cose, 14 sette duemilatredici

fotoabbrEsistono parole come formattare e ancora non hanno inventato una parola per descrivere quel lento processo durante il quale l’abbronzatura scompare. Disabbronzatura? Ne esistono diverse varianti, c’è quella graduale, quella drastica che poi lascia le chiazze, eccetera eccetera.

L’edicolante sotto casa – rendiamoci conto – vende Donna Moderna.

Nei parchi di Brussèlle le ragazze musulmane col velo sono stese sul prato con i fidanzati, e fa niente che poco distanti altre ragazze siano seminude, e queste ultime non indossano neanche il costume da bagno per prendere il sole, il reggiseno è quello di tutti i giorni. Da questo dettaglio ti illudi di distinguere le barbare – cioè dalla linea brussellese in su – dalle mediterranee – dal confine brussellese in giù – partendo dal presupposto che le mediterranee non lo farebbero mai.

Ti piace poter incontrare per caso gente che conosci, ma allo stesso tempo ti piace poter pranzare al tavolo di un ristorante da solo, con un libro aperto davanti al piatto, sapendo che è cosa comune e normale. Ti piace che le due cose accadano nell’arco della stessa giornata.

sei rimasto per nove giorni

Sei rimasto per nove giorni col culo nell’acqua di mare, a mangiare e dormire e risolvere problemi del tipo dove si va a mangiare stasera, quali infradito indosserò, quante ore posso restare buttato sul letto di pomeriggio a guardare il soffitto senza sentirmi in colpa. Ho corso sulla costa, ho osservato nonni rotondi che sedevano su una panchina ad osservare le onde al tramonto, ho spiato per mezzora un pescatore di polpi mentre lanciava la sua lenza nel mare con un gesto tanto fluido che lo si capiva benissimo, erano anni che faceva la stessa cosa.

E se pure lo so che quella non e’ la vita reale, che non esiste una vita che continua cosi’ all’infinito – e  se pure esistesse ti annoierebbe dopo un po’  – lo stesso poi quando torni, sei triste. In realtà sei triste appena prima di partire, di fatto e’ una tristezza preventiva, si innesca ancora prima ancora di andare via, dando per scontato che sarai triste.

Poi invece No.

Poi invece torni a Brusselle, e c’e’ un poco di sole, parli con una dottoressa gentile e premurosa, c’e’ una cassiera che si scusa di non averti visto e in francese ti spiega che era distratta, c’e’ il Parc Leopold con le foglie illuminate, una ragazza che cammina sul marciapiede a fianco con l’aria di non sapere dove andare, ci sei tu che vorresti fermare l’auto e chiederle spiegazioni.

Leggere tra i commenti che mi sarei imborghesito fa sorridere. Altre cose capisco di me, mentre mi trascino nell’indecisione del prendere casa nuova – oppure non prenderla.

Ho scritto all’agente immobiliare per confermare che la prendo, e poi più tardi per dire che la prendo ma solo a condizioni complicatissime – tipo far partire il contratto a metà agosto – e tutto questo perché spero che mi dica No, la diamo a qualcun’altro. E spero che la diano a qualcun’altro perché se la prendo so che sarei assalito dai sensi di colpa.  Faccio il difficile per farmi mandare affanculo, in pratica. Un borghese dai sensi di colpa.

Ieri (prima che cominciassi a fare il difficile) l’agente ha telefonato e ha chiesto: quando potresti venire a firmare? Guardi è complicato – gli rispondo – le mando i giorni disponibili via email.  Scrivendo l’email mi accorgo che non è necessario fare finta di essere complicato. Visto che:

Domani mattina sono a Londra, e torno nella notte. Il giorno seguente, dopo il lavoro, devo leggere delle cose in pubblico qui. Il giorno seguente nel pomeriggio guido fino in Paese Basso e da lì volo fino al paesello. Torno dopo dieci giorni, ma tutti i giorni dopo il lavoro dovrò correre in un teatro a provare delle cose che non vorrei, ma ormai. Fino a sabato. Domenica parto per la Francia, da qualche parte a ovest dove non sono mai stato. Torno due giorni dopo. Resto un giorno a Brussélle, ma poi parto per il Paese Basso. Quindi torno finalmente a Brussèlle. Per una settimana, perché poi entro luglio sono a Berlino e di nuovo a Londra. Quindi due settimane di vacanze al paesello. A settembre ci sono Lisbona e Roma.

