milano

Milano non la conosco. Eppure ci vengo e avverto immediatamente una sensazione di familiare, di panettone e di canale cinque. I nomi delle strade e della metro li ho già sentiti anche se non ci sono mai stato. Ho speso più tempo a Parigi o a Colonia eppure queste strade sembrano strade di casa.

 

Il Corriere della Sera che leggo in un bar parla di fatti successi dietro l'angolo, e questa è una novità assoluta per me che sono contemporaneamente terronico ed espatriato. Nell'altra stanza del bar c'è la cumpa dei giocatori di biliardo stile AmiciMiei e guardandoli mi chiedo se pure io potrei un giorno.

 

Il Cuggino (fu) Rasta ha tenuto la sua festa di compleanno nella sua grande casa dotata di tre bagni. Le ragazze che cercano di accaparrarselo hanno tutte lo stessa luce negli occhi – lui se ne rende conto, epperò dice che ci posso fare se mi piacciono così. Mi racconta gli eventi della sera prima steso nel letto, con voce rauca snocciola liste di nomi femminili ma faccio confusione così che mentre ne nomina una nuova io mi immagino sempre la stessa.

 

Poi è in piedi davanti alla finestra che mangia frollini e dice serio: “ma sai, in fondo io sono l'ultimo dei romantici” ed io rischio seriamente l'infarto dal ridere.

 

Dormo in un hotel gestito da cinesi, il ragazzino alla reception mi chiama Laffaele. Io che coi cinesi in Paese Basso ci lavoro mi chiedo perché loro ce la fanno a pronunciare la R mentre invece qui fanno come nei film di Lino Banfi. Forse lo fanno per farci contenti.

 

In un negozio di abbigliamento del centro chiedo al commesso patinato e italianissimo dove posso trovare una cosa che cerco, quello seriamente mi risponde “downstairs”. Io penso che in fondo sono queste le cose che ti fanno sentire in provincia, come i negozi di saponi che inspiegabilmente li chiamano super sanity shop.

all'aeroporto

All’aeroporto di Brindisi una bambina barbara sfugge al controllo della madre barbara e con la mano sporca di cioccolata mi accarezza la giacca del mio vestito da matrimonio. La madre la riprende, io non mi accorgo della macchia di cioccolata sulla giacca, la madre offre alla figlia il pezzo di pane che la stessa bambina aveva fatto cadere sul pavimento poco prima, ed io penso – che ve lo dico a fare, siete barbari.

Ma questo è il meno, visto che piove dentro l’aeroporto e l’aereo non parte ormai da tre ore. Io penso che devo avere problemi con gli aerei almeno una volta all’anno, epperò quest’anno credevo di avere già dato con la storia del vulcano, e invece No.

Alla fine comunque partiamo, fra cori da stadio dei giovani salentini che vanno in Paese Basso per fumare dal primo giorno fino a pochi minuti prima del ritorno. Poco prima di atterrare al microfono ci avvertono che siamo troppo in ritardo, dunque non si atterra dove credevamo di atterrare – ché l’aeroporto è ormai chiuso – ma in un altro luogo.

Un altro luogo? Sì, però vi organizziamo un bus, dice la hostess. A questo punto i giovani salentini già in crisi di astinenza si mettono a discutere con la hostess, braccio allungato tipo ultras, ché loro non sono per niente d’accordo di atterrare "altrove". Fino a quel momento li avevo ascoltati fare battute in dialetto strettissimo sugli annunci in inglese, questi ragazzoni con la barba che urlavano come fossero seduti all’ultimo posto di un autobus della gita della scuola.

Quando si mettono a polemizzare con la hostess mi tiro su dal mio posto e chiedo se per caso loro hanno una soluzione diversa. Ché magari loro sono dei tecnici, sono del ramo, e allora forse possono comunicare con chi coordina le operazioni a terra e suggerire ipotesi alternative. Loro non rispondono e io mi sento ribollire come ogni volta quando la gente negli aeroporti o alle stazioni dei treni se la prende con gente che non ha colpe di niente.

Che poi, a parte l’evidente ingiustizia dell’imprecare contro chi non ha colpe, c’è pure l’inutilità intrinseca dello stesso imprecare. Voglio dire: il treno non parte causa tormenta di neve? Tu perché polemizzi col capotreno? Non vedi quanto ogni parola pronunciata sia totalmente inutile?

E’ più significativa a fini della storia del mondo una qualsiasi formica che dall’altra parte del pianeta posa le sue zampette su una foglia, di te che invece imprechi senza alcun motivo contro un Giuseppe o Loredana qualsiasi. Il tuo gesto è così inutile ma tu non te ne accorgi, e togli tempo ad altri che magari farebbero domande utili.

Il fatto stesso che non ti renda conto dell’inutilità del gesto mi rivela il contenuto del tuo cranio, quel criceto che corre sulla ruota all’interno della tua calotta cranica con i semini nascosti nelle guance.

