Non so se mi spiego. Da vedere.
adesso che l'ubriacatura
Adesso che l’ubriacatura del terremoto è finita (e ci sono le prove), forse si può dire. L’enorme ondata di solidarietà per il terremoto, l’unità nazionale per aiutare i disperati, l’emozione di un popolo, eccetera eccetera, se possibile voglio tirarmene fuori. Come si dice in questi casi, non in mio nome. Il rimboccamento di maniche, i bus di volenterosissimi, le raccolte fondi con la foto del crollo insanguinato sullo sfondo. Tirarmene fuori, dire senza problemi quanto tutto questo mi susciti fastidio. L’enorme risposta di solidarietà di cui si parla, è figlia soprattutto dell’emozione del momento. Del magone, del nodo in gola. Tanto più ipertrofica è l’emozione, tanto più veloce poi questa si attenua e sparisce. Perchè è, appunto, un emozione. Magari dopo un anno rivedi le foto e ti emozioni di nuovo, ma comunque non risolvi il problema alla base. Osservare come il fattore emozionale prenda il sopravvento su tutto, in questi avvenimenti, è scoraggiante. Il volemose bene, che è già il germoglio della prossima disgrazia. Quando servirebbe la testa. Serve la testa, cazzo. E gli aiuti immediati? Certo pure quelli, ma qua si parla SOLO di quelli. O di Berlusconi che regala la dentiera alla vecchia. Quando il punto è che la prossima volta che potremmo fare qualcosa per i terremotati, questa “prossima volta” non corrisponderà all’immagine del volontario sudato che soccorre la ragazza sanguinante, ma qualcosa di molto meno pittoresco, tipo discutere di prezzi di manodopera con un architetto incravattato, che magari gli puzza l’alito, o un assessore corruttibile, coi peli nelle orecchie, mentre noi avevamo pensato di usare quei soldi per passare una buona volta al cabrio metallizzato.
scrivo un post come questo circa ogni sei mesi
Scrivo un post come questo circa ogni sei mesi, ogni volta cioé che mi pongo la stessa domanda, la quale sarebbe all’incirca: mi prendesse un colpo in questo momento, e qualcuno mi volesse cercare, c’é qualcuno che saprebbe dove cercarmi? Siccome mi rendo conto che praticamente No (la babbiona, non vedendomi, potrebbe pensare che sono andato a fare una vacanza, e il puzzo del mio cadavere potrebbe essere scambiato per avanzi di cucina cinese dai cinesi qui presenti) allora mi ricordo che forse dovrei notificare il mio indirizzo a qualcuno. Io adesso mi verrebbe di continuare la discussione dicendo qualcosa tipo By the way, e poi bla bla bla, ma non so quanto possa essere giusto mescolare inglesismi e lingua italiana, e soprattutto non so come possano essere recepiti all’ignaro lettore che viene dallo stivale. Perché da queste parti si mastica eccessivamente inglese, e ad un certo punto le parole italiane vengono meno.Non so come dire: vengono meno. Ma soprattuto, un By The Way detto in Italia potrebbe essere preso come un arroganza modernistica, mentre qui diventa una scorciatoia per non affaticare il cervello nello switch (arieccoci) continuo da una lingua all’altra. Non so se mi spiego. By the way, parlando di case, ho deciso che voglio andare a vivere in campagna. Voglio la rugiada che mi bagna. Ieri si era fra i campi incredibili di tulipani, e una settimana fa zompettavo felicissimo in un bosco. Qui del resto la campagna non é mai troppo estrema, ché il Paese é piccolo (la gente NON mormora) e si é sempre – sempre – a quindici/venti chilometri da una cittá, da tutti i suoi orpelli che non possiamo farne a meno, di centri storici vissuti, eccetera eccetera. Voglio andare a vivere in campagna. Staremo a vedere.
paura, eh?
dunque si parlava di cinesi, mi pare.
