In ogni caso sarà bello ricordare quei giorni di settembre e quel gioco dove ci sei tu – stesa che ascolti – ed io che ti racconto le storie viste nei programmi strappalacrime della televisione italiana, riadattati per farli diventare se possibile ancora più strappalacrime, e vedere se riesco a farti piangere, così, per scherzo.
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e che ci posso fare
E che ci posso fare se sono affascinato dalle manifestazioni eclatanti di ignoranza. Mi affascina l’ignoranza, mi affascina (e sono masochista) la morte di ogni speranza che deriva dall’ignoranza.
A Brescia hanno il Tar ha bloccato un trattamento con cellule staminali a tre bambini. Non sto a spiegare i motivi perche’ questa scelta sia giusta sotto diversi profili (etico, giuridico, scientifico, medico e pure umanitario).
Quello che mi affascina in questa storia sono i commenti alla notizia.
C’e’ chi se la prende con il Vaticano.
C’e’ chi (certo che in altri Paesi questa terapia sia disponibile) suggerisce di “far curare i figli all’estero”. C’e’ chi se la prende con le multinazionali (le staminali non farebbero guadagnare, secondo loro,e percio’ sono ostacolate).
Chi con i giudici, chi con la burocrazia. Chi dice che certe terapie sono disponibili solo se sei parente di cardinali.
Non c’e’ bisogno di entrare nel merito: io penso che questa gente inzuppata di pregiudizi contro qualsiasi autorita’ (politica, economica, giuridica, scientifica) la trovi per strada, prende decisioni, vota, costituisce una nazione. Questi pregiudizi sono non solo figli dell’ignoranza, ma pure talmente dogmatici che finiscono per diventare religiosi.
E quindi chi si lamenta che “e’ colpa del Vaticano” fa tutto il giro: e’ cosi’ ignorante da diventare dogmatico, talmente dogmatico da essere religioso, talmente religioso da diventare oscurantista, talmente oscurantista da diventare un intralcio al progresso.
la domanda che non sopporti
La domanda che non sopporti – ne hai già scritto – è quella dei colleghi quando ti chiedono plans for the weekend?
A parte il fatto che una domanda del genere non contempla il fatto che uno potrebbe non averne affatto, di plans, il che può succedere, ché la noia e l’abbandono sono cose che non le puoi spiegare, ma servono.
La stessa domanda diventa successivamente: had a nice weekend? al che io invento cazzate, perché non posso raccontare quello che davvero ho fatto: perché non interessa, perché non è opportuno.
Had a nice weekend?
Ho avuto rimorsi per una persona che ho fatto piangere senza volerlo. Ho strappato una camicia. Ne ho comprata una nuova. Ho fatto riflessioni sulle intelaiature sociali, sulle dolorose differenze fra aspettative e realtà. Ho parlato di come certe ragazze appoggiano le mammelle sul tuo gomito avvicinandosi. Ho bevuto troppa birra. Ho ragionato in franco-inglese con un organizzatore del Belgian week-end per convincerlo a non chiamare la polizia se avessi pisciato in un interstizio fra gli stands. Ho cenato cinese. Ho parlato di salari netti e lordi alle due del mattino. Ho preso un taxi che profumava di cannabis, parlando a vanvera di vibratori non falliformi. Ho visto una signora finire sotto ad una macchina mentre inserivo bottiglie vuote nei contenitori della differenziata. Ho mangiato un gelato in un parco per farmi perdonare.
parole durante le vacanze #3
Mia sorella ottenne mi passa una mano sulla testa e avverte la convessita’ di un piccolo bozzo che da tempo ho sul cranio, come un bernoccolino perenne.
“Io ho capito cos’e’. E’ che hai troppa materia grigia. Dovresti rilassarti un po’”
parole durante le vacanze #2
Guido per una strada di provincia, Billigiò siede al mio fianco, il sole è tremendo, da una parte della strada sono solo sterpaglie e rocce, dall’altra sono campi di angurie marce, ché non in alcune zone del Salento non le raccolgono neanche più, visto che non conviene.
“Il peccato originale di ogni ragazza, è di essere soltanto una.”