Poi atterriamo, accendo il telefono e siamo in Germania. Mi addormento in un bus. Due ore dopo scrocco un passaggio a una coppia, di cui lui pettinatissimo, alle tre di notte sono a casa che scrivo una email spiegando perché farò tardi al lavoro.

Ora sono in Danimarca. Lungo la strada la polizia stradale tedesca mi ha fermato per cercare droga nella chitarra che avevo nel bagagliaio.

viaggiare tantissimo significa

Viaggiare tantissimo signfica che arrivo ad un autogrill al confine fra Germania e Paese Basso, mi dirigo al bagno, il signore che prende le mance al bagno mi chiede 50 centesimi e poi mi chiede se per caso sono del Paese Basso – io dico di No – poi mi chiede se sono germanico – io dico di No – poi quando rovistando fra le mie monete lo informo che sono italiano lui subito " Ah, Maffia!" ed io magnanimo sorrido, e vado al bagno e nel bagno dei maschi c’e’ un distributore automatico di preservativi ma anche di mini-vibratori a 5 euro – in due versioni, puntellato e liscio metallizzato- ed io capisco che viaggiare tantissimo significa che fra le due cose – il ciccione che mi rivolge un Maffia a priori ed i vibratori come bisogno primario del maschio europeo – mi stupisco molto piu’ della seconda. 

Anversa

Mi piacciono le città con i palazzi di marmo. Anversa ha i palazzi di marmo. Nel luogo barbaro dove vivo invece, di palazzi marmosi ce ne sono pochissimi. Sono appena tornato da Anversa. La Meisje viene a farmi visita dalla Danimarchia. Lei la mattina dopo si sta lavando i denti – fuori dalla finestra ci sono i palazzi di mattoni rossi con pochissimo marmo – e io le dico, senti, chiudi la valigia che andiamo via. Andiamo dove? Andiamo ad Anversa. Non le ho detto così; non ho detto nulla fino a poco prima di entrare in città.

Il signore italiano gestore di ristorante ad Anversa fa il simpatico con tutti. Chiama la Meisje peperino e lei potrebbe pure ucciderlo per questo. Io non lo ucciderei, il signor gestore, però quelli che sono sempre gentili e sorridenti di professione, non lo so. Ecco, quando cominciano con le giovialità e le domandine rituali vorrei dire, non ce n’è bisogno, andiamo al dunque. Come ai lavatori di vetri ai semafori. Non ce n’è bisogno. I lavatori di vetro. Da quanto tempo non ne vedo.

Italiani? chiede comunque il signore gestore. Arrivati da dove? Chiede. Dal Paese Barbaro, dico io, lei invece dalla Danimarchia. E ora siamo a cenare con linguine ad Anversa. Che uno potrebbe credere sia l’inizio di una barzelletta. Invece No. Il Belgio sta in mezzo a tutto. Potrei parlare del Belgio e di Anversa, invece parlo di un paio di cose che hanno molto poco a che fare con il Belgio ed Anversa.

Numero uno. Avere una televisione a disposizione una sera ogni 4 mesi, significa che poi uno la accende e mette su Raiuno, ché quello tanto si prende sempre in Europa. Mi ha rassicurato notare che ancora oggi la formula di Raiuno è la stessa: posizionare davanti alla telecamera dei vecchi che cantano canzoni vecchie o comunque molto conosciute, e condire la scena con un gruppo di giovani che ondeggiano la testa e seguono con il labiale le parole della canzone.

Numero due. Quelli che allo zoo bussano sul vetro delle gabbie degli animali. C’è scritto: non bussare. C’è scritto “non bussare sul vetro” in barbaro e in inglese, e se pure tu non fossi una persona capace di intendere nessun idioma scritto, ti mettono pure l’immagine del pugno sul vetro, con tanto di divieto. Significa: divieto di bussare. E tu comunque bussi. Tu genitore di bambino che vedi tuo figlio bussare sul vetro e rompere i coglioni al rarissimo roditore notturno della Nuova Zelanda dello Zoo di Anversa, lo lasci bussare. Tu genitore, se il tuo bambino se ne fotte del rarissimo roditore notturno della Nuova Zelanda, lo avvicini al vetro e allora sei tu che ti metti a bussare. Per insegnare al bambino come si fa? Tu genitrice, io ti osservo alle spalle, ho capito che sei italiana, e penso che sei come quelli che siccome non c’è la multa allora lo faccio, ché il divieto vale per gli altri, cosa vuoi che sia. Dovrebbe esistere un sistema per cui se tu bussi più di tre volte ti viene impiantato automaticamente sotto pelle un chip, per seguirti tutta la vita, per marchiarti come elemento inutile o dannoso all’economia del mondo, e discriminarti appena possibile, o per sapere sempre dove sei e cosa fai. Oppure se hanno finito i chip, lanciarti subito nella gabbia dei giaguari appeso per un piede.

impressioni del recente viaggio in Italia #1

L’Italia e’ il paese del mondo con in assoluto il piu’ alto numero di femmine coi capelli tinti. Era certamente gia’ cosi’ quando ci vivevo anche io, in Italia, ma non ci ho fatto mai caso.