Da premettere che i cinesi di questa casa, innnanzitutto non sono cinesi. Voglio dire, di fatto ci sarebbe soltanto un cinese. Gli altri due – maschio e femmina – sono thailandesi. Per quanto mi riguarda peró, qui dentro sono tutti cinesi. Incontro cinesi per le scale e dico Ciao. Oppure non dico niente. L’unico cinese veramente cinese in questa casa, é effeminato, magrissimo, e si dichiara cinese atipico. Mi pari cinese normale, vorrei dirgli. Qualsiasi cosa dica, la babbiona di questa casa ride sguaiatamente. Lei ci prova a non ridere, ma é peggio. Perché poi resta in silenzio, provando a frenarsi – non puó parlare altrimenti scoppia – quindi il cinese atipico dice una cosa delle sue, e quella scoppia, e non si ferma piú. Il cinese la guarda sbigottito facendo le mossette che in tutto il mondo sono uguali (quindi pure in Cina) aggravate dal fatto che si mette la mano a paletta davanti alla bocca per l’imbarazzo. I thailandesi, lo so che non sono cinesi, ma se il mondo intero mi considera un Tony Montana, e in quanto meridionale mi considera d’ufficio un siciliano – voglio dire, se il mondo intero generalizza con me – allora io generalizzo con loro, e comincio a generalizzare partendo dall’asia. Cinesi.
Il punto é che con i cinesi, hai presente il ristorante cinese? La cucina e gli odori del ristorante cinese? Ecco, non c’entra niente. Da quando sono qui ne ho conosciuti tantissimi, ne ho visti pranzare tantissimi, e la prima cosa che ho scoperto é che la storia degli involtini primavera é una bufala. Il gelato fritto, quelle cose lí, non esistono. Non esiste. E per quanto ne so, nemmeno in Thailandia. Dice: razzista. Sí, probabile. Ma lo scaffale del cibo della thailandese in cucina quando lo apro puzza di piedi europei, sudati. Ora posso metterci tutta l’amore del mondo, ma puzza. Sono nato e cresciuto in una parte del mondo dove quell’odore lí, é puzza. La storia del mondo basata sulle divisioni in base al colore della pelle, in base alla religione: tutto sbagliato. La puzza. Dovevano prendere il concetto di puzza, e andare avanti con quello.
la babbiona tenutaria di questa casa
La babbiona tenutaria di questa casa mi fa impazzire. Raccolta differenziata, va bene, ci sto. Però santiddio, rendimi le cose umanamente possibili. Devo cucinare un pezzettino di carne e scartare un’insalata pronta? Sembra facile, non lo è. Metto il pezzo di carne in padella, e la confezione rimanente scopro che va buttata in un particolare scatolo segreto, che per trovarlo devi uscire di casa, andare in giardino, e allargare le pupille come fanno i gatti per vedere al buio, altrimenti il particolare scatolo non lo troverai mai.
La parte cartacea va invece nel bidone della carta, che però si trova fuori dalla casa, dall’altra parte, quasi sull’asfalto della strada. Siccome in casa si cammina senza scarpe – è tassativo – allora devi metterti le scarpe, uscire fuori e gettare la carta nel bidone. Poi togliere le scarpe e correre alla padella, che sennò si brucia tutto. Quando hai finito di cucinare, l’olio dentro la padella non può andare nel lavandino, ma deve essere raccolto in un barattolino misterioso che poi lei spedirà al consorzio nonsocosa, che ci faranno nonsocosa. La padella può essere lavata – anche se le dico, perchè sulla confezione del detersivo ci sono questi due che dormono? È davvero un detersivo, dimmi la verità! – e la padella bagnata non può essere asciugata con lo strofinaccio che usano tutti (no cosa fai! mi dice) perchè la padella potrebbe essere ancora leggermente unta (allora è vero che non era detersivo!). Devo asciugarla con la carta. Cazzo, la carta! Metti le scarpe, esci fuori, togli le scarpe, torna dentro. L’insalata ha una confezione di plastica. Per fortuna il bidone della plastica è lì. Ma nella confezione c’è pure una piccola bustina di salsa. Mi fa un po’ schifo, ne uso solo due gocce e poi chiedo alla babbiona: e questa? Non vorrai mica buttarla, dice lei. La prendo io, può sempre servire, mi fa. Sì okay ma in futuro dove dovrei buttarla, seguendo le giuste regole di questa casa? Niente, non me lo dice perchè parla al telefono (e nel frattempo annusa estasiata il contenuto della bustina). Vorrei vomitare sul pavimento.
