ci sono lunghi momenti in cui

Ci sono lunghi momenti in cui vivo un blocco sociale. Chi mi conosce sa che posso mettermi al centro e far convergere l'attenzione come l'acqua in un imbuto, con pause e frasi giuste eccetera eccetera.

 

A volte invece mi blocco completamente. Da quando lavoro, soprattutto durante la pausa pranzo. Adesso sono praticamente costretto a pranzare con i colleghi. Non con colleghi di stanze lontane: coi colleghi che ho di fianco ogni giorno. E loro sono tutte bravissime persone, alcune addirittura piacevoli. La colpa è mia.

 

Improvvisamente penso: non me ne frega un cazzo. Di quello che dite, di quello che potrei dire io. Non me ne frega un cazzo. Cioè, potrei anche raschiare il fondo del barile per scovare un minimo interesse in quello che state dicendo tra un boccone e l'altro – aspetta che raschio e ci provo – ma ecco, No, non c'è nulla. Nessunissimo interesse. Non me ne frega un cazzo di niente.

 

Poi penso che potrei parlare io. Ma tutte le domande che mi vengono in mente non vanno bene. Non voglio certo fare la rivoluzione con l'insalata nel piatto. So benissimo che ci sono regole sociali che vanno rispettate. Che by default si deve restare sul vago. Ma che ci posso fare se ogni cosa che mi viene alla bocca non è corretta? Tu vedi tuo figlio di sei anni una volta ogni mese, come ti senti? Tu secondo me sei intelligentissima e non voglio indagare oltre perché potrei rimanerne affascinato. Tu devi smetterla di intimidirti che sudi tutto.  Ma ho letto che è una cosa genetica o dvouta a traumi infantili quindi non è neanche colpa tua. Tu quando parli a causa del tuo accento, non ti capisco: ho provato a spiegartelo tre volte, ormai faccio finta di capire. Lo capisci che faccio finta? A volte mi pare di essere contentissimo di essere qui con voi. Ma quando lo posso dire? Che faccio: vi abbraccio? Io mi prenderei per pazzo.

 

E cose del genere.

si fossi tumblr: ecco come


Ecco come mi sento certi pomeriggi quando torno a casa dopo il lavoro e poso la mia borsa sul parquet scemo di questa casa, e penso al tempo che ho davanti, a questa città che mi aspetta lì fuori – le ho già dato dei morsi ma adesso è arrivato il tempo di cominciare – ma da dove e da cosa cominciare? Come evitare che le miriadi di possibilità mi tengano immobile? Come evitare che ogni sguardo per strada mi suggerisca una vita possibile che per il momento non è – che potrebbe essere, ma per il momento non è – come fare a togliermi quella sensazione di “una cosa vale l'altra”? 

volevi il futuro

Volevi il “futuro”, quello tra le virgolette? Eccotelo, il futuro! I tuoi vicini di casa ti invitano ad un barbecue. Sono un nucleo di gay libanesi che ti introducono al mondo del pop libanese e a quello della chirurgia plastica libanese (due mondi a quanto pare inscindibili fra loro). Uno di questi ti racconta che per motivi familiari non ha mai indossato un paio di jeans fino al 2001 e ti accarezza la mano. Sai fare finta di nulla.

 

In un pomeriggio che sembra pomeriggio ma non lo è – sono le 9 di sera – bevi vino rosso Malbec con un amico che non è proprio amico: è amico di un amico e lo hai conosciuto nel 2005 in Norvegia. Adesso ti è quasi vicino di casa e ti invita a giocare a calcetto con lui.

 

Su skype ti fai raccontare vicende lontane da te da amica medico (o amica medica?) mentre fa la guardia al pronto soccorso, ma la chiamata viene improvvisamente interrotta dall'infermiera e da lei che ti dice, devo chiudere, ho da controllare le insuline, ti richiamo più tardi.

cose, 27 sei duemilaeundici

Sabato ho passato la mano sulla capoccia di un numero imprecisato di Buddha. Di legno, di plastica, di pietra. Esiste un mercato dei Buddha che non ti aspetti. Poi ho – per davvero – salvato una vita.