Se non ci fossero tutti questi capelli tinti in Italia – tutti sti biondeggiamenti, rameggiamenti, colpi di sole – sarebbe molto piu’ chiara la nostra natura di razza mescolata ai mediorientali e nordafricani. Sarebbe molto piu’ chiaro qual’e’ la mescolanza di sangue che ci circola davvero nelle vene, che’ quando ti trovi qui in Paese Basso e vedi certe turche per strada ti paiono uguali uguali a certe persone che conosci in Italia – molto piu’ somiglianti delle barbare, perlomeno – solo che non capisci dove sia la differenza principale. Te lo dico io dove sta: nei capelli. Che’ loro li portano o coperti dal velo, oppure non tinti – che senno’ il padre le scoppia di mazzate, evidentemente.

Comunque, in Italia ho passato il tempo a calcolare percentuali di capelli tinti su crani femminili. Le percentuali variano da un minimo (minimo!) del 50-60 % ad un massimo di 100% in certi bar di Roma Termini. Probabilmente la maggiore concentrazione  di capelli tinti in quelle zone e’ da correlare con la vicinanza all’epicentro di questo fenomeno (gli studi televisivi dei programmi di mariadefilippi) anche se non ci sono prove definitive a riguardo.

(e i capelli tinti e altre tante belle cose saranno l’argomento della puntata di "Ma Come Fanno i Benzinai" in diretta con il sottoscritto, oggi a partire dalle 20, come quasi ogni venerdi’, su RadioFlo)

fino all'altroieri

Fino all’altroieri non avevo mai messo piede in Danimarca. Ora l’ho messo.
La prima giornata l’ho trascorsa da solo, in una stanzina a guardare fuori dalla finestra, e fuori dalla finestra non passava nessuno. Forse quindici macchine in tutta la mattina, e due ragazze in bicicletta – che la spingevano, la bicicletta – però. Ma questo è una zona della Danimarca che c’è pochissima gente.


Mentre guardavo fuori dalla finestra la Meisje era al lavoro, vestita da pirata.  Non vestita "come" un pirata, ma proprio "da".

Poi la sera siamo stati in una casa dove io ho contato 7 statue di Robocop, 4 Micheal Jackson e ben 22 Batman (ma forse ne ho perso qualcuno) e non erano messi lì per l’occasione, erano sempre lì, tutti i giorni. Siccome in Germania sono più alti che in Italia, e in Paese Basso più alti che in Germania, arrivando in Danimarca ti aspettavi altezze ancora più alte, e invece No, sono più bassi. Molto conveniente comprare le mutande in Danimarca, 5 paia di boxer 80 crani (che se non lo sapete, è la moneta daniese corrente).

cose

Fresco fresco di Laurea, l’amico Franz viene a trovarmi in Paese Basso tentando forse di scovare indizi sul suo futuro nei riflessi dei canali di sto paese pieno di canali. Provo a sondare la sua ricchionaggine passeggiando nel mezzo del gaypride 2009 di Amsterdam (e siamo a due, tutte e due le volte mi ci ritrovo senza farlo apposta), poi ci sfidiamo a domande di storia e cultura generale dei Simpson. Vinco 4 a 3 respingendo una rimonta nel finale con una domanda di altissima classe. Una domanda a testa da inventare sul momento, e ogni punto è una domanda che resta priva di risposta. Fra le domande a punto:
– Quale dei personaggi dei Simpson ha una cicatrice ? (facilissima, punto quasi regalato)
– Come si sono conosciuti Montgomery Burns e Abraham Simpson?
– Perchè Bart si doveva far perdonare dalla tenutaria del bordello di Springfield?
– In quale occasione fu rubata l’auto del padre di Milhouse?
– (domanda della vittoria) Cosa c’era scritto nel biglietto di San Valentino dato da Lisa al suo compagno Ralph?

la terza dolore e spavento

Non potrai dirti mediterronico certificato come il sottoscritto se non ti sei fatto almeno un paio di anni sulla Freccia Salentina Milano Lecce. Io ho dato il mio partendo da Bologna, trascorrendo lunghe notti di passione e di sapone olezzoso – quando andava bene, che il sapone c’era – e di carne da macello ammassata nei corridoi. Di biglietti venduti oltre le possibilità del treno e di vagoni aggiunti all’ultimo momento per starci dentro tutti. Ora finalmente, il giusto riconoscimento.

sono impegnato in questi giorni

Sono impegnato in questi giorni a fare il Cicerone a porzioni della mia famiglia arrivate qui in Paese Basso. Ho misurato lo stupore, il numero di Oooh, e la classifica momentanea vede al primo posto le biciclette – in particolare le biciclette in giro per le strade anche quando piove – , il verde sfrenato (che però è uno stupore accentuato dallo sbalzo Paesello mediterronico in piena siccità vs Paese Basso immerso nell’acqua) e infine il numero sconfinato di pecore e mucche ai lati delle strade. I quartieri a luci rosse non entrano in classifica.

