cose che se ne poteva fare a meno

Altre cose di cui si poteva benissimo fare a meno, di cui avrei voluto scrivere nei giorni scorsi e poi invece ho dimenticato (a dimostrare che anche del mio scrivere, se ne potrebbe fare a meno).

Numero uno. La nuova pubblicita’ del mangime dei gatti fatta da Oliviero Toscani. La non creativita’ di Oliviero Toscani ormai si avvicina molto (ma senza raggiungerlo) a quella di Luttazzi, solo che per ogni cazzo di Luttazzi, Toscani ci mette invece le tette, di solito mulatte.

Numero due. Il ritorno dei 99 posse con un singolo che tanto per cambiare parla di antifascismo e che comunica il concetto che loro per chi non lo sapeva, sono antifascisti.

ma poi perché

Ma poi perché non ho mai visto Lost? E’ l’argomento di cui ho letto più titoli in assoluto, senza conoscere niente di niente. Ma neanche un personaggio. Zero. Per dire, so che c’è un’isola. Stop.

Da ignorante quale sono, quello che ho capito è che hanno fatto centinaia di puntate dove succedevano un sacco di cose alcune delle quali non si riuscivano a spiegare, e tutti erano molto affascinati da questa non spiegabilità, e tutti attendevano che più avanti si riuscisse a spiegare l’inspiegabile, solo che poi si sono accorti alla fine che molte cose sono rimaste non spiegate. O qualcosa del genere. Non lo so se è così, ma se fosse così, sarebbe come quelle ragazzine affascinate dal tipetto che parla complicato, che loro non lo capiscono e lo amano iper questo, mmaginando un substrato interessantissimo che forse non esiste. Mboh. O forse è tutto il contrario. Ma io sono davvero molto ignorante, e quindi.

rileggo dopo anni

Rileggo dopo anni il libro da cui prende il titolo questo blogghe. Ne scrivo dalle parti del Club del Libro di Amsterdam.

Io sono un recensionista frettoloso e che non riesce mai a scrivere quello che voleva all’inizio. Quello che volevo, mi viene in mente mentre salgo le scale. O mentre libero la bicicletta dalla catena. Mentre apro la busta della mozzarella attento per non schizzare tutto.

Sono anni che credo di risolvere questo problema delle idee che vengono al momento sbagliato con piccoli taccuini e quadernetti. Ogni volta ne accarezzo uno nuovo nelle cartolibrerie, a volte lo compro, a volte No. Ultimamente scelgo quelli con la rilegatura ad anelli di ferro perché puoi infilarci la penna dentro. A volte me li porto dietro, a volte No.

Visto per la prima volta il giroditalia dal vivo.

luttazzi e il buco del culo

Nel suo intervento a RaiPerUnaNotte, Luttazzi con la sua metafora del buco del culo ha chiarito una serie di cose:

– Che in fondo é giusto che non abbia un programma in Rai.

– Che se gia’ ti hanno mandato giustamente via dalla Rai perche’ parlavi di merda in bocca in modo gratuito (cioe’ citando la merda in bocca a casaccio, senza nessun legame con quello che stavi dicendo) e ora torni in una pseudo manifestazione Rai con la metafora del buco del culo, hai dei grossi problemi di creativita’.

– Che le metafore in primo luogo devono reggere, devono far arrivare un concetto, e se uno un minimo conosce l’Italia di oggi (un minimo) sa che la metafora del buco del culo non regge sotto nessun punto di vista.

– In altre parole, la metafora del buco del culo vorrebbe significare che l’elettorato vota in un certo modo perche’ é masochista. Questo é oggettivamente falso da qualsiasi punto di vista. Dunque ne consegue che la sua voglia di recitare la metafora del buco del culo era piu’ forte della verita’, o piu’ forte della rilevanza della metafora stessa. Ma questa non é una novita’.  

– Che la gente applaude comunque.

– Che la gente ride a prescindere. Luttazzi dice "quando fai sesso anale con la tua ragazza" la gente ride. Non e’ una battuta. Quella arriva dopo. La gente ride gia’ sul preambolo. Come i bambini che disegnano cazzi sui banchi di scuola.