Lui che di solito ha sempre qualcosa da ridire, non risponde nulla.
Annuisce su di uno sfondo assolato di angurie.
“E siamo tra gli ultimi rimasti a non avere uno smartphone”
parole durante le vacanze #1
Lecce di sera. Molta gente. Bambini rompicazzo intorno ma io non me ne accorgo. Me lo fanno notare.
– Che rompicazzo i bambini no?
– Eh Si’ pero’ ad un certo punto li devi sopportare.
– E perche’?
– Voglio dire: ad un certo punto devi pure decidere di dare il tuo amore a qualcun’altro.
– Io ho provato a darlo a te: sei tu che non lo vuoi.
– …
– …
– Vuoi seriamente parlare di questo, adesso?
– No.
– Trofie ai frutti di mare?
– Trofie ai frutti di mare.
indosso le scarpe per la seconda volta
Indosso le scarpe per la seconda volta dopo 17 giorni di vacanza. Anche questa estate e’ stata trascorsa sul mare, che non si deve intendere “sulla costa”, “sulla spiaggia”: No, proprio sul mare.
E quando non ero sul mare, vi ero comunque vicino, nutrendomi di birra e olive. La tradizione vuole che l’ultimo giorno io esca dal mare e parta senza farmi la doccia, in modo da arrivare sporco di sale fin dentro la casa nordeuropea. Li’ poi mi lecco un braccio.
Le questioni – adesso che sono talmente abbronzato che paio sporco (in barbaro si dice “vakantiekleur”) – sono sempre le stesse, che te lo dico a fare: le questioni sono il posto dove vivere, se quello da dove vieni e’ adeguato, se quello in cui vivi alla fine e’ giustificato.
Cerco di trovare una risposta nella misura del piccolo dolore che mi assale ora, in mancanza della birra e olive, della salsedine sulla pelle, e dell’odore della corteccia dei pini la notte.
La risposta e’ meno male che lo provo, questo dolore, perche’ vuol dire che ho delle radici salde. Ma pure: meno male che non mi uccide, perche’ mi permette di continuare le mie vite che altrimenti non sarebbero mai state.
sono talmente
Sono talmente in vacanza che mi sono dimenticato di scrivere che sono in vacanza.
La gente – ho toccato con mano e so di cosa parlo – si diverte con cose abominevoli.
La gente – e questo è un peccato originale – ad agosto nel Salento ha molte aspettative. Anche io sono vittima di ciò, delle aspettative mie o della gente che mi circonda: il fatto di non essermene liberato è l’ennesimo segno che non sono ancora completamente adulto.
ma poi farei a cambio
Ma poi farei a cambio con la vita di uno di questi nuotatori, che giovanissimi diventano famosi, che giovanissimi diventano importanti, mentre noialtri siamo qui nel mondo a cercare di capire come funziona? E che ci costruiamo una personalità in questo mondo?
Farei a cambio con uno di loro che a venticinque anni sono già vecchi, e se ne rendono conto proprio quando sono sul cocuzzolo della montagna, e da quel momento per loro potrà essere solo discesa, lenta o veloce ma comunque discesa, ché vette così alte non ne vivranno più. In quello stesso momento noi perlomeno abbiamo la prospettiva. Loro quale prospettiva hanno? E quale personalità hanno costruito per reggere il botto amaro di una mancanza di prospettive?
volevasi segnalare: Sofie a Brussélle
Sofie e’ una studentessa belga fiamminga che con una telecamera nascosta ha registrato gli insulti a sfondo sessista e le avances che ha ricevuto camminando per le strade di Brusselle.
Non era sua intenzione stimolare il sentimento razzista – ha dichiarato – pero’ “un fatto è incontestabile. Quando si passeggia per Bruxelles, nove volte su dieci gli insulti provengono da stranieri“.
I fatti incontestabili, purtroppo, non possono essere discussi sul serio perche’ viviamo in un’epoca di fascismi ideologici. Ma per chi vive davvero in societa’ multiculturali, questi sono fatti clamorosi e incontrovertibili.
Tra l’altro il fascismo ideologico ci impedisce anche solo di avvicinarci, al concetto di razzismo, inteso come il riconosciemento di differenze innate di razza. Il concetto viene negato a priori, e quindi siamo tutti qui alla finestra, il mento fra le mani ad attendere che qualcosa cambi.
Ne riparliamo fra dieci anni.
a volte l’italianita’
A volte l’italianita’ e’ spiegare ad una ragazza che, anche se i pantaloni stanno su da soli, una cintola tu la indossi ugualmente.
caro filippo magnini
Caro Filippo Magnini, anche se sei il piu’ veloce, anche se i tuoi compagni non sono alla tua altezza, non puoi comportarti come cazzo di pare. Hai tutto il diritto di rimanerci male se chi gareggia con te e’ piu’ lento, o piu’ impreciso, o quello che vuoi.
Puoi pure tornare negli spogliatoi e – che ne so – sbattere una porta, tirare una manata contro il muro. Ma non hai il diritto di dire che i tuoi compagni non si sono impegnati a sufficienza di fronte ad una telecamera, con un microfono davanti. Perche’ ecco: sai a cosa servono telecamera e microfono? Lo sai che le tue parole, dopo, vanno in giro per il mondo? Prima devi essere assolutamente certo che chi gareggia con te non abbia dato il massimo (ma ragiona: perche’ mai uno dovrebbe spaccarsi il cuore per arrivare alle Olimpiadi per poi non gareggiare dando tutto quello che ha?).
Tra l’altro considera pure che se uno di loro la prende male, anche se nuota leggermente piu’ lentamente di te, questo non vuol dire che se gli girano le palle non ti possa fare il culo, dopo, quando telecamere e microfoni non ci sono.
ma guarda che
Ma guarda che se tutti gli esseri umani comprendessero cosa significa avere dei figli negli anni dieci del nuovo millennio, e tutte le frustrazioni e complicanze c0nnesse che direttamente o indirettamente le persone che ho attorno mi raccontano, se tutte queste frustrazioni e difficolta’ venissero insegnate a scuola come materia fondamentale di studio – tipo che se non superi l’esame non passi, e ti chiudono in casa e non esci e non ti riproduci – se insomma si avesse una consapevolezza seria dell’argomento, si risolverebbero tante disgrazie personali, e pure il sovraffollamento mondiale.
E il traffico.
dunque nell’arco della stessa giornata
dunque nell’arco della stessa giornata ho:
– ascoltato i The Pains of Being Pure at Heart in auto
– bevuto caffè in una tazza regalatami dalla università del Paese Basso
– dato risposte in una riunione
– tenuto una presentazione e riuscito a far ridere chi ascoltava
– pranzato con una dose massiccia di salmone crudo
– cazziato gente lontana
– preso decisioni al posto di altri
– mangiato orsetti di gomma colorata
– spiato dalla finestra un donnone nero che cucinava con il fazzoletto in testa
– preso mentalmente in giro un gestore di palestra francofono che si sforza di parlare in italiano (“fonitto“? Si dice finito, cretino)
– almeno tecnicamente, si potrebbe pure dire che mi sono drogato
– fatto una doccia alle undici di sera
– cenato con roba asiatica precotta
– (ma condita con basilico addirittura coltivato da me)
– entrato in una casa che mai c’ero stato prima
– fatto gli auguri ad un fratello per un compleanno importante
– considerato che ormai conosco una decina di portoghesi a brussélle
– bevuto birra anche calda
– parlato (per il quarto giorno consecutivo) di gente che divorzia. Quattro coppie diverse, tutte con figli
– spiato discorsi di italiani che tantissimo fuori contesto blateravano di sistemi sociali del nord europa
– scambiato parole con ragazzina dai modi gentili che però sta con una scimmia
– pisciato per strada a Saint Gillis (lo so, non si fa, ma quando ascolto o parlo il francese divento un po’ Depardieu)
– dato indicazioni in francese per raggiungere un posto (francese corretto, indicazioni forse sbagliate)
– ascoltato i Travis in auto
– letto tantissime notizie online su qualsiasi argomento
– aperto un libro nel letto, richiuso poco dopo
Oggi, non ho voglia di niente.
Cara Rossella Urru che si spera sei stata liberata per davvero
Cara Rossella Urru che si spera sei stata liberata per davvero,
hai una faccia sorridente in tutte le foto: ti immagino simpatica e gentile, ma pure cazzuta a sufficienza per fare quello che fai. Siccome ti immagino simpatica e gentile, causa ancora piu’ fastidio pensare alla dose di sofferenza causata da tanti giorni da ostaggio in luoghi ostili, in preda a persone certamente meno simpatiche e gentili di te (ma altrettanto cazzute, se non di piu’).
Possiamo festeggiare e basta, oppure guardare quello che e’ successo da un punto di vista piu’ alto e generale. Cosa voglio dire, mi spiego.
Se guardo al dettaglio, vedo te che lavori con passione nei campi profughi e aiuti gente che e’ vittima spesso di guerre o di sistemi autoritari. Se scendo ancora di piu’ con lo zoom, vedo te che accarezzi la testa di un bambino con la mosca sul naso. Se guardo al dettaglio, percepisco il vantaggio netto di avere al mondo una persona come te: le persone aiutate non possiamo contarle, ma certamente ci sono.
Questo se guardo al dettaglio specifico e mi fermo li’.
Ma se vado oltre, da un punto di vista piu’ alto e generale, devo pure pensare pure ai dieci milioni pagati – si dice – per il tuo rilascio. Che non sono stati dati ai profughi, ma ad un oscuro personaggio che tanto per generalizzare brutalmente possiamo immaginare responsabile di guerre o di altre azioni che possono portare ad altre ingiustizie, e di conseguenza ad altri profughi. Ora lui ha dieci milioni in tasca in piu’ per fare quello che vuole.
E non finisce qua: ha dieci milioni e sa che ne potra’ avere altri attraverso lo stesso sistema. Quindi fai tu una cifra: venti milioni, trenta? Fai tu.
Ovviamente non ti si puo’ dare colpa del pagamento, e non possiamo darla a nessuno: in questi casi e’ quasi impossibile capire quale sia il gesto giusto.
Ma adesso come minimo dobbiamo riconsiderare le tue scelte, e anche quelle di altri che verranno dopo te: non ci si puo’ fermare al bambino che hai salvato, ma nella somma totale dobbiamo mettere pure le conseguenze future di quei milioni. Fai la somma totale e guarda il risultato finale. Dimmi se nel risultato finale ci vedi un piu’ oppure un meno. Cosa ti senti di consigliare a quelli che vorranno fare come te?
Io sono codardo e non riuscirei a fare quello che facevi tu. In realta’ credo che nessuno sia capace di farlo per davvero. Perche’ farlo per davvero significa essere pronti alle probabili conseguenze. Oggi sappiamo che il Governo italiano prima o poi, paga sempre i rapitori. E che difficilmente gli ostaggi italiani vengono rilasciati senza pagamento di riscatto, e che questo riscatto finisce sempre nelle mani dei terroristi.
Quindi sei io oggi fossi nelle mani dei rapitori, saprei che avrei davanti due possibilita’: morire o sperare nel pagamento di un riscatto. Non potrei far finta di non sapere. La seconda opzione (sperare nel riscatto) significa pero’ anche rinnegare gli obiettivi delle mie missioni umanitarie (pensando al risultato finale di cui prima). Ogni giorno che mi terrei in vita ad attendere il riscatto, starei rinnegando tutte le buone azioni che ho compiuto fino a quel momento. Non sto dicendo che avresti dovuto impiccarti, ma pensa a questo.
Due opzioni quindi.
Una terza, di cui non si e’ parlato, era restare a casa.
a luglio
A luglio a Brussélle il weekend comincia il mercoledì.
settimo anno
Il 21 maggio questo blogghe ha spento le candeline per il suo settimo anno. E’ in seconda elementare e perde gli incisivi, praticamente. Ogni anno da padre sventurato quale sono ne dimentico la ricorrenza. In realta’ le origini risalirebbero al 2004 ma le tracce di quei tempi sono ormai andate perse – e per fortuna, direi.
Per esempio ricordo quella volta che postai un testo di canzone tutto intero, senza commenti, un semplice copia e incolla di cui ancora mi vergogno a causa di una mia idiosincrasia nei confronti della mancanza di creativita’ spiattellata sui canali comunicativi. Ma ci siamo passati tutti, tipo la varicella.
(Se ti è piaciuto leggi pure questo)
ci sono estati
Ci sono estati mainstream alle quali ad ogni agosto mi abbandono con piacere, ma comunque non bisogna sottovalutare pure la bellezza di certi sabati mattina brussellesi, di metà luglio a quindici gradi, che cominci comprando musica e comprando romanzi e continui attraversando la strada nel vento freddo, ascoltando Dente.
ciao me stesso del passato
Ciao me stesso del passato.
Siccome sei del passato non puoi sapere che un giorno avresti fatto bella figura guidando colleghi tedeschi e belgi in un villaggio del Paese Basso, che conosci molto bene perché anche se non ci vivevi tu, in quel paesotto ci viveva lei.
Avresti superato il bar dove alcune domeniche si giocava a dama: quando lei perdeva un po’ si arrabbiava, ma solo un poco. La stradina dove c’era il mercato. La salita che era difficile fare tutta in bici quando lei sedeva dietro e allora serviva prendere la rincorsa. Il negozio dove hai comprato i palloncini per la sua festa di compleanno, poco prima della fine. La strada che prendevi per tornare alla tua, di casa, quando a volte ti arrivava un messaggio che diceva grazie di tutto.
Purtroppo poi il navigatore è stato crudele ed ha deciso di passare pure sulle rive di un canale, vicino ad un piccolo prato dove brucavano le oche. Le piaceva portare il pane alle oche quando si usciva senza motivo. Un paio di volte le hai detto: quando te ne andrai, io verrò qui da solo, mi siederò e strapperò gli steli d’erba. Tu mi guardavi come avessi bestemmiato. Ci sono passato, dal prato ma non mi sono seduto – anche se poi scrivere queste righe è un po’ come averlo fatto.
Non mi sono seduto e nel frattempo sono diventato un’altra persona che oggi neanche riconosceresti, che prende la vita e le persone per la nuca e i fatti per quelli che sono – una persona che comunque non ti interessa conoscere.
E quindi.
La cosa che resta però è la consapevolezza profonda che non bisogna mai fidarsi delle parole di nessuno, davvero di nessuno, per quanto profonde e sentite e incredibili siano queste parole nel momento in cui vengono pronunciate. Mai fidarsi e mai pianificare pezzi della propria esistenza sulla base di queste parole, perché tutto può essere spazzato e accartocciato e buttato via in pochi giorni. Non si tratta di essere bugiardi. Certe parole sono sincere quando vengono pronunciate, solo che non sono rivolte proprio a te – sono rivolte alle aspirazioni e ai progetti che ognuno ha per la sua vita. Può capitare di incarnare (temporaneamente) uno dei personaggi di questo film che ognuno ha progettato per la sua vita, e quindi ricevere queste parole. Ma ecco: si resta fedeli al film, non ai personaggi. Se serve, questi possono essere sostituiti con altri, purché lo spirito della trama resti uguale.
(Le oche erano ancora lì, comunque.)
paese basso
A volte ritornano. Mi trovo da ieri sera in Paese Basso per un congresso, in una di quelle realta’ in cui cammini per corridoi di alberghi con un badge appeso al collo con sopra scritto il tuo nome. In uno di quei luoghi sulla costa del mare del Nord che ci hai abitato part time per un paio di anni e che conosci bene – anche se oggi non lo vorresti.
Ad un certo punto nel corridoio incontro la Prof dell’Università a cui in un certo senso avevo dedicato le parole di qualche giorno fa, solo che lei sembra sinceramente contenta di vederti, tu pure, allora forse quelle cose non gliele dici, o forse gliele farai sembrare più dolci bevendo un caffè insieme e sorridendo tanto.