Nella prossima puntata: troppi cinesi sotto un tetto. Non mancate.
incredibbile
Sarà sempre così. Sempre. Prendi un posto. Mettici delle persone. Adesso mettici la maggioranza delle persone. Quel posto virerà invariabilmente verso la merda. Punto.

Immagine via Paulthewineguy.
quelli che il quindicennio
Due giorni fa mi sono ritrovato a rispondere sulla storia di Berlusconi e la Regina, con la Regina che fa come la maestra a scuola che chiede di fare silenzio. Quello che volevo dire è che conta poco se ha urlato oppure No, se ha dato veramente fastidio oppure No – la Regina ha poi detto che non ha dato affatto fastidio – ma quello che conta è che la domanda che ti fanno in questi casi, da italiano all’estero, non appena nel discorso si inserisce Berlusconi, è da troppo tempo la stessa, e cioè: “Berlusconi: perchè? Perchè, ancora?”. Ecco, questo volevo dire. Non si scende mai nel dettaglio, nelle leggi, nei processi, nelle MareCarfagne. No. La curiosità è a monte, e prescinde da tutto il resto. Riguarda soprattutto l’enormità di un quindicennio. Ovviamente la risposta non la so. E infatti rispondo: sarebbe troppo lungo da spiegare. Però ecco, se interessa sapere come ci vedono all’estero, molto spesso è così che ci vedono. Siamo quelli che ci va bene un quindicennio.
la mia nuova camera
La mia nuova camera ha la forma di L per un totale di dodici metri quadrati. In questo momento mi trovo nel bel mezzo dell’angolo retto che si trova in tutte le L degne di questo nome. Il tetto è obliquo – sono in mansarda infatti – e c’è una finestrella che se la apro e metto fuori la testa, la mia testa diventa tegola fra le tegole di un tetto tegoloso di una casa barbara. La mia nuova camera ha la forma di L, ironicamente un’ala è stata subito battezzata La Zona Giorno, e l’altra ovviamente La Zona Notte. In un angolo della Zona Giorno c’è un televisore enorme che da solo occupa più di un metro quadrato (e arriviamo quindi a undici effettivi) che non mi è permesso lanciare giù dalla finestrella. Questo angolo del televisore viene pertanto battezzato Soggiorno, oppure Living Room, che tanto ormai sta parola fa parte del mio vocabolario giornaliero.
Chi vive in questa casa, non lo so. Ho incontrato un brutto ceffo per le scale, e di sfuggito ho visto una Mafalda in pigiama che sciacquava il piatto della cena. Di sicuro ci vive la padrona di casa, una cinquantenne Babbiona che incarna perfettamente lo sterotipo della donna nordeuropea CristianoMalgioglia – che i più fedeli fra i lettori ricorderanno bene. Lei in particolare si pone sulla variante CristianoMalgioglio gelatinato, una delle forme più gravi di CristianoMalgioglismo, aggravato dalla tuta acetata indossata in casa mentre lavora al computer e dal tartaro in tonalità conforme alla tintura dei capelli. C’ho il parquet.