– Che se pure la metafora del buco del culo fosse stata una cosa da sbellicarsi dalle risate, se pure fosse stata la trovata comica piu’ geniale degli ultimi 150 anni (cit.), anche in quel caso la conclusione sarebbe uguale: e cioe’, di persone come Luttazzi, nella comunicazione di oggi, nel disastro di oggi, non ce n’é bisogno. Servono a far applaudire chi é gia’ convinto delle sue idee, e a fornire motivazioni ulteriori a quelli che sono dall’altra parte. Non fa riflettere (non é che debba per forza, eh), ma parla di odio come se é di questo che la gente avesse bisogno. Polarizza e distanzia le posizioni, che é esattamente l’opposto di quello che serve.

– Che a proposito di satira, fa rimpiangere ogni giorno che passa quel gigante di Corrado Guzzanti. A confronto col tizio della merda e del culo, un gigante. Centinaia di metri piu’ in su, che se rivolgesse lo sguardo in basso non lo vedrebbe nemmeno. Vedrebbe forse un puntino che che pigola con voce nasale “merda merda culo mestruazioni!”. Una persona con delle intuizioni incredibili che non ha mai, mai, campato di rendita. Un gigante.

a parte che tutta questa tensione

A parte che tutta sta tensione e attesa per il nuovo iphone allargato segna in modo inequivocabile il declino della società occidentale (tipo che tra cento anni guarderemo gli arabi fare lo stesso e ne rideremo snobissimamente). A parte il fatto che il colore dei jeans di Jobs non si può vedere. A parte il fatto che il cervello occidentale di ognuno di voi adesso sta cercando dentro di se i motivi per affermare che questa tavoletta vi servirebbe tantissimo (la risposta è dentro di voi, ma la ignorerete). La domanda semplice semplice per la nuova tavoletta diventa: è possibile sedere sulla poltrona sbracato, appoggiarla sulle ginocchia e ticchettare a due mani quello che ti pare? No, a meno di incurvarti tutto in avanti, o farlo con una mano soltanto. Punto. La discussione è finita.


(nella foto: il trucco dei creativi Apple per aggirare il più grosso svantaggio della tavoletta nei confronti di un qualsiasi netbook. Hanno appeso il modello per le caviglie al soffitto e gli hanno posato la tavoletta sulle gambe)

volevasi segnalare

Libro appena finito, film appena visto. Libro molto sopra al film per lunghezza e intensità di piacere. C’è gente in giro che scrive bene. Epperò ne sto accumulando troppi, di libri, e non so come fare per il prossimo trasloco. Poi uno dice Kindle, ma resta meglio la carta. No, no, no, tifiamo la carta. Forse tra un anno cambio idea. Il senso del film sarebbe – questo mi è parso di capire e pure alla Meisje – che non è facile, o forse non serve, comportarsi da persone per bene.

 

in ritardo

Adesso che Up il nuovo film della Pixar e’ uscito pure in Italia non posso piu’ scrivere il post-must del blogger vivente all’estero, che proprio in quanto vivente all’estero lo ha visto prima degli altri, e quindi fare riferimenti a scene, frasi e musiche che invece tutti gli altri poveracci non possono fare che’ sono racchiusi nello stivale. Mannaggia.


(non) si può fare

Dunque ipotizzando che dobbiate scrivere la sceneggiatura di un film dove c’è una coppia che va in crisi. Una coppia che va in crisi perché uno dei due si fa prendere troppo dal lavoro. La prima idea che vi viene in mente ovviamente è che quello che si fa prendere troppo dal lavoro ad un certo punto torna a casa tardissimo e trova il partner che lo aspetta, che ha cucinato la cena, preparato la tavola, ma siccome l’altro non è arrivato, la cena si è freddata miseramente nei piatti.

