ma state buoni

Ma state buoni, era soltanto un’esercitazione e lo si capiva benissimo.  Insomma: guardie svizzere, assaltatrice svizzera. Ovvio. Intanto in Salento fa caldo. Pranzo di Natale con la finestra aperta, a fare entrare aria diciotto-venti gradi fissi, e non c’era neanche il sole. Il freddo dei giorni prima era stato pensato per il vertice sul clima di Copenaghen, per convincere tutti che non ci sono problemi di surriscaldamento globale. Oltre alle grandi librerie del nord, una cosa che mi manca dell’Italia sono le rosticcerie da asporto. Sai cos’è Sud? Sud è un ragazzo che indossa una giacca nuova e attillata, scarpe lucide e occhiali da sole a goccia – e non c’è il sole – gel nei capelli e leggermente sovrappeso, che entra in un’auto nuovissima mentre sullo sfondo i palazzi sono stonacati e le erbacce si fanno strada tra le fessure dei marciapiedi. 

non solamente il me stesso che scrive

Non solamente il me stesso che scrive, ma pure questo blogghe ha vissuto la maggior parte degli anni zero a Bologna. E dunque ora che ci sono tornato per una microvacanza di un giorno e mezzo, a Bologna, le sensazioni sono contraddittorie.


La gente dice: " e i ricordi mi assalirono non appena rividi le stesse strade etc etc.". Per me non vale, non mi assale nessun ricordo, ché già dopo dieci minuti di Bologna mi pareva di non essere andato mai via. Le cassiere della Conad sono sempre le stesse. Mentre ero via, ho vissuto in cinque case diverse, parlato con centinaia di persone, visitato città e viaggiato molto, e quelle erano sempre lì. Il mio pakistano di fiducia ha chiuso il suo internet point e ora al suo posto c’è un parrucchiere, pure lui pakistano. Pare che per un certo periodo abbiano mandato avanti internet point e parrucchiere simultaneamente.


Essere in Italia ed essere a Bologna, significa che me ne vado al bar a compiere gesti italianissimi che quando ero qui non compivo mai, tipo prendere un cappuccino e brioche, al bancone, e ascoltare attentamente tutti i discorsi degli umarells che secondo a me a Bologna sono i migliori di tutti. I giovani italiani soffrono di alberonatalismo nel vestiario, si acconciano come alberi di natale dove più palle metti, e più luccicanti, tanto meglio è. Nella mia camera ci vive da tempo un altra persona, ci passo davanti alla porta e non mi dispiace, non c’è nostalgia, o forse Sì però verrà fuori più avanti.

so this is christmas

In questo momento è andata via la luce. Scrivo al buio affondato in un enorme letto pieno di cuscini rosa. E bianchi. L’annuncio su internet diceva che la stanza è arredata in stile 1890-1914. Cioè, in altre parole, anteguerra. Io non c’ero a quei tempi quindi non posso confermare. Un bambino che non mi conosce piagnucola al piano di sotto. Ne sento la voce attraverso il pavimento. Quando nella neve di questi giorni in Paese Basso la mia scarpa si è bucata, facendo quindi bagnare il mio piede in continuazione, avrei dovuto prenderlo come avvertimento, invece ho ignorato la cosa. Oggi sarebbero dovute cominciare le mie vacanze di Natale dell’anno 2009, ma la strada dal Paese Basso all’aeroporto di Charleroi in Belgio è stata troppo lunga e lenta, sono arrivato troppo tardi e ho perso l’aereo. Allora mi sono incazzato per circa due minuti, poi ho preso una camera nella periferia di sta cittadina della Vallonia, ché una notte in Vallonia alla fine è pur sempre vacanza. Il bambino mi pare di capire non è un bambino, sono invece due bambini, e giocano dietro la mia porta. Se esco si spaventeranno? Saranno abituati agli estranei che affittano le camere dei genitori? La madre mi ha detto – aveva un enorme neo sul mento che mi distraeva mentre parlava, ed era molto gentile – che se entro a casa devo suonare una campanella per far capire a tutti che sono arrivato. Ho pure una vasca da bagno enorme che mi guarda dal letto. Devo metterci una foto per rendere l’idea. Fuori ci sono meno dieci gradi e il mondo è lastricato di ghiaccio. Non posso andare in giro a fare una passeggiata per via della mia scarpa bucata. Avevo un altro paio di scarpe ma sono più affezionato a queste. Farò un bagno nella vasca – da quant’è che non faccio un bagno in una vasca? Saranno tipo sei anni.

stemperare gli animi

Per stemperare gli animi B. manda un messaggio che dice "Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio". L’invidia. Per stemperare gli animi, l’invidia.