 

Mi sono fatto lanciare un pacco di caffè dal quarto piano.

 

Ma quanto sono belli i dettagli? In questi giorni vado pazzo per i dettagli (attenzione, sono le Piccole Cose, quindi tutto torna). Cosa ho pensato e provato oggi? Mi sono emozionato? Sì. Sarebbe importante parlarne? No. Parliamo dei dettagli piuttosto.

 

Ho fatto una riunione di sette ore dove non serviva che prendessi la parola, allora mi sono concentrato sul colletto della camicia di un tizio. Mi sono immaginato la sua vita partendo da quel dettaglio. Se c'era gente che lo attendeva a casa e tollerava un colletto del genere.

 

Ho immaginato le famiglie di ciascuno dei presenti, della loro lontananza forzata per essere lì. Delle telefonate che avrebbero fatto a fine serata dall'albergo. Delle telefonate che non avrebbero fatto. Ho comprato chili di biscotti. Diversi chili. Ho comprato le spugnette di quelle che si usano per pulire le superfici e vai a capire perché in tutto il mondo le vendono in pacchi multicolore. Una gialla una verde una rosa una arancione. Ho voglia di avere a che fare con gente che si accorge di queste cose.

 

Sono tornato a casa ascoltando la radio che recitava un articolo di Paolo Villaggio. Ho cenato con paella e sauvignon e guardando – perché mai fatto fino ad ora? – la “Messa è finita” di Moretti che mi è andato benissimo. Mi piace quando dice “un giorno di questi vorrei regalare a nostra madre un ombrellino da sole” e sua sorella risponde “Sì, ma non si usano più” e poi lui – Nanni – spacca un vetro con un pugno e si ciuccia il sangue dal pugno. 

 

Ma prima ancora tornavo a casa e a Brussèlle c'erano davvero 35 gradi, e bambini multicolori – mannaggia non si vede bene – si lanciavano nella fontana assieme ai cani.

 

cose, 23 sei duemilaeundici

Compro cose che non avrei mai pensato: tovaglioli di stoffa da collezione in esemplare unico, piantine di basilico come decorazione per il bagno. Siedo su di un gradino e intralcio la strada ad un ex ministro dell'Istruzione. Cerco frigoriferi color panna su internet.

 

Osservo fotografi free lance in attesa delle sommosse popolari, la sommossa non arriva e loro fotografano i fiori del parco dove io sto correndo. Quando finisco di correre ho una faccia che non mi piace per niente.

 

Non importa che io tenga presentazioni in inglese in conference call con gli stati uniti: io Damon Albarn lo ascoltavo quando l'inglese non lo capivo, quindi anche oggi di quello che dice non comprendo nulla come se oggi fosse ancora il novantaquattro, solo perché è la sua voce.

 

Comunque te ne rendi conto che lui è del 68 e tu quindi sei vecchio? Non è vero che qui c'è tutto, mancava lo Starbucks; adesso c'è.

C'è pure un bar sul tetto di un hotel da dove si vede tutta la città, e gente che fa strane cose nel bagno. In tutto questo la maggior parte del tempo lavoro, epperò non mi pesa, posso anche crescermi qualche millimetro di barba e va bene uguale, e poi da qualche giorno qualcuno posa una vaschetta di ciliege sul tavolo comune che durano fino alle quattro di pomeriggio. 

il mondo è piccolo se

Il mondo è piccolo se domani sera dietro casa alla presentazione di un libro ci trovo colui che è stato fra l'altro pure il mio sindaco per qualche anno, quando invece di stare qui, ero a Bologna; e quando lui, invece di stare (spesso) qui, era a Bologna, e sia io che lui alla fine, non siamo nemmeno di Bologna.