La casa non mi serve.

Casa nuova e luminosa di cui si diceva.
Se sono indeciso se prenderti oppure No – e devo dare una risposta tipo entro domani – non è perché non mi piaci. E’ che sei nuova, è che sei nel quartiere più bello ed elegante di brussèlle, è che non ti manca nulla (l’agente immobiliare addirittura si scusava che la lavatrice non era nuova ti faceva ridere mentre pensavi ai tanti bifolchi con cui hai condiviso lavatrici negli ultimi anni). L’indecisione è sempre quella, la domanda è sempre quella: ad abituarsi a certe cose, poi come sarà tornare indietro – nel caso si dovesse? Mangia poco per abituare la tua pancia per quando avrai fame, dice un romanzo che ho nella mia libreria. D’altra parte life is now, dice la Vodafone, e pure la mia collega spagnola quando le racconto queste cose, e pure la mia insegnante di francese, che però ormai mi conosce e sa quanto sono compliqué, e sa che posticipo sempre tutte le decisioni.

m’ha preso sta mania

M’ha  preso sta mania della casa nuova, pur non avendo davvero bisogno della casa nuova.

E cercando case nuove – e non avendo fretta,  e permettendomi di essere addirittura choosy – scopro cose di me stesso, delle mie pretese estetiche, che ignoravo. Mi accorgo che pretendo porte e infissi bianchi. Mi accorgo che sopporterei solo determinati colori di parquet, e che non sopporterei di non camminare sul legno, nonostante le mie origini mediterroniche dove la fredda mattonella di ceramica regna incontrastata da sempre.

E poi – seppure tutte queste cose fossero rispettate -se anche  la bellezza interiore fosse accettabile, deve essere accettabile pure la bellezza esteriore (oddio: e’ una metafora?) e quindi, se uscendo di casa non dovessi vedere neanche un albero, quella non potrebbe essere la mia casa.

Averci un blog significa pure tenere il polso delle proprie evoluzioni – cose non possibili per i twittaroli e facebookkini. Per esempio scrivendo queste righe mi viene in mente questo pezzo del 2006.

qui sotto: una opzione depennata perché in una strada che mi metteva tristezza.

uno dei problemi

Uno dei problemi principali di Brussélle – devo ancora decidere se considerarlo il numero uno, due o tre – è la gente che poi se ne va. In due anni posso già contare un certo numero di persone con cui ho scambiato parole birre messaggi attenzioni battute e che adesso, ecco, non sono più qui, sono andati altrove. Il problema della gente che poi se ne va è comune a tutte le capitali, ed è comune a tutti quelli che vivono da dislocati come il sottoscritto, perché a vivere da dislocati si finisce per avere a che fare con altri dislocati. E questi dislocati hanno la tendenza a considerare tutto il mondo come un potenziale mercato del lavoro – e se non proprio tutto il mondo, perlomeno l’Europa. E l’Europa è grande.

Vivere da dislocati in una capitale, dunque, peggiora il problema. In questo tritacarne sociale, si finisce per diventare scaltri. E dunque se pure uno ancora non se ne è andato – ma ti fa capire dalle parole o dai gesti che potrebbe essere uno di quelli che poi se ne va – nella tua testa in pochi minuti lo trasformi in un fantasma. Ci parli, ma già lo vedi sparire, tipo Patrick Swayze in Ghost.

se mi offrissero

Devo spesso rispondere alla domanda: “se ti offrissero un lavoro in Italia, torneresti?“. Ogni volta devo rispondere utilizzando argomenti e logiche sconosciute da chi ascolta (ché spesso la domanda mi arriva da chi non è mai partito, neanche per brevi periodi).