In questa casa comunque le scarpe sono vietate, si cammina scalzi – toh! che ricordi – non è permesso usare la cucina dopo le dieci di sera per non svegliare la Babbiona, e la lavatrice la si può usare solo nel fine settimana. Qui sotto ci vive uno della Thailandia. Io sta cosa di cambiare casa in continuazione ho sviluppato un quattordicesimo senso per cui dopo dieci minuti in un luogo, dopo aver scaricato e messo nei cassetti la mia roba, mi pare subito di viverci da sempre. Io sta cosa di cambiare casa in continuazione ormai mi scivola addosso come fosse niente, in fondo mi basta sapere di poter parlare con chi voglio io, e di avere una lucina vicino al letto per leggere prima di andare a dormire, mi pare davvero di avere tutto. E non è che mi pare, è proprio così.
andato a vedere
Andato a vedere Gran Torino di Clint Eastwood, un film che se lo vedi in lingua originale i farfugliamenti di Clint non riesci a coglierli fino in fondo – mentre i barbari invece Sì, perchè loro c’hanno i sottotitoli in barbaro – e mi sono trovato un paio di volte nel bel mezzo di una platea che esplodeva in una risata fragorosa e coordinata, mentre io impassibile ciucciavo Coca Cola da una cannuccia gialla troppo stretta. Comunque è un film dove nel finale la metà delle persone piange senza ritegno, un terzo compreso il sottoscritto ha gli occhi lucidi, la restante parte non lo so.
Ho un giacchettino primaverile bellissimo che siccome la primavera non arriva, non posso mettere mai. Dopo un mese filato di non primavera l’ho rimesso per guardarmi nel bagno e confermare la mia bellissimità.
Ho trovato casa, ma la storia merita di essere approfondita a parte.
Mi piacciono le ciambelle uguali identiche alle donuts di Homer, e mangiarne una quantità esagerata di mattina tardissima, aggravata dal cambio dell’ora, coi miei quattro peletti di barba incolti, mi sento molto Homer pure io.
Vorrei degli amici che non devi organizzarti prima per andarli a trovare, che puoi passare sotto casa e citofonare all’improvviso, ma forse questi sono irrealizzabili desideri anni novanta.
ce lo racconto ai nipoti
Ieri sera una ragazza che assomigliava tantissimo ad una mia vecchia compagna delle scuole medie, nel corridoio di casa sua, mi ha chiesto di volare.
credevi sarebbe stato facile
Invece proprio per niente. Breve rivisitazione delle recenti mie esperienze alla ricerca di una nuova camera qui in Paese Basso. Un breve riassunto che tiene conto del fatto che le mie esperienze non sono mica finite, ho da continuare ad esperare chissà per quanto. Espera e spera che poi si avvera, direbbe il saggio.
Casa numero uno. Tristezza cosmica. Casa che si preannuncia lugubre già all’ingresso, con una montagnetta di scarpe abbandonate appena dietro la porta di ingresso. Soggiorno illuminato da luce fioca cimiteriale e tavolino rotondo attorniato da tre sedie degne dei miei incubi peggiori. Sensazione di Hansel e Gretel. Uno degli inquilini è ben vestito e mi scruta sorridendo senza sosta, viene da pensare che da un momento all’altro dica che si tratta di uno scherzo, che non è vero che vogliono affittare la camera. Poi mi indicano un corridoio che sarebbe la cucina, e praticamente di fianco al fornello c’è una porta, e dietro la porta, il cesso. Più tardi qualcuno mi spiegherà che questa cosa di associare cucina e cesso oggi non è più legale, in Paese Basso. Un altro coinquilino esce dalla sua camera per presentarsi, ha una strana escrescenza sulla fronte, occhiali spessi a montatura nera e si spaccia per illustratore “free lance”. La mia camera è al piano di sopra. Scopro che essa, la camera, non è una camera ma in realtà sono due micro camere, in una c’è il letto, nell’altra la scrivania. Non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi di sdoppiare così la mia vita – sebbene qui poi non si fa altro che sdoppiare e sdoppiare e sdoppiare. La sera stessa mi inviano un sms per dirmi che hanno scelto un altro. Ma pensa, dico io. Io leggendo l’sms ripenso all’escrescenza dell’illustrator “free lance” ed ho un brivido.