Dell’invidia se ne era parlato ampiamente qui e anche qui. L’invidia capito?

E comunque, per stemperare gli animi, se i messaggi di pronta guarigione sono questi (c’e’ la foto): "Una pronta guarigione, gli italiani veri sono con tè (accento) seNpre", la giusta risposta sarebbe dovuta essere "L’amore vincie senpre sull’invitia e sul odio".

ho voglia di latte freddo

Ho voglia di latte freddo. Molto freddo. John Fante nell’ultimo libro che finirò certamente stanotte sotto le coperte ad un certo punto ha voglissima di latte freddo. Cioè, non John Fante, il personaggio del suo libro. Penso al sangue in faccia al vecchio mentre faccio cose che non c’entrano nulla con il sangue in faccia al vecchio, come per esempio passare l’aspirapolvere nelle scale di sta casa, che sono due mesi che ci vivo in questa casa, non lo aveva mai fatto nessuno. Abbiamo un gatto ma non ci stiamo simpatici. Non vuole che passo l’aspirapolvere. Neanche antipatici comunque. Penso al sangue in faccia al vecchio e penso a quello che scrive Sofri sulla cosa, ché certe volte Sofri ti mette in fila le cose e le rende lucide e ineccepibili, le leggi come stessi osservando una formica che dorme in un tornado, perché poi sposti lo sguardo al tornado che c’è attorno e ti rendi conto che sto mondo non è fatto per persone lucide e ineccepibili. C’era un tempo che ti pareva una buona prospettiva diventare così. Adesso non lo sai più. Stamattina nell’autoradio c’era Ramazzotti dopo dieci canzoni in lingua barbara, c’era Ramazzotti che diceva sonoumanituttisognimiei, non ho cambiato stazione e ho cantato pure.

mh?

Un souvenir scagliato in faccia e il sangue. Un saluto a favore di fotografi senza pulirsi il sangue dalla faccia. Non riesco a pensare al gesto, riesco a pensare solo alla vecchina sola in casa che si porta alla bocca il cucchiaio di minestra, e osservando le immagini per un secondo si blocca, col cucchiaio in mano, e si porta una mano al petto come fanno le vecchine quando si spaventano. Da una parte questo, dall’altra chili di editoriali, manifestazioni di solidarieta’ bipartisan e ragionevoli distinguo. Chi vince?

insistendo sugli stessi argomenti

Volevasi segnalare questa lettera di un giovane ingegnere a Italians di Severgnini che esprime piu’ o meno sto concetto: e’ vero che tanti giuovani non trovano lavoro, pero’ quelli che all’universita’ si sono fatti il mazzo quadrato in materie complicate, oggi lavorano tutti. Leggo e ci penso: e’ vero? E’ vero. Tutti quelli che conosco che non studiavano "robe semplici" e che soprattutto sanguinavano tantissimo sui libri, adesso un lavoro ce l’hanno. Pero’ poi subito dopo ritorno al concetto di qualche giorno fa, e cioe’….un ingegnere quadratissimo, che studia al Politecnico difficilissimo, che di conseguenza e’ precisissimo e professionalissimo, trova lavoro con discreta facilita’. Pero’ non lo so, mi resta in bocca la mancanza di quadratura del cerchio. Voglio dire, se "fatte non foste per viver come bruti", credo anche che "fatti non foste" (creati, evoluti lungo i millenni, etc etc) per diventare professionalissimi con la cravatta. Non lo so, nell’ipotetico quadro dell’evoluzione sta figura del professionista cazzutissimo non mi pare una svolta verso l’alto, ma proprio per niente.