Questa siccome è la prima idea che vi viene in mente – e siccome l’avete vista centinaia di volte in mille salse diverse eppure simili – la scartate. La scartate, vero? E invece No, gli sceneggiatori di Si può fare, film italiano del 2008, evidentemente rinchiusi in casa senza televisione e lettore dvd negli ultimi trent’anni, hanno deciso che non era scontata e allora questa scena ce l’hanno infilata, nel loro film. Ed è solo una delle innumerevoli trovate scontate di sto film che però in giro ha delle recensioni osannanti che non mi spiego. Il film tratta di un tema umanitario, è un film “che fa pensare” si dice in giro (pensare a cosa?). Il tema sarebbe quello del recupero dei malati di mente mediante il lavoro. Benissimo. Solo che è impossibile credere alla storia, lasciarsi andare, dimenticarsi che è un film (in fondo è questo quello che uno vuole da un film, no?). Gli attori impegnati nell’arduo compito di fare la parte dei ritardati di mente non hanno voluto rinunciare a sfoggiare una dizione perfetta da attori navigati (appunto). E alcuni belli e curati come modelli. I malati di mente generalmente dicono poco sensate, oppure non dicono niente. Spesso stanno zitti o parlano dandoti le spalle. Invece nel film azzeccano condizionali uno dietro l’altro a favore di camera. Finisce di parlare uno, comincia l’altro, quindi l’altro, e infine l’altro. Ordinati. Bisio in tutto questo sfacelo di sceneggiatura, si conferma attore enorme che se nella vita non avesse fatto prevalentemente il Bisio, adesso sarebbe sicuramente riconosciuto e ricordato da tutti come attore enorme.


Nella foto uno degli attori, Andrea Bosca,
come si può notare tipica faccia da manicomio,
che i manicomi ne sono pieni.

se il mio nuovo dottore

Se il mio nuovo dottore qui nel Paese Basso si lascia andare sulla poltrona, mi guarda in faccia e mi chiede: Italiano? E cosa fai qui: studi? Ecco, se mi chiede se sono qui a studiare, nonostante questa faccia deformata dal sonno mancante, allora vuol dire che non sono messo troppo male.

E la notte nel letto, ancora mi succede, e per fortuna mi succede, di dirmi Non Dormire! per continuare a leggere – giá assaporando la stanchezza improponibile del mattino seguente. Quando suona la sveglia mi ripeto che è improponibile, improponibile. La solitudine dei numeri primi ha un titolo insuperabile, e qualunque cosa ci fosse stata scritta in quel libro, il titolo sarebbe stato comunque piú bello. Sono due cose che mi restano da questo libro: la consapevolezza che le cose possono scriversi semplici – e andare bene lo stesso – e una considerazione su De Carlo che però sarebbe lunga da spiegare.

Il mio dottore pare una brava persona, ma si lecca il pollice in continuazione per sfogliare i moduli del sistema sanitario barbaro.

I ragazzi del camion della spazzatura sorridono mentre lanciano i sacchi di plastica nel camion. Vanno avanti, e quando li supero in auto, quelli ridono ancora.

Le avrei volute avere io, quando ero a Bologna, le biblioteche che chiudono alle tre di mattina.

É caduto un aereo a due passi da qui, in territorio Basso. Il cielo come si vede nelle foto é un cielo barbaro e assomiglia a certe pianure lombarde di inverno, per quanto le conosco poco e male, le pianure lombarde d’inverno.

La nuova abitudine di Febbraio 2009 é andare in mensa avendoci, nella tasca dei pantaloni, qualcosa stampato appositamente per essere letto durante il pranzo. Oggi era il turno di Chinaski e Galli Della Loggia.

a proposito

A proposito di Steve Jobs e del mettersi a fare le cose che ti piacciono, si potrebbe fare – come ad esempio hanno fatto questi miei amici sparsi in giro per l’Europa – aprire dal nulla una radio online con tanto di palinsesto sette giorni su sette. Se Livio è in ascolto potrebbe riconoscere uno dei personaggi del promo. Ricordo ancora quella sera che con una birra davanti parlavo con Ari, seduto in quel posto al Pratello di Bologna dove lei faceva benissimo la locandiera, e ci si perdeva ad immaginare di fare proprio questo, e di come farlo, e poi aspetta cspetta hce prendo un’altra birra che ne parliamo ancora. Poi come al solito bla bla bla e non se ne fa niente, mentre invece tanto di cappello a loro che hanno cavalcato il guizzo e ci si sono infilati per davvero, in una cosa del genere.

dopo undici anni

Dopo undici anni mi ritrovo a leggere alcune pagine del Jack Frusciante – romanzo adolescenziale and generazionale and epocale and irripetibile successo commerciale  di Brizzi – che all’epoca, la seconda metà degli anni 90, era impossibile non aver letto. Oggi rileggo queste pagine e mi sorprendo a trovarci dentro dei caz*o scritti con la kappa (una “kaz*o di famiglia borghese, scriveva Brizzi, ma scriveva anche cose come “kranio” ed “elettriko”) e nel rileggerle oggi, chiedermi come mai ai tempi non mi fossi sorpreso né fossi stato disgustato da questo uso diabolico della lettera kappa. Forse perchè ancora non esistevano gli sms, mi viene da pensare, e queste mitragliette di kappa erano Sì indecenti, ma comunque limitate all’interno di certi campi, come i diari scolastici, i graffiti sui muri, le scritte sugli zainetti. I quattordicenni di oggi hanno ancora gli zaini scribacchiati? Questo proprio non lo so, ma mi piacerebbe pensare di Sì.             