La questione non è cercare tra tutti il luogo più bello del mondo e andare a vivere in quello. Oppure cercare il luogo più bello del mondo, il lavoro più bello del mondo, e cercare di combinare le due cose. Viviamo nell’epoca dei compromessi: chi non lo ha ancora capito piange alla tivvù nei programmi di denuncia, perché lavora come editor in una casa editrice che sta fallendo, mentre nel frattempo ha messo al mondo due figli che non sa come mantenere. Viviamo nell’epoca degli adattamenti e dei compromessi, e chi non lo capisce, nella scala evolutiva,  io lo vedo come un dodo che si rifiuta di imparare a volare, quando è ovvio che gli sarebbe necessario.

Se ricevo la domanda, cerco di infarcire la risposta con immagini concrete che possano essere visibili a chi ascolta.

Racconto che il posto dove mi trovo attualmente mi offre delle cose belle e incredibili, praticamente inimmaginabili qualche anno fa; ha pure dei lati negativi che però – lo ripeto sempre –  I can handle . Se mi offrissero un posto a Bologna, Verona o Firenze (e recentemente mi era pure successo), oltre ad accettare di guadagnare la metà e lavorare tante più ore al giorno, mi ritroverei a vivere in un luogo bello oltre certi limiti. Voglio dire, di un bello oltre un limite per cui – una volta arrivati a quel livello – sarebbe difficilissimo tornare indietro.

Se tutto questo poi un giorno venisse a mancare – di questi tempi queste mancanze improvvise sono la regola, con un futuro che promette nuvole nere – e se dovessi trovarmi di nuovo a smontare tutto e ricominciare altrove, per il me stesso di qualche anno più vecchio tutto questo sarebbe drammatico. Se poi dovessi ritrovarmi per bisogno a vivere chessò, a Dusseldorf, a Manchester o di nuovo in Paese Basso, o in determinata Scandinavia, ma pure a Londra, ecco, sarebbe impossibile da sopportare. Questo non è l’unico motivo, ma è uno dei motivi, e purtroppo a me riesce di spiegarli solo uno alla volta, con spiegazioni lunghissime, tanto che certe volte non vorrei affatto cominciare a farlo.

Per riformulare tutto in pochissime parole: sarebbe come stare con una ragazza bellissima che però lo sai da subito, è una che cambia facilmente idea.

volevasi segnalare

Quelli di Eurobubble sono una cricca di amici che si divertono a raccontare cos’è l’Eurobolla di Brussèlle, e cioè questo macroghetto di uomini e donne iperqualificate occupati all’interno delle istituzioni europee o di lobbying, in professioni dai nomi complicati anche se poi nella sostanza banali (a volte).

Dentro la bolla per fortuna io non ci sono – visto che con buona approssimazione posso dirmi di far parte del mondo normale (ehm) –  però la bolla la tocco tangenzialmente, per le persone che conosco, per la vicinanza geografica, per il traffico che incontro tornando a casa se la Merkel decide di venire da ste parti.

Quelli di Eurobubble hanno deciso – questo è il punto interessante – di raccontare la bolla tramite video prodotti mediante crowdfounding, che ovviamente sapete cos’è e dunque non vi metto il link. Il primo episodio di Eurobubble, è online. Chi mi conosce sa quanto apprezzo queste cose, e dunque Grandi Pacche Sulle Spalle a chi decide di spendere il tempo libero in questo modo. Appena mi si libera un buco nella settimana, mi faccio assumere come microfonista (non sto scherzando).

Il 2012 potrebbe sembrarti

Il 2012 potrebbe sembrarti un anno come gli altri – ad osservarlo di notte, immerso nella nullafacenza, nel mezzo di un un paesello vuoto dove spengono i lampioni e le strade sono nere – ma non è così: quello appena passato è stato forse uno degli anni più densi della tua vita. Sicuramente ti ha traghettato da una certa versione di te stesso ad un altra. Sicuramente non sei approdato a nulla di definitivo. Sicuramente sei ancora in divenire. Sicuramente ti pare assurdo poter essere ancora in divenire, alla tua età.

Eppure.