uno dei problemi principali

Uno dei problemi principali del lavorare, per quanto mi riguarda, e’ che riesci tanto meglio quanto piu’ costringi tutta la tua personalita’ dentro recinti di schiene dritte, saluti standardizzati, battute contenute. La considerazione che si fanno gli altri di te e’ proporzionale a quanto sei capace di restare discreto e contenuto. Certo, e poi quanto sei bravo e veloce sul lavoro eccetera eccetera. Ma l’apparenza conta perlomeno la meta’. Contano i risultati, ma conta pure se indossavi una camicia stirata, mentre raggiungevi quei risultati. Per il me stesso di oggi questo e’ abbastanza difficile, perche’ per me la vita sta tutta compressa proprio in quelle sbavature che non dovrebbero esserci, e che invece ci sono. Nelle osservazioni che ti vengono all’improvviso e che collegano cose che non c’entrano niente, e che pero’ dimostrano che c’hai uno sbriccicolio da qualche parte nel cervello che fa le capriole.

gli italiani quando li incontri

Gli italiani quando li incontri in gruppo non essendoci più abituato, hanno gli occhi dolci da volpe. Dolci, ma pur sempre da volpe. Li guardi in faccia e di colpo ti ricordi tutto, da dove vieni e con chi hai vissuto fino a qualche anno fa. Ti ricordi di quella signora che in cucina preparava il cenone di capodanno con le amiche, seminando battute truci e poi guardando gli altri negli occhi per vedere se ridevano, che è una cosa tantissimo italiana. L’italiano ha un sapore particolarissimo, solo che fino a quando ne sei circondato non puoi conoscerlo. Queste stature medie, questi capelli scuri oppure tinti, e questi cappottoni da Alaska quando non serve. Il trucco delle ragazze. Le bestemmie. E la sensazione, quando ti ci trovi in mezzo, di essere dentro una gita scolastica. Tu che quando le gite scolastiche le facevi credevi che quell’atmosfera fosse dovuta all’età; son dovuti passare vent’anni per capire che non c’entra l’età. Non c’entra niente.

Al No B Day di Amsterdam ci sono poi passato. Tardi ma ci sono passato. Mi ha fatto piacere vedere che non ci fossero speciali bellicismi da parte dei presenti. Tutto tranquillo. I giapponesi facevano le foto. Cantavano Bella Ciao, sti ragazzini – ché di ragazzini per lo più si trattava – e vai a capirne il motivo. Ogni motivo che provo a darmi non mi da pace. E lo cantavano tutti assieme, non è che prendo l’estremo per ridicolizzare il gruppo. Tutti assieme. Rimane il fatto che non si migliora se governa uno oppure un altro, ma si migliora solo se si evitano fazioni di ultras, e se si ha la pazienza, dopo una giornata a cantare Bella Ciao che non c’entra nulla, di leggersi i giornali pure nelle pagine di Economia, o interessarsi ai riassunti dei disegni di legge, facendolo senza pregiudizio e con tranquillità. Qualcuno lo farà anche, ma in quella allegria caciarona ci ho anche rivisto i miei compagni di scuola delle occupazioni, così felici di urlare al corteo, così sbadiglianti quando arrivavo con le fotocopie del decreto da leggere almeno una volta per capire di che cosa si trattava quella legge che portavano in giro scritta sugli striscioni. E c’è sempre tanta tanta confusione, in quella che viene vista come la parte positiva del Paese, e invece è sempre la stessa sotto diverse bandiere (a volte sempre le stesse) che si muove tra la consapevolezza di alcuni e la tanta confusione di altri. Tantissima confusione. Quando ieri al No B Day di Amsterdam qualcuno ha urlato che il povero Cucchi, fosse stato ancora vivo, sarebbe venuto anche lui, pare che nessuno abbia alzato la voce per lanciare un vaffanculo da spaccarsi le tonsille.

vado non vado

Il NoBday, se avesse un successo strepitoso, se ci trovassimo nella migliore delle ipotesi possibile, porterebbe alle dimissioni di SB. Che detto in altre parole sarebbe: porterebbe alle dimissioni di un leader che ha dalla sua parte la maggioranza degli elettori. Che in altre parole sarebbe: una pernacchia alla democrazia. Il NoBday, a sto punto mi chiedo, non farebbe prima ad organizzare guerriglie clandestine e portare a termine un colpo di Stato? Ma non succedera’ mai (e meno male). Preferisco pensare all’Italia come un paese dove c’é SB a comandare piuttosto che un paese dove il NoBday riesce a far dimettere SB.   

Ora.   

Detto questo, ci sarebbe una succursale del NoBday pure ad Amsterdam, e non mi ero mai posto il problema se andarci o non andarci, che’ tutta sta cosa mi era parsa una sciocchezza che nessuno ricordera’. Ad Amsterdam, poi. Mica a Pescara. Ad Amsterdam.