E poi comunque pensavo che il corrispettivo attuale del Jack Frusciante, se proprio vogliamo trovarlo – non se la prendano gli estimatori dell’uno e dell’altro, anche se qui chiaramente si parteggia per l’uno e non per l’altro – sarebbe Tremetrisoprailcielo di Moccia. Il punto è, lasciando perdere tutte le critiche facilissime in cui si potrebbe perdersi non appena si mettono in fila le sei lettere che compongono la parola Moccia, di cui peraltro già si è discusso tempo fa, il punto è, dicevo, che il successo di una cosa, o il suo insuccesso, sono un segno dei tempi. E se il Jack Frusciante negli anni 90 venne fuori da un Brizzi appena diciannovenne, che nel momento in cui scriveva  le sue righe aveva le mani e gli occhi ancora brucianti delle esperienze vissute da diciassettene, o se anche la Ballestra produsse la Guerra degli Antò a vent’anni, con i protagonisti del romanzo anch’essi appena ventenni, invece Moccia scrittore era autore e regista televisivo e cinematografico trentenne, e praticamente quarantenne al momento della riscrittura del romanzo stesso. Cioè uno che le storie le raccontava già per lavoro. E non storie d’amore, capiamoci. Semplicemente storie, quello che serviva in quel momento. La sceneggiatura de “I ragazzi della terza C”, per esempio.                   

E dunque,  il romanzo giovanilistico di maggior successo degli anni duemila è stato scritto (anzi riscritto, perchè è stato modificato dopo la stesura originale) da uno che poi ha continuato a fare l’autore dei programmi di Bonolis alla tivvù. Negli anni novanta invece le storie venivano fuori da chi ci stava ancora dentro, a quelle storie raccontate, o da chi ne era appena uscito fuori con la testa ancora fumante. Poi noi possiamo anche perdere qualche ora a discutere cosa è cambiato nel mondo adolescenziale fra gli anni novanta e gli anni duemila, ma sta cosa del Raccontare da una parte, e del Farsi Raccontare dall’altra, già da sola rappresenta abbastanza bene – secondo me – questa differenza.           

"Guardando l’azzurro del cielo si capiva che stava tornando primavera?
No, non credo. Però
lui lo capiva. E insomma, vi giuro, qualsiasi immagine
si potesse avere di lui dall’esterno, illo si sentiva
aperto e spontaneo come mai in vita sua."

E.Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

l'angolo del campanilismo

Questo blog supporta il nuovo gruppo salentino arrivato alla celebrità, che si fa chiamare Il Genio. Dopo averli visti in faccia, e dopo aver saputo che pure loro sono salentini (quale altra subregione produce cotanti musicisti?) mi sono ricordato di averli ascoltati una sera in un buco a Lecce. Era tardi, passai un’ora al telefono fra i muri bianchi di tufo antico del centro storico, e poi finimmo la sera bevendo vino nei bicchieri di plastica. Questo è il pezzo che dicono vada in radio sti tempi, gli altri meritano forse di più.

Molto interessante da un punto di vista sociologico, la loro intervista a Mtv. Vuoi sapere la differenza fra il luccichìo milanese e la scazzatura salentina di cui già avevo parlato? E allora guardati l’intervista e nota la differenza fra il presentatore e il tipo che dovrebbe rispondere alle domande.

adesso invece leggo

Adesso invece leggo La Ragazza delle Arance di Jostein Gaarder, un autore che mi è rimasto incollato dalla volta che mi trovai a che fare con un libro che invece si intitolava Maya, scritto sempre da lui, quando in un tempo che ora mi pare lontanissimo – si parla invece di qualche anno fa – se qualcuno mi avesse chiesto qual’era il tuo libro preferito avrei detto sicuramente Maya, anche se poi ho cambiato idea. Ho cambiato idea non perchè il libro non mi piacesse più, ma perchè sta cosa di avere il libro preferito, il cantante preferito, il colore preferito, ho cominciato a non sopportarla più. Io se volete saperlo non ho proprio nulla, di preferito.