Bambine arabe di 40 cm per giocare fanno finta di sbarrarmi la strada quando vado a correre nel parco.

le assistenti di volo

Le assistenti di volo sono tra i miei oggetti di analisi preferiti. Ne ho scritto altre volte, ne parlo sempre se qualcuno mi siede di fianco in aereo. Soprattutto quelle delle linee low cost.

 

Della loro condanna a vivere con gente che va a divertirsi, della peggior specie. Con gente che le incolpa di colpe che non sono loro. Di bambini che vomitano. Di gente che vola un'ora e per forza si deve mangiare il cazzo di panino col prosciutto stretto fra altri corpi e bambini che vomitano. Ma soprattuttto quel convivere continuamente gente che va in vacanza – soprattutto i gruppi rumorosi – per cui (concludo) si finisce inevitabilmente per odiare il genere umano, e in particolare il genere umano che si diverte.

 

Ieri sono stato costretto alla prima fila in aereo, e le ho potute controllare in ogni movimento.

 

Nei momenti morti, una assistente di volo che avevo già visto altre volte si siedeva in un angolo e non vista faceva il sudoku. Durante l'atterraggio parlavano fra di loro di smalto di unghie. E intanto pensavo: per loro siamo numeri. Per loro – giustamente – siamo pecore. Tutti questi esseri umani per loro non sono nulla. Abituate come sono a smistare esseri umani, come faranno poi nella vita privata ad interessarsi ad uno di loro? Siamo numeri, pensavo. E poi:

 

“Tu prendi spesso questo volo” mi dice la hostess durante l'atterraggio.

“Sì” dico io “è come un bus”.

L'ho preso tre volte quest'anno, tre volte andata, tre volte ritorno.

 

Ma la barriera ormai è rotta. Lo stargate fra me che penso a numeri e pecore e disinteressi privati e smistamenti di corpi umani, è rotta. Improvvisamente, nel momento preciso in cui mi davo del povero numero, non ero più un numero.

certe volte

Certe volte penso: stai facendo quella cosa che si chiama carriera. Brrr. Cioè, se non fai casini, finisci per fare quella cosa che si chiama carriera. Ma la domanda sarebbe: volevi fare carriera? Era quello che avevi pianificato? Non proprio. E allora? Dovrei correre via e buttarmi a bocca aperta su di un prato? Addomesticare una zebra e girare i paesini suonando un campanaccio colorato di rosa? Scrivere poesie appoggiato sulle cassette della frutta con indosso un saio e una collana di cipolle? A questo punto mi rispondo di No. E perché? Mi sono dato una spiegazione, che però adesso, siccome devo fare il mio pezzettino di carriera quotidiano, non posso scrivere. Facciamo dopo.  

poi se uno non sa cosa fare

Poi se uno non sa cosa fare, a Brussélle a maggio puoi mascherarti da Berlusconi vestito da Mago Silvan.

Ho scattato questa foto dopo sei ore di camminata senza sosta in città. Le scarpe sono da buttare. 

 

Intanto qui mi si sono presentati otto giorni filati di sole – certo certo lo so che non è normale – e oggi è stato speso tutto con il culo sul prato di un parco mica da poco. Ho la faccia bruciata.

 

C'era un lago con anatre che non avevo mai visto – e chi mi conosce sa quanto mi interesso di anatre – e poi uno stagno con le tartarughe dentro, e poi una signora in costume da bagno che si è accovacciata a fare pipì.

la pazienza delle onde

In Paese Basso per le lauree specialistiche funziona che ad un certo punto dicono il tuo nome, tu ti alzi e vai sul palco, e lì c'è un professore che nel microfono legge una “lode” a te, a quanto sei bravo, a quante cose hai fatto.

 

Tu che sei lì invece pensi: mani incrociate sul petto oppure dietro la schiena? E poi pensi: poco importa, ché quando ti vesti da pinguino ti senti un cretino comunque. Le prime righe della mia lode dicevano:

 

Rafeli è una personalità interessante e a volte intrigante

– cosa sta pensando questo ragazzo dagli occhi grandi e “captivating”? 