L’altro giorno al mercato dei fiori di Amsterdam ho visto due coppie di italiani, italiani riconoscibilissimi. Il primo maschio portava a tracolla un enorme borsello rettangolare di Louis Vouitton, condito da cappellino e occhiali da sole. L’altro maschio, il maschio dell’altra coppia, al a tracolla, portava lo stesso identico borsello.

perché poi una cosa che ho capito

Perché poi una cosa che ho capito del vivere esperienze internazionali, è che in giro ci sono tante persone che si portano questa internazionalità come condizione di vita. Che internazionali non significa soltanto – per fare un esempio – essere nati in Italia e vivere in Paese Basso. No: è proprio una malattia che ti accompagna per la vita.

Ieri sera c’era sta festicciola qui vicino, per fare un esempio. Il festeggiato si proclamava tedesco, eppure era da una vita in Paese Basso. Ovviamente parlava anche un poco di francese, e sua moglie era messicana. Il loro pappagallo invece salutava in spagnolo. Poi c’erano due polacche, che però non arrivavano dalla Polonia, ma da Parigi. Infatti a tratti parlavano francese. Una di loro viveva a Londra. Ma ricordava con piacere gli inverni sulle montagne francesi. Poi c’erano quelli che venivano dalla Francia, ma che non erano francesi, erano marocchini. Non andate mai a mangiare nei ristoranti marocchini che non siano in Marocco, hanno detto. Poi c’era l’olandese che era cresciuta in Francia. Poi c’era quello appena arrivato, che ti hanno detto: quello è greco. Perfetto: una razza una faccia, hai pensato. Solo che era biondo con gli occhi azzurri, e invece del greco, parlava tedesco e olandese. Poi c’era il portoricano che suonava bene la chitarra. Poi c’era l’amica indiana che a parte il fatto di essere indiana, aveva fra tutti quelli il nome più facilmente pronunciabile in italiano. E poi c’erano quelli che non sapevi esattamente da dove venivano, ché non si può stare tutto il tempo a parlare con tutti.

Gli ambienti internazionali, uno che non ci è mai stato, come se li immagina? Oggi fanno parte del quotidiano, e non sono affatto come me li immaginavo. Forse sono io diverso dal me stesso che li immaginava, o forse bah. In ogni caso sono diversi. Soprattutto, non sono ambienti sofisticati. Non ci sono vezzi assurdi, non esistono snobismi. Si mangiano dolci buonissimi sui vassoi posati direttamente sul prato, mentre un cane fa finta di niente e allunga la lingua. Quando uno dei signori afferra il pezzo di torta al cioccolato e se lo porta alla bocca, prima che lo morda tu glielo dici – guarda che lo ha leccato il cane, quello – e lui ti risponde Pazienza, non importa, e se lo caccia tutto in bocca.

si diceva di Parigi

Parigi ci abbiamo camminato tantissimo. Lo so non é italiano, ma suona bene. Parigi ci abbiamo camminato tantissimo, io e la Meisje, che poi mi sono venuti due polpaccioni alle gambe che di solito non ho. Due polpaccioni cosí evidenti che al ritorno, in un autogrill da qualche parte nel Belgio, li ho scoperti tirandomi su il bordo dei pantaloni facendo lo scemo sulla porta del bagno delle donne, mentre la Meisje faceva le smorfie allo specchio.      

Parigi praticamente pullula di francesi. Parigi praticamente scopri che i francesi, a differenza degli altri europei, li piace il capello spettinato e la sciarpa la portano diversamente dagli altri europei. Capisco che potrebbe essere poco interessante – ché ste cose per notarle bisogna girare per l´Europa e fare i confronti – ma loro i francesci la sciarpa non la attorcigliano piú volte attorno al collo come gli italiani, ma la girano sul collo e poi la fanno cadere lunga sul davanti o sul didietro. Tipo Piccolo Principe per capirci. Sono francesi.      