Casa numero due. Mi accoglie una damigiana bionda che mi presenta alla sua coinquilina, la brutta copia della brutta copia di Kate Winslet in quel film, come si chiama, Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Dev’essere per la tinta dei capelli. Qui la camera sarebbe anche buona, supera i 15 metri quadri – che da ste parti è un lusso – ma la cucina è nel corridoio, senza porte, di nuovo di fianco al cesso. Scopro che hanno avuto 70 richieste e che io sono uno dei fortunati Quattordici ad essere stato invitato. In quel momento me la gioco con una matricola che sputacchia saliva mentre parla della sua confraternita universitaria Pace e Amore. Kate intanto fuma quattro sigarette in mezz’ora, e secondo me la pelle del suo braccio è troppo bianca per essere vera, pare ricotta, potrebbero addirittura vedersi le ossa. Alla fine io vado via prima degli altri perchè mi è parso di aver lasciato la Meisje da sola a casa attorniata da una combriccola di motociclisti omosessuali. Il giorno dopo mi fanno sapere che non sono il prescelto. I motociclisti non erano omosessuali. Peggio.
Casa numero tre. L’intervista me la fa un turco che subito mi fa sapere che lui non vive lì. Chi ci vive, allora? Altri, dice. Ad un certo punto passa di lì un nano capelluto ed il turco si rianima e mi dice, ecco lui, per esempio, vive qui. Il nano ride e si presenta. Il momento più bello è quando vogliono mostrarmi la doccia. Per di la’, mi dicono, e mi indicano un tunnel nero – giuro, era nero – e mi incitano, se vai oltre, si può accendere la luce. Io faccio tre passi nel buio più totale e torno indietro. Per quanto mi riguarda potrei risvegliarmi John Malkovic. Il turco sparisce nel tunnel e infine accende la luce, perchè la luce c’era davvero. Ed io che non mi fidavo. La cumpa allegra di turchi, nani e ballerine, comunque ha imbrogliato sulla metratura della camera, è almeno la metà di quello che avevano detto. Al posto dei mobili ci sono due bauli da isola del tesoro. Uno dei lati è lungo quanto il letto, l’altro lato sono tre passi e mezzo dei miei. Improvvisamente mi sento un criceto, dico che ci devo pensare, che al massimo entro la serata farò sapere se mi va bene, nonostante l’imbroglio sulla metratura. Ed è proprio quello che farò, appena finisco di scrivere qui, mandare sta benedetta mail e dire al turco col nome che comincia e finisce per U che mi dispiace, sono contento che mi abbiano invitato – frase che ruffianissimo ripeto sempre – ma non se ne parla proprio di fare il criceto, nei tempi prossimi venturi.
tira vento buono, e pensieri buoni
Altrimenti non si spiegherebbe come mai – dopo che mi hanno rubato la bicicletta, dopo che il computer mi si sta squagliando sotto i colpi di un virus simpaticissimo, dopo che ho preso un raffreddore che mi fa sentire un vermetto infilzato nell’amo – io sia qui tranquillissimo a costruire pensieri sul sole che alla sera taglia di traverso i rami degli alberi.
si diceva di Parigi
Parigi ci abbiamo camminato tantissimo. Lo so non é italiano, ma suona bene. Parigi ci abbiamo camminato tantissimo, io e la Meisje, che poi mi sono venuti due polpaccioni alle gambe che di solito non ho. Due polpaccioni cosí evidenti che al ritorno, in un autogrill da qualche parte nel Belgio, li ho scoperti tirandomi su il bordo dei pantaloni facendo lo scemo sulla porta del bagno delle donne, mentre la Meisje faceva le smorfie allo specchio.