 

 

Ad un certo punto ero sulla gradinata della piazza centrale della città barbara, e dal basso mi si chiedeva un discorso, io il discorso non ce l'avevo, parlavo a casaccio tenendo in mano la bottiglia di champagne di cui qui. E mi pareva facesse caldo, quando invece faceva freddo, ché soprattutto le femmine presenti battevano i denti e allora io cavalierissimo ho distribuito il mio giubotto e la sciarpa a loro, epperò bevevamo champagne ghiacciatissimo che faceva venire i brividi ugualmente.

 

Comunque c'è gente che mi vuole bene. Questa è una breaking news. C'è gente che mi dice, ti conosco da sette ore, otto ore al massimo, dovrei essere altrove, invece sono qui.

 

La mattina dopo il traslocatore arriva più presto di quanto aveva detto. Quindi ci sono io che faccio colazione mentre un omone impacchetta le mie cianfrusaglie ikea. Ci sono poi io che pulisco la camera e scatto delle fotografie da mandare alla madre di Spitty per dirle: visto? È pulito. Conoscendo tuo figlio non posso garantire che rimanga tutto così fino a domani. Spitty rulla canne alle dieci della mattina e gli dico che vado via. Lui di riflesso alza il volume della musica hip hop e non può trattenere il sorriso (tre giorni fa l'ho costretto a pulire la cucina con un messaggio in codice: “hey, avete notato che lo 0% di tutto sto casino l'ho creato io?”).

 

Quando imbocco la strada che mi porta via penso che il Paese Basso sarà sempre una seconda patria. Che ci sono cose che ho imparato che ignoravo, e cose che so apprezzare solo perché ho passato più di tre anni qua. Che rispetto a quando mi sono laureato la prima volta oggi sono diverso, ho le spalle più larghe, i piedi più pronti ai terremoti. Putroppo ci ho pure vissuto i momenti più belli che conosco – e che mai avrei immaginato così belli – quindi un po' di fastidio me lo porterò sempre addosso. Ma noi siamo la somma di tutto, non solo delle cose che ci fanno piacere. Siamo la somma di tutto, e siamo interessanti nella misura in cui riusciremo a portarci tutto dietro, e non dimenticare mai nulla.

 

le mie cose quasi tutte impacchettate

Le mie cose sono quasi tutte impacchettate. Però poi mi chiamano dal Nebraska mentre dormo. Mi sveglio e prendo il telefono. È la signora che si occuperà di gestire il mio trasloco. Mi dice che subito dopo di lei mi chiamerà un traslocatore barbaro, contattato da lei nel Nebraska. Io mi sollevo su dal letto e osservo le mie quattro scatole piene di cose di pochissimo valore – non fosse per i libri. Il traslocatore mi dice che non devo impacchettare nulla, impacchettano tutto lui e la sua banda. Ah Sì? Ma pensa, dico alle mie scatole: non valete niente e c'è gente che si preoccupa per voi in due continenti del mondo.

 

E quindi domani mattina dovrebbe cominciare la mia quarta vita a Brussèlle.

 

Però intanto oggi pomeriggio faccio ancora in tempo a presentarmi in un edificio storico del centro di questa città barbara, sede storica dell'università barbara, e farmi laureare un'altra volta. 

ultimo giorno di lavoro

Ultimo giorno di lavoro dopo tre anni, tre mesi, ventisei giorni.

 

Ci sono arrivato abbronzato per il sole del Salento preso in faccia di proposito, per presentarmi abbronzato all’ultimo giorno di lavoro. Come gli scemi che vanno nei posti esotici e lo vogliono far notare. Camicia che non mi hanno mai visto addosso (perche’ fra colleghi ci si impara i guardaroba a vicenda) anche questa di proposito, affinche’ vedano qualcuno che prima non hanno mai visto. Al polso un bracciale brutto che pero’ da qualche anno metto quando sono in vacanza.