A Parigi c´erano strade attorno al Tour Eiffel che ti rendevi subito conto di non essere nella barbaria architettonica del Paese Basso, ma con buona approssimazione avresti potuto credere di essere perfino a Lecce. L´architettura parigina ti provocava una forte sensazione di impero romano d´occidente. C´erano i russi che assaltavano il negozio di profumi di un brand particolare che fuori dalla Francia non si trova, e tu che ti sei spruzzato addosso quello sbagliato la notte ti sei poi dovuto alzare dal letto per sciacquare via l´odore. C´erano un cameriere – a proposito di russi – che servendoti il pranzo al Quartiere Latino ti ha chiesto se eri russo o polacco, invalidando in un microsecondo l´effetto suggestivo (credevo io) della mia nuova coppolina francese. C´erano turisti del Colorado che dicevano Sí Sí, sei est europeo, si vede benissimo. No guardi io sono terrone, ho risposto, altro che est europeo. C´era poi la Meisje che si vantava di non essere scambiata per turista nelle stradine della cittá. C´erano quelli del Colorado che peró dicevano tu sei est europeo mentre lei si vede che é italiana. Evidentemente da seduta sembri piú italiana, le ho detto io. C´erano due personaggi – ovvero noi due – che andavamo a fare una visita turistica al quartiere multietnico di Belleville, motivati da ragioni letterarie (che come al solito se le conosci ok, se non le conosci, inutile spiegare).

C´era il sole.

C´era la Meisje che comprava le calze in un negozietto gestito da una signora mesopotamica con la suocera coperta dal velo. C´era il mercato dei pappagalli. C´era la Senna enorme. C´erano le comitive di studenti in gita, e fra loro gli italiani che insomma é definitivo, sono i peggiori di tutti. C´era una crepes al caramello e gelato che dovevamo prenderne due invece di una. C´era poi alla fine l´incontrovertibile consapevolezza che era stato molto meglio andarci, a fare sta cosa, piuttosto che No.

tre cose veloci

Una macchina va a cadere nello stagno qui davanti a casa, dove per "qui davanti a casa" non intendo "nei pressi" o "da queste parti", ma proprio qui, fuori dalla finestra. La macchina ha fatto pluf nel fiume, e io mi chiedo quanto ancora mi serve per abituarmi a questi corsi d’acqua dappertutto, e a queste papere che in coppie la mattina attraversano la strada sculettando, a questi gabbiani ad altezza di balcone.    

Cossiga, scrivendo un libro intitolato "Gli italiani sono sempre gli altri" ha detto in una riga praticamente tutto, al punto che non ci sarebbe bisogno di aprire il libro e non ci sarebbe proprio bisogno di aggiungere altro. Facendo finta di non conoscere questo rigo rivelatore, è molto interessante il risultato di sto sondaggio secondo il quale solo il 4% degli italiani ammette di aver usufruito di una raccomandazione.   

Domani mattina si va a Parigi con la Meisje, a fare finta di essere alta società che si nutre di baguette per qualche giorno. Aprite le finestre di tanto in tanto per cambiare l’aria, mentre sono via sennò poi torno e mi assale il tanfo.

una delle caratteristiche dell'emigranza avanzata

Una delle caratteristiche dell’emigranza avanzata, come è quella che vivo, consiste nell’ignorare i tuoi connazionali che incontri per caso in terra straniera. L’emigrante immaturo invece si meraviglia nello scoprire che quello davanti a lui é italiano. Aaahh, italiano pure tu! ti dice. Aaahhh, e di dove? E cosa fai qui?!? E dimmi dimmi, e senti senti. E bla bla. 

L’emigranza matura porta invece con sé il giudizio. Non c’é motivo di meravigliarsi degli italiani incontrati in giro. Anzi, ci si ignora tranquillamente. C’è per esempio questa pizzeria al taglio a due passi dall’università, gestita da italiani. Il titolare è un gradino sotto alla bonanima di Mino Reitano, quanto a italianità, e poi lui e i suoi compari lo fanno proprio apposta, sorridendo e ammicando, ciarlando a voce alta, con quegli “occhi allegri da italiano in gita”, con certi ricciolini in testa, certi nasi. Qui posso ordinare tranquillamente in italiano, e se ordino in italiano la risposta “tre euro e cinquanta” mi viene formulata in italiano. Ma loro sono abituati a queste schegge italiane di passaggio, e io pure mi sono abituato a fare la scheggia, dopo tutti sti anni, per cui non sci i dice nient’altro se non Ecco il Resto, e ognuno poi fa la sua strada, io con la pizza in bocca, loro a strofinarsi le mani sul grembiule. 

