cose, 27 sei duemilaeundici

Sabato ho passato la mano sulla capoccia di un numero imprecisato di Buddha. Di legno, di plastica, di pietra. Esiste un mercato dei Buddha che non ti aspetti. Poi ho – per davvero – salvato una vita.

 

Mi sono fatto lanciare un pacco di caffè dal quarto piano.

 

Ma quanto sono belli i dettagli? In questi giorni vado pazzo per i dettagli (attenzione, sono le Piccole Cose, quindi tutto torna). Cosa ho pensato e provato oggi? Mi sono emozionato? Sì. Sarebbe importante parlarne? No. Parliamo dei dettagli piuttosto.

 

Ho fatto una riunione di sette ore dove non serviva che prendessi la parola, allora mi sono concentrato sul colletto della camicia di un tizio. Mi sono immaginato la sua vita partendo da quel dettaglio. Se c'era gente che lo attendeva a casa e tollerava un colletto del genere.

 

Ho immaginato le famiglie di ciascuno dei presenti, della loro lontananza forzata per essere lì. Delle telefonate che avrebbero fatto a fine serata dall'albergo. Delle telefonate che non avrebbero fatto. Ho comprato chili di biscotti. Diversi chili. Ho comprato le spugnette di quelle che si usano per pulire le superfici e vai a capire perché in tutto il mondo le vendono in pacchi multicolore. Una gialla una verde una rosa una arancione. Ho voglia di avere a che fare con gente che si accorge di queste cose.

 

Sono tornato a casa ascoltando la radio che recitava un articolo di Paolo Villaggio. Ho cenato con paella e sauvignon e guardando – perché mai fatto fino ad ora? – la “Messa è finita” di Moretti che mi è andato benissimo. Mi piace quando dice “un giorno di questi vorrei regalare a nostra madre un ombrellino da sole” e sua sorella risponde “Sì, ma non si usano più” e poi lui – Nanni – spacca un vetro con un pugno e si ciuccia il sangue dal pugno. 

 

Ma prima ancora tornavo a casa e a Brussèlle c'erano davvero 35 gradi, e bambini multicolori – mannaggia non si vede bene – si lanciavano nella fontana assieme ai cani.

 

sapevàtelo

Nel 1958 Pierre Culliford stava pranzando con un suo amico.

 

Voleva chiedere al suo amico “passami il sale” ma si era dimenticato la parola “sale”. Noi diremmo passami il “coso”, che devo “cosare”. Lui invece disse passami lo “schtroumpf”. E poi continuò a parlare in francese con il suo amico sostituendo nomi e verbi con ““schtroumpf”, che poi più tardi si era trasformato in “smurf”.

 

Per esempio: dobbiamo “smurfare”, questa cosa mi “smurfa”.

 

In italiano “smurf” è stato poi tradotto con “puffo”. Pierre Culliford, nato a Brussélle e anche conosciuto come Peyo, è stato l'inventore dei Puffi. E ieri (sapevàtelo) è stata la giornata mondiale dei Puffi. Quanto a me, io più che altro sbadigliavo, ma ero ipnotizzato da Gargamella

cose, 23 sei duemilaeundici

Compro cose che non avrei mai pensato: tovaglioli di stoffa da collezione in esemplare unico, piantine di basilico come decorazione per il bagno. Siedo su di un gradino e intralcio la strada ad un ex ministro dell'Istruzione. Cerco frigoriferi color panna su internet.

 

Osservo fotografi free lance in attesa delle sommosse popolari, la sommossa non arriva e loro fotografano i fiori del parco dove io sto correndo. Quando finisco di correre ho una faccia che non mi piace per niente.

 

Non importa che io tenga presentazioni in inglese in conference call con gli stati uniti: io Damon Albarn lo ascoltavo quando l'inglese non lo capivo, quindi anche oggi di quello che dice non comprendo nulla come se oggi fosse ancora il novantaquattro, solo perché è la sua voce.

 

Comunque te ne rendi conto che lui è del 68 e tu quindi sei vecchio? Non è vero che qui c'è tutto, mancava lo Starbucks; adesso c'è.