 

In realta’ sarei tornato dalle vacanze ieri, lo indosso oggi che e’ l’ultimo giorno di lavoro. Compro chili di torte costose da pasticcerie incredibili, e lo faccio per il piacere di farlo ma anche perche’ i barbari sono tirchi e quando tocca a loro portano le cose piu’ economiche che trovano al supermercato, coi prezzi ancora attaccati (in realta’ sta ripicca tutta mia la porto avanti da sempre, non solo ora che e’ l’ultimo giorno).

 

Cosa dire di questi tre anni? Che e’ meglio averli fatti ma – come moltissime scelte nella mia vita – se avessi fatto altro sarebbe stato meglio. Mi trovo sempre nella posizione di notare che mi sarebbe potuto andare peggio (guardando in giu’) o mi sarebbe potuto andare meglio (guardando in su’). Pensa a chi sta peggio di te, dicono i saggi. Dice la mamma quando non mangi. Pensa a chi muore di fame. Nell’invito via email per la torta volevo scrivere “etc etc….we survived to each other etc etc…” ma poi ho sottoposto il testo alla stagista che c’ho di fianco e non ha capito l’ironia, ho lasciato perdere.    

tour pasquale 2011

Si comincia con Pisa fra poche ore, dove stasera sarò trascinato al concerto dei Subsonica. E ancora mi ricordo di un loro concerto agli inizi quando erano famosini e Boosta si smontava la tastiera da solo, e smontandosi la tastiera a fine concerto fece cadere una bottiglia di birra a pochi cm dal mio cranio – io che sotto al palco pensavo ad altro, ché appunto loro a quei tempi erano solo famosini.

 

Poi sabato e domenica Bologna, che da lì ci si deve passare almeno una ma pure due volte all'anno. Stavolta si rimetterà pure piede in Facoltà a ritirare la pergamena di Laurea (la segreteria mi ha confermato via email che Sì, la mia pergamena è “giacente presso di noi” in quel modo burocratese di parlare che solo in Italia). Lunedì sera sarà Salento.

lungo le scale che portano alla mia stanza

Lungo le scale che portano alla mia stanza – nella casa dove vivo  – da mesi sono disseminati calzini spaiati, alcuni sporchi e radioattivi, altri puliti, altri non lo so.

 

Dopo mesi di giacenza senza scopo li ho raccolti con la busta avvolta sulla mano come si fa con le cacche dei cani, e li ho buttati via. Il coinquilino Spitty Cash mette le cose nella lavatrice e poi si dimentica di riprenderle. Per giorni. La pratica che ho imparato dagli altri è quella di estrarre la roba e lasciarla sul pavimento. Solo che lui non raccoglie. Lascia lì, per giorni. La roba si asciuga. La roba perde la sua forma di “cumulo di roba bagnata” per diventare “roba asciutta sparsa per la stanza”. Che viene calpestata e si sparge ulteriormente.

 

Prima di salire sulle scale, c’e’ la scodella del gatto. Il cibo fuoriesce dalla scodella, e si sparge. Nello stesso punto Spitty Cash e il nuovo coinquilino Spitty Cash #2, identico come radici culturali a Spitty Cash (cappello hip hop in casa, funzionante grazie ad un mix di birra, mayonese e marijuana), nello stesso punto della scodella del gatto dicevo, i due Spitty lasciano abbandonate le loro scarpe. Tre quattro cinque sei paia, e se ci sono ospiti (quindi ogni sera) anche dieci paia. Gli ospiti? Parliamo degli ospiti?

 

Gli ospiti anche loro funzionano con la stessa benzina di cui sopra. Ci sono le fidanzate di Spitty #1, ambedue ossigenate e tabagiste accanite. Sono fidanzate in parallelo, credo che ognuna ignori l’esistenza dell’altra, anche se visto il contesto potrebbe essere che invece sappiano tutto. L’attivita’ principale è quella di adagiarsi su Spitty #1 mentre lui e’ sparapanzato sul divano a guardare stronzate in televisione per cinque ore di fila (cinque sono le ore che sono a casa dopo il lavoro, ma non e’ escluso che comincino ancora prima, tipo già di primo mattino) fumando droghe leggere in continuazione – così poi che suona il campanello (ci sono nuovi ospiti in arrivo) e quando lui si alza improvvisamente dal divano lo vedi benissimo che il principio attivo della cannabis “gli arriva” tutto in un botto a causa della posizione di homo erectus, e allora lui procede barcollando appoggiandosi al muro. Se invece gioca ai videogiochi la sua donna può solo sedersi vicino a lui, non e’ autorizzata ad addossarsi.

