Non ci si deve stupire

Non ci si deve stupire dell’abusato termine “buonista”. Pare assurdo ma e’ tutta una questione di prospettive.

Dalla prospettiva dell’egoista, del povero di spirito che non prova empatia, dalla prospettiva misera di colui che pensa solo al proprio ritorno personale, del bifolco della macchina parcheggiata in seconda fila che blocca l’ambulanza, della lavatrice rotta scaricata in campagna, da quella prospettiva insomma, pare inconcepibile che altri esseri umani possano provare dei sinceri sentimenti di compassione, di empatia, di dolore pensando al dolore degli altri. Che siano davvero disposti a rinunciare a porzioni di proprio benessere per trasferirlo a chi affoga nel mare di gennaio. Che siano disposti a rinunciare a qualcosa seguendo concetti impalpabili tipo la coerenza a valori etici. La loro intera esistenza e’ fondata sulla sacra legge del fottere il prossimo, del fottere lo Stato. Non sono cattivi per scelta. Sono cattivi perche’ ignoranti come la merda. E per loro un pensiero o un’azione politica fondata sulla generosita’ senza guadagno pare impossibile.

Pare inconcepibile: credono che sia tutto un bluff. E infatti non solo usano la parola ‘buonista’ come fosse un insulto, ma dicono proprio finti buonisti. Finti. E questa e’ la prova definitiva di quello che passa nelle loro teste: ‘finti’. Perche’ non e’ possibile che sia vero.

osservo in un pub

Osservo in un pub ad un tavolo vicino la rappresentazione materiale di uno dei miei incubi: le uscite a bere qualcosa di coppia più coppia. Dopo i saluti iniziali lei parla solo con lei, lui parla solo lui, poi ognuno prende la parola al plurale dicendo sempre noi (visto che in quel contesto nessuno rappresenta se stesso ma solo la parte di un qualcosa plurale).

Andando avanti nel tempo si finisce per definirsi amici non per affinità fondamentali ma per similitudine di condizione, ci si frequenta anche per anni senza ricordare chi è che lo voglia veramente, forse soltanto uno del noi, l’altro invece accetta passivamente di sfracicarsi le palle, a volte lo rivendica bofonchiando guidando verso casa, nella testa pianifica di usare questo sacrificio come moneta di scambio per qualcos’altro.

DIstrazione

Anche se adesso mi trovo in Italia, non riesco a non smettere di pensare alle due volte che nell’ultima settimana mi sono trovato in Paese Basso – in città diverse, per motivi diversi. Le stessa allergia che credevo sarebbe ad un certo punto diminuita, mi ha assalito di nuovo.

Mentre guidavo le case erano identiche su entrambi i lati della strada, ed erano identiche per due chilometri. Quelli che ci hanno vissuto tutta la vita lo trovano normale, ed io impazzisco ogni volta che mi rendo conto che per loro è normale, e vorrei sapere se quando uscì al cinema, il Truman Show fu trasmesso anche nelle sale olandesi.

Osservo un barbaro che si ciba di fette di pane quadrate inframezzate da fette di formaggio quadrate, il tutto contenuto dentro una bustina di plastica di quelle che si usano per congelare i cibi. Lui lo trova normale, ha fatto tutta la vita così, è stato circondato da gente che fa così, e dunque è normale.

Questo cibarsi assomiglia più ad una ricarica della batteria del telefono, che ad un gesto di un animale complesso come un primate. I barbari eliminano tutti fronzoli, sono bravissimi in questo, ma portano questa eliminazione dei dettagli e dei fronzoli all’estremo, così che poi non viene concesso nulla al bello e al piacevole. Non si preoccuperanno di trovare un contenitore esteticamente più accettabile per i loro quadrati di pane e formaggio di quella busta di plastica orrenda e tristissima – magari riciclata più volte – semplicemente perché non è necessario. Apriranno il cartone del latte e berranno direttamente da lì, anche se ci sono dei bicchieri a disposizione, anche se per bere del latte da un cartone è necessario contorcere le labbra a culo di gallina, e poi alcune gocce comunque ti scenderanno sulla guancia. Il concetto di barbaria estetica è incomprensibile a chi ha vissuto tutta la vita in un paese latino, credo che si debba toccare con mano per capire davvero. Quindi mi rendo conto di quanto noiosa possa essere la lettura di questi pipponi abbastanza inconcludenti.

a’ livella

I giornalisti che diffamano non dovrebbero andare in carcere? Devono, invece.
E per quanto riguarda i direttori dei giornali nei quali le notizie sono apparse, non dovrebbero? Devono, invece. Affermare che la pena potrebbe essere convertita in una multa non ha senso.

Più’ in generale, non ha senso convertire in multa tutti gli errori di chi si trova a guidare grosse istituzioni o aziende. Perché’ la multa ha un valore relativo, relativo a quanto hai in tasca. Se hai in tasca molto, quella multa si riduce di valore. Se hai in tasca moltissimo, quella multa non ti tocca nemmeno (soprattutto se poi la paga qualcun’altro). Il carcere invece, e’ la versione moderna e pre-mortem de a’ livella di Toto’.

commessi e commesse

Commessi e commesse dei negozi che non ho bisogno di voi epperò voi lo stesso mi chiedete se ho bisogno di voi.