Ma dicevo, La Ragazza delle Arance, anzi No, Maya. Il libro Maya è un libro che dice qualcosa. La narrativa sarà quella che è. Però dice qualcosa. E ha il sapore di Nord, tantissimo.  

Eppoi, da Maya in giù, ogni volta che trovo un libro di Gaarder in libreria, trovo scritto sulla copertina: «Dall’autore del Il Mondo di Sofia!» oppure « dallo stesso autore de Il Mondo di Sofia! » e allora io, che oltre a non avere colori preferiti e marca di jeans preferita sono come sono, per cocciutaggine sto Mondo di Sofia ancora non l’ho voluto leggere.

Sempre più spesso usavamo il pronome «noi». È una parola strana.
Domani farò questo o quello, si dice. Oppure si chiede cosa l’altro,
cioè «tu», deve fare. Non è difficile da comprendere.
Ma all’improvviso si dice «noi», e lo si fa con la più grande naturalezza.
«Andiamo in spiaggia sull’isola di Langøy, con il battello? »
«Oppure restiamo a casa a studiare? » «Ci è piaciuto lo spettacolo a teatro? »
e poi, un giorno: «Siamo felici!».


La ragazza delle arance – Jostein Gaarder.

mi piace sto raffreddore

Mi piace sto raffreddore che devo tirare su con il naso, e questa sensazione di stordimento che ne deriva, ovatta incollata ai pensieri a rendermeli insignificanti e spugnosi, e questo dondolarmi nei corridoi con pile di fogli sotto al braccio, tirando su con il naso nella frazione di tempo che intercorre tra l’incrociarsi con una persona e quella seguente, per non farsi sentire da quella che c’è prima e neanche da quella che c’è dopo. Non mi piace non aver tempo per scrivere, non mi piace il concetto del tempo che fa pugni con il concetto di scrivere, chè per scrivere devi far passare il tempo senza fare niente, e non si può.  

Siamo andati a vedere la mostra di M.C. Escher, chè se non fosse stato per la Signorina, nella mia immensa ignoranza io non avrei mai collegato il suo nome alle sue opere. Andare alle mostre non lo so, non so cosa dire. Non so se mi piace. Andare alle mostre, la cosa che mi interessa di più sono le altre persone che vengono alle mostre mentre ci sono anche io. Osservare che faccia hanno, e capire se sembrano più intelligenti e acculturati e più o meno in salute di me. Della mostra di Escher, la cosa più interessante è stata una fotografia della moglie di Escher datata 1926. La moglie di Escher, devo dire che in primo piano non veniva tanto bene, in particolare nell’epoca intorno al 1926.   

Posseggo uno spazzolino da denti in tre città diverse del Paese Basso, notevolmente distanti fra di loro. Ci pensavo oggi mentre arricciavo i piedi scalzi sul tappeto.

Adesso invece sto leggendo questo. A proposito di biografie che mi rendono i libri interessanti, questo personaggio è diventato per due volte autore rivelazione del Paese Basso, ogni volta con un nome diverso.

Sto abusando di cornetti gelato in pacchi da otto, che in origine erano sei poi ne hanno aggiunti ulteriori due in regalo.

dicono di lui

Cesare Cremonini l’ho scoperto davvero durante il mio periodo di eremitaggio a Colonia. Le canzoni di Maggese mi hanno accompagnato in auto durante i tragitti nel mezzo della pianura del Nord Reno Westfalia, luoghi tetri e ventosi che ci vuole poco a sentirsi una cacca chiusa nelle tubature, un’atmosfera che si legava bene con certe depressioni delle sue canzoni.      

Ecco, il nuovo singolo pare essere all’altezza delle cose precedenti. Il punto è che il contesto della musica italiana è talmente tetro che cose così semplici e oneste si innalzano di molto. Per dire, ieri sul muletto premendo la parola discografia mi è venuto fuori un archivo intitolato “Mondomarcio Discografia completa.”. Allora niente, tutto questo per dire che sono contento che ci sia un nuovo disco del Cesare, che la canzone pare passabile, che il video è mediocre e patinato e scontato, che non si capisce come mai Ballo non si sia ancora tagliato quella muffa che c’ha in testa, come d’autunno sull’alberi le foglie.