C'è pure un bar sul tetto di un hotel da dove si vede tutta la città, e gente che fa strane cose nel bagno. In tutto questo la maggior parte del tempo lavoro, epperò non mi pesa, posso anche crescermi qualche millimetro di barba e va bene uguale, e poi da qualche giorno qualcuno posa una vaschetta di ciliege sul tavolo comune che durano fino alle quattro di pomeriggio. 

il mondo è piccolo se

Il mondo è piccolo se domani sera dietro casa alla presentazione di un libro ci trovo colui che è stato fra l'altro pure il mio sindaco per qualche anno, quando invece di stare qui, ero a Bologna; e quando lui, invece di stare (spesso) qui, era a Bologna, e sia io che lui alla fine, non siamo nemmeno di Bologna.

Bambine arabe di 40 cm per giocare fanno finta di sbarrarmi la strada quando vado a correre nel parco.

cose, 19 sei, duemilaeundici

Del Film Metroland (1997, regia di Philip Saville) oltre alla fotografia anni 70 e all'imperdibile scena di 4 ragazzi inglesi che giocano a cricket a Parigi impugnando una baguette al posto della mazza, mi piace tantissimo il personaggio di Marion, interpretato da Emily Watson (che non è Emma Watson). I dialoghi sono perfetti, quello che dice è perfetto, quando non dice nulla è perfetto perché in quel momento non deve dire nulla, e quando non dice nulla Emily Watson è bravissima a non dire nulla. Ovviamente Marion è il prodotto di una mente maschile – sia il soggetto che la sceneggiatura – e questo diminuisce di molto le probabilità che ci siano Marion sparse per il mondo.

Poi.

 

C'è gente che disegna i visi partendo dal naso, oppure dalla bocca. Da bambino disegnavo paperino partendo dalla punta del becco. Ho cominciato ad arredare questa casa partendo da un cuscino, quello nella foto, e sta venendo fuori qualcosa eccessivamente sixties. 

urge nome d'arte

Natalie Portman. Di lei se ne parla in quanto portatrice sana di una delle più belle nuche che ci sono in circolazione. Ha partorito. Questo significa che è stata messa incinta. Lo posso accettare. È comprensibile. È condivisibile – quantomeno come proposito. Il ragazzo è un coreografo francese. Mi sta bene. Ma il nome? Benjamin Millepied? Sarebbe il francese di “millepiedi”? Come il verme?

le assistenti di volo

Le assistenti di volo sono tra i miei oggetti di analisi preferiti. Ne ho scritto altre volte, ne parlo sempre se qualcuno mi siede di fianco in aereo. Soprattutto quelle delle linee low cost.

 

Della loro condanna a vivere con gente che va a divertirsi, della peggior specie. Con gente che le incolpa di colpe che non sono loro. Di bambini che vomitano. Di gente che vola un'ora e per forza si deve mangiare il cazzo di panino col prosciutto stretto fra altri corpi e bambini che vomitano. Ma soprattuttto quel convivere continuamente gente che va in vacanza – soprattutto i gruppi rumorosi – per cui (concludo) si finisce inevitabilmente per odiare il genere umano, e in particolare il genere umano che si diverte.

 

Ieri sono stato costretto alla prima fila in aereo, e le ho potute controllare in ogni movimento.

 

Nei momenti morti, una assistente di volo che avevo già visto altre volte si siedeva in un angolo e non vista faceva il sudoku. Durante l'atterraggio parlavano fra di loro di smalto di unghie. E intanto pensavo: per loro siamo numeri. Per loro – giustamente – siamo pecore. Tutti questi esseri umani per loro non sono nulla. Abituate come sono a smistare esseri umani, come faranno poi nella vita privata ad interessarsi ad uno di loro? Siamo numeri, pensavo. E poi:

 

“Tu prendi spesso questo volo” mi dice la hostess durante l'atterraggio.

“Sì” dico io “è come un bus”.

L'ho preso tre volte quest'anno, tre volte andata, tre volte ritorno.

 

Ma la barriera ormai è rotta. Lo stargate fra me che penso a numeri e pecore e disinteressi privati e smistamenti di corpi umani, è rotta. Improvvisamente, nel momento preciso in cui mi davo del povero numero, non ero più un numero.

cose, 11 sei duemilaeundici

In metro qualche giorno fa c'era una ragazza che si faceva scrivere sulla maglietta TiAmo per il suo ragazzo in tutte le lingue che riusciva. Chiedeva alla gente: da dove vieni? Se quello rispondeva Germania lei diceva Ce l'Ho, e passava avanti.

 

Mia sorella di sette anni mi introduce alla conoscenza dei b side anni 80 di Renato Zero. E mi fa pure l'analisi del testo.