Ogni volta vi rispondo Non Ho Bisogno Grazie. Ma certe volte il mio testadicazzismo viene fuori, e non riesco a stare zitto. Tipo tu commessa che da lontano mi vedi mentre spio etichette di bottigliette di profumi ma senza reale interesse, solo per misurare la distanza infinita che esiste tra il nome ed il profumo, tu commessa ti avvicini e mi chiedi Posso Aiutare? Io ci penso un attimo e ti osservo senza dire niente. Stessi cercando qualcosa di particolare – e non sto, comunque – stessi cercando non potrei spiegartelo, ché dovrei raccontarti di un episodio della mia vita passata di quattro anni fa, di un profumo che mi è sembrato di sentire per strada, un giorno che tu non c’eri, e che vorrei ritrovare esattamente quel profumo. Dovrei insomma spiegarti cose che non si possono spiegare.

Tu commessa mi chiedi Ha Bisogno? prima in francese, io faccio finta di non capire, tu me lo ripeti in inglese: Ha Bisogno?

Allora ti chiedo: E Come Potresti Aiutarmi?

Tu rimani interdetta, non sai cosa dire. Poi aggiungi, Mh, Come? Non So. Ecco ma se non sai, allora cosa vuoi da me? Lei sta per morire, le sorrido – ma poco – giusto per farle capire che non le voglio morsicare la testa, lei si ripiglia e scappa via.

Anversa

Mi piacciono le città con i palazzi di marmo. Anversa ha i palazzi di marmo. Nel luogo barbaro dove vivo invece, di palazzi marmosi ce ne sono pochissimi. Sono appena tornato da Anversa. La Meisje viene a farmi visita dalla Danimarchia. Lei la mattina dopo si sta lavando i denti – fuori dalla finestra ci sono i palazzi di mattoni rossi con pochissimo marmo – e io le dico, senti, chiudi la valigia che andiamo via. Andiamo dove? Andiamo ad Anversa. Non le ho detto così; non ho detto nulla fino a poco prima di entrare in città.

Il signore italiano gestore di ristorante ad Anversa fa il simpatico con tutti. Chiama la Meisje peperino e lei potrebbe pure ucciderlo per questo. Io non lo ucciderei, il signor gestore, però quelli che sono sempre gentili e sorridenti di professione, non lo so. Ecco, quando cominciano con le giovialità e le domandine rituali vorrei dire, non ce n’è bisogno, andiamo al dunque. Come ai lavatori di vetri ai semafori. Non ce n’è bisogno. I lavatori di vetro. Da quanto tempo non ne vedo.

Italiani? chiede comunque il signore gestore. Arrivati da dove? Chiede. Dal Paese Barbaro, dico io, lei invece dalla Danimarchia. E ora siamo a cenare con linguine ad Anversa. Che uno potrebbe credere sia l’inizio di una barzelletta. Invece No. Il Belgio sta in mezzo a tutto. Potrei parlare del Belgio e di Anversa, invece parlo di un paio di cose che hanno molto poco a che fare con il Belgio ed Anversa.

Numero uno. Avere una televisione a disposizione una sera ogni 4 mesi, significa che poi uno la accende e mette su Raiuno, ché quello tanto si prende sempre in Europa. Mi ha rassicurato notare che ancora oggi la formula di Raiuno è la stessa: posizionare davanti alla telecamera dei vecchi che cantano canzoni vecchie o comunque molto conosciute, e condire la scena con un gruppo di giovani che ondeggiano la testa e seguono con il labiale le parole della canzone.

Numero due. Quelli che allo zoo bussano sul vetro delle gabbie degli animali. C’è scritto: non bussare. C’è scritto “non bussare sul vetro” in barbaro e in inglese, e se pure tu non fossi una persona capace di intendere nessun idioma scritto, ti mettono pure l’immagine del pugno sul vetro, con tanto di divieto. Significa: divieto di bussare. E tu comunque bussi. Tu genitore di bambino che vedi tuo figlio bussare sul vetro e rompere i coglioni al rarissimo roditore notturno della Nuova Zelanda dello Zoo di Anversa, lo lasci bussare. Tu genitore, se il tuo bambino se ne fotte del rarissimo roditore notturno della Nuova Zelanda, lo avvicini al vetro e allora sei tu che ti metti a bussare. Per insegnare al bambino come si fa? Tu genitrice, io ti osservo alle spalle, ho capito che sei italiana, e penso che sei come quelli che siccome non c’è la multa allora lo faccio, ché il divieto vale per gli altri, cosa vuoi che sia. Dovrebbe esistere un sistema per cui se tu bussi più di tre volte ti viene impiantato automaticamente sotto pelle un chip, per seguirti tutta la vita, per marchiarti come elemento inutile o dannoso all’economia del mondo, e discriminarti appena possibile, o per sapere sempre dove sei e cosa fai. Oppure se hanno finito i chip, lanciarti subito nella gabbia dei giaguari appeso per un piede.