 

Fidanzata#2 fa come la #1, solo che ha una variante interessante. Comincia ad urlare. Sale a cavalcioni su Spitty seduto sul divano, e poi si dimena in questa posizione urlando forse per le risate (non lo so, non comprendo l’idioma) e si calma solo per tirare dalla sigaretta. La persona più normale della casa è l’Apprendista Parrucchiere, che vive per i fatti suoi e la mattina si pettina le sopracciglia per venti minuti in bagno. A parte questo, si porta il lavoro a casa, nella forma di teste di manichino con i capelli attaccati. Queste teste con i capelli tagliati storti vengono abbandonate di solito fra le paia di scarpe vicino alla scodella del gatto, oppure nello sgabuzzino/dispensa. Così che sugli scaffali della dispensa si possono trovare scatole di pelati, cipolle e teste di plastica che sfoggiano tagli emo in una vaga sensazione di cesareragazzi.

 

Ma tutto questo per dire cosa.

 

Tutto questo (e pure le mie innumerevoli e precedenti avventure per trovare casa, che solo i lettori più affezionati ricorderanno) per dare una minima idea, una pallidissima idea, della mia sensazione nel dialogare con la signorina delle risorse umane del Nuovo Lavoro (anzi chiamiamolo Lavorissimo) quando le ho detto era tutto ok ma che dovevo solo trovare casa a Bruxelles, e lei spostando una penna mi ha risposto:

 

"Ah, non c’e’ problema".

 

E questo “ah, non c’e’ problema” significava che la casa me la sarei scelta io stesso da un catalogo, scegliendo zona della città, numero di stanze, se volevo o no il giardino eccetera eccetera e poi avrebbero pensato a tutto loro. Nei primi tempi, pure a pagarla. Una casa intera. Ah si’? Ho risposto io, cercando in tutti i modi di fare finta che mi pareva il minimo, mi pareva – mentre invece la guancia destra, dove quando rido si forma la fossetta, si era irrigidita, e lo sapevo che avevo una faccia tipo post anestesia dal dentista.

 

Si si mi fa lei. Sceglila pure sul catalogo. Sul catalogo c’e’ scritto che mi vengono pure a fare le pulizie. Io leggo questa cosa e subito penso alla fidanzata #2 che cavalca Spitty e mentre urla fa cadere la cenere della sigaretta sul divano, e il gatto che impazzisce per il fumo passivo continuativo e comincia a correre per la stanza. E i mobili “ovviamente” te li trasportiamo noi – dice quella – e siccome inizialmente vivrai in questa casa che ti scegli sul catalogo che e’ già tutta furnished, te li teniamo noi da parte in un posto, così che poi quando trovi casa, noi te li portiamo nella nuova casa.

 

Ah, e poi “ovviamente” ci sarà Tizio che ti contatterà per aiutarti nella ricerca di una casa più adatta alle tue esigenze, e se tu gli racconterai le tue esigenze (per esempio lo vuoi il giardino?) lui cercherà’ al posto tuo e prenderà appuntamenti al posto tuo. Ma va? diceva la mia guancia contratta, mentre invece la voce avrebbe voluto dire “Ebbe’ Certo, ci mancherebbe altro” e poi la mente correva alla mia lattina di aranciata, ché quando l’ho presa dal frigorifero ieri sera l'ho trovata avvolta da uno strato non omogeneo di mostarda, e poi subito ho pensato, vengono a prendermi i mobili ma io NON HO mobili, cosa devo fare? dovrò comprarmi una poltrona costosissima nelle prossime due settimane solo per fare bella figura?   

da maggio, su questi schermi

 

Da maggio, sempre su questi schermi, Bruxelles. Ecco dove si va.