Parigi praticamente pullula di francesi. Parigi praticamente scopri che i francesi, a differenza degli altri europei, li piace il capello spettinato e la sciarpa la portano diversamente dagli altri europei. Capisco che potrebbe essere poco interessante – ché ste cose per notarle bisogna girare per l´Europa e fare i confronti – ma loro i francesci la sciarpa non la attorcigliano piú volte attorno al collo come gli italiani, ma la girano sul collo e poi la fanno cadere lunga sul davanti o sul didietro. Tipo Piccolo Principe per capirci. Sono francesi.
A Parigi c´erano strade attorno al Tour Eiffel che ti rendevi subito conto di non essere nella barbaria architettonica del Paese Basso, ma con buona approssimazione avresti potuto credere di essere perfino a Lecce. L´architettura parigina ti provocava una forte sensazione di impero romano d´occidente. C´erano i russi che assaltavano il negozio di profumi di un brand particolare che fuori dalla Francia non si trova, e tu che ti sei spruzzato addosso quello sbagliato la notte ti sei poi dovuto alzare dal letto per sciacquare via l´odore. C´erano un cameriere – a proposito di russi – che servendoti il pranzo al Quartiere Latino ti ha chiesto se eri russo o polacco, invalidando in un microsecondo l´effetto suggestivo (credevo io) della mia nuova coppolina francese. C´erano turisti del Colorado che dicevano Sí Sí, sei est europeo, si vede benissimo. No guardi io sono terrone, ho risposto, altro che est europeo. C´era poi la Meisje che si vantava di non essere scambiata per turista nelle stradine della cittá. C´erano quelli del Colorado che peró dicevano tu sei est europeo mentre lei si vede che é italiana. Evidentemente da seduta sembri piú italiana, le ho detto io. C´erano due personaggi – ovvero noi due – che andavamo a fare una visita turistica al quartiere multietnico di Belleville, motivati da ragioni letterarie (che come al solito se le conosci ok, se non le conosci, inutile spiegare).
C´era il sole.
C´era la Meisje che comprava le calze in un negozietto gestito da una signora mesopotamica con la suocera coperta dal velo. C´era il mercato dei pappagalli. C´era la Senna enorme. C´erano le comitive di studenti in gita, e fra loro gli italiani che insomma é definitivo, sono i peggiori di tutti. C´era una crepes al caramello e gelato che dovevamo prenderne due invece di una. C´era poi alla fine l´incontrovertibile consapevolezza che era stato molto meglio andarci, a fare sta cosa, piuttosto che No.
c'è quell'amico tuo
C’è quell’amico tuo di quando eri bambino che adesso non lo vedi mai, e che un giorno ti aveva detto: non lo dire a nessuno, mi sposo. E tu gli avevi detto Bene! anche se non sopportavi il fatto che quando aveva una ragazza attorno diventava tutto serio e non scherzava, o scherzava come fanno quelli seri, o scherzava in un modo che non era scherzare affatto. O peggio ancora, non si faceva vedere per nulla: Sì Sì ci vediamo, e poi non ci si vedeva mai. Tu non lo sapevi perchè diventava così docile e remissivo, con la ragazza attorno, forse era colpa di lei, che era così severa nello sguardo. Tu non lo sapevi ma ti dicevi Vabbè pazienza, mi accontenterò delle volte che lo incontro senza ragazza attorno. Ma adesso si sposa, porca miseria, quando credi di incontrarlo di nuovo senza ragazza? Poi invece un giorno lo incontri senza ragazza e ti dice che si è lasciato, andiamo a bere una birra che ti racconto. Cosa fai domani? Ci vediamo? Facciamo? Vediamo? Una giostra senza il perno centrale, ti era sembrato in quei momenti, una cosa che non vedevi da anni, e tu che pure fai una vita tranquilla, ti eri perfino spaventato. Poi di nuovo, qualche mese dopo lo trovi con un’altra ragazza, una nuova, te la presenta, perchè deve, li hai trovati per strada, e di nuovo fa la faccia seria, ride alle battute col piglio cauto di chi ti vorrebbe dire per favore non mi far fare figure di merda. Pure lei una faccia seria, e tu ti sei chiesto se sta cosa della faccia seria è proprio necessaria. Infine, stasera vieni a sapere di nuovo che si sposa, ti chiede al telefono se vieni, anche se sa bene che essendo lontani, è molto difficile, e poi insomma, ci possiamo anche salutare quando scendi. Tu chiudi il telefono pensando che adesso pazienza, non lo vedi più, ma poi in fondo come si dice in questi casi, nessuno scappa al proprio destino, e vorresti scriverlo meglio ma ti viene solo fuori così.