Ci credo ancora, al fatto che possa rivelarsi una grossa sciocchezza, pero’ lui mi dice che ci va per motivi sociologici. Io penso, magari non proprio per sociologia, ma per curiosita’, ecco, forse vorrei esserci. Grossa grossa curiosita’. Di vedere le facce, spiare le sintassi, annusare miei quasi replicanti che sguazzano da qualche parte in Paese Basso – purche’ non siano turisti. E se poi mi riprendono le telecamere e il mio corpo in mezzo agli altri contribuisce ad aumentare l’impressione che ci sia stata una grande partecipazione? Potrei tenermi a debita distanza masticando un gomma. Perche’ la curiosita’ c’é, e potrei venirci da laico, uno che osserva e nulla dice, e nulla fa. Osserva e prende appunti, poi rimugina nel treno al ritorno verso casa. Non lo so. Vediamo.

eddai

Il Professor Celli – che era stato su questo blogghe qualche settimana fa – pubblica una lettera invitando il figlio ingegnere a lasciare l’Italia che tanto in Italia, cosa vuoi fare in Italia, mentre all’estero puoi trovare un posto “dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”. Ovviamente si scatena il vespaio nei commenti, che ora sono piu’ di 2000. Ma io dico, Celli, gia’ e’ difficile stare all’estero, se vi mettete pure voi a fare tutta sta pubblicita’ su quanto e’ bello stare all’estero (bello?) poi si riversano tutti fuori e tutti gli uffici di HR del mondo saranno pieni di CV italiani. Sommersi. Diranno, ah italiano! Siete voi quelli con la merda fino alle narici, vieni vieni qui che ti offro un bel contrattino striminzito che tanto lo so che o lo accetti o te ne torni al tuo paese a inspirare merda dalle narici! Come i rumeni nei campi di pomodori foggiani ci fate finire se fate tutta sta pubblicita’ all’estero. Ah, Si’ certo, e’ una provocazione, che’ magari tu lettore bellicoso sei arrivato fino a questa riga di lettura e gia’ pensi a come commentare. E’ una provocazione, stai buono, lettore bellicoso.

spetta spetta fammi capire

Cucchi: nella seconda autopsia riscontrate lesioni prima non notate.

Spetta spetta fammi capire. Prima quando? Prima, nella prima autopsia.


Ah.


Quindi nei manuali di tecniche necroscopiche ci sono lesioni che le noti subito, altre invece che le noti solo dopo che il lesionato in questione ti è finito sui giornali, dopo che ne hanno parlato ministri, dopo che ne hanno discusso in televisione. Dotto’ vertebra fratturata? Mah, dipende. Quanto mi fa questo? Che ne so, dotto’, poco: due trafiletti in quarta pagina. Ah, be’, allora niente. E questo dotto’? Glielo dico: per ora sta a niente, ma pare che farà un Santoro e due prime pagine. Azzo! Apri apri che na cosa la troviamo. C’è na fratturina allo zigomo, ho scritto che è traumatica, che faccio: lascio? Lascia lascia: e a ematomi come stiamo? Dottò, gliene metto da parte due che so na favola.

così tanta pioggia

Così tanta pioggia e vento ieri sera mentre uscivo dal mio studiolo nell’universita’ e cercavo di raggiungere la macchina, cosi’ tante avversita’ una dietro l’altra – la pioggia laterale, il vento che fischiava fortissimo, l’ombrello che si rivoltata dall’altra parte come nei film, l’autobus che passa e ti schizza, un fiume che si forma all’improvviso dove prima non esisteva e che lo devi saltare senza scivolare nel letto di foglie marce, l’ombrello che ti scappa di mano e comincia a rotolare trascinato dal vento in un pozzanghera enorme – tutte queste cose insieme, quando sono arrivato finalmente alla macchina mi aspettavo di trovarci il mostro finale, quello che nei videogiochi anni 80 e 90 dovevi uccidere per passare al quadro successivo.