 

In aereo sedevo vicino a signora vecchissima, portata su in sedia a rotelle e che non sapeva fare niente. Viaggiava da sola. Non era italiana. Ha ordinato una Pepsi che non sapeva aprire da sola. L'ho aiutata a mettersi il cappotto che non sapeva infilarsi da sola. Le ho preso la borsa dalla cappelliera. Mi ha offerto I suoi crackers che mangiucchiava lentissima. Poco prima di atterrare si è pettinata i capelli bianchissimi e si è messa pure il rossetto. Sotto la attendevano con una nuova sedia a rotelle. Lei però si era messa il rossetto. 

che io sappia

Che io sappia Amélie Nothomb ha parlato pochissimo di Brussélle nei suoi libri. E questo libro – apprezzato regalo di M. – era da parte da un po', quando ancora non ci ero neanche arrivato, a Brussélle. Le parole dei libri mi inseguono, ultimamente: 

 

Poco dopo andai a votare a Bruxelles. Il 7 giugno c'erano sia le elezioni europee che le regionali. Non mi perdo un'elezione per niente al mondo. In Belgio, è ovvio, chi non vota viene sanzionato con una multa non trascurabile. Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di questa minaccia: morirei piuttosto che non compiere il mio dovere elettorale. E poi è un'occasione per rivedere Bruxelles, che è stata la mia città e che ormai non frequento più abbastanza. La vita di Bruxelles ha una dolcezza che i parigini non immaginano neanche. 

 

Amélie Nothomb – Una forma di vita. 


E guarda un po': domani sono in Salento. Quindi potrei votare pure io e infatti lo farò. Epperò mi pare difficile. Voglio dire: leggo tantissimi giornali, pure troppo, forse un giorno mi licenzieranno per la mia eccessiva e smaniosa attenzione alle notizie, editoriali, lanci Ansa, reportage eccetera eccetera.

 

E in tutto questo, non so cosa votare.

 

La questione è che B. ha detto che lui non vota, quindi in pratica vota No. Quindi di conseguenza in questo momento storico si deve fare tutto l'opposto di quello che dice B., altrimenti non fai parte di questo momento storico. Io proprio non lo so. Cioè: ho un paio di semicertezze e un paio di non lo so. Devo studiare la materia? Comincio a leggere e leggere ma non finisce più. Mi ritrovo molto ignorante. Dovrei comprare dei manuali di economia e diritto, prendere le ferie e stare chiuso in casa con tantissimi evidenziatori a disposizione. Ipotizzare scenari possibili e quantificare il rischio di ciascuno. Bilanciare i dati oggettivi con la mia coscienza. Fare un frullato di tutto questo e poi andare a votare. Non ce la faccio. Voi che invece lo sapete mi fate paura.

 

Andrò a votare solo per dire di far parte di questo momento storico.

non solo gli inglesi

Non solo gli inglesi guidano sbagliato, misurano le cose mediante misure sbagliate, e negli alberghi a volte ci trovi un rubinetto per l'acqua fredda E uno per l'acqua calda (così che se vuoi l'acqua tiepida, be', l'acqua tiepida non esiste) ma usano pure delle parole che tu non ce la fai. 

 

Per esempio.

 

“Caffé o te, sir?”

(sono io il Sir, che ci crediate o No)

“Caffè”

“Ah lovely”

“….”

“numero di stanza?”

“734”

“lovely”

 

Fermati un attimo essere umano britannico.

 

Lovely deriva da love, amore. Ma tu lo sai quanto sudore e cretinate e impegno e delusioni e telefoni disubbidienti e unghie mangiate e palpebre che tremano per il nervoso e delusioni e mi lavo la faccia che non si vede e mutande e delusioni e asincronismi dilanianti e madonna non ci credo e altre cazzate ci stanno dietro? E tu – davanti a tutto questo – se ti dico caffé, mi rispondi “lovely”?

 

Siamo due culture diverse.

cose, quattro 6 duemilaeundici

Quelli nel video li ho incontrati questo pomeriggio a brussélle per caso – ed è bello incontrare queste cose per caso. Sono i groupenfonction e qui c'è un video fatto meglio della loro performance "we can be heroes" alla quale a questo punto ovviamente voglio partecipare pure io, appena avrò appreso un due tre etti di francese.