 

A parlare francese però senza essere circondato da francesi. Nella più internazionale delle città italiane. Confusa e pure a volte pericolosa come una metropoli terronica, ma con lo stato sociale del nord europa e il brulicare di una vera città.

 

Molte più facce che assomigliano alle facce della gente che mi ha cresciuto, e non invece disperso e confuso fra giallissimi altissimi – e questo vuol dire quindi tornare a essere pure io alto chiaro e occhi verdi. Sapere che tanto in fondo straniero rimarrai ovunque sei anche dopo cento anni, e quindi meglio esserlo dove ci sono tanti come te, perché sanno cosa significa.

 

Essere oggi abbastanza maturo da sapere che Certo, mi lamenterò anche lì – ci mancherebbe altro – anche se oggi non so ancora di cosa.     
 

certe cose te le devi appuntare

Certe cose te le devi appuntare per poterle ritrovare più avanti. Per esempio che tempo faceva stamattina, Perché uscito di casa prestissimo alle sette e mezza ti sei trovato sotto il cupolone di nuvole grigie – e invece avresti voluto che in una giornata del genere ci fosse stato il sole. Sei stato accontentato, dopo le tue ore di viaggio, il sole è arrivato.

 

Faceva così caldo che la tua nuova giacchina da persona seria sembrava troppo pesante. E ti muovevi nel sedile della macchina infastidito dal caldo, sapendo che così avresti creato pieghe sulla camicia e sulla giacchina. Ma arrivati a sto punto non ti interessava più molto.

 

E poi altre cose te le devi appuntare tanto per avere un'idea quando sarà, tra tantissimi anni, quando ti chiederanno per quale motivo hai tenuto un diario per così tanto tempo, a quale scopo. Per esempio appuntare che nella macchina mentre creavi le pieghe alla tua giacchettina ascoltavi Marmellata #25, How Did All These People Get in My Room, Baciami Ancora e gli ExOtago. E poi che arrivato a destinazione, ti hanno fatto entrare in una stanza con una grande vetrata, e fuori dal vetro c'erano alberi coi fiorellini rosa di primavera che ti parevano i mandorli del paesello.

 

Hai scherzato con un direttore (d'ora in poi il Direttore) dicendogli che oggi potevi fare qualsiasi cosa ma in ogni caso dovevi preservarti la mano destra intatta. E perché?

 

Perché poi dovevi entrare in una stanza e mettere la firma sul contratto del tuo prossimo lavoro, quello che non ci credi che l'abbiano dato a te, quello che leggi il nome dell'employee sul contratto e coincide  incredibilmente con il tuo e allora pensi mbah, che coincidenza, questo si chiama proprio come me, e cosa ci faccio io seduto su una sedia con un contratto in mano con un nome sopra che coincide con il mio? Non è incredibile? Lo è.

 

Mettere la firma e come leggere la prima riga di un nuovo capitolo di un libro. Leggi la prima riga e sai che quindi andrai avanti a leggere, non spegni la luce, non vai a dormire – come io ieri sera con Haruki.

 

Andrebbe appuntato pure che dopo, quando hai salutato tutti, hai girato a casaccio e ti sei fermato in un bar pieno di finestre in un quartiere di immigrati. C'erano tre ragazzi caffellatte che giocavano a calcio sul sagrato di una Chiesa. Ci sono io, nel bar, che chiedo una cheescake e un the. Lo stereo manda i Blur degli anni novanta. Quello dietro al bancone mi dice dopo due minuti che non ha la cheescake. Prendo un Martini bianco in ghiaccio, ricordandomi che non sempre si può avere quello che si vuole. Epperò non vuol dire che può essere comunque tutto bellissimo.

per esempio

Per esempio crescendo ho scoperto che viaggiare non mi interessa troppo. Mi dicessero oggi vuoi andare un mese in Peru’ a conoscere i locali e mungere le capre locali e viaggiare nelle campagne peruviane, a guardare negli occhi i locali, intuire l’importanza immensa delle loro tradizioni eccetera eccetera direi probabilmente di Si’, ma senza troppo trasporto.