certe volte averci il blog

Certe volte averci il blog, vorresti che non lo sapesse nessuno. Nessuno nessuno delle persone che conosci – barra – che ti conoscono – virgola – nella vita materiale. Certe volte ti viene da pensare che dovresti chiudere e riaprire da qualche parte sotto un nome ancora meno riconducibile a te di quanto sia questo, che riconduce fin troppo bene a me. Aprire un altro posto sotto il nome per esempio di Ermino Stuffaldini – vediamo un momento su google se esiste, non esiste – e poi giuro sarei curioso di vedere gli effetti delle parole che lubrificate liscie e incontrollate fluiscono direttamente dal mio colon cerebrale. Che siamo a quattro anni e mezzo di scribanza, da queste parti, si cominciano a sentire. Sarei io il primo curioso a quel punto, e a seguire tutti gli altri. Non il contrario.

ogni tanto penso

Ogni tanto penso a cosa potrei fare invece di fare quello che faccio. Per lavoro voglio dire. Siccome non lo so concretamente, un pensiero costante è “meno male che non faccio questo”. Spio i commessi nei negozi di telefonia che parlano coi clienti illustando le tariffe e premendo tastini sui telefonini in esposizione e penso, meno male che non faccio questo. Sono stato per sbaglio ad un congresso in Germania – per sbaglio nel senso che il motivo per cui ci dovevo andare non c’era più, ma la mail di notifica mi è finita nello spam ed io cretino ci sono andato lo stesso – e guardavo gli ingiaccati cravattati che promuovevano sorridendo i loro prodotti e regalavano gadget inutilizzabili, e pensavo, meno male che non faccio questo. Gli italiani ai congressi internazionali li riconosci a chilometri di distanza. Sei in Germania? Ti vendono un weiss wurst! Che non lo sapevi? Se te lo compri non è che poi ti siedi di fronte a chi te lo ha venduto e chiami al telefono in Italia per raccontare tutto schifato del wurstelone arrostito che hai nel piatto. Ti mangi un tramezzino e amen, sennò. Sei in Germania, mica al finto oktoberfest a Casalecchio di Reno. Il Nordreno Westfalia ha un cielo che più brutto non si può, però la gente nasce si riproduce e muore anche lì, in linea di massima. Alcuni di loro vendono perfino telefonini.

dalla mia finestra spio

Dalla mia finestra spio la finestra del palazzo di fronte. C’è una mano che passa più volte su qualcosa. Sono dei capelli. C’è una mano che passa più volte su dei capelli. Non vedo altro. Penso – la mia testa pensa: c’è qualcuno che accarezza qualcun altro. Ecco. Vedi che bravi? Poi guardo ancora. Non smette di accarezzare. Non smette. La testa si muove, tutto il corpo si sposta quel tanto che basta a farmi capire meglio: è un uomo che guarda il monitor del computer, forse legge qualcosa, e nel frattempo si passa la mano fra i capelli. Dunque non è vero quello che credevo. Quello che credevo lo ha creato la mia testa in mancanza di dettagli sufficienti. Penso: sono contento della mia testa, se in mancanza di dettagli sufficienti, ha prodotto una situazione migliore di quella che invece è. La mia testa vuole vedere questo, piuttosto che l’uomo intento a controllarsi il conto in banca sul computer di casa. Si immaginava un accarezzamento pomeridiano e gratuito, mentre fuori piove. E adesso la chiave del catenaccio della mia bicicletta si è piegata in due, e non funziona più. Non posso chiudere la bicicletta a chiave. Lascio la catena aperta, ma annodata in un modo che potrebbe apparire chiusa. Potrebbe, ma non è. Confido nelle teste degli altri, che vedendola penseranno che è chiusa – in mancanza di dettagli aggiuntivi appunto – e sperando che pure loro come me si accontentino di quello che vedono, senza andare a controllare. Sono due giorni che funziona.

volevasi segnalare

“se avesse vent’anni, lei, cosa farebbe?” 
“me ne andrei all’estero.”  
“non proverebbe a cambiare l’Italia?” 
“ci ho provato per lungo tempo. ho qualche difficolta’ a credere che si possa cambiare da soli. tutto avviene per piccoli gruppi. i cambiamenti devono coinvolgere gruppi molto consistenti; se non si raggiungono queste dimensioni é difficile cambiare. é un miraggio che qualcuno, o un elite, spesso anche marginalizzata, possa creare un cambiamento di quelli significativi..”  
“qual’é il cambiamento che potrebbe aiutare?”  
“un cambiamento fondamentale sarebbe quello di premiare la gente per quello che vale”