Poi fra gli altri c’è questo pizzaiolo che non deve parlare con nessuno, lui fa solo le pizze. È più giovane degli altri, e lo hanno messo davanti al forno a fare le pizze. Da sempre considero il pizzaiolo – soprattutto quelli organizzatissimi, che devono solo strappare il biglietto e prendere manciate di mozzarella dalle coppe – una professione intellettuale. Non per la fabbricazione delle pizze in sé, ma per l’automaticità dei gesti, ché io ne sono certo, a fare tutto il giorno quei gesti sicuramente si finisce per pensare tanto, e chissà cosa, e chissà quali pensieri ti provoca il contatto quotidiano con le olive e le scatole da montare ogni volta con quei gesti sicuri. E comunque c’è questo pizzaiolo, che sta lì a fare la pizza, quelle poche volte che parla esibisce un accento siciliano intatto. E davanti al forno ha un’enorme vetrata che da’ su uno spiazzo dove passano tutti i giorni le studentesse bionde suine di questa università del Paese Basso. Lui le osserva, siciliano, e strozza l’impasto della pizza con le dita. Credo che sia ormai assuefatto a questa vista continua – ogni giorno si alza e ne vede passare a centinaia – e io lo guardo, e penso a quelle tigri degli zoo che dietro il vetro appena arrivate ruggiscono ai visitatori, poi ancora e ancora, e infine si abituano, e quando il millesimo visitatore urla con lo zucchero filato in mano, quelle al massimo tirano fuori la lingua per leccarsi il naso. E poi lo guardo, e così siciliano a pelle scura, mentre fuori ci sono le nuvole e i vichinghi a passeggio, e mi pare pure un orso polare che lo hanno portato in uno zoo dove non c’entra niente, lo hanno portato, chessò, a Cosenza.  

Poi finisco la pizza – sempre di frettissima – infilo le cuffie anche quando so che non ascolterò nulla, e vado via.

in questo momento

In questo momento alla televisione del Paese Basso c’è un tizio con i capelli lunghi che recita poesie in italiano e poi le traduce in olandese. Gli ospiti in studio spalancano la bocca così come tutti i miei coinquilini raccolti nell’immenso divano che circonda il televisore. Ma cosa spalancate cosa? chiedo io. Mentre estraggo la pizza dal forno mi viene chiesto di parlare delle versioni italiane di Paperino e zio Paperone. In olandese la differenza è che Donald Duck lo pronunciano dUck con la U, e non dAck. Quindi a dire “Paperino” è chiaro che poi si mettono tutti a ridere. Se uno ci pensa: paperino. Quando dici invece zio Paperone, quelli si chiedono “Peperoni?” perchè sta parola la conoscono, appunto, per le etichette delle pizze.   

La Meisje invece ha aperto il suo blogghe anglofono. No, non è un blogghe, direbbe lei, è un Tumblr, è diverso. Ne faccio pubblicità solo ora che come per i trapianti nei primi tempi c’avevo paura del rigetto. Invece tutto bene. La Meisje mi chiede di sistemare le lancette dell’orologio appeso sopra la porta – “se ci arrivi” dice lei. Siccome ci arrivo, invece di dirmi di quanto spostare le lancette, si stupisce del fatto che ci arrivo. Ma quanto sei alto che ci arrivi? mi chiede, mentre io sono in stretching col dito sulla lancetta. Ma ti pare il momento di stupirti? le dico. La Meisje adesso vuole andare a prendere lezioni di chitarra, “per diventare come Soko” dice lei, e poi aggiunge che così così non avrò più motivi per nominare la poliedrica artista fotografa musicista cantante nonchè attrice Zooey Deschanel, che comunque nomino qui solo per farle un dispetto.  

L’amico Bollo – mio duplice compaesano, già nel paesello e poi a Bologna – siccome le vie del Signore sono infinite, ma sono infinite pure tutte le altre, da qualche giorno me lo ritrovo compaesano anche qui in Paese Basso. Solo tre anni fa eravamo fermi in una Peugeot 206 nel centro di Oslo, di notte, a rischiare l’arresto per permettere ad un suo amico di pisciare sulla porta del museo dell’Urlo di Munch. Adesso invece siamo qui. Fra me e lui, il fortunato fra noi due sono io, ché io c’ho fatto il callo a vivere fra gli arancioni, invece per lui adesso arriva il bello, l’apnea, la risistemazione delle coordinate. A tutti quelli che dicono “se in Italia continua così, io me ne vado all’estero e bla bla bla” vorrei dire di venirci, all’estero, che poi voglio proprio vedere. Ne conosco tanti, che dicevano dicevano, e invece Poi. A lui adesso dedico il discorso di Steve Jobs – che ci sono parti dovrei vorrei averci Steve di fronte per puntualizzare determinate cose, ma che almeno per il discorso dei “puntini” lo condivido appieno. Quello che posso dire è che anche nel peggiore dei casi, pure nell’interpretazione più negativa che si possa dare, ci sono tantissimi puntini di gran lunga più brutti di questo arancione qui.