i miei piedi al centro pompidou di paris

il resto della storia arriverà a breve
tre cose veloci
Una macchina va a cadere nello stagno qui davanti a casa, dove per "qui davanti a casa" non intendo "nei pressi" o "da queste parti", ma proprio qui, fuori dalla finestra. La macchina ha fatto pluf nel fiume, e io mi chiedo quanto ancora mi serve per abituarmi a questi corsi d’acqua dappertutto, e a queste papere che in coppie la mattina attraversano la strada sculettando, a questi gabbiani ad altezza di balcone.
Cossiga, scrivendo un libro intitolato "Gli italiani sono sempre gli altri" ha detto in una riga praticamente tutto, al punto che non ci sarebbe bisogno di aprire il libro e non ci sarebbe proprio bisogno di aggiungere altro. Facendo finta di non conoscere questo rigo rivelatore, è molto interessante il risultato di sto sondaggio secondo il quale solo il 4% degli italiani ammette di aver usufruito di una raccomandazione.
Domani mattina si va a Parigi con la Meisje, a fare finta di essere alta società che si nutre di baguette per qualche giorno. Aprite le finestre di tanto in tanto per cambiare l’aria, mentre sono via sennò poi torno e mi assale il tanfo.
tanto per cambiare
Tanto per cambiare cerco casa. E siamo a cinque, con questa. Da settimane rispondo alle inserzioni su internet – qui non esistono volantini incollati al muro come nelle cittá universitarie italiane – ma nessuno mi risponde. Nessuno. Il mio messaggio non va bene? Sono troppo educato e formale? Ma che ne so. Decido di cambiare il messaggio, lo riformulo da assonnato e sprofondato nella poltrona mentre penso ad altro e ho una doccia in sospeso. Non rileggo quello che scrivo. Premo invio. Siccome siamo in un paese di folli, finalmente qualcuno mi risponde. Vado a rivedere cosa avevo scritto nel mio messaggio, e confermo: siamo in un paese di folli.
Hello! my name is Raffaele. I am a graduate in Veterinary Medicine from Italy, studying and working in Utrecht.
I am tolerant and clean, I had many experiences of living with other students and workers, in different countries and with different type of people.
I don’t make problems, I can cook dinners, I can tell stories, I can sing songs, I can stay silent, I can disappear when required, and if you call me for the room, I could also convince you that I am able to fly. Sure!
My interests are music and literature. But if you don’t like, I can also change them.
For further info, photos or anything else, just mail me!
I really hope to hear from you soon.
Thank you.
batti il ferro finchè è caldo
scusa ma adesso non basta?
alla fine gliel'ho detto
Alla fine gliel’ho detto al mio coinquilino gay, ecco a chi assomigli, tu sei sputato a Bon Jovi. La Meisje dice Sì, però lui anche meglio, di Bon Jovi, quello li’. Io le permetto ste considerazioni in quanto l’oggetto della discussione é apertamente gay; non lo fosse, da bravo meridionalo viulento la coricherei di mazzate e poi le applicherei al naso quegli anelli di metallo che si mettono ai buoi, senza nemmeno sterilizzare prima dell’operazione, cosi se poi ci sono delle infezioni, tanto meglio, che le rimane il ricordo ad indicarle la retta via.