 

Non credo sia pigrizia.

 

Dipende dal fatto di sentirmi ogni giorno in viaggio, da anni. E la scoperta, intesa come concetto astratto – la Scoperta con la s maiuscola – quella mi sento di farla ogni giorno, e mi sazia ogni giorno. Pure troppo. Mi viene quasi la nausea.

 

E quindi mi dicessero oggi ti piace viaggiare direi ovviamente di Si. Mi dessero piu’ tempo per rispondere pero’, aprirei parentesi infinite sulle cose che vorrei fare molto prima di viaggiare. Tipo straziarmi di passione per qualcosa qualcuno di estremamente bello che ho dietro casa, qualunque sia la mia casa.

 

Pero’ crescere – ecco cosa volevo dire dall’inizio – significa capire che ci sono cose che non ti interessano tantissimo, ti interessano abbastanza, e quindi non ti caratterizzano come persona, ma sono cose che pero’ “vorresti che ti piacessero” perche’ suona bene. Cosa ti piace? Viaggiare. Suona bene.

 

Tipo come quando avevo sedici anni, e per due mesi sono andato in giro a dire che mi piaceva l’acid jazz. Che musica ti piace? Mah – rispondevo – l’acid jazz. Suonava bene. 

andrebbe pure detto che

Andrebbe pure detto che licenziarsi non significa dire Affanculo me ne vado come nei film, sbattere la porta come nei film, uscire di scena con una musica rombante come nei film. Qui sulla terraferma e in questo momento storico, licenziarsi significa semplicemente chiamare da parte i tuoi capi e pronunciare qualcosa del tipo: Ah, lo sai? Fra poco me ne vo.

 

Significa farglielo sapere e quindi entrare in una fase ectoplasmica dove sei un dead man walking che ci sei ma solo fisicamente, perche’ in realta’ non ci sei, oppure ci sei ma chi se ne frega. Passi le giornate a fare niente. Non sbatto le porte e non brandisco diti indice nell’aria solo perche’ voglio “abbastanza” bene a tutti i compari che ho nell’ufficio. Percio’ quello che dico, preferisco dirlo sorridendo.

 

Fra le reazioni collezionate al mio annuncio:

 

Il sottoscritto: Ah lo sai? Fra poco me ne vo

Capo Supremo: Ohhh, it’s a pity…  

Il sottoscritto (ridendo, e intuendo la frase di circostanza): Oh, come on! (traducibile con un Ma Fammi il Piacere)

Capo Supremo ride con me della sua esagerazione.

 

Capo Supremo (c'e' gente attorno, mi indica con gli occhi): E quindi Rafeli se ne va!  

Collega (con tono sinceramente affettuoso): You Little Bastard! 

Il Sottoscritto (che preferisce il You Bastard all It’s A Pity): …. (allargando le braccia)… 

 

Poi dopo c’e’ il solito gioco nel corridoio dove io la stendo sul pavimento, le sfilo le scarpe e le lancio fuori dalla finestra. 

lezioni

Riferendosi a questo post in cui spiego i miei atteggiamenti telefonici con i recruiter, Franz mi scrive in chat:

 

Franz: oggi mi ha chiamato una per un colloquio di lavoro. mi trovavo in bagno. mi fa "le va bene martedi alle 2?". io temporeggio guardando i tasti della lavatrice. poi dico "si". Raffaello docet!

 

Bravo, hai imparato la lezione. Tranne per quel "raffaello" per cui potrei uccidere.

ma se

Ma se quando ero piu' giovane sembravo piu' grande, e adesso che sono piu' grande mi danno sistematicamente due-quattro anni di meno, allora vuol dire che c'era una eta' che mi si addiceva perfettamente, solo che adesso l'ho passata.