E se si è in ballo, bisogna ballare, sennò la musica che cazzo la mettono a fare.

sovrappensiero

Oggi guardavo le mie scarpe e pensavo: queste scarpe le ho prese qualche mese fa ad Utrecht. Poi le calze e pensavo: queste vengono dal Salento, invece. Poi i pantaloni, direttamente dal centro di Bologna. E poi la maglietta, comprata un giorno tristissimo a Colonia. Eppoi la felpa nuovissima, che arriva da l’Aja. Le mutande invece, ci ho pensato un qualche minuto, ma le mutande proprio non ricordo.

anche quest'anno

Anche quest’ anno si torna nel Salento per le vacanze. Parto fra qualche ora da Amsterdam. Intanto qui è una calda giornata piovosa, il sole si intrufola fra le nuvole e fa brillare i goccioloni di pioggia. Le lepri del giardino intorno a questo edificio hanno figliato, e piccoli leprotti stendono la pancia sull’erba. Stamattina lungo la strada che mi porta al lavoro, ho dovuto fermare l’auto per fare passare un esercito di oche selvatiche (come queste) che credevo di aver visto in una copertina del piú bel libro libro di Konrad Lorenz, e invece non erano proprio quelle, erano altre.  

Io vagabondo che son io, manco dal Salento da dicembre, e se vogliamo dirla tutta tutta tutta, ma proprio tutta, il Salento non mi è mancato. Allora questo significa che non vuoi tornare? No, questo significa solo che non mi è mancato. Poi sarò contento di esserci, se la sera girerá quel vento di Agosto che conosco bene, e se mi troverò ad ascoltare le stesse parole dalle stesse (poche) persone che mi interessano, e che poi alla fine ti fanno sentire a casa. La vacanza dovrebbe essere un posto nuovo e sconosciuto, dove non c’hai da salutare nessuno e dove ti puoi fare la passeggiata senza sapere cosa c’è dietro l’angolo. Mi prometto di andare in quei pochi posti dove non so – o dove non me lo ricordo bene – cosa c’è dietro l’angolo.   

Ci si sente da un paio di migliaia di chilometri piú in giú.

le mucche nei campi quando piove

Le mucche nei campi quando piove si mettono a brucare l’erba tutte nella stessa direzione. Le ho viste nei campi due sere fa mentre calava il sole e la pioggia forte offuscava il bordo della strada. Forse lo fanno per non dare il fianco alla direzione della pioggia? Probabile. Non lo so.

Qui piove forte solo d’estate, per il resto sputacchia timidamente. Guardavo le mucche e pensavo: fosse vera questa cosa delle mucche laterali nei giorni di pioggia, se fosse vera ed io fossi nato qui, allora questa cosa la conoscerei sin da bambino. Mi sarebbe stata spiegata dal papá durante un viaggio in auto, oppure ci sarei arrivato da solo inginocchiato fra l’erba, calpestando le girelle di merda bovina. Siccome sono arrivato sette mesi fa, se questa cosa è vera, la sto scoprendo solo adesso. Che poi sarebbe come dire che sto imparando di nuovo, in zone nuove del cervello che altrimenti sarebbero rimaste vuote. E poi sto imparando – va bene, non proprio come un bambino – ma quasi.

Non solo le mucche, ma anche con tante altre cose che non sto a spiegare. La mucca è l’esempio che m’ è venuto fuori stamattina. Perciò non importa se le mucche si dispongono laterali sotto la pioggia forte oppure No. Quello che importa è che se ti chiedono a cosa serve mai viaggiare, a cosa può servire davvero questa cosa di essere cresciuto in un posto che poi all’improvviso decidi di andare a vivere in un altro, e poi cambiare ancora, allora l’idea della mucca laterale può servire, in quanto riassunto stiminzito di un discorso troppo lungo e complesso, che se dovessi mettermi a farlo dall’inizio, servirebbe troppo tempo. Dovessi mai avere qualche tipo di dubbio, devo ricordarmi della Mucca Laterale. E se dovessi dimenticarmi e in un momento di sconforto non trovare il motivo, lasciatemelo scritto qui sotto “mucca laterale” e io me ne ricorderò. Promesso.

nel treno fra firenze e perugia

Nel treno fra Firenze e Perugia un ragazzo con un paio di occhiali enormi con sopra scritto RICH e un ciuffo a fontanella sugli occhi, e un tatuaggio attorno al bicipite, questo ragazzo che mi stava di fronte era impegnato a parlare al telefono, e io gli stavo di fronte, e lui gridava nel telefono, e spiegava  che vabbè, sarebbe andato a cantare al compleanno del vicesindaco non tanto per i soldi, quanto piuttosto perchè aveva saputo che fra gli ospiti ci sarebbe stata la Rosi Bindi, e con la Rosi Bindi fra gli ospiti – giuro che l’ho sentito dire così, non sto esagerando – poi magari ci scappava la raccomandazione per un programma alla Rai, che uno ci prova sempre magari gli va bene.             

Dicevo, sei mesi e mezzo fuori dall’Italia, poi torni e ti trovi il lampadato che si aspetta il favore dalla Rosi Bindi. Che magari si potrbbe credere che esagero, che mi invento tutto, ma se trovo la conferma che la Rosi Bindi è stata ospite a qualche festa di vicesindaco fra Firenze e Pisa allora è fatta.            