Nel 2012 Brussèlle è diventata stabilmente la tua città. Sei contento di aver conosciuto i suoi lati negativi, perché ti ci trovi bene ugualmente. E’ come per le persone: aspetti di sapere quali sono i loro difetti, e una volta che li hai conosciuti tutti, tiri un sospiro di sollievo perché avevi paura di essere deluso. Hai viaggiato poco e soprattutto per lavoro. Non sentivi il bisogno di esplorare altro. Piuttosto, la voglia è quella di cementare le tue piccole radici, infatti  sei stato due volte a Bologna. Un viaggio di un solo giorno in Francia – non era lavoro – fu complicatissimo. Non ne hai scritto.

Nel 2012 ti sono successe molte cose che non hai scritto.

E’ stato l’anno in cui hai cominciato a parlottare francese. Le lezioni sono servite anche a scoprire il tuo lato narcisista e seduttore – seduttore in termini intellettuali, non sensuali – e renderti conto di quanto questo faccia parte di te. Hai ricominciato con il teatro, freddamente. Hai fondato un club di letteratura. Hai corso la tua prima mezza maratona. Ti sei messo a cucinare con più cura. Hai cenato tantissime sere fuori, mai così tanto fino ad ora. Ti sei accorto di non avere tempo.

Sul lavoro – non scrivi mai del lavoro – hai guadagnato un rispetto che non credevi possibile. Hai ottenuto una promozione – unico in Europa nel tuo campo – che non ha suscitato gelosie ma che invece molti davano per scontata. Ti sei ascoltato esigere e dirigere come credi debba fare un adulto. Dovresti modificare la tua firma elettronica delle email e scriverci manager ma passano le settimane e non lo fai, per pudore. O forse vuoi solo rallentare la velocità del presente, non farlo diventare subito passato.

Hai letto diciotto libri (pochi), e adesso non solo narrativa e adesso non solo su carta. Hai cominciato ad ascoltare l’electro-pop.

In due momenti diversi, due ragazze diverse, hanno suonato alla tua porta di casa, in piena notte, non sapendo che il tuo citofono è rotto (e che di notte hai il telefono spento). Un’altra l’hai fatta piangere, anche se è l’unica che ti fa sempre piacere vedere. Tutto il resto è noia e pagine non scritte.

Possiedi una bicicletta che non usi più. Vuoi comprare un nuovo microonde ma sei pigro. Hai coltivato del basilico. Hai fatto appassire del timo. Hai snobbato della gente. Hai rotto un telefono. Hai comprato un computer. Hai comprato una nuova borsa di pelle e una lampada enorme. Hai speso troppi soldi in vestiti e alcol. Hai inseguito dei pesci sulla costa siciliana meridionale.

Non ti piace comprendere il mondo, non ti piace avere ragione sui veri drivers dei rapporti interpersonali, sul funzionamento del cervello femminile. Vorresti essere smentito dai fatti ma non succede mai.

Non puoi dirti che va tutto bene, però stai vivendo. Però sei in equilibrio.

I post più letti del 2012 sono i seguenti, e con buona approssimazione rappresentano questo anno di scrittura. Tra dodici mesi ci sarai ancora, è sicuro.
Auguri.

Mi piacciono i supermercati il sabato sera, con le luci al neon che abbruttiscono le persone, e queste persone di forme diverse, età diverse e stili diversi tutti però concentrati nello stesso posto, non come in una festa dove più o meno ci si assomiglia, ma proprio tutti diversi, e questo abbrutimento dovuto alle luci al neon e alla stanchezza; mi piace imbattermi nella folla tra gli scaffali in certe bellezze improvvise che restano bellezze nonostante tutto, mi piace lo stridente contrasto fra la figura dell’umano che incontro e l’azione che sta compiendo in quel momento: coppie di punk stagionati coi capelli tinti che scelgono il filetto di pollo, donna elegantissima che sceglie la sabbia per il piscio del gatto.

Mi piace che la mia lezione di francese si trasformi in una chiacchierata fra amici, come è ormai da mesi con la mia professoressa: io che le racconto della mia nausea dovuta alle birre di ieri e al pollo fritto turco di questo pomeriggio, lei che mi racconta i metodi naturali di sua mamma per queste nausee, di quando lei era bambina in Marocco, e allora voglio provare pure io questo metodo materno marocchino dello stritolare il timo secco tra i palmi delle mani, masticarlo e mandarlo giù con un bicchiere d’acqua.

volevasi segnalare: elezioni a Brussèlle

Ballarò si interessa di elezioni comunali a Brussélle. Come al solito il servizio vuole dimostrare che le cose altrove vanno meglio che in Italia. E’ vero (ma ci vuole poco). Il servizio mostra anche come in un certo senso Brussélle è Italia (sono infatti intervistate due candidate italiane).

Il servizio però dimostra ancora una volta che i giornalisti italiani, pure quelli che si occupano di denunciare lo schifo della corruzione italiana, sono pure loro corrotti nell’animo, perché chiudono il servizio con una ragazza che per strada racconta che Sì Ok, le tasse sono alte, ma va bene pagarle perché i servizi ci sono.

Io un belga che parla così, fino ad oggi, non l’ho mai incontrato. Importa? Importa: perché la gente si fa le opinioni anche grazie al lavoro di giornalisti come questi.

update: di altre magagne del servizio ne scrive Andima.

volevasi segnalare: Sofie a Brussélle

Sofie e’ una studentessa belga fiamminga che con una telecamera nascosta ha registrato gli insulti a sfondo sessista e le avances che ha ricevuto camminando per le strade di Brusselle.

Non era sua intenzione stimolare il sentimento razzista – ha dichiarato – pero’ “un fatto è incontestabile. Quando si passeggia per Bruxelles, nove volte su dieci gli insulti provengono da stranieri“.

I fatti incontestabili, purtroppo, non possono essere discussi sul serio perche’ viviamo in un’epoca di fascismi ideologici. Ma per chi vive davvero in societa’ multiculturali, questi sono fatti clamorosi e incontrovertibili.

Tra l’altro il fascismo ideologico ci impedisce anche solo di avvicinarci, al concetto di razzismo, inteso come il riconosciemento di differenze innate di razza. Il concetto viene negato a priori, e quindi siamo tutti qui alla finestra, il mento fra le mani ad attendere che qualcosa cambi.

Ne riparliamo fra dieci anni.

dunque nell’arco della stessa giornata

dunque nell’arco della stessa giornata ho:

– ascoltato i The Pains of Being Pure at Heart in auto
– bevuto caffè in una tazza regalatami dalla università del Paese Basso
– dato risposte in una riunione
– tenuto una presentazione e riuscito a far ridere chi ascoltava
– pranzato con una dose massiccia di salmone crudo
– cazziato gente lontana
– preso decisioni al posto di altri
– mangiato orsetti di gomma colorata
– spiato dalla finestra un donnone nero che cucinava con il fazzoletto in testa
– preso mentalmente in giro un gestore di palestra francofono che si sforza di parlare in italiano (“fonitto“?  Si dice finito, cretino)
– almeno tecnicamente, si potrebbe pure dire che mi sono drogato
– fatto una doccia alle undici di sera
– cenato con roba asiatica precotta
– (ma condita con basilico addirittura coltivato da me)
– entrato in una casa che mai c’ero stato prima
– fatto gli auguri ad un fratello per un compleanno importante
– considerato che ormai conosco una decina di portoghesi a brussélle
– bevuto birra anche calda
– parlato (per il quarto giorno consecutivo) di gente che divorzia. Quattro coppie diverse, tutte con figli
– spiato discorsi di italiani che tantissimo fuori contesto blateravano di sistemi sociali del nord europa
– scambiato parole con ragazzina dai modi gentili che però sta con una scimmia
– pisciato per strada a Saint Gillis (lo so, non si fa, ma quando ascolto o parlo il francese divento un po’ Depardieu)
– dato indicazioni in francese per raggiungere un posto (francese corretto, indicazioni forse sbagliate)
– ascoltato i Travis in auto
– letto tantissime notizie online su qualsiasi argomento
– aperto un libro nel letto, richiuso poco dopo

Oggi, non ho voglia di niente.