della morte dei blog

L’anno 2011 è stato anche l’anno dove si è detto che i blog sono morti. Non posso mettermi qui a fare una conferenza sull’argomento, però diciamo innanzitutto questo: i blog non sono morti, sono tornati ad essere quello che erano all’inizio, cioè un posto per chi ha qualcosa da dire, per grafomani incalliti e sinceri, per vanitosi irriducibili che però vogliono tradurre le loro code di pavone in qualcosa di tangibile e classificabile e rintracciabile in futuro.

Così era all’inizio, poi cosa è successo?

Che un piccolo gruppo di persone con qualcosa da dire ha invogliato una massa sformata di altre persone a fare lo stesso: tantissimi hanno pensato figo, lo faccio pure io. E lo hanno fatto. Ma come emulazione dovuta ad una fascinazione, non come volontà reale.  I creatori di contenuti nei blog sono stati ammirati – e se non c’eravate vi posso assicurare che quattro o cinque anni fa l’adorazione delle micro o macro blogstar era qualcosa di estremo e assurdo, perfino io ricevevo email di gente che mi chiedeva di spiegargli il senso della vita – ammirati da un pubblico più o meno piccolo a seconda dei casi. Ora capiamoci, l’ammirazione per chi fa qualcosa in pubblico è sempre esistita, solo che nel caso dei blog l’ammiratore poteva diventare nel giro di cinque minuti simile all’oggetto della sua ammirazione, semplicemente aprendosi pure lui un blog. E poteva andare avanti a scribacchiare emulando per qualche mese, fino a quando poi la vena si esauriva e il blog veniva abbandonato.

Ecco, l’ondata pazzesca che si è verificata intorno al 2006 è stata causata proprio dalla libertà di accesso al mezzo: tutti potevano farlo ma non tutti – e questo è il punto – avevano bisogno di farlo. Se ne sono accorti col tempo quando il blog gli è morto fra le mani. Quindi Sì, i blog sono morti: ma in larga parte sono morti quelli che non dovevano neanche nascere. In altri casi invece hanno descritto un percorso di vita personale ben limitato, e quando questo è finito, sono finiti pure loro.

Il concetto di bisogno è fondamentale: erano i primi anni zero e pur non avendo mai sentito parlare di blog, io comunque un blog lo desideravo molto. Nella vaghezza del mio desiderare, volevo che fosse una cosa su internet dove scrivere, e infatti il mio primissimo “posto” fu un servizio di hosting gratuito privo della funzione blog, dove bisognava aggiornare gli scritti tramite php. Pura archeologia, ma il concetto era quello. Ho letto cose simili qui, anche. Poi magari qualcuno si ricorda pure dell’archivio magnetico di Alex D., roba da 1994 ma praticamente un blog in assenza di internet.

Le cose che sono arrivate dopo, e quindi facebook friendfeed ma sopratutto adesso twitter, sono venuti in soccorso di chi voleva comunque esserci, voleva far parte della festa, ma aveva poco da dire.  Infatti i “mi piace”, le “condivisioni” e i “re-blog” sono utili a far capire cosa ti piace e cosa vorresti condividere, ma  sono anche e soprattutto una stampella se non ha niente da proporre di tuo. Intendiamoci: è giusto che sia così perché non si può pensare ad un mondo di soli creatori di contenuti, serve pure qualcuno che legga in silenzio, altrimenti non regge.  Strumenti come twitter però scavallano il concetto di bisogno, ti forniscono uno strumento che probabilmente prima non desideravi: fatico a credere che prima dell’avvento di twitter qualcuno sentisse il bisogno di mandare messaggi brevi su internet tramite telefonino  (visto che con piattaforme decrepite come il defunto splinder era già possibile farlo, una vita fa, ancora prima degli smartphones).

Quindi sono morti i blog? Sminuzziamo questo concetto: sono morti come impeto, come necessità? Credo di No nel momento stesso in cui scrivo ste righe, perché scriverle mi piace, perché mi piace che rimangano. Questo impeto non è morto. Sono morti come mezzo ideale di comunicazione? Non credo, perché questo mio impeto viene espresso meglio qui che in altri mezzi. Certo potrei copiare e incollare tutto su facebook, ma poi andrebbe tutto perso nel tempo, e mescolato assieme alle tonnellate di altri contenuti dalla paternità sconosciuta.

Il mezzo è ancora il migliore, allora? Non posso dirlo con certezza, ma se internet è nato l’altro ieri nella storia dell’uomo, l’uomo invece (alcuni uomini) hanno comunque raccolto parole nei diari per millenni. Le versioni di latino tradotte a scuola sono praticamente i diari degli antichi. Sta pagina bianca con la data è la cosa che più si avvicina ad un diario, la forma più longeva in assoluto di raccolta progressiva di informazioni – al contrario del libro, che è statico. Quindi se l’uomo (alcuni uomini) hanno continuato a fare questo per millenni, allora è abbastanza probabile che continueranno a farlo pure in futuro.