La campagna umbra è Italia da cartolina, e con tutti sti agriturismi che escono come funghi assomiglia sempre di più ad una cartolina. La campagna umbra è bella, ci sono solo ampissimi tratti di territorio che non ci vive nessuno. Qualche casa sperduta, e poi basta. Che sarà anche bella ma poi alla fine non ci vive nessuno. Però è bella.              

Perugia è in salita oppure in discesa. Se giochi a palla, se sei un ragazzino che giochi a palla e poi perdi la palla, ti rotola giù fino alla spiagga tirrenica e addio palla. Dev’essere colpa di sti traumi infantili che poi da adulti se ne vannoa vivere in zone a pendenza minore.               

Sto divagando.           

No, l’Italia non mi è mancata. Va bene un po’ mi è mancata. Acquistati in Felitrinelli i seguenti autori: S.Agnello Hornby, P.Roth e Marek van der Jagt. Copriranno Luglio e Agosto, come minimo. Il primo e il terzo li consiglio a priori, basta leggere le loro biografie. Io  per adesso ancora non ho letto niente, ma promettono bene.           

A grande richiesta – e tu è inutile che protesti, che tanto non funziona – tornano le mirabolanti avventure del Cuggino Rasta, sempre alla ricerca dell’amore della sua vita, o qualcosa che vagamente gli somigli.              

Il Cuggino Rasta è seduto ad un tavolino del bar in zona universitaria a Perugia. Una ragazza lo guarda insistentemente. Il Cuggino se ne accorge, io me ne accorgo. Le ragazze che non lo conoscono sono attratte sempre da lui. È il latin lover degli amori approssimativi e interinali. Lui promette ogni volta austerità e vita da bravo ragazzo, e così anche oggi, ma già sappiamo che non sarà così. La ragazza si avvicina e il Cuggino comincia con le sue radiografie. La scruta.    

«Smettila» dico io. 
«Smettila cosa?»  
«Quello che stai facendo»  
«Ma è necessario.» dice lui.   
«E perchè mai? »   
«Devo valutare bene adesso che c’è luce, altrimenti poi stasera nella confusione, al buio… »  
«…»   
«Meglio farsi un’opinione attendibile adesso. Non si sa mai.»      

Il Cuggino Rasta è proprio quando si sforza di essere serio e ragionevole, che mi fa ridere fino alle lacrime, e poi ha pure il coraggio di chiederti il perchè.

grossi come meloni

Son giornate di scoramento e pensieri a lungo termine, queste giornate qua. Certi pensieri a lungo termine che vanno lontano lontano e poi fanno Plof da qualche parte, così lontano che non senti neanche il rumore del Plof. Dubbi grossi come meloni che se non fosse per la città stupenda e le persone gentili che trovi al lavoro, ti verrebbe da lasciare perdere tutto e andare via.    

Per chi si chiedeva cosa faccio. Il mio lavoro consiste nel controllare carte e archiviare cose burocratiche, qualcosa per cui la mia laurea non serve a nulla. E io già lo sapevo che non sarebbe servita a nulla, però trovarsi di fronte alla concretezza delle cose, è tutta un altra storia. E vedersi circondati da laureati come te, dove il chimico lavora da chimico e l’ingegnere lavora da ingegnere, finisce che ti senti un cretino, perchè tu sei un niente che si arrabatta per fare qualcosa di cui non sai e che neanche ti interessa.   

La Signorina è partita questa mattina prestissimo, e ci siamo svegliati alle quattro per arrivare ad Amsterdam che non era nemmeno l’alba. Adesso ho due belle tovagliette per farci la cena e un tappetino del bagno a forma di stella blu. Due cose che se non fosse stato per lei, io non avrei mai preso, che io quando faccio l’emigrante finisce che mangio sopra ai fogli di giornale. Vedere la stellina blu sul pavimento nel bagno – bisogna ammetterlo – fa sentire bene, e non aggiungo altro.

Fa sentire bene.  

Sono andato a vedere una camera in affitto, poco fa. Mi hanno convocato con una telefonata mentre scolavo la pasta. Il padrone di casa era Rupert Everett incrociato col cantante dei Travis. Aveva una pelliccia bagnata e gli stivali sado-maso. La camera era enorme e vuota, e la casa puzzava di muffa. In cucina c’erano duecento piatti sporchi e nel bagno una cornice con la fotografia di una sosia di Condoleeza Rice che tiene sottobraccio un cagnetto. O forse era la zia morta di qualche coinquilino della casa. Ma la zia in bagno, ho pensato, non è probabile. Sarà la sosia di Condoleeza Rice. Ho detto a Rupert Everett che gli avrei fatto sapere entro un paio di giorni, poi sono andato via e al terzo passo ho schiacciato un gelato alla vaniglia che però era già morto sul marciapiede da qualche ora.