ultimo giorno di lavoro

Ultimo giorno di lavoro dopo tre anni, tre mesi, ventisei giorni.

 

Ci sono arrivato abbronzato per il sole del Salento preso in faccia di proposito, per presentarmi abbronzato all’ultimo giorno di lavoro. Come gli scemi che vanno nei posti esotici e lo vogliono far notare. Camicia che non mi hanno mai visto addosso (perche’ fra colleghi ci si impara i guardaroba a vicenda) anche questa di proposito, affinche’ vedano qualcuno che prima non hanno mai visto. Al polso un bracciale brutto che pero’ da qualche anno metto quando sono in vacanza.

 

In realta’ sarei tornato dalle vacanze ieri, lo indosso oggi che e’ l’ultimo giorno di lavoro. Compro chili di torte costose da pasticcerie incredibili, e lo faccio per il piacere di farlo ma anche perche’ i barbari sono tirchi e quando tocca a loro portano le cose piu’ economiche che trovano al supermercato, coi prezzi ancora attaccati (in realta’ sta ripicca tutta mia la porto avanti da sempre, non solo ora che e’ l’ultimo giorno).

 

Cosa dire di questi tre anni? Che e’ meglio averli fatti ma – come moltissime scelte nella mia vita – se avessi fatto altro sarebbe stato meglio. Mi trovo sempre nella posizione di notare che mi sarebbe potuto andare peggio (guardando in giu’) o mi sarebbe potuto andare meglio (guardando in su’). Pensa a chi sta peggio di te, dicono i saggi. Dice la mamma quando non mangi. Pensa a chi muore di fame. Nell’invito via email per la torta volevo scrivere “etc etc….we survived to each other etc etc…” ma poi ho sottoposto il testo alla stagista che c’ho di fianco e non ha capito l’ironia, ho lasciato perdere.    

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2 thoughts on “ultimo giorno di lavoro

  1. se penso che ogni scelta fatta nel passato ha portato a una serie di concatenazione di eventi che mi vedono qui e ora, rischio di andare fuori di testa a pensare agli n presenti paralleli in cui ora mi potrei trovare.

    il trucco è non pensarci e lasciarsi guidare dall'istinto, spero.

    in bocca al lupo per tutto e buon nuovo inizio.

  2. gli olandesi quando ti offrono il caffè ti chiedono: "Vuoi un biscotto?" Ti portano la scatola, tu scegli UN biscotto e poi mettono via la scatola. loro dicono che è un'eredità della povertà della seconda guerra mondiale. Anche noi italiani siamo poveri, ma a noi piace offrire e più vai al sud e più è così (a Milano già meno).

    l'ironia è dote rara, caro Rafaeli, per questo quando incontri qualcuno che capisce le tue battute (dove il tu è generico) poi non lo vorresti più abbandonare.

    in bocca al lupo per il nuovo posto

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