio se ne ha bisogno. Non è l’ipotetica puzza, ma proprio il fottersene delle alternative leggermente più plausibili.

poniamo che

Poniamo che fossi un calciatore della Nazionale italiana. Poniamo che mi prendano a fare l’Europeo in Polonia. Poniamo che siccome sono in Polonia mi dicano: andiamo a visitare Auschwitz che e’ dietro l’angolo. Sono calciatore mica da ieri, e so bene che ogni minima mia scorreggina viene puntualmente fotografata e gossippata.

Se poniamo tutte queste cose, tra tutti i giorni della mia vita, proprio quel giorno sceglierei per non andarci, ad Auschwitz, immaginando le conseguenze, le foto sui giornali dove sembro uno scolaro in gita.

sarà interessante solo per me

Sarà interessante solo per me, o indicativo di una follia contemporanea soltanto per me, ma l’altro giorno al Tg3  prima hanno fatto la lista dei suicidi “causa crisi” degli ultimi giorni, e poi hanno detto che “causa crisi” ormai si sentono in giro storie incredibili di giovani che abbandonano la ricerca di un lavoro coerente con i propri studi per dedicarsi ad altro. Per esempio all’agricoltura, dice la giornalista. Per esempio Tizio, dice la giornalista, che invece di fare l’ingegnere ha deciso di darsi all’agricoltura.

Caspita caspita – penso io – sentiamo sta storia.

E poi la storia non era affatto quella di un ingegnere che aveva abbandonato il sogno di fare l’ingegnere “causa crisi” e che si era reinventato contadino per campare, ma un faccia da ebete ex studente di ingegneria che “dopo qualche esame” aveva abbandonato gli studi per guidare il trattore nell’azienda del padre. Cioè in pratica uno come ce ne sono tanti, come sempre ci sono stati e sempre ci saranno: quelli che abbandonano perché non ce la fanno, o perché non fa per loro.

La differenza è che la follia contemporanea sta offrendo scuse preconfezionate a tutti, perfino al faccia di ebete autista di trattore “dopo qualche esame” all’università. Scuse da riscaldare al microonde e usare senza ritegno. Tutto viene rivisto e filtrato attraverso le lenti del vittimismo.

Ma avrei pagato per assistere dal vivo alla scena di una troupe televisiva che segue un trattore, e un cronista che nel campo di sterpaglie allunga il microfono al ragazzo, e lui che giustifica la sua scelta parlando vagamente di altri amici più grandi che una volta laureati non trovano un lavoro facilmente. Avrei pagato.

E la scena nel suo insieme, vista dall’esterno (quindi ad includere pure il cameraman che inciampa nelle zolle di terre, il padre emozionato dell’ebete che si emoziona poco distante fuori inquadratura) sarebbe stata una bella rappresentazione artistica della follia contemporanea.

tanto ormai

Tanto ormai si può dire di tutto. Se liberano la Urru il Corriere può davvero permettersi di scrivere:

Non sono caduti nel vuoto gli appelli del mondo dello spettacolo rimbalzati sulla Rete

Dunque in pratica gli scenari sono due: 1) i terroristi di Al Qaeda in Mali si collegano su Twitter, trovano l’appello di Fiorello per la liberazione, se lo fanno tradurre da qualcuno che sa l’italiano, riguardano su youtube i filmati di Fiorello al karaoke, e quindi si fanno convincere e liberano la ragazza in cambio di un terrorista tuareg. Oppure 2) i diplomatici italiani sono indecisi se sia giusto scambiare un terrorista con la Urru, poi però si trovano la bacheca di Facebook invasa da appelli e re-post di Fiorello, e allora finalmente decidono che va bene, lo scambio si può fare.

Tifoso laziale ucciso tifoso laziale ucciso tifoso laziale tifoso tifoso

E mi ripeto. Insistono ancora e ancora col “tifoso”. Lo scrivono tutti. Ma fatemi capire: stava tifando, quando lo hanno ucciso? No. Faceva a botte con altri ragazzi sul ciglio di un autostrada. Scappava via da una rissa. É tifo, questo? Non é tifo. Ma allora perché insistere col “tifoso”? Andava alla partita. E cosa c’ entra?

Perché i morti semplici non ci piacciono. Non fanno rumore.Ci piacciono invece i morti martiri che poi c’é tutto un gruppo dietro che si incazza si autofomenta e a distanza di anni fa le cerimonie e grida ve la faremo pagare. Dovessero un giorno – speriamo di no – uccidermi in autostrada, vorrei che i giornali parlassero di me come mangiatore di biscotti al cioccolato e rosicchiatore compulsivo di unghie. Come gesto di pace, proprio.   

cervelli di prosciutto

La follia del mondo si manifesta in molti modi. La follia del mondo. Per esempio adesso l’ influenza suina.

Per esempio prendi questo articolo, se vuoi capire la follia del mondo. Il corriere.it cita un articolo della BBC inglese (per capire la globalizzazione della follia, che non si ferma al singolo paese) dove si intervista una donna che è stata male per qualche giorno. Poi si è sentita meglio. Punto. Siccome adesso c’è l’ influenza suina – e siccome l’ influenza suina è in Messico – allora quella donna aveva l’influenza suina. A prescindere. Nessuno gliel’ha diagnosticata, eh. Anzi, lei stessa ammette indirettamente che forse non lo era, per il fatto che è riuscita ad alzarsi e andare in ospedale per farsi prescrivere un comune antivirale (“Credo che le persone davvero malate non siano in grado di andare in ospedale. Ci riescono solo quelli che non hanno davvero il virus suino”). Il risultato dell’articolo è una donna qualsiasi – non un medico-  in convalescenza da un’influenza qualsiasi (forse suina, forse No, bah, chi lo sa) che si mette a raccontare sui maggiori organi di informazione inglesi e italiani come sarebbe secondo lei l’influenza suina, come sarebbe grave, eccetera eccetera. Secondo me è grave, secondo me, secondo me i sintomi sono questi, eccetera eccetera, mammma mia quanto è grave eccetera eccetera. Io a questo punto intervisterei pure mio cuggino, che me lo ricordo bene, tre anni fa si è fatto quattro giorni di diarrea dopo un piatto di cozze crude. Vedi mai che ci fosse qualche correlazione. Vedi mai.

Io oggi ho la parte sinistra del petto e l’ascella che mi dolgono. Pensavo fosse dovuto al vento di domenica – ho sudato come uno scemo giocando a ping pong in maglietta all’aria aperta, e non era una bella giornata – ma siccome ieri ho pure scambiato due parole con un colombiano in ascensore (ci sono testimoni), e siccome la Colombia è nello stesso continente del Messico, allora potrebbe benissimo essere influenza suina. In ogni caso l’articolo cippa lippa del corriere.it non è nemmeno firmato. Lancia il sasso e nascondi la mano, si dice. Ve la spezzerei, quella mano. L’ influenza suina, sappiatelo, è quella che avete nel cranio. Avete un cranio di prosciutto cotto, avete.