 

Li ho incontrati dopo una giornata caldissima che la gente va in giro nuda, facendo da guida a Billigiò che cerca di prendere appunti di tutte le birre che sta provando in questi giorni, lo fa sul telefono cellulare ma il telefono si scarica prima. Ho comprato uno straccio per i piatti arancione che funziona malissimo ma è arancione come dico io e quindi pazienza. Sono abbronzato e magro e cammino tantissimo, il mio corpo sembra funzionare perfettamente. Ma nella casa nuova non ho un tavolo da stiro decente, e io già di mio non so stirare bene.

 

Quindi non ho il materiale per stirare, non so stirare: di conseguenza domani metterò le mie cose stirate male tutte in valigia, poi prenderò il treno che si infila sotto la Manica per farmi tre giorni nell'Inghilterra del sud. Se però dico viaggio di lavoro mi viene da ridere.

un periodo in cui

Un periodo in cui leggo pochissimo. Che ci metto mesi a finire un libro – facendomi abbindolare da tutte le cose che mi accadono attorno. Eppoi quello che mi trovo fra le mani, è uno dei libri meno interessanti di Murakami – tranne per una pagina che mi si è incollata alle mani. 

 

"Andavamo d'accordo. Ma tra me e la persona che lei cercava, tra me e la persona che lei immaginava nella sua mente, c'era una differenza decisiva. Lei cercava un'autonomia di comunicazione. Scene in cui la comunicazione, sventolando una bandiera bianca immacolata, trascina la gente verso una splendida rivoluzione incruenta. Sognava che la perfezione divorasse l'imperfezione. Per lei questo era l'amore. Mentre naturalmente per me era tutt'altra cosa.

Per me l'amore è un puro concetto dotato di un corpo inadeguato, che passando attraverso cavi sotterranei, linee telefoniche ecc., riesce faticosamente a trovare il contatto. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di trasmissione. A volte non si conosce il numero. A volte ti chiamano, ma hanno sbagliato numero. Non c'è niente da fare. Finché vivremo in questo corpo, sarà così. Ho cercato di spiegarglielo. Infinite volte.

Ma un giorno lei se ne è andata.

Può darsi che io, con il mio elogio dell'imperfezione, l'abbia incoraggiata."

Murakami Haruki – Dance Dance Dance – pagina 157, sulla mia edizione. 

sabato mattina

Sabato mattina, scelgo i posti dove andare su wikipedia. Scelgo di andare a vedere dove vive Amélie Nothomb, scrittrice tra le mie preferite della prima metà degli anni zero – e a vedere la piazza dove ha ambientato il suo Igiene dell'Assassino.

 

Mi ricordo di quando diciannovenne mi trascinavano in via Paolo Fabbri a Bologna ché forse ci sarebbe passato Guccini, io che di Guccini conoscevo tre canzoni, di cui una non l'avevo mai sentita cantare da Guccini ma sempre ascoltata sulla spiaggia, cantata con la chitarra da altri. Guccini che poi me lo trovavo di fianco random per le strade di Bologna.  Ma sto divagando. L'altro giorno ho rivisto uno che avevo conosciuto tipo sei anni fa in Norvegia. Il nostro cervello calcola in automatico l'invecchiamento delle facce come fanno i ritrattisti della polizia quando disegnano le simulazioni di invecchiamento delle facce dei latitanti. Sto divagando.

Però Amélie Nothomb pure lei una volta l'ho vista in vita mia, e l'ho vista a Bologna: vedi che il cerchio si chiude, e non sto divagando?

facciamo che

Facciamo che io metto l'idea e chi legge ci mette la pratica, e diventiamo ricchi sfondati.

 

L'oggetto da inventare – anzi No, da costruire, ché inventare l'ho già inventato io tipo due settimane fa – servirà a misurare l'insoddisfazione individuale.

 

Lo chiameremo per il momento insoddisfattòmetro, con l'accento sulla o.

 

Servirà a misurare l'insoddisfazione ma pure a discriminare tra l'insoddisfazione “Che E' Colpa Dell'Ambiente Circostante” (CECDAC) da un altro tipo di insoddisfazione molto più pericolosa, ovvero l'insoddisfazione “Che E' Colpa Della Tua Testa” (CECDTT).

 

Praticamente questo strumento funziona così: quando si è in CECDAC sta zitto. Appena si straborda nella CECDTT comincia a urlare fortissimo. Tu a quel punto capisci che sono solo problemi della tua testa, ti tranquillizzi, e pensi ad altro.