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12 thoughts on “della morte dei blog

  1. eh, guarda, uguale uguale. mi fa tenerezza pensare che i blog che amo di più oggi (tranne qualche rara eccezione scoperta con il tempo) son i blog che leggevo nel 2006. gli splinderiani della prima ora. erano tutte persone che avevano qualcosa da dire, ed è stato bello seguire le loro vite, è bello ancora avere un posto dove vomitare la mia. che poi io abbia ancora tutti i diari di quando avevo 15, 16, 20 anni, e li abbia dentro una scatola in fondo a un armadio, e che – complici anniversari decennali – ci ritrovi dentro tutto, ancora oggi, è proprio una prova del fatto che la tua ultima frase è verissima

  2. Caro Rafeli,
    questo post mi piaciuto particolarmente perché molte volte l’argomento è stato oggetto dei miei pensieri,anche se “sminuzzato” col binocolo al contrario,ossia partendo dalle valutazioni al mio blog. Io posseggo un diario da quando ho imparato a scrivere,ho racconti chiusi a chiave nei cassetti,taccuini alla hemingway comprati per ogni viaggio e sono tutti bellissimi. Conservo ancora persino una tovaglia di plastica ,che mia madre usava per proteggere il tavolo del salone, sul quale annotavo i pensieri mentre preparavo gli esami di stato .Quando li rileggo mi emoziono per quanto sono belli. Il mio blog lo è meno,molto meno. Vedi, tu riesci a scrivere qui come un vero raccontastorie (nel senso più positivo che questo termine a mio avviso può dare ), senza inibizioni di sorta,dando il posto giusto a quelle piccole cose che parlano di te e ,anche se solo un’ombra di te può venir fuori da ciò che scrivi è comunque abbastanza per renderti interessante e per far sì che io ti segua da splinder e ovunque deciderai di andare. Ti ammiro, insomma. Tu rappresenti ciò che io non riesco a fare del mio blog, e rinvigorisci in me quell’impeto che si sopisce ogni tanto perché “tirar fuori”e condividere appaga solo una parte di valentina, l’altra parte è legata al concetto di diario “segreto”e quindi non del tutto convinta della ” condivisione” . Nella lunga storia dei miei diari,ad un certo punto,quando la mia vita si è sdoppiata , il mio diario ha cominciato a raccogliere pensieri troppo dolorosi e il blog è diventata quella occasione, segreta sempre ma in modo diverso e poi segreta non lo è stata più ma è stata comunque quell’opportunità di creare uno spazio su cui far vivere una me che era altro dal dolore. così è nato il mio blog .quello è stato il mio impeto, quello che lo fa andare avanti…aldilà dei risultati.

  3. io ho cominciato ‘non si sa mai’ nel 2007 e mi sono sentita subito in ritardo, alla fine di un’onda, per cosi’ dire. ma ancora oggi ho sempre la stessa spinta ad andare avanti. non ho mai pensato di chiudere (e non ho mai annunciato di chiudere, fenomeno un minimo irritante), anzi ogni volta che non ho l’occasione di scrivere per qualche giorno, non vedo l’ora di tornare non solo a scrivere, ma proprio a farlo sul mio blog. non ho mai creduto a questa presunta morte dei blog, sono completamente d’accordo con te stavolta (quasi mi stupisco…). certo, anch’io ho notato il calo dei commenti per esempio e ammentto che all’inizio questa cosa mi ha lasciata piuttosto sgomenta, poi ho capito. ‘cambia todo cambia’ come dice la canzone, ma io vado avanti per la mia strada qualunque cosa i blog possano rappresentare per chiunque altro.

  4. Io scrivo su carta e nell’etere ci sono solo stralci dei rotoloni regina che metto giù con l’inchiostro con l’idea che le parole siano per me un mezzo per fare chiarezza nell’animo.. Più per me stessa che per gli altri mi sa, chè mi sembra sempre che questo mondo virtuale possa sparire da un momento all’altro, e così ne faccio un grande patchwork, un calderone con immagini e righe altrui a condire le mie considerazioni. Il tuo blog però lo seguo da tanto, come un paio d’altri che non mi stanco mai di leggere, perchè ci trovo una vita dentro. Buona giornata!!!

  5. Dice un altro che ti legge che conosco: “Rafeli mi piace di più quando parla di Brussel che non quando attacca la manfrina”. Comunque, nel mentre leggevo l’ennesimo (pessimo) libro wannabe-generazione di blogger splinderiano (mai sentito tra l’altro) mi sono chiesta come mai a Rafeli non gliel’ha mai fatta nessuno una propost editoriale. Se io fossi stata Marina Berlusconi (perdire), ammò che… Servirebbe un jack frusciante è uscito dal gruppo di questo strani anni ’00.

    (magari dal titolo “Amy Winehouse non andrà in rehab”).

  6. Pingback: settimo anno « rafeli blog – il diario delle